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In certi giorni d’estate il sole picchia forte, e mentre sei seduto sulla sabbia a guardare il nulla dell’orizzonte, e il signore accanto legge notizie di nulla sotto l’ombrellone, si fa più forte la tentazione di mollare tutto, andare via, lontano. Ed è proprio in questi momenti che vedo arrivare in lontananza un piccolo uomo dai capelli d’oro e dalle guance del colore della porpora; un bambino, così bello che sembra un principe.

Ha viaggiato molto, perché viene da lontano; ha incontrato tanti strani personaggi: un uomo d’affari che contava e ricontava le stelle, dicendo di essere ricchissimo, perché le possedeva tutte; un altro che si vantava di essere l’imperatore dell’universo, un re senza corona e senza sudditi, desideroso soltanto del comando.

Nel suo viaggiare ha visto tanta infelicità. In quelli che lottano per un pezzo di pane, ma anche nel mondo grasso che affoga tra un mare di merci e di noia: la intravedi anche nel signore che legge stancamente sotto l’ombrellone, nell’impiegato che va al suo lavoro, come nel potente che ordisce trame ed affari per raggiungere un senso che non c’é.

Ed è in questo istante che questo bimbo dai capelli d’oro che sembra un principe tanto è bello ti ricorda di quella volpe che una volta gli aveva detto che “gli uomini non hanno più tempo per conoscere nulla. Comprano dai mercanti le cose già fatte. Ma siccome non esistono mercanti di amici, gli uomini non hanno più amici”.

E mentre il sole picchia ancora forte, e ti sembra di annegare nella tua confusa incertezza, il vento ha cominciato a soffiare, alzando una nebbia calda di sabbia. Io e quel bambino dai capelli d’oro abbiamo scorto una lontana figura: era un aviatore che salutava. Il Piccolo principe lo ha riconosciuto e gli ha sorriso, correndogli incontro e abbracciandolo forte: era il suo grande amico Antoine, arrivato da un qualche punto dello spazio e del tempo.

Li ho guardati, con un briciolo di nostalgia; piacerebbe anche a me riabbracciare chi ho perduto: gli amici e gli amori passati, i figli che partono e non tornano più. Lasciare quest’oceano di niente a cui, come tutti, sono avvinghiato senza neppure sfiorare un’idea di felicità.

E’ stato un attimo: il piccolo principe a l’aviatore sono saliti abbracciati su quell’aereo e hanno decollato, mentre il vento di colpo taceva. Mi è sembrato di sentire un bambino cantare una canzone nel vento: cantava per tutti i grandi che sono stati bambini una volta e poi se ne sono dimenticati. Perché si ricordino, come ci ha insegnato Antoine De Saint-Exupéry, che giusto 59 anni fa spariva sopra un aereo nel Mar Tirreno, che “Non si vede bene che con il cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi”.

Ero ancora sotto l’ombrellone, il signore accanto leggeva ancora un ridicolo giornale pieno di nulla, e il sole tramontava, inondando di rosso le onde del mare, come accade ogni giorno. Pensando al ridicolo re dell’universo che gli ordinava di tramontare, ho sorriso.

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I 100 supermanager delle maggiori società italiane quotate in borsa nel 2012 hanno guadagnato 402 milioni di euro, 50 milioni in più dell’anno precedente, 100 in più del 2010; e dal conto vanno esclusi i benefit non monetari. Il più pagato, Sergio Marchionne con circa 48 milioni di euro, 460 volte i 16 mila euro di un operaio Fiat, in gran parte frutto del “regalo” di azioni (stock grant) .

“E’ il mercato, bellezza!”. Sarà. Però, è buffo questo mercato. Buffo che mentre nell’ultimo triennio tutti tiravamo la cinghia, e l’indice di borsa calava di quasi il 30 per cento, questi hanno guadagnato più di prima. E’ curioso che la Fiat tra 2009 e 2012 perde quote di mercato in Italia (dal 32,8 al 29,6 per cento) ed in Europa (dall’8,7 al 6,4 per cento), ma i guadagni di Marchionne espodano. E’ buffo che con il bilancio 2012 la Fiat Spa non ha distribuito dividendo ai soci, ma regali 40 milioni di azioni a Marchionne.

Dicono che i politici sono una casta. Mi sa che sono in buona compagnia.

