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Siamo al (penultimo) redde rationem sull’Italicum? Una sfida all’Ok Corral tra Renzi e le opposizioni, ma anche (soprattutto?) tra Renzi e le sue minoranze interne. Una guerra – scusino tutti i sofisti della politica – che si fa fatica a capire. Dove torti e ragioni sono obiettivamente equamente distribuiti.

Italicum

La prova di forza di Renzi, forzature istituzionali incluse, non si capisce. L’ostilità precostituita delle opposizioni, nemmeno. La giravolta di Forza Italia, non ne parliamo. La resistenza ad libitum delle minoranze dem, che forse andava esercitata su questioni più comprensibili per l’elettorato “di sinistra”, tipo job act o altro, neanche. Tutto s’inquadra nell’ennesima prova di forza, nell’abuso – perverso e pervicace – che la nostra classe politica fa della “lotta del potere per il potere”.

Non perché questa non sia fisiologica della lotta politica: solo anime belle o educande possono far finta di non sapere che la politica è anche e comunque “sangue e merda”. Ma, almeno ogni tanto, altrove si fa finta di lottare anche (anche!) per questioni sostanziali, o almeno per il merito delle questioni. Condito delle solite giravolte improvvise ed improvvisate, opinioni che cambiano come aliti di vento, dichiarazioni altisonanti in libertà e vane parole al vento che non lasciano traccia ma un triste “rumore di fondo” che sa di cattivo e che incarognisce sul nulla persone e schieramenti, annebbiando le idee.

Ed in cui però, anche stavolta – e non è la prima – si dedica anche Renzi, l’uomo nuovo al comando. Mentre queste prove di forza, (o di debolezza), siano renziani o minoranze dem, siano forzisti o grillini o chissà chi altro, sanno di vecchio e sono quindi un errore. L’ennesimo errore. Che spiana la strada sempre più all’antipolitica, alla perversione del “tutti uguali” del “tanto peggio tanto meglio”, che un Paese ancora in gravissima crisi economica, sociale, culturale, non può e non deve permettersi. Con l’incubo del Grexit e del domino che ne può derivare che ancora incombe sulle nostre teste, ad esempio.

Spiace ripetersi: stiamo affondando, e voi ballate. Tutti. Errare è umano, perseverare è diabolico. E chissà che verrà dopo; o, se preferite, what comes neXt.

Pubblicato (anche) su neXt quotidiano

Finita la direzione del Pd, raccolti i cocci, un povero cristo che guarda – interessato ma non appassionato – fa fatica a capire. Tra Renzi & c. da una parte e minoranza (pardon, minoranze) dem dall’altra, chi ci capisce è davvero bravo.

Pd

Perché?

Primo, l’oggetto del contendere. Difficile capire perché si rompe un partito su una legge elettorale e non su temi sensibili (lavoro, welfare, giustizia, ambiente). Difficile non pensare a (futuri?) regolamenti di conti sulla compilazione delle liste.

Secondo, l’evidente mancanza di volontà di trovare un’intesa. Di Renzi & C., colpisce la mancanza di volontà di ascolto e il non voler capire che è onere del “capo” non solo decidere (giusto) ma anche “fare la sintesi”; delle minoranze dem, la strana idea di democrazia mirabilmente espressa da Francesco Boccia (“La direzione? E’ inutile, perchè tanto decide la maggioranza”…Francè, guarda che si chiama così mica a caso, eh)

Terzo, la scarsa coerenza “politica” sul punto: da un lato, è difficile pensare che sia impossibile un accordo tra Renzi e una parte del suo partito per mancanza di fiducia mentre per Renzi a lungo Berlusconi e Verdini sono stati “affidabili”. Dall’altro, è difficile capire l’ostinata negazione dell’Italicum delle minoranze dem, anche perché passare da una porcata in cui non potevi scegliere nessuno ad una in cui puoi scegliere qualcuno si fa un passo avanti, non uno indietro; e perché non pare proprio che il dilemma preferenze sì preferenze no sia un tema “di sinistra”. Anzi.

Il regolamento di conti puzza solo di “politicume” da lontano un miglio. La “ditta” deve essere di tutti, caro Renzi. Ma la “ditta” è ditta anche quando non ne sono io il capo, cari Bersani, D’Alema, Fassina. E’ triste questa guerra “a chi ce l’ha più lungo” totalmente priva di agganci ai contenuti.Triste e scoperta.

Se finirà con un ennesimo compromesso al ribasso, con nuove elezioni, con trattative di bassa lega su un posto da ministro, o nella sguaiata scissione con incerti approdi dei renziani verso un vero e proprio partito di centro destra e delle minornaze dem verso l’ennesimo triste contenitore di nostalgici travestiti da “vera sinistra” lo vedremo.

