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Dopo l’incoronazione di Re Giorgio II, si è aperta la partita del nuovo governo. Dopo due mesi di attesa per quel “governo di cambiamento” che il voto elettorale sembrava aver chiesto a gran voce, adesso in quattr’e quattr’otto – coincidenza – nascerà il governissimo Pd-Pdl-Scelta civica.

Il Pd non è in condizione di fare altro; e se per questo perderà altri voti, sarà un altro brindisi per il suo gruppo dirigente, a cui l’insuccesso ha sempre dato alla testa. Il Pdl gongola; resuscitato dall’imbecillità altrui, si permette persino di fare ultimatum. E di proporre, dopo Re Giorgio, Berlusconi al Quirinale. Le sciocchezze proposte dai dieci saggi, della cui nomina nessuno aveva capito il senso, sino a sabato mattina, diverranno – coincidenza – il “programma” di azione.

Le intercettazioni delle conversazioni telefoniche tra il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e l’ex ministro Nicola Mancino, registrate nell’ambito dell’inchiesta sulla presunta trattativa Stato-mafia, sin qui lasciate giacere in Tribunale, ieri sono state distrutte – coincidenza – dal gip di Palermo.

Coincidenze. Sono piccole, ma cresceranno. It’s a wonderful wonderful world.

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Il governo dei tecnici non dorme: sono bravi questi tecnici. Ad una settimana dal voto, il Consiglio dei ministri, su proposta del ministro dell’ambiente Clini ha approvato un regolamento attuativo al decreto “Semplifica Italia”. Viene istituita la nuova Aua, Autorizzazione unica ambientale, che accorpa in un’unica procedura molte autorizzazioni in materia ambientale: inquinamento, rifiuti, scarichi, ecc… Le imprese piccole e medie, il 95 per cento del sistema industriale italiano, ringraziano.

La semplificazione è una cosa buona: sono bravi questi tecnici. Il regolamento prevede che, una volta avuta l’autorizzazione, gli impianti (tra cui inceneritori, discariche, fonderie, raffinerie) potranno lavorare indisturbati per 15 anni. Perché questa è la durata dell’AUA, nonostante un parere negativo del Parlamento.

Cosa fatta capo ha: sono bravi questi tecnici. Le imprese potranno lavorare indisturbate perché il regolamento, in base al principio della semplificazione, non prevede controlli né sanzioni in caso di abusi.

Ad una settimana dal voto, Monti non dorme, Clini nemmeno: sono bravi questi tecnici.

E noi?

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Se votassero i principali quotidiani nazionali, Monti vincerebbe in carrozza, seguito da Berlusconi. Bersani sarebbe terzo e poco “votato”, Grillo non esisterebbe, quasi ignorato. E’ quanto emerge da quest’analisi sul numero di citazioni dei principali quotidiani nazionali dei contendenti elettorali.

Non è un quadro lusinghiero per la stampa: l’oscuramento di Grillo, al di là della dubbia proposta politica del personaggio, è al limite della censura. E non si può dire che il personaggio non le spari grosse per catturare l’attenzione, bravo in questo quanto Berlusconi; che però riceve ben altro trattamento dai quotidiani, compresi quelli “nemici”.

Curioso il trattamento per Bersani: è vero che l’uomo ha fatto l’impossibile per non farsi notare, con un autolesionismo degno del miglior Tafazzi. Ma non basta a giustificare la scarsa attenzione dei quotidiani. Monti invece non “sfonda”, nonostante gli sforzi dei “poteri forti”, che forse non sono poi tanto forti.

Ma una cosa fa ombra a tutte: i quotidiani italiani sono meno credibili di un piazzista, autorevoli come un elenco del telefono, comunicativi come il segnale orario.

Non spostano voti: d’altronde, o forse proprio per questo, in Italia li leggono quattro gatti.

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Tra i due ex premier Berlusconi e Monti, leaders italiani “affiliati” entrambi al Partito Popolare Europeo, è in corso una guerra senza esclusione di colpi per la conquista del voto dei “moderati” italiani. Una guerra che sembra vedere al momento vincitore Silvio Berlusconi.

I “moderati” in Italia hanno votato per decenni la Democrazia Cristiana. Poi, si sono buttati a pesce nel sogno berlusconiano. E molti di loro, evidentemente, non vogliono svegliarsi. Ma, al di là dei gusti – su cui, com’è noto, non si sputa – viene da chiedersi cosa ci trovino di moderato in Silvio Berlusconi i “moderati”. Perché Silvio ha tante qualità, ma quella della moderazione proprio non si riesce a scorgere.

