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Palermo, una tiepida mattina di primavera. Rosario guida la Fiat 131. Pio è lì con lui, seduto; legge delle carte. Rosario imbocca via Turba, un “budello” dove ci si passa appena, vicino alla federazione del PCI, dove sono diretti. Ogni volta che imbocca quella via Rosario prova uno strano senso d’inquietudine. “E’ una via che sembra fatta apposta per un agguato”, ha detto un giorno, ridendoci su.

Rosario a che quell’uomo che lì accanto a lui, il suo amico Pio la Torre, è un uomo importante. E che è nel mirino, perché è un uomo scomodo. Lo sa anche Pio, che si sente – lo ha detto a Roma, al partito, qualche giorno prima un “morto che cammina”. Sono in molti ad avercela con lui: per la sua grande battaglia contro i missili a Comiso, per la sua lotta contro la speculazione edilizia, per la sua lotta alla mafia.

Rosario guida piano, guarda la strada e forse ricorda i suoi giorni in Germania assieme a Rosa, che anche stamattina gli ha detto “stai attento” prima d’uscire. Pio è assorto, pensa a suo padre contadino, alle tante cose che aveva da fare a casa, ad Altarello. Pensa alla prigione, a Giuseppina. Pensa alle tante cose da fare, alle tante cose da cambiare. Pensa alla tanta gente che spera che qualcosa cambi, che crede in lui, nel partito. Quel partito che Pio ama, con quelle belle bandiere rosse che danzano nel vento.

Pio lo ha detto a Roma, al partito: attenzione, succederà qualcosa. Ha visto carte che parlano di storie di Sicilia, antiche e recenti. Sa che in giro ci sono spie, avventurieri, golpisti e mafiosi che si muovono, a Roma e a Palermo. E sa che qualcuno a Palermo, anche attorno e persino dentro il Partito, gioca sporco.

La Fiat 131 si ferma, proprio di fronte alla caserma Sole. Due moto s’affiancano, partono dei colpi. Pio muore, poi tocca a Rosario. Il sangue sciviola lento, dall’auto al selciato, in quel budello che è via Turba, a due passi dalla federazione del Pci. Rosso come le bandiere che s’intravedono danzare nel vento.

Pio muore. Rosario Muore. Dalla federazione lì vicino, con quelle bandiere che danzano rosse nel vento, come il sangue di Pio e Rosario, molti piangeranno. Ma non tutti. Li ha uccisi la mafia, forse anche i servizi segreti.

Ma in tanti, in troppi, li hanno lasciati soli.

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A Perugia, la mia città, si sta svolgendo il festival del Giornalismo. Fioccano i dibattiti, le polemiche, gli interventi. L’informazione è un pilastro fondamentale della democrazia. Dare notizie tecnicamente “vere” però a volte non basta. Serve anche spiegare e approfondire. Un esempio?

L’Istat e l’Inps hanno diffuso i dati sulle erogazioni di pensioni nel 2010. La notizia che ha “bucato” i media è stata: in Italia quasi metà del 16,7 milioni di pensionati percepisce un assegno inferiore a 1.000 euro, e addirittura 2,4 milioni di pensionati percepiscono pensioni inferiori ai 500 euro. E giù articoli e commenti sulle “pensioni da fame” e sui pensionati italiani che sarebbero i più poveri d’Europa.

Viene omesso però un particolare non proprio insiginificante: in quei 16,7 milioni di pensionati non vi sono solo quelli che, dopo una lunga e dura vita lavorativa, sono andati in pensione. In quel dato sono comprese anche le pensioni di invalidità, le baby pensioni, le pensioni sociali (la cosiddetta minima), le pensioni di reversibilità, le pesnioni di “accompagnamento” e le pensioni di guerra. L’Istat, a scanso di equivoci, lo spiega chiaramente nel suo comunicato, fornendo pure i dati.

Sono tutte forme miste tra la “pensione” intesa nel senso classico e l’assistenza. Si tratta in genere di assegni modesti che, sommati alle pensioni “classiche” danno effettivamente il dato riportato con tanta enfasi dalla stampa. Considerando solo pensioni di vecchiaia e/o anzianità con molti anni di lavoro, il dato sarebbe diverso: non che i pensionati diventerebbero dei miliardari, ma niente che giustificherebbe i titoli e i commenti letti.

