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Nella scuola elementare di San Giuliano c’era grande animazione, quella mattina. Si preparava la festa di Halloween e i bambini sorridendo si chiedevano: “Dolcetto o scherzetto?”. Quella notte poi c’è stata pure qualche scossa di terremoto. Un po’ di paura, ma niente di che.

Poi, alle 11 e mezza, i bambini tutti in classe, un boato improvviso squarcia l’aria e le mura della scuola cominciano a tremare. Il piano di sopra, costruito da poco, crolla. La terra si inghiotte 27 angeli, schiacciati dal tetto crollato. La scuola si sbriciola mentre attorno il resto del paese non ha subito danni gravi. Il resto è urla, pianti e un dolore irrimediabile.

I 27 angeli di San Giuliano non li ha uccisi il terremoto, ma dalla mancanza di calcoli e collaudi necessari, dal non rispetto delle norme di sicurezza e dell’adeguamento alla riclassificazione sismica del 1998. Uccisi non dalla fatalità di una terra ostile, ma dall’avidità di uomini senza scrupoli.

E ancora, in questa terra senza più cuore e tra questi soldi che non hanno odore, si continua a morire. Ieri come oggi. Sul Vajont come a San Giuliano, a Sarno come sulle 5 Terre.

Gli angeli di San Giuliano attendono. Sui loro visi di bambini perduti nel tempo, nessun sorriso.

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Una ricerca dell’Università di Cambridge, che mette insieme i risultati di otto studi condotti negli ultimi quattro anni, ha osservato 10.400 fra bambini e adolescenti, mettendo in relazione la qualità della vista e lo stile di vita.

In questo studio, presentato all’American Academy of Ophthalmology in corso a Orlando, si dimostra che ogni ora in più alla settimana che si passa fuori di casa, giocando, interagendo con gli altri e con il mondo, diminuisca la probabilità di diventare miopi del 2%.

Il sospetto, non nascondiamocelo, c’era. Adesso la scienza ce ne dà la conferma. I nostro occhi si concentrano sui fogli, sugli schermi dei Pc, sui dettagli. E stanno perdendo l’abitudine di fissare l’orizzonte. E il risultato è che la miopia aumenta nel mondo.

Così, a forza di stare chiusi in casa, a furia di guardare le piccole cose vicine, perdiamo la capacità di guardare lontano. Un’abitudine che, una volta persa, difficilmente si riacquista. E si vede.

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Luigi ha trentadue anni. Come molti suoi amici, salta da un lavoro precario all’altro. A volte lavora anche in nero. Guadagna poco più di 700 euro al mese, quando va bene mille, quando va male nulla. Ama Francesca, precaria come lui, ma non può mettere su famiglia. A volte gli capita di pensare al futuro, a quando sarà anziano, alla pensione. Allora s’ammutolisce ed esce a fare due passi.

Giovanni ha poco più di 60 anni. Da oltre vent’anni è in pensione, è uno dei cosiddetti baby pensionati, come sua moglie Laura. Ricevono entrambi circa 1.550 euro al mese; niente di che, più o meno la pensione baby media. Quando pensa al futuro, spera che la salute lo assista per campare almeno altri vent’anni ed avere una vecchiaia serena. Spera che prima o poi arrivi un nipotino.

I lavoratori precari sono più di 3 milioni, e molti sono giovani e giovanissimi. I baby pensionati, andati in pensione prima dei 50 anni di età, sono oltre 500 mila, e in gran parte vivono nell’operoso nord Italia. Lo Stato paga loro ogni anno circa 9,5 miliardi di euro.

Giovanni e Laura sono i genitori di Luigi. Qualche volta, quando cenano assieme parlando del più o del meno, uno smarrito silenzio spegne ogni tanto i loro sorrisi.

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Dieci assessori regionali del Lazio del PdL si sono dimessi. Protestano contro il governo Berlusconi, che ha impugnato la Legge regionale sul “Piano Casa”, rendendo così “impossibile trasmettere quei valori da tutti noi condivisi” al territorio, contraddicendo anche “uno dei punti qualificanti del programma elettorale del PdL, locale e nazionale”.