Di sicuro, l’ennesima botta (l’ultima?) alle speranze che un vero partito riformista di sinsitra nasca in Italia. E dio sa quanto ce ne sarebbe bisogno (e non da oggi). E chissà che verrà dopo; o, se preferite, what comes neXt.

Pubblicato (anche) su neXt quotidiano

Guardare lo spettacolo dell’ennesima diaspora annunciata del Pd – che non si sa mai se stia per Partito democraticvo o per Partito disintegrato – non si sa se metta più tristezza o rassegnazione. Indipendentemente dai torti e delle ragioni di Renzi e i suoi neo democristiani o dei nipotini di quella che fu la “ditta” ex PCI. Ed anche dal fatto se, come spesso è capitato, una riaggiustata di facciata ai cocci ci sarà anche stavolta.

pd

Non si sa se fa più rabbia l’inutile esibizione “muscolare” della maggioranza renziana, che – al netto di retoriche evitabilissime di sindacalisti, reduci incalliti di una “sinistra ideale” che, diciamolo ai più giovani, non è mai esistita – sembra davvero più interessata a “vincere” che a “convincere”, facendo finta di non sapere che prima o poi se non si convince si finisce anche per “non vincere”, com’è accaduto all’ ex Bersani. O se fa più rabbia la “resisitenza umana” a prescindere della minoranza, di cui l’unica cosa che appare chiara è che per loro Renzi ha torto a prescindere, anche se dice e propone – e ogni tanto gli capita – qualcosa di giusto e addirittura di “sinistra”.

Non si può neanche dire che il Pd stia morendo; perché forse non è mai nato. Quello che lentamente muore nel (vano) ascolto di una discreta parte – forse, una maggioranza – di cittadini italiani è l’idea che possa esistere in Italia un partito moderno per una sinistra moderna. Perchè, cari amici e compagni del Pd, non so se tra una battaglia di posizione e l’altra ve ne siete accorti, ma ce ne sarebbe un grandissimo bisogno.

Perché le vecchie disuguaglianze (quelle care alla sinistra dei nostri padri e nonni) tornano di moda; quelle nuove, che magari non guardano solo ai “diritti acquisiti” ma alle “opportunità di futuro” crescono e si moltiplicano. Ma no, siete troppo distratti a regolare i vostri conti interni, a combattere le vostre (ridicole, se viste con gli occhi dei bisogni del “vostro” popolo) battaglie di “principio”; ultima, in ordine di tempo, quella ligure.

Chissà se cambierà. La primavere, intanto, tarda ad arrivare. E chissà che verrà dopo; o, se preferite, what comes neXt.

Pubblicato (anche) su neXt quotidiano

Fatto. Comparazione risultato elettorale del Movimento 5 stelle: alle politiche 2013 ha ottenuto 8.689.458 voti, alle Europee 2014 5.807.362

Nota ufficiale del gruppo parlamentare del M5Stelle. “non c’è stata nessuna emorragia di voti”, ma solo un “calo di consensi”. (occhio alla differenza, eh!). E ancora: “E’ sbagliato affermare che abbiamo perso quasi 3 milioni di voti. Considerando un’affluenza alle Europee attorno al 58% contro il 75% delle politiche dell’anno scorso è come se avessimo perso poco meno di un milione di voti”.

Non so se i parlamentari grillini abbiano voglia di capire i (per me) evidenti motivi per cui circa 2,8 milioni di italiani che li hanno votati un anno fa siano rimasti a casa e/o abbiano cambiato idea oggi. Ma so che neppure il peggior politico della prima repubblica avrebbe potuto partorire un comunicato stampa così grondante di democristianume..

Un,ultima cosa: indipendentemente dal fatto se si sia simpatizzanti del Pd, seguendo il “ragionamento” (si fa per dire…) dei parlamentari pentastellati il Pd alle politiche 2013 aveva ottenuto 8.644.523 voti e alle europee 2014 ne ha presi 11.203.231, dunque 2,6 milioni in più, nonostante l’aumento delle astensioni..dunque non avrebbe solo stravinto, ma proprio debordato.

Ma che grappa avranno bevuto?

Secondo sondaggisti esperti – e anche il comune buon senso – a meno di spettacolari rimonte berlusconiane, sempre possibili visto l’uomo e i suoi “avversari” (che di dargli il colpo di grazia non ne vogliono mai sapere) le prossime elezioni europee saranno caratterizzate dal dualismo Renzi  vs. Grillo, con Renzi che incarnerebbe il “sistema” e Grillo l’antisistema. Sarà così, non sono un esperto sondaggista, né politologo né sociologo.

casaleggio-grillo

Sono anche consapevole che gli italiani siano – non sempre a torto – incazzati contro il “sistema”. Ma ci sono due domande che mi frullano in testa: la prima, è chi avrebbe costruito questo benedetto “sistema”. Perché ho l’impressione che noi tutti ne abbiamo una certa “colpa”,  se non altro per avere poco vigilato negli anni quando gli “altri” (ma gli altri chi?) ci “scippavano” l’Italia.