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Sulle tasse, al netto delle teorie del viceministro Fassina (chissà che avranno pensato i milioni di lavoratori dipendenti e pensionati a 700-800 euro al mese della sua teoria dell’evasione da sopravvivenza) ci sono due piccole e sgradevoli verità.

La prima: in Italia il sommerso, ovvero l’evasione raggiunge il 17,4 per cento del Pil, circa 250 miliardi di euro. Senza inseguire i paesi civili (in Olanda è lo 0,7 per cento, in Francia il 3,9 per cento), basterebbe arrivare a un’evasione alla “spagnola” (9,5 per cento del Pil) o anche “messicana” (sì, in Messico è l’11,9 per cento del Pil) per recuperare 120 miliardi di imponibile, circa 40 miliardi di tasse. Con cui finanziare un bel calo di aliquote Irpef per i redditi medi e bassi.

La seconda: nonostante da sempre i governi lo promettano, e dal 2010 una Legge dello Stato espressamente lo preveda, i proventi della lotta all’evasione – negli ultimi 8 anni, circa 80 miliardi di euro – non vengono mai usati per abbassare le aliquote. Ma per finanziare altre spese o, più spesso, per abbassare il deficit.

Sono le sgradevoli facce di una stessa medaglia: i troppi contribuenti disonesti fregano le Stato e quindi tutti noi, per “sopravvivere” o per farsi gli affari loro. Ma lo Stato non usa le maggiori entrate per ridurre le tasse: ma per finanziare altre spese, non sempre utili. Regalando l’alibi più formidabile agli evasori.

Tra un colpo di sole e l’altro, l’onorevole Fassina potrebbe elaborare un’altra bella teoria su questi due fenomeni.

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Non ci crederete, ma pare che la crisi stia finendo. Quasi tutti sono d’accordo, e diversi indicatori congiunturali che “leggono” con un discreto grado di affidabilità il futuro concordano: l’autunno porterà la ripresa in molte parti del mondo e – incredibile, ma vero – anche in Italia. Tutto bene? Manco per sogno, e per svariati motivi.

Primo: sarà una ripresa “asimmetrica”, selettiva: premierà le imprese esportatrici – perché a tirare sarà l’Export; ma non tutte: quelle che sono state più abili a riposizionarsi nei mercati “emergenti”: Russia e Medio Oriente in primis. E che sono riuscite a non perdere quote negli USA.

Secondo: sarà una ripresa senza occupazione. Ne beneficeranno alcuni, ma non tutti. Perché le imprese esportatrici in genere sono quelle più grandi, più capitalizzate, con maggiori capacità di delocalizzare. Anche per guadagnare produttività.

Ma sarà comunque salutare. Perché salterà un alibi che sta da anni bloccando qualsiasi tentativo di scrostare il vecchiume del sistema produttivo italiano. L’alibi della crisi, la panzana che stiamo tutti male e dunque “mal comune, mezzo gaudio”.

Quando il mondo sarà ripartito tutto, e saremo gli unici a combattere con la stagnazione, saremo al bivio: o ci svegliamo e cambiamo. O ci restiamo secchi.

E non ci sarà nessun Napolitano o nessun Draghi a salvarci, allora.

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Secondo Letta in questo governo e nei suoi provvedimenti ci sono tante cose di sinistra, o almeno, del Partito democratico. Sarebbe dunque falsa l’impressione che sia il Pdl a dettare la linea, e questo accde solo perché “loro” (il Pdl) sono molto bravi a rivoltare la frittata.

Non si sanno le doti culinarie di Brunetta, Berlusconi, Santanché e dei loro compagni di merende. Di sicuro la “cifra” del programma elettorale del Pdl era l’abolizione dell’Imu, mentre quella del programma elettorale del Pd era il lavoro.

Ora, lasciamo stare le varie “donazioni di sangue” che, sull’altare della stabilità, il Pd ha già pagato a Berlusconi e ai suoi dipendenti: Alfano, la sospensione dei lavori del Parlamento, e altre storielle. Ma come mai si discute da tre mesi come trovare le coperture per l’abolizione dell’Imu e non si sente una parola sul lavoro? E sulle liberalizzazioni?