In questo caso è stata fatta informazione? Un argomento che sarebbe bello discutere, a Perugia.

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Nello Rossi è un magistrato romano che si occupa di indagini sui reati economici. Di recente ha indagato sulla vicenda della truffa dell’Enpam, il fondo pensione dei medici. Denuncia l’aumento esponenziale di truffe e ruberie alle casse delle gestioni previdenziali e dei fondi pensione.

Furti odiosi: ad anziani che hanno accumulato risparmi per la loro vecchiaia, a minorenni che hanno perso i genitori, a tutti quelli che accumulano soldi oggi per garantirsi una vecchiaia serena. Succede nell’indifferenza generale. E nella semi impotenza della magistratura. Come mai?

Perché con le leggi attuali uno che vuole arricchirsi rubandosi il futuro di tanta gente, sa che ha ottime probabilità di farla franca. E, anche se scoperto, sconterebbe pene lievissime, con la prospettiva di godersi il maltolto. Sono reati lievi ed alleggeriti dalle leggi degli ultimi anni, con pene inferiori ai 3 anni, termini di prescrizione abbreviati, e per i quali molti strumenti di indagine – ad esempio, le intercettazioni telefoniche . non si possono usare.

La tutela del risparmio previdenziale dovrebbe essere un’emergenza nazionale. Il ddl anti corruzione potrebbe essere il rimedio.

Presidente Monti, potrebbe fermare – Berlusconi permettendo – questi ladri del nostro futuro?

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Ci sono storie senza tempo, storie già raccontate altre volte, qui e anche altrove. Storie piccole e sconosciute, di ragazzi e ragazze di vent’anni. Storie nobili e miserabili, di amore e di odio, che il tempo confonde e sbiadisce. Storie che parlano di un bella giornata di sole.

Aldo Gastaldi, sottotenente del Genio di Genova, che l’8 settembre rifiuta di consegnarsi ai tedeschi, va in montagna, combatte con valore, per poi morire a 24 anni, poco dopo la fine della guerra, forse per un incidente, forse per un regolamento di conti tra fazioni avverse.

Augusto Paroli, di Roma che entra in quella che allora nessuno chiamava “Resistenza” solo perché non gli piace la parola “obbligatorio”, e muore nel febbraio del ’44 a 31 anni a Forte Bravetta dopo essere stato torturato perché scoperto a distribuire volantini.

Nicola Monaco di Salerno, che a 19 anni dopo la fuga del Re si aggrega al raggruppamento Mauri nela cuneese e finisce fucilato a Sant’Abano Sturla nel marzo del 1945, a 21 anni.

Ma anche quei ragazzi di Salò che per un malinteso senso dell’onore, dopo un armistizio vissuto da alcuni come una vigliaccata scelsero di stare contro il Re, andando in braccio ai nazisti.

Storie vecchie, di 67 anni fa. Sono morti tutti, molti giovanissimi, altri invecchiando e raccontandoci la loro storia, le loro verità, le loro convinzioni.

Oggi siamo qui, in questa bella giornata di sole. Per ricordare, senza retorica, che questa storia che chiamiamo Liberazione, come tutte le cose umane è fatta di grandezza e miserie, di gesti eroici e di eccidi insensati. Ma è soprattutto il giorno in cui l’Italia esce dalla guerra e torna a guardare, con le sue contraddizioni, al futuro.

Da Paese Libero. Ecco: in questa giornata di sole dobbiamo ricordare che la parte “giusta” può essere solo e sempre quella della libertà, anche se imperfetta e piena di problemi come l’Italia di oggi.

Per questo, senza dimenticare quelli morti dalla parte sbagliata, vogliamo – che nessuno si senta offeso – ringraziare quei ragazzi di poco più di vent’anni che alcuni chiamavano banditi e molti chiamavano partigiani. Loro e i tanti altri, cattolici, liberali, comunisti, socialisti, repubblicani, che silenziosamente, accanto agli anglo-americani, hanno lottato – e vinto – per la libertà.

Speriamo di meritarci ancora a lungo questo regalo.

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Una partita di calcio viene sospesa perché un gruppo di “tifosi” del Genoa protesta. Hanno detto “per la delusione – più che la rabbia – e “soprattutto la preoccupazione di finire in B, come la Sampdoria”, la rivale cittadina. Accade, in Italia.