Il governo – soprattutto Galan, che ha a sua volta minacciato di dimettersi, Prestigiacomo e Fitto – si è opposto per le “eccessive deroghe alle norme di salvaguardia del paesaggio e dei resti archeologici anche nelle aree di massima tutela”. Si sarebbe permesso non solo costruire, ma anche demolire e ricostruire, con aumenti di cubature.

Devastare il territorio, anche nelle sue aree più belle e preziose, con interventi “alla palazzinara” è stato a lungo uno sport nazionale. Oggi forse qualcuno, a sinistra come a destra, inizia a ricordare che territorio, paesaggio, monumenti sono di tutti. Ed anche un’occasione di sviluppo economico.

I valori che dovrebbero essere davvero condivisi.

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Angela e Nicolas l’hanno fatta un po’ fuori dal vaso. Come un Berlusconi qualsiasi, che fa le corna nelle foto ufficiali, sorpresi a scambiarsi sorrisetti e ammiccamenti inopportuni mentre rispondono a domande su un altro paese dell’Unione. Silvio Berlusconi ha ragione: nessuno può dare lezioni ai partner.

In fondo, all’Italia cosa si chiede? Semplicemente la rapida approvazione e applicazione di un pacchetto completo di riforme che comprende misure su crescita ed occupazione, per sbloccare un potenziale che già esiste nell’economia italiana. Cose che il governo di Roma da anni dice di voler fare. Un po’ di pazienza!

I risultati sono sotto gli occhi di tutti. Li ha confermati il Consiglio dei ministri, che ha non-deciso le importanti misure che tutti chiedono all’Italia. C’é tempo. Il bello è che, più che i leader stranieri, a chiedere queste misure dovrebbero essere – quando si svegliano – i cittadini italiani.

Angela e Nicolas, per favore, al prossimo vertice di mercoledì, non sorridete: sghignazzate.

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L’Italia è in crisi. Per salvarla serve un miracolo. Ebbene, sabato scorso in molte città del Veneto un miracolo è effettivamente accaduto. A Venezia, Verona, Belluno e Rovigo gli incassi di molti locali sono improvvisamente aumentati di almeno il 30%. Un fortunato parrucchiere di Rovigo ha visto i suoi incassi salire di oltre il 600% rispetto ai 4 sabati precedenti.

Economisti e politici di tutta Italia stanno interrogandosi sulle cause. Non si hanno indizi precisi al riguardo. L’unica cosa che si sa è che proprio in quel giorno l’Agenzia delle Entrate del Veneto ha disposto un’operazione di controlli a tappeto dei suoi ispettori, che hanno presidiato per tutto il giorno l’attività di cassa di quei locali. Si tratta, ovviamente, di una pura coincidenza.

La spiegazione più probabile è che una misteriosa “mano invisibile”, quella che regola i mercati, abbia spinto i consumatori di quelle città ad un irrefrenabile impulso all’acquisto, scatenando una voglia matta di caffè e cappuccini, di messe in piega e di pizza in tutto il Veneto.

Se si riuscisse a replicare questo miracolo della moltiplicazione di scontrini e di incassi con maggiore frequenza, estendendolo a tutte le città italiane, forse una buona parte dei problemi italiani potrebbero essere risolti. Non c’è allora che da sperare nella divina provvidenza, pregare e sperare.

E tra una preghiera e l’altra, magari estendere i controlli a tappeto del fisco davanti alle casse.

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Non mi appassionano le contorsioni di fine impero del Berlusconismo. La storia infinita del nuovo governatore di Bankitalia, la fiducia grazie alla nomina di qualche sottosegretaro, i tagli e frattaglie con annessi decreti sviluppo che non arriveranno mai. So bene che tutto questo costerà caro all’Italia, ma non me ne importa più di tanto.

Sono invece molto preoccupato per l’impasse in cui si trova l’Unione europea. Temo che sia molto più minaccioso per il futuro italiano il rischio di un crollo dell’euro che la permanenza al potere di Berlusconi e dei suoi compagni di merende. Anche se, a leggere i media, mi sembra di non essere in numerosa compagnia.

Per questo guardo verso Francoforte, Berlino, Parigi e non verso Roma o Milano. Faccio il tifo perché domenica o mercoledì, nel complesso finale di partita che si giocherà a Bruxelles, qualcuno o qualcosa illumini i 27 nani che dovrebbero trovare un accordo per il futuro dell’Europa.