Per non parlare che si fa – sotto sotto, ma neanche troppo – un tifo boia per un rinvio da parte della Cassazione della vicenda Berlusconi.Come mai Letta chiede al “suo” Pd di seguirlo e sostenerlo di più (più di così?), ma non cucina la “sua” frittata, dando la fondata impressione di preferire la cucina di quelle altrui?

Poi non lamentatevi se quell’altro irresponsabile di CasalGrillo riguadagna voti.

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Quagliariello Gaetano, ex saggio di Napolitano e attuale Ministro del governo Letta, invoca le riforme costituzionali. Perché “il Paese ha bisogno di una profonda manutenzione”. Bravo, Gaetano! E’ vero, questo Paese ha un grande bisogno di essere “manutenuto”.

All’Italia serve una riforma fiscale che stronchi l’evasione per poter abbassare le tasse. Una riforma della giustizia, che punisca corrotti, concussi, ladri; renda giustizia a chi la reclama e non aiuti chi può circondarsi di avvocati e farsi leggi su misura. Una Pubblica Amministrazione efficace ed efficiente, funzionale al cittadino e non al potente di turno. All’Italia servono queste, e molte altre riforme, che si possono fare senza toccare una virgola della Costituzione.

Sarà d’accordo sicuramente anche Quagliariello Gaetano, l’ex saggio di Napolitano e attuale ministro di Letta. Lo stesso che nel 2011 scrisse ai cattolici italiani una lettera aperta chiedendo di “sospendere ogni giudizio morale” su Silvio Berlusconi, accusato di concussione e prostituzione minorile. Che assieme ai suoi colleghi di partito sostenne in Parlamento che Berlusconi credeva davvero che Ruby fosse la nipote di Mubarak. Quello che con tutit gli altri era davanti al Tribunale di Milano a protestare pro Silvio Berlusconi pochi mesi fa.

All’Italia serve una bella manutenzione, verissimo. Bisogna intendersi sui termini: la manutenzione che serve all’Italia è una nuova etica, una nuova morale. Potremmo iniziare liberandoci dei troppi “mantenuti” e “manutenuti”.

Sei d’accordo, Gaetano?

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Il Governo Letta ha meno di novanta giorni, ma sembra abbia più di novant’anni. Tante chiacchiere, niente fatti. Però ha già perso dei pezzi (Idem), è in fibrillazione su qualsiasi argomento, ha scampato solo grazie al suo vero leader, Giorgio Napolitano, la deflagrazione sul caso Alfano-Shalabayeva.

Ma incassata la fiducia, ecco ripartire i dibattiti: tagliandi, rimpasti, riequilibri, proposte di “moratoria” legislativa (quindi, altri rinvii) sugli argomenti “spinosi” per la tenuta del governo. In pratica, tutti, data la strana maggioranza che lo regge. In attesa dell’ennesimo nulla che verrà il 30 luglio: scommettiamo che anche la vicenda Berlusconi subirà in Cassazione l’ennesimo rinvio?

Rinviare, rimandare, tirare a campare; tutto, meno che fare poche cose decenti per l’economia, cambiare una legge elettorale incostituzionale e fallimentare, e chiudere in fretta quest’esperienza nefasta. Meglio il deserto delle scarse intese, aspettando i tartari che non arriveranno mai. Conviene a tutti, nessuno escluso: sì, cari onorevoli e senatori del 5stelle, anche a voi.

Mentre s’assopisce l’ultimo briciolo di coscienza civile di un Paese sull’orlo di una crisi di nervi, a Roma è un lento morire in vano ascolto.

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Nella diatriba tra Dolce e Gabbana, famosi stilisti condannati in primo grado per evasione fiscale, e il Comune di Milano, al di là della reazione esagerata – tre giorni di serrata – e dei torti e delle ragioni c’è una cosa che non ho capito. Stefano Gabbana ha reagito alle accuse dell’assessore D’Alfonso con un tweet che dice grossomodo: “Comune di Milano fai schifo”.

Potrà al limite fare schifo l’assessore; o l’intera giunta comunale. Ma che c’entra Milano? E’ una città con pregi e difetti. Con un amministrazione comunale con bravi dipendenti e altri scansafatiche. A Milano ci sono tanti cittadini onesti, laboriosi, intelligenti: uomini, donne, bianchi, mulatti, di destra di centro e di sinistra.

