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Il calo del Pil continua, come ha certificato la nota mensile dell’Istat; e questo, a poche ore dal varo della nota di aggiornamento del DEF del governo.

Calo Pil

Il calo del Pil italiano si deve al rallentamento dell’export (che comunque, “tiene”) ma soprattutto, al calo della domanda interna, sia in investimenti che in consumi. Il clima di fiducia delle imprese e delle famiglie si deteriora, l’occupazione langue. Servirebbe uno shock positivo, e – pur se con i limiti rigidi imposti dai vari fiscal compact e altre ottusità – qualcosa si potrebbe pur fare. Invece, tutti – governo, opposizioni interne ed esterne, i cosiddetti “poteri forti” continuano a menarsela.

Finiremo per essere definitivamente (in parte lo siamo già, e negli ultimi 3 anni la tendenza si è fatta irresistibile) un Paese senza sovranità. E non per colpa degli altri. Per colpa nostra. Il Pil è avviato ad una discesa che sembra infinita, e noi balliamo la samba. E chissà che verrà dopo; o, se preferite, what comes neXt.

Pubblicato 8anche) su neXt quotidiano

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Giorgio De Falco, il famoso capitano della notte del naufragio della Costa Concordia, quello che diede il famoso ordine a Schettino coordinando i soccorsi da terra, è stato trasferito ad altro incarico, di carattere amministrativo, meno prestigioso del precedente.

De Falco Schettino

Le ragioni possono essere mille. Giorgio De Falco ne adombra alcune non proprio edificanti. In realtà, le ragioni del “demansionamento” del Capitano De Falco non interessano. Interessa che dei due protagonisti della vicenda, il Comandante Schettino si diverte e viene pure invitato a dare lectio magistralis in un’Università italiana; il funzionario De Falco non ha ricevuto né encomi, né promozioni e viene rimosso dall’incarico. Pare quasi di sentire qualcuno urlare: Capitano De Falco, torni a terra, cazzo!.

L’Italia è davvero uno straordinario Paese. Sembra davvero difficile riuscire a renderlo – almeno un po’ – normale. E chissà che verrà dopo; o, se preferite, what comes neXt.

Pubblicato (anche) su neXt quotidiano

Largo ai giovani, annuncia Umberto Veronesi lasciando ad 89 anni la direzione scientifica dello IEO, l’Istituto Europeo Oncologico. E al suo posto, propone al CdA dell’Istituto Roberto Orecchia come nuovo Direttore scientifico  e Pier Giuseppe Pelicci quale nuovo direttore alla ricerca. Due eminenti scienziati, dal curriculum formidabile. Giovani? Di più: due ragazzini di 62 e 58 anni. Veronesi  giovani

Attenzione: non penso che merito e competenza siano prerogative legate all’anagrafe.Né all’idea che i giovani sono meglio dei vecchi per principio: conosco giovani imbecilli e conservatori e anziani brillanti ed aperti alle novità.

Ma mi stupisce lo stesso che in Italia un (eminente) scienziato novantenne decida di lasciare il posto alle “nuove generazioni”, ovvero a due (bravissimi) scienziati sessantenni, e che questo ci sembri a tutti perfettamente normale.

L’Italia non è un Paese per vecchi. E’ un paese per centenari. E chissà che verrà dopo; o, se preferite, what comes neXt

Pubblicato (anche) su neXt quotidiano

La storia del bimbo autistico della prima media del plesso scolastico Di Donato di Roma, prima escluso e poi riammesso a furor di popolo (e del regista Paolo Sorrentino, padre di una compagna di scuola) è la classica storia italiana.

bimbo-autistico

C’é il supruso e la discriminazione ai danni di un “debole”, escluso dalla visita al Quirinale mentre i compagni partono; senza spiegazioni, senza motivazioni. C’é l’arroganza e la sordità del “potere”, impersonificato dalla dirigenza scolastica dell’Istituto, insensibile alle proteste della madre. C’é la mobilitazione “politically correct” degli altri genitori (Italiani, brava gente); forse inutile se tra loro non ci fosse “uno che conta”, il regista Paolo Sorrentino, casualmente padre di un compagno di classe. A quel punto – solo a quel punto – il “potere” diviene dolce, accondiscendente, “umano”; e si piega, e con tante scuse, mentre già i compagni sono al Quirinale, includendo “miracolosamente” – e a tempo di record, alla faccia delle burocrazie! – anche il bimbo nella visita. E c’é il lieto fine: il Quirinale stesso (ignaro di tutto, ovviamente) che a quel punto invita madre e figlio ad un incontro “personale” con il Presidente Napolitano.

Non so perché, ma in questa storia italiana, fortunatamente finita bene, più che il sollievo per la mancata ingiustizia mi prende l’indignazione per: l’ingiustizia iniziale; il tardivo ravvedimento (e se non c’era Paolo Sorrentino come finiva?); la tempestiva inclusione nella lista, in un Paese che per cambiare una virgola in un qualsiasi provvedimento ci mette secoli. E così, invece di incazzarci, tutti ci sentiamo meglio, fino al prossimo, imminente, supruso contro un debole qualsiasi (un bimbo autistico, un immigrato, o chissà chi altro).