Qualche milione di persone – operai, impiegati, imprenditori – ha paura di perdere il lavoro, qualche altro milione di persone – giovani e donne soprattutto – è così scoraggiato da aver proprio smesso di cercarlo un lavoro. Accade, in Italia.

E’ davvero consolante che in un Paese alle prese con noiose questioni come il lavoro che non c’è, lo spread che sale e altre rotture ci sia ancora qualcuno disposto a far casino “per la preoccupazione di finire in serie B, come la Sampdoria”.

Hanno detto che si è toccato il punto di non ritorno, ma non è vero. Basta pensare che l’hanno già detto tante volte, in Italia. E non è mai accaduto nulla. Al massimo tre colonne in cronaca, e poi via, verso nuove avventure.

Ci sono molti modi per retrocedere in serie B. L’Italia si sta impegnando a fondo per farlo nel modo peggiore.

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I 40 uomini più ricchi della Terra – patrimonio stimato: oltre 1000 miliardi di dollari, quattro volte il Pil della Grecia, metà del debito pubblico italiano – dall’inizio del 2012, dunque in 4 mesi, hanno guadagnato altri 95 miliardi di dollari.

95 miliardi di dollari sono una cifra esagerata. Equivale ad un guadagno di 33 milioni di dollari l’ora. E rappresentano oltre il 6 per cento del Pil Italiano di un anno. E rappresentano il totale delle manovre finanziarie varate dai Governi Berlusconi e Monti.

Se ciascuno delle centinaia di Paperon de’ Paperoni che ci sono in giro per il mondo “sacrificassero” una parte delle loro ricchezze – ricordiamolo: solo i primi 40 arrivano a 1.000 miliardi di dollari – per il bene del Mondo la crisi in cui si è avvitato il nostro Pianeta sarebbe superata.

E, con un piccolo sforzo, forse si risolverebbe anche il problema della fame nel Mondo.

Ricordiamocelo, quando chiediamo sacrifici ai poveri cristi.

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Nel ddl sulla riforma del Mercato del lavoro di Monti e Fornero, all’art.64 comma 1, viene prevista la oppressione dell’esenzione dei ticket sanitari per disoccupati e familiari a carico con reddito inferiore a 8.263,31 euro. Scoppia il finimondo, e il Governo annuncia che la cancellerà con un emendamento, scusandosi per il “refuso”.

Tra le numerose domande che si potrebbero fare su questa storia una sorge spontanea: ma chi le scrive le leggi? E chi le rilegge? Oh, intendiamoci: nessuno può pensare che Ministri e Presidenti del Consiglio, manco fossero Re assoluti, si scrivono le norme e se le ricontrollano da soli. Ci sono i tecnici, che diamine. Già, e quelli andati al Governo?

Ma che, dopo essersi preso più di una settimana di tempo, non ci sia stato almeno uno straccio di collaboratore “fidato” di Monti e Fornero che si sia accorto del “refuso” fa pensare che o la norma è stata una scelta – magari dolorosa, da farci poi due lacrime in conferenza stampa come per le Pensioni – per far “quadrare i conti” o che proprio nessuno se la sia riletta. D’accordo, ma qualcuno dovrà pur averla scritta, e non dovrebbe esser stato un usciere di passaggio.

Quindi, o nessuno tra coloro che contano si è reso conto dell’incredibile ingiustizia che si stava compiendo – togliere agevolazioni a chi ha già perso il lavoro è da ricovero alla neuro, anche per chi non deve risponderne al “corpo elettorale” – o davvero non se ne sono accorti, forse troppo presi dal fare conferenze o viaggi di lavoro.

Avrebbe detto il bambino della fiaba: il Re è fuso.

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Per il Governo Monti la lotta all’evasione è una priorità. Anche presentando il Documento di Economia e Finanza Mario Monti l’ha ripetuto. Ce l’hanno ripetuto in tutte le salse, e siccome Monti e i suoi sono uomini d’onore, ci crediamo.

Il documento non c’è ancora, ci sono solo delle slide di sintesi, e quindi per capire cosa concretamente s’intenda fare per la lotta all’evasione, oltre ai provvedimenti già varati con il salva-Italia, bisognerà aspettare. Ma lo dice Monti, e siccome Monti è un uomo d’onore, ci crediamo.