A fare schifo più che il Comune di Milano, o Milano, casomai sono certi milanesi. Gli arruffoni, i costruttori, i voltaGabbana, i tangentari: imprenditori disonesti, politici corrotti, professionisti furbetti. I protagonisti di quella “Milano da bere” che è tra le principali cause dei mali profondi di quest’Italia di oggi.

Non so a quale categoria di milanesi appartengano Dolce e Gabbana.

Di certo a fare schifo sono gli evasori fiscali; di Milano, come di qualsiasi altra città.

I soldi non danno la felicità. Questo deve aver pensato Chris Reynolds, un tizio della Pennsylvania che, aprendo il suo estratto conto online qualche giorno fa, ha trovato un accredito di Paypal per 92 milioni di miliardi di dollari. Fanno circa 70 milioni di miliardi di euro, più o meno 50 mila volte il Pil italiano.

L’errore – perché di errore, naturalmente, si trattava – è stato corretto rapidamente da Paypal. E quella cifra, un milione di volte più alta del patrimonio del vero uomo più ricco del mondo, il signor Reynolds l’ha vista sparire così com’era apparsa. Ma non se ne è curato: la prima cosa che ha fatto, dopo, è stata una donazione. Poi ha spiegato che con quei soldi per prima cosa avrebbe ripagato l’intero debito pubblico americano (che è di “appena” 16 mila miliardi di dollari). Ha spiegato che l’idea di avere una fortuna del genere lo ha reso generoso. Sennò che gusto c’è?

Reynolds non si sarebbe comprato immediatamente barche, ville, abiti, auto; acquistato giornali, tv, compagnie telefoniche, partecipazioni azionarie, titoli di Stato. Non ha pensato di fondare un partito politico. No, lui avrebbe dato ad altri. Anzi, ha dato ad altri qualcosa dei suoi pochi soldi.

E’ bello sapere che ci sono uomini e uomini. Che in giro ci sono anche persone che hanno un concetto personale di felicità non ancorato a quello del possesso, della “roba”, dell’ego sfrenato. Che all’ “io” preferiscono il “noi”.

Speriamo che sia una malattia contagiosa.

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Questa storia non è la storia di Letta e Alfano, che – come Renzi sa benissimo – simul stabunt simul cadent. Perché, anche a voler prendere il toro per le corna, è difficile che un governo italiano cada per la moglie di un dissidente kazako a cui, purtroppo (e sottolineo: purtroppo) a nessuno (e sottolineo: nessuno) frega alcunché.

No, questa è un’altra storia. Più lieve e più triste. E’ la storia della campagna abbonamenti di una (ex) gloriosa squadra di calcio che per catturare l’attenzione sforna messaggi pubblicitari poco “politically correct”. Esempi: “Tua moglie è fissata con le corna? Portala a vedere il Toro”. E ancora: “Per i tuoi figli abbiamo una babysitter con le palle” e altro.

Più lieve: perché sono solo spot da stadio. Quisquilie, pinzillacchere mentre l’Italia sta affondando tra “vane intese” e “larghe pretese”; un Paese vecchio come il suo Presidente della Repubblica, come la sua classe dirigente incanutita, incarognita e ignorante. Come la sua pubblica opinione distratta sempre e solo dal proprio “particulare”, l’ombelico più bello del mondo.

Più triste: perché “il grande Torino” è una squadra “speciale”. E’ tradizione, gloria, cuore, sangue: il meglio del calcio italiano, da sempre. Una squadra che tutti quelli che amano il calcio non possono non portare nel cuore. E se anche questa tradizione e gloria affondano, perdendo la capacità di distinguere tra battuta e volgarità, tra comico e ridicolo, tra provocazione e imbecillità, il cuore fa male. E’ il segno di un tempo, di un clima. Di un Paese che sembra moribondo.

Già. A pensarci bene, forse tra il razzismo volgare di Calderoli che si cerca di far passare per battutina, cialtroncella ma innocua, e il claim sessista che si cerca di far passare per provocazione oltre le righe del Toro non c’è differenza. Accade sempre nello stesso Paese, che declina senza freni tra grasse risate e larghe intese.

Perché non riesce a prendere il toro per le corna e svegliarsi dal suo coma (quasi) irreversibile.

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