E chissà che verrà dopo; o, se preferite, what comes neXt.

Pubblicato (anche) su neXtquotidiano

Si parla spesso di lavoro in questi giorni: il lavoro che non c’é, quello precario e quello tutelato, e molto altro ancora. Il jobsact, la guerra di religione sull’articolo 18, e molto altro. Blowing in the wind, parole al vento.

Lavoro

Perché è puerile sostenere che lo scandaloso livello di disoccupazione (non solo giovanile, ormai) e la incivile sottoccupazione che si registrano in Italia siano frutto solo di una poca flessibilità in uscita (leggi: maggiore facilità di licenziamento): non basterà cambiare le regole del mercato del lavoro per suparare lo stallo in cui l’Italia è impantanata. Perché è patetico sostenere di difendere il lavoro ed i lavoratori aggrappandosi al feticcio di uno Statuto dei lavoratori scritto in un’altra era geologica dei sistemi economici e produttivi globali, che ha creato più di una distorsione: il sistema attuale, disegnato sul modello anni ’70, è troppo iniquo e va cambiato.

Perché tutti – politici, sindacalisti e compagnia cantante – continuano ad evadere una questione cruciale. Non esiste una bacchetta magica per creare lavoro; ma, quali che siano le regole del mercato del lavoro, se non c’é una domanda – interna, ed estera – ad alimentare la produzione, nessuno assume. E se si continua a puntare su produzioni vecchie, mercati in declino, ostacolando i non pochi innovatori intraprendenti che ci sono, la domanda esistente, che pure c’é, la intercettano gli “altri”: tedeschi, americani, cinesi.

Noi preferiamo ciurlare nel manico, alimentando le solite litanie stantie della nostra inadeguata classe dirigente, che nascondo feroci lotte di potere per conquistare o conservare rendite di posizione e uno strapuntino da cui latrare. E chissà che verrà dopo; o, se preferite, what comes neXt.

Pubblicato (anche) su neXt quotidiano

Decidere? No, grazie. Ma non siete stanchi di vivere in un Paese che non riesce a decidere su qualsiasi argomento? Dibattitti, talk show, tweet e retweew, chicchiere: al bar, in parlamento, sui giornali, nel web. Basta che non si metta un punto e si resti fermi alla partenza.

Non-decidere

Fatela finita. Dall’elezione di giudici costituzionali in Parlamento, alle riforme di carta, mai attuate, raramente approvate e spesso addirittura non presentate dai Governi, a semplici riunioni interminabili di condominio in cui molti di noi partecipano per (non) decidere il colore delle recinzioni o delle persiane, basta. E basta anche con la storia di sparare subito addosso a chi prova (o, semplicemente, dice di provare) a fare qualcosa, anche rischiando di sbagliare, applaudendo invece chi sta fermo, innamorati perdutamente dell’immobilismo senza fine. Rischi di autoritarismo? Ma per piacere! Una democrazia è fatta di meccanisimi di controllo, ma alla fine c’é chi si prende la reponsabilità di decidere.

Tra cultori del benaltrismo, amanti della discussione fine a se stessa e supporter di un rinvio (spesso peloso) delle decisioni alla volta successiva, l’Italia sta annegando nell’inconcludenza senza confini. Senza capire che, alla lunga, tirare a campare significa tirare le cuoia. E chissà che verrà dopo; o, se preferite, what comes neXt.

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Ma dov’è questa crisi? Te lo chiedi leggendo che gli ordini di iPhone 6 e iPhone 6 Plus hanno superato quota 4 milioni nelle prime 24 ore. Si annunciano code; come sempre, più di sempre. Per degli aggeggi che costeranno più di 700 euro. Mentre l’Ocse sforna previsioni fosche su mezzo mondo. Ma come si spiega?

crisi

SI spiega, si spiega. Primo: la crisi morde in molte parti del mondo, ma non dappertutto. Secondo: picchia duro con molte persone, ma non con la maggioranza. Terzo: la crisi colpisce alcuni settori merceologici molto più di altri. Lo dicevamo – e lo dicevano in tanti, inascoltati – già 2-3 anni fa: questa crisi sarà asimmetrica, sarà senza ripresa occupazionale, e dunque provocherà un aumento delle asimmetrie (dunque, della disuguaglianza) come mai era accaduto prima. Bisognava capirlo, e attrezzarsi per tempo. Invece, niente.

Il brutto di noi italiani è che siamo nell’occhio del ciclone ma, dopo aver perduto sostanzialmente vent’anni, continuiamo a ciurlare nel manico, occupandoci di piccole questioni congiunturali e non sostanziali senza prendere il toro per le corna. Eppure, niente è scontato: sempre guardando alla telefonia, la Nokia, che vent’anni fa guidava la rivoluzione dei telefonini, sta per scomparire fagocitata dalla competizione senza quartiere fra i giganti delle nuove frontiere della comunicazione globale.