Ma la seconda, e più importante, è che non capisco cosa i Casalgirillini abbiano sin qui fatto per scardinare questo benedetto sistema. Perché a me pare che in questo anno si siano dimostrati degli antisistema un po’di cartone: cioé non abbiano fatto niente, se non abbaiare sterilmente alla luna, su questioni spesso anche secondarie, perdendo pure buone occasioni per incidere e soprattutto quello slancio di “novità” iniziale che aveva fatto sperare più di uno, anche tra quelli meno inclini a sopportare le belinate del loro “semplice portavoce”. Mostrando, tra l’altro, una certa idiosincrasia per il dissenso verso i non pochi in gamba che dentro quel movimento ci sono: vedi da ultimo il caso Pizzarotti (uno che se fossi di Parma avrei votato); e l’antipatia per il dissenso è una cosa che dovrebbe sempre allarmarci, la storia insegna.

E dunque? Mi piacerebbe – non è uno scherzo, né una provocazione – che qualcuno riuscisse a spiegarmi come CasalGrillo e le loro proposte in economia, esteri, giustizia, fisco, eccetera incarnerebbero un’ “alternativa” reale e concreta di “governo” al cosiddetto “sistema”. Uno che mi tolga il dubbio che non si tratti purtroppo dell’ennesimo ritorno di quella malattia tipica degli italiani, sempre pronti a distruggere anziché a costruire, scaricando sugli “altri” colpe che sono spesso soprattutto loro. Lo dico, a scanso di equivoci, da elettore profondamente scettico (e deluso) dai “partiti” e molto confuso sul da farsi.

Astenersi perditempo e insultatori di professione, please.

Pubblicato (anche) su Giornalettismo

Fa un certo effetto leggere che il possibile candidato a Sindaco del Comune di Nusco, alta Irpinia, quasi certamente sarà l’ultraottantenne famoso (ex) segretario Dc, (ex) Presidente del Consiglio Ciriaco De Mita. Altro che “rottamazione”: si tratta del classico “dinosauro dal cilindro”  tirato fuori – dicono le cronache – da Giovanni Marino, dirigente del locale Pd e anche cugino di primo grado dell’ex premier.

C

Lui nicchia, attanagliato dal dolore del dubbo sul fare o no il “grande passo”; ma gli piacerebbe molto. Per carità, meglio un sindaco attempato intelligente di uno imberbe e incapace; e tuttavia…perché c’è un tuttavia, anzi due. Il primo: ma a Nusco davvero non si trova un bravo cittadino un po’ più giovane per fare il sindaco? Difficile da credere. Il secondo: ma ad una certa età non è più bello godersi il meritato riposo e fare il nonno (anzi, il bisnonno)?

In questo Paese di eterni Peter Pan, “diversamente giovani” che non mollano sedie e posti neanche se pluricondannati o plurifalliti, la retorica del giovanilismo in politica sta già passando di moda. E, anche se era – appunto – retorica – aveva almeno un pregio: sostituire incapaci anziani con incapaci più giovani.

Si vede che era, comunque, chiedere troppo.

Pubblicato (anche) su Giornalettismo

Come lo chiameremo, da oggi, questo governo delle (ex) larghe intese? Eh già, perché anche se molti fanno finta di non accorgersene, il governo dopo l’uscita di Berlusconi e della sua corposa pattuglia di “lealisti” cambia natura, qualitativamente ma anche numericamente.

Letta-sinistra

E’ un governo che ora si regge su una schiacciante maggioranza, anche numerica, della sua componente Pd. Ne dovrebbe conseguire, logicamente, un diverso atteggiamento del Pd e dei suoi elettori alle scelte che d’ora in poi questo governo farà. In materia fiscale, in materia di giustizia, in materia di lavoro, in materia di stimolo alla crescita, e così via. Più difficile accettare compromessi indigeribili (tasse sulla casa, riforme del lavoro, politiche ambientali, sanità) di quelli sin qui ingoiati sull’altare della “stabilità”.

Il Presidente Letta è troppo accorto per non saperlo. Dovrà spiegarlo anche ai suoi esponenti di governo, Fassina in testa, che non si tratta di Renzi, ma della natura stessa del Pd. Fare “qualcosa di sinistra”, fosse anche quella moderna e riformista che molti auspicano, o almeno fare qualcosa di civiltà, non sarà più un optional, ma un must.

Don’t forget, Mr. Letta!