Leggo con interesse cosa dicono Merkel, Sarkozy, Van Rompuy. Non m’importa nulla di Bossi, Berlusconi, Bersani, Di Pietro, Casini.

 

Sarò malato?

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Del Ponte di Messina si parla da decenni, 33 governi e12 legislature, spendendoci pure denaro pubblico, 400 milioni di euro. Anche se si dice che si tratta di un’opera inutile, e se l’Europa ha eliminato il Ponte dalle sue grandi opere strategiche, prevedendo in sostituzione un’”autostrada del mare” da Bari a Malta.

Invece, il governo e l’autorità responsabile dell’opera insistono nel dire che i lavori – dopo la posa della prima pietra avvenuta l’anno scorso a Cannitello – partiranno entro breve e saranno conclusi entro il 2019. E i soldi? Il VI rapporto sullo stato di attuazione della Legge Obiettivo prevede per il Ponte un costo di 7,2 miliardi di euro, di cui – al momento – disponibili 2,5.

Ecco, in questi tempi in cui si taglia su tutto e tutti, e in cui si parla tanto di decreto sviluppo e di assenza di soldi pubblici, si potrebbe prevedere che i 2,5 miliardi di euro “disponibili” per il Ponte sullo Stretto vengano destinati a qualcos’altro.

Anziché la stretta sulla scuola, una stretta sullo Stretto. Non sembra una cattiva idea.

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L‘Italia detiene il primato delle morti sul lavoro, nonostante il testo unico sulla sicurezza riformato nel 2008 dal ministro Sacconi. Una riforma che per molti rende l’organizzazione delle verifiche e dei controlli troppo blanda, mentre per Sacconi ha il pregio di aver abolito inutili “lacci e lacciuoli” formali, concentrandosi sulla sostanza. Grandi polemiche, poi – come spesso accade in Italia – il silenzio, mentre la gente ha continuato a morire.

Ora l’Europa ha avviato una procedura contro l’Italia su quel testo. Tra i punti contestati, il meccanismo di verifica (e conseguente responsabilità) che regola la vigilanza sulla sicurezza e l’attivazione dei controlli, che Sacconi ha tolto all’ispettorato del lavoro e alla magistratura, affidandolo ad un organismo paritetico composto dalle “associazioni datoriali più rappresentative”.

Esatto: in Italia sul rispetto delle norme per la sicurezza da parte dei datori di lavoro vigilano le associazioni dei datori di lavoro. Come se l’arbitro di Milan-Inter fosse il presidente del Milan, se chi fa le leggi sulla corruzione fosse un imputato per corruzione. O come se l’ex ministro della sanità fosse il marito della direttore generale di Federfarma. Raffinatezze italiane, l’Europa non può capire.

Non siamo noi ad essere fuori dall’Europa. Sono gli europei a non essere abbastanza italiani.

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Un bambino di 8 anni vuole sapere perché l’Italia è in crisi e di chi è la colpa. Non è facile da spiegare, sono questioni complesse. Forse il problema più grande dell’Italia è che il rapporto tra la sua spesa corrente al netto degli interessi, cioè quello che lo Stato spende per il suo funzionamento, e il Prodotto interno lordo, ovvero la ricchezza annuale del Paese, nel 2010 è pari al 43%, mentre nel 2001 era pari al 37%.

Quindi negli ultimi 10 anni – specialmente negli ultimi due – il ritmo di crescita di questa spesa corrente è stato molto più alto di quello del Pil. La spesa corrente è fatta per metà di prestazioni sociali, soprattutto pensioni, per un quarto di stipendi e per il resto di varie voci che dovrebbero servire a far “funzionare” la macchina dello Stato (trasferimenti ad enti, acquisto di beni e servizi, consulenze, ecc..).

Per salvare l’Italia sarebbe indispensabile abbassare il rapporto tra spesa corrente e Pil. Finora ci sono riusciti solo i governi Ciampi e Amato (anni ’92-’94) e il governo Prodi-Padoa Schioppa (tra il 2006 e il 2008). Quelli che hanno fatto peggio sono stati i governi del Caf (anni ’85-’92) e i governi di Berlusconi (2001-2005 e soprattutto dal 2008 a oggi).

E’ tutto chiaro o serve un disegnino?

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