Le cose evolvono in fretta e – mettendosi al lavoro per un progetto comune e condiviso – l’Italia può farcela, eccome. La vera crisi, quella che si vede benissimo camminando per le strade di questa nostra Italia del (non) miracolo, è che non ci crediamo, noi per primi.

E chissà che verrà dopo; o, se preferite, what comes neXt.

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Ha un cancro, Carol Jumper di Hopewell Township, Pennsylvania. Lo ha detto al suo datore di lavoro, George Visnich, chirurgo orale. E lui l’ha licenziata, con una lettera, senza neppure incontrarla, dopo 12 anni di lavoro.

Cancro-licenziata

E’ una storia che sta scuotendo gli USA, e non solo per la sua scarsa umanità. Gente che si mobilita, con la viralità tipica del web, per sostenere Carol e la sua battaglia contro il cancro e contro il torto subito. E’ una storia che fa riflettere: il comportamento del Dr. Visnich è odioso, vero. Ma è anche vero che un rapporto di lavoro è pur sempre un contratto tra due estranei, che non si basa sul sentimento, ma sulla reciproca convenienza.

La viralità della storia – gli USA sono davvero un Paese strano – è il putno più interessante. E voi? Questa storia vi fa indignare? Vi commuove? Forse è la reazione istintiva. Però, pensateci bene: quante notizie ben peggiori di questa ci scorrono davanti lasciandoci totalmente indifferenti?

Purtroppo, niente di nuovo sotto il sole: viviamo in un mondo disumano, accettando milioni di quotidiani suprusi ed ingiustizie, senza colpo ferire. E ognit ano ci svegliamo, forse per scaricare la coscienza o chissà perché. Mettiamola così: ogni tanto, fermarsi a leggerne una particolarmente odiosa, può servire a renderlo un po’ meno disumano. Almeno per il tempo di un tweet. E poi, chissà che verrà dopo; o, se preferite, what comes neXt.

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La Sanità italiana, come accade puntualmente ad ogni manovra finanziaria, sarà chiamata a pagare un conto salato nell’affannosa ricerca dei famosi 20 miliardi di euro di Renzi. Nel consueto gioco delle parti, le Regioni strillano, mentre i media grondano di esempi sulle differenze di prezzo di protesi, garze e attrezzi chirurgici tra Milano e Rovigo o tra Napoli e Pescara. Chi ha ragione?

tagli-sanita

Ognuno la vede come vuole. Un fatto è che, dati Ocse alla mano, la Sanità italiana è tra le meno costose del mondo, tra le migliori per prestazioni offerte e il suo “peso” sul Pil è sotto la media. Un fatto è che appena un mese fa il Governo Renzi ha sottoscritto con le Regioni il Patto per la Salute, che prevede che i risparmi in Sanità dei prossimi tre anni debbano essere reinvestiti in Sanità. Un fatto è che la media italiana comprende punti di eccellenza in alcune regioni, non solo del nord, e punti di criticità in altre, non solo del sud, e che i tagli all’ammontare generale che si fanno da anni non hanno minimamente scalfito questo stato di cose. E allora, chi ha ragione?

Ognuno la vede come vuole. Dei fatti poi, a chi volete che importi? Finirà come ampiamente previsto: la Sanità italiana continuerà ad avere un buon livello medio, con differenze anche notevoli in efficienza tra aree geografiche e anche all’interno dei singoli territori, Non cambierà niente, allora?

Certo che cambierà: continueremo a chiamarla Sanità, solo che la pagheremo sempre più di tasca nostra (è un altro fatto: il costante aumento della spesa privata e la riduzione dell’offerta “pubblica”), fino a che il Servizio Sanitario nazionale diventerà un lontano ricordo. E a pagarne le spese saranno i ceti medi. Cioè la maggior parte di noi. E chissà che verrà dopo; o, se preferite, what comes neXt.

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Il mito dei tagli indolori alla spesa pubblica è duro a morire. Prova a spiegare che il 75% è fatto di pensioni, sanità, scuola, stipendi, investimenti. Cose comprimibili solo con scelte dirompenti su quantità e qualità dei servizi erogati ai cittadini. Ci sarà sempre qualcuno – un editorialista di fama, un commissario straordinario della Spesa, un supermanager gratificato a dispetto dei risultati aziendali o un Presidente del Consiglio, che pure firma il Def dove queste cose sono scritte – che favoleggerà di grasso che cola da eliminare, di sprechi per decine di miliardi e tagli indolori, e altre menate.

Tagli-indolori

La gioiosa macchina da guerra del pressapochismo e della superficialità è sempre efficiente, e noi sempre avidi di berci queste favole da bar. Poi ci lamentiamo se in Europa ci trattano come un Paese da operetta e non si fidano di noi. Perché lì sanno contare, e sanno che riforme e tagli vanno fatte; ma saranno dolori, altro che grasso che cola e tagli indolori

Finché tutti – politici, media, opinione pubblica – faremo finta di ignorarlo, ci rideranno dietro; alimentando la macchietta dell’italiano adorabile mascalzone, simpatico ma totalmente inaffidabile. Un taglio, questo, il più difficile da fare.

E chissà che verrà dopo; o, se preferite, what comes neXt.

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