E, allargando lo sguardo, è difficile definire moderato uno come Umberto Bossi, o come Maroni e Calderoli. Per non parlare di tipi come Verdini, Bondi, o gente cresciuta a pane e fascio come La Russa e Gasparri. E, volendo essere ancora più profondi, ci sarebbero molti modi di definire gente come Dell’Utri, Fiorito, Papa, Cosentino. Ma l’aggettivo moderato non sembra proprio così adatto.

Delle due l’una: o i moderati sono così moderati da sopportare, con moderazione, i tanti eccessi ed esagerazioni dei loro rappresentanti politici.

Oppure i tantissimi elettori di Berlusconi e della Lega non sono dei moderati.

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Dunque, ricapitoliamo. A poco più di un mese e mezzo dal voto si fronteggiano per il governo di un Paese ancora sull’orlo del baratro cinque schieramenti.

Il primo è composto dalla ex maggioranza berlusconiana che ha portato l’Italia al disastro, dando anche uno spettacolo indegno dal punto di vista della moralità (vedi alle voci: mignottocrazia, lega ladrona, furbetti del quartierino). Nonostante questo, è accreditata del 20-25% e oltre dei voti. E questo fa pensare.

Uno è dato dal Mov5stelle. Una forza che oscilla tra la demagogia e il dilettantismo, con proposte politiche interessanti su alcuni temi, ma deficitaria su quello, fondamentali, dell’economia, conti pubblici e sviluppo economico. E’ accreditato del 10-15% dei voti.

Uno è il trio sciagura: Monti-Casini-Fini. Il primo ha governato discretamente (non benissimo, checché ne dicano l’Europa e lui stesso), ma si è giocato un po’ del prestigio accumulato con una “discesa in campo” non propiro elegantissima. E la compagnia di cui si circonda è (quasi) peggio di Berlusconi. E’ accreditato del 10-15% dei voti.

Infine c’è il blocco Pd-Sel. Anche se sembrano (a chi scrive) i meno peggio, l’idea di vederli governare i terrificanti problemi che avremo davanti nei prossimi anni mentre discutono dei posti in lista, degli assetti futuri, di come posizionarsi con Monti non induce alla tranquillità. Nonostante siano stati all’opposizione da anni, elettoralmente non riescono (secondo i sondaggi) a sfondare oltre il 35% dei voti Anzi.

Poi ci sono le incognite, tipo la lista Ingroia, che mette tristezza se non altro perché sembra composta da reduci in cerca di un posto al sole per non sparire (Di Pietro, Ferrero, Diliberto) e da sindaci di varia estrazione ma tutti con un odore da Masanielli che non promette nulla di buono (De Magistris, Orlando).

Sembra poi che, grazie al Porcellum che nessuno ha voluto cambiare, quale che sia l’esito finale del voto avremo comunque un Senato privo di maggioranza; dunque, ingovernabile ed esposto a ricatti e ricattini di bande in cerca di padrone. Lo scenario, dopo il voto, è di un Parlamento difficilmente governabile e che quasi certamente non riuscirà a durare per più di due anni.

C’è poco da stare allegri.

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Bersani, candidato premier del centrosinistra, ha chiesto a Monti, il premier-candidato premier del “centro”, da che parte stava. Monti ha risposto : ”Io sto per le riforme”. Bravo, bella risposta, figlia di un nuovo modo di concepire la politica.

Perché oggi è difficile ragionare su dove uno sta: gli steccati destra-sinistra, ha detto sempre Monti, sono ormai superati; oggi la distinzione è tra chi vuole cambiare le cose e chi vuole mantenere lo status quo. Un ragionamento sacrosanto: basta con gli steccati ideologici, la “vecchia politica” dei soliti tromboni che pensano solo in termini di schieramento, di poltrone.

Ma, in questo ragionamento, Casini dove sta? E Fini? E Montezemolo? E il Vaticano? Sarebbe interessante saperlo, caro Professor Monti. Perché qui siamo in Italia, il Paese dove “bisogna che tutto cambi perché tutto resti come prima”.

Era scritto in un bel libro. Per caso, lo ha letto?

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Secondo me l’agenda Monti è una cagata pazzesca. Attenzione: non perché non sia ricca di temi importanti: l’Europa, il risanamento dei conti pubblici, la riforma del fisco, la modernizzazione del Paese, l’istruzione ela ricerca, l’agenda digitale, l’economia verde, il ruolo delle donne, la mobilità sociale e tutte le altre puttanate.