Pubblicato (anche) su Giornalettismo

Il governo Monti, attuando una delega del Parlamento, ha previsto nel 2012 la soppressione di 31 tribunali, 31 procure, 220 sezioni distaccate di tribunale e 667 uffici del giudice di pace. La sua applicazione – che si conclude proprio in questi giorni – sta sollevando polemiche, blocchi stradali, sommosse.

tribunale-soppresso

Arrabbiatissimi gli amministratori locali, gli avvocati, i magistrati. E anche moltissimi parlamentari del Pd e del Pdl, inclusi big come Gasparri e Matteoli. Questo, nonostante la riforma abbia avuto un lungo iter, preveda criteri oggettivi, abbia ammesso diverse eccezioni; e nonostante la ministro Cancellieri abbia recentemente consentito in molti casi la permanenza – almeno provvisoria – di uffici e sezioni per svolgere alcune funzioni “minori”.

Forse la riforma è giusta; o forse no. Ma comunque, è stata varata con il voto favorevole di Pd e Pdl, da governi sostenuti da Pd e Pdl, cioè da quei parlamentari (big inclusi) che adesso strepitano per la vergognosa chiusura dei tribunali minori. E la ministro Cancellieri già annuncia possibili correttivi.

Ora, se la maggioranza delle “larghe intese” riesce perfino a mettere in discussione (e, forse, a non applicare) una mini-soppressione di qualche tribunale di periferia, adottata dal precedente governo tecnico che delle larghe intese è stato il pre-quel, davvero bisognerà che qualcuno ci spieghi a cosa serve questo governo delle larghe intese.

Pubblicato (anche) su Giornalettismo

La riflessione sul blog di Grillo del premio Nobel sulla situazione politica italiana sbarra la strada ad un eventuale futuro governo Pd-5stelle se Berlusconi dovesse staccare la spina a Letta. Dice Dario Fo: è da imbecilli accettare un compromesso con il “diavolo” Pd, un indegno “ricatto” ai 5 stelle in nome del salvataggio della Nazione. E “qualsiasi cosa indegna che tu imponi al popolo va addosso al popolo”.

Sarò imbecille, ma non capisco. Non che la prospettiva sia di quelle che fanno impazzire; anzi, è comprensibile una certa riluttanza di tanti, grillini e pure del Pd. Ma prima di sputare sentenze, ci sono due cosette piccole piccole (forse, troppo piccole per un Nobel) che non andrebbero dimenticate.

La prima: se si va a votare con questa legge, è molto difficile che ci sia una maggioranza “omogenea” e coesa nelle due camere: dopo, si dovrebbe comunque fare un compromesso. Cambierebbero forse solo i rapporti di forza, e non necessariamente in favore dei 5 stelle. A meno di non pensare che anziché allearsi con i “salvatori” di Berlusconi è meglio allearsi con Berlusconi stesso, nel frattempo passato alla linea pre-illuminista della “lotta dura alla magistratura”.

La seconda: se nel frattempo l’Italia finisce nel caos resteranno solo macerie; e la storia insegna che il popolo se le troverebbe tutte addosso. Anche un eventuale trionfo elettorale a 5 stelle (ma non sarà che è questo il retropensiero di Fo-CasalGrillo, alla faccia del bene del popolo?) avverrebbe in un Paese allo sbando. E, la non brillantissima esperienza Pizzarotti insegna, non è che i “nuovi” siano così in grado di sistemare le stupidaggini fatte dai “vecchi”.

Sarò imbecille, ma penso non sia automatico che un Premio Nobel capisca molto di politica.

Pubblicato (anche) su Giornalettismo

Secondo Letta in questo governo e nei suoi provvedimenti ci sono tante cose di sinistra, o almeno, del Partito democratico. Sarebbe dunque falsa l’impressione che sia il Pdl a dettare la linea, e questo accde solo perché “loro” (il Pdl) sono molto bravi a rivoltare la frittata.

Non si sanno le doti culinarie di Brunetta, Berlusconi, Santanché e dei loro compagni di merende. Di sicuro la “cifra” del programma elettorale del Pdl era l’abolizione dell’Imu, mentre quella del programma elettorale del Pd era il lavoro.

Ora, lasciamo stare le varie “donazioni di sangue” che, sull’altare della stabilità, il Pd ha già pagato a Berlusconi e ai suoi dipendenti: Alfano, la sospensione dei lavori del Parlamento, e altre storielle. Ma come mai si discute da tre mesi come trovare le coperture per l’abolizione dell’Imu e non si sente una parola sul lavoro? E sulle liberalizzazioni?

Per non parlare che si fa – sotto sotto, ma neanche troppo – un tifo boia per un rinvio da parte della Cassazione della vicenda Berlusconi.Come mai Letta chiede al “suo” Pd di seguirlo e sostenerlo di più (più di così?), ma non cucina la “sua” frittata, dando la fondata impressione di preferire la cucina di quelle altrui?

Poi non lamentatevi se quell’altro irresponsabile di CasalGrillo riguadagna voti.

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