Una delle chiavi per combattere l’evasione è scoraggiare – o proibire, almeno oltre una certa soglia – l’uso del contante, di cui invece in Italia si fa un larghissimo uso. Il governo Prodi nel 2007 aveva messo il limite di 300 euro; limite subito abolito da Berlusconi e Tremonti. Il Governo Monti invece ha detto di crederci, e qualcosa ha cominciato a fare, riportando il limite a 1000 euro. E siccome Monti è un uomo d’onore, ci crediamo.

Qualcosa è stato fatto, reintroducendo un tetto ai pagamenti in contante oltre i mille euro. Ma gran parte dei pagamenti cash, dove più si annida l’evasione, è per cifre inferiori. Nella trasmissione Report a Mario Monti è stato proposta la “tassa sul contante”, che metterebbe un granello di sabbia negli ingranaggi dell’evasione. Mario Monti si è detto interessato, e siccome Monti è un uomo d’onore, ci crediamo.

Per crederci meglio, ci piacerebbe leggere nel DEF – anzi meglio, vedere scritto nella Legge delega sul Fisco in discussione in Parlamento – che il limite dei pagamenti in contante sia abbassato. Ad esempio, a 400 euro.

Altrimenti, finiremo per pensare che Monti non è un uomo così d’onore come credevamo.

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I cognomi “stranieri” stanno sopravanzando quelli “nostrani”: a Milano il secondo cognome più diffuso è Hu, a Prato il più diffuso è Cheng; ed è così anche Brescia, Torino, Firenze. In Norvegia Anders Breivik, autore della strage dei giovani ad Utoya, al processo si dichiara innocente: ha agito per difendersi, perché i norvegesi “rischiano di essere una minoranza nella loro capitale e nel loro paese in futuro”.

L’Italia e l’Europa stanno cambiando volto: è la sfida sempre più forte del multiculturalismo. Come tutte le sfide, non è priva di rischi. Ma è anche piena di opportunità. Fa riflettere, in un Paese come il nostro, dove fino a ieri potevamo sentire ministri ringhiare in Tv contro la minaccia degli “stranieri”, la diffusione di cognomi “diversi”.

Il bello – e stavolta, per fortuna, se ne sono accorti in molti – è che spesso questi bambini o ragazzini accoppiano al loro cognome “esotico” dei nomi come Matteo, Andrea, Marco, Lucia, Maria. Nomi familiari, nomi “nostrani”.

Ecco. L’Italia sarà un gran casino, e non ha certo estirpato la mala pianta dell’intolleranza con un semplice cambio di governo.

Ma non sentire Ministri della Repubblica gracchiare dopo la notizia sull’avanzata dei cognomi cinesi, eccheggiando parole simili a quelle di un pazzo criminale norvegese autore di una strage, un certo sollievo lo dà.

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I partiti e gli uomini politici non sono particolarmente simpatici, e non fanno davvero nulla per rendersi almeno degno di stima. Ma se la risposta alla fine dei demagoghi Berlusconi e Bossi e al vuoto provocato dall’assenza di politica degli ultimi anni è Beppe Grillo, cadiamo dalla padella nella brace.

Perché sarà anche vero, come ha detto qualcuno, che “anche Grillo finirà come gli altri: una straordinaria bolla elettorale e poi l’emergere di contraddizioni insolubili”. In fondo, la storia insegna: è il destino dei demagoghi.

Ma è anche vero che gli ultimi vent’anni infarciti dal fascino discreto della demagogia ci hanno portato sull’orlo del fallimento. E proseguire su questa strada sarebbe fatale: vogliamo finire in pasto a chi blatera “se tutti pagassimo le tasse ruberebbero di più”? Che grande idea, nel paese degli evasori orfani di B & B, e della montagna di debito pubblico!

Incazzarsi contro la classe politica – che ci mette del suo – è sacrosanto. Ma serve la fiducia. In un Paese che – nonostante i politici – stavolta capisca che la democrazia è una faticosa guerra quotidiana; contro la tentazione delle scorciatoie dell’ideologia e della demagogia.

Per cambiare il Paese servono le idee. Non blaterare slogan da quattro soldi.

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