Ma perché si tratta solo di slogan, già sentiti mille altre volte. A cui seguiranno atti e azioni da dettagliare e, si sa, il diavolo è proprio nei dettagli. Quindi come sempre quello che conta non è l’Agenda – che tutt’al più è un’agendina – ma la credibilità personale di chi la propone.

E qui cominciano i guai. Perché Monti la credibilità se l’è guadagnata, ma i suoi principali  compagni di merende (Casini, Fini, Montezemolo) un po’ meno: è gente che, in ruoli diversi, è al potere da sempre, e con le chiacchiere e le promesse da marinaio gareggia con un qualsiasi Berlusconi. Per non parlare del principale sponsor dell’operazione: la Chiesa Cattolica, che comanda in Italia da un paio di millenni. E si vede.

Ma si sa, gli italiani sono di bocca buona. E allora, tra l’agendina Monti fatta di slogan più o meno condivisibili e l’agendina Berlusconi con i numeri di telefono delle Olgettine la prima è già un passo in avanti.

Ma è un po’pochino per “cambiare l’Italia e riformare l’Europa”.

La politica è come la vita: è fatta a scale. Ieri Berlusconi scendeva in politica, oggi Monti ci “sale”. Atteggiamenti diversi, con in comune questo fastidioso auto-proclamarsi alieni, estranei, altri, alla politica. Manco fosse una parolaccia, o roba da delinquenti.

Atteggiamento spregevole, peggio anche dei tanti “professionisti della politica” acquattati nel Partito democratico. Peggio anche – è tutto dire – degli indigeribili politicanti dell’Udc. Se non altro perché, visti i risultati di certi “dilettanti” come Berlusconi e Bossi, i professionisti vanno rivalutati.

Tra il Monti che sale e il Berlusconi che scende sarà guerra. E per Zio Silvio stavolta non sarà facile: avrà contro tutti quei poteri “forti” – Vaticano, industriali, commercianti, conservatori europei e americani – che “turandosi il naso” lo hanno sempre appoggiato pur di non far vincere la “sinistra”.

Saranno loro a scegliere. I gattopardi che dalla politica si sono sempre chiamati “fuori”, avendo cura di tenerci sempre le mani “dentro”. Bisogna che tutto cambi perché tutto resti come prima.

Tra la stella nascente del montismo e il tramonto triste del berlusconismo, in questi saliscendi della politica, una sola certezza: in questo Paese non si riesce mai a cambiare un cazzo.

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Diciamocelo chiaro. Non si sa cosa accadrà nel variegato mondo del centrodestra italiano. Se il candidato sarà Monti. O Alfano. O Berlusconi. O il sor Capanna.. Se ci sarà un raggruppamento tra Pdl con Casini che si allarga ai “montiani” e a Montezemolo. Se ci si accorderà anche con la Lega Nord di Maroni.

Una cosa però la sappiamo di sicuro. Il raggruppamento di questi partiti sarà un’ammucchiata di gente che non la pensa in modo simile sull’Europa, sui sacrifici, sull’evasione fiscale, sulle Province, sul federalismo e su chissà cos’altro. Ma un sentire comune ce l’hanno.

Hanno sostenuto e votato (tranne Casini, che comunque votò Porcellum e Lodo Schifani, mica pizza e fichi) che Berlusconi credeva davvero che Ruby era la nipote di Mubarak.

Presidente Monti, ne stia alla larga.

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Mentre Monti e Berlusconi partecipavano al vertice Ppe e già impazza il toto-candidature (ma si alleeranno? Monti lo manda a cagare? Maroni ci starà? E Montezemolo?) la Banca d’Italia ha pubblicato il solito rapporto sulla ricchezza delle famiglie italiane.

Che ha detto una cosa che tutti abbiamo ben chiara: la crisi ha fatto diminuire la ricchezza delle famiglie in modo consistente: tra 2008 e 2011 – quindi, con Berlusconi premier, per chi se lo dimentica – si è ridotta del 5,8 per cento. E nel primo semestre 2012 – Monti premier – di un altro 0,5 per cento.

Un’altra cosa dice il rapporto, molto meno nota o su cui spesso, chissà perché, si sorvola: la metà più povera delle famiglie italiane detiene solo il 9,4 per cento della ricchezza totale, mentre il 10% più ricco ne possiede il 45,9 per cento. E l’indice che misura il grado di disuguaglianza, risulta in aumento. Con Berlusconi. E anche con Monti.

Un altro candidato è possibile.

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