You are currently browsing the monthly archive for settembre 2010.

La sparata del leader leghista e ministro per le riforme “SPQR sta per: sono porci questi romani” non è l’ennesima folkloristica sbroccata a cui il Senatur e i suoi scudieri ci hanno abituati. Piuttosto, è la risposta perfettamente studiata da un mago del marketing – in questo, addirittura più bravo del suo socio in affari Berlusconi – all’accusa di Montezemolo e della sua associazione ItaliaFutura sulla Lega parolaia e nullafacente, “corresponsabile di 16 anni di non scelte che hanno portato il Paese a impoverirsi”.

Ma Montezemolo ha mostrato semplicemente che il re è nudo. Perché, anche se molti se lo dimenticano, la Lega nord prospera dal 1994. E’ cresciuta elettoralmente ma soprattutto ha occupato tutto quello che era occupabile in termini di posti e poltrone. A casa sua, nella fantomatica Padania, dov’è una consolidata forza di maggioranza. E anche a Roma, dove ridendo e scherzando è in forze da 16 anni, di cui ben 10 al potere, in prevalenza con il centro destra ma non solo.

Già, perché il ribaltone tanto villipeso dalla Lega di oggi è un’invenzione di Umberto Bossi, che abbandonò Berlusconi per D’Alema (via Dini) nel 1995. E a proposito di porci, chiedere al ministro Calderoli, quello che ha inventato la Legge porcata, quella che in due legislature ha prodotto lo sfarinamento di due maggioranze in due anni. Quanto a Roma ladrona, non si scherza nella Torino diventata leghista, dove alla Regione Piemonte è di scena una parentopoli che avrebbe fatto impallidire persino i forchettoni democristiani. Ed Edouard Ballaman, l’ex Presidente del Consiglio regionale del Friuli che usava l’auto blu per portare la moglie al mare, di che partito è?

Nel frattempo, l’Italia ha perso terreno in tutte le classifiche della competitività: bassa crescita, bassa produttività, fisco esoso, Stato elefantiaco, riforme pochissime e malfatte. La coesione sociale che si sfarina, le classi medie che scivolano verso la povertà, il precariato per i giovani del Nord, mentre nel Sud l’irregolarità e il sommerso crescono come e più di prima. Federalismo zero, e quel poco è carta, destinata a sfaldarsi presto: l’autonomia finanziaria delle regioni e degli enti locali, cifre alla mano, è diminuita sensibilmente negli ultimi due anni.

Questi sono i fatti. Mentre a Milano, a Roma e a Napoli ci sono italiani che producono e lavorano sodo, in Parlamento, nelle amministrazioni comunali e regionali, nelle municipalizzate e nelle Fondazioni bancarie restano le parole (e gli insulti) di chi ha fallito. Forse sgrammaticate, in dialetto mantovano o padovano, ma sempre e solo parole. Il re è nudo, caro Bossi. E non basta una stella delle Alpi stampata su un banco, o un latrato che puzza di muffa e di stantio lungo 16 anni più che di razzismo a rimettergli i vestiti. A Roma – città con tanti difetti, tra cui quello di un’inguaribile tolleranza anche per chi le manca ingiustamente di rispetto – direbbero: “Aoh Umbè, sei er mejo fico der bigoncio!”

Pubblicato su Giornalettismo

Annunci

A leggere le bozze che circolano e le dichiarazioni che girano sulla nuova tornata dei decreti di attuazione della legge Calderoli sul federalismo fiscale si resta a dir poco perplessi. E non solo perché l’orizzonte temporale – che all’inizio prevedeva l’attuazione a regime entro 7 anni dalla data di approvazione della legge, e quindi entro il 2016 – viene spostato al 2019. Tre anni in più, per un processo tanto complesso, sono un’inezia. Anche se sono un segno che la materia non è semplice e si preferisce prendere tempo.

Ma il continuo spostare più in là l’orizzonte temporale, letto alla luce dei nuovi testi, ha un significato preciso: il federalismo fiscale, semplicemente, non si farà. Perché, così come esce da questa confusa nuova formulazione, o è inapplicabile o è devastante. Vediamo perché, cercando di non cadere nella trappola delle tecnicalità, che in questa materia rischiano di far perdere la bussola sulla “sostanza”.

La “ricetta” implicita del decreto legislativo è questa: vi diamo la “libertà” di sostituire con aumenti di imposta i trasferimenti che vi verranno meno con il tempo, se non riuscite a ridurre la vostra spesa per il finanziamento delle funzioni assegnate. Assumendo l’idea che le diverse aree del Paese abbiano una ricchezza pro capite – e conseguentemente, una base imponibile – simile e, al contrario, sacche di spreco enormi in alcune regioni rispetto alle altre. Ma in Italia, anche se anni e anni di propaganda stanno inculcando l’idea che le cose stiano così, le cose sono molto diverse.

Le entrate fiscali sono molto sperequate tra Nord e Sud. Ridurre i trasferimenti significherebbe, semplicemente, provocare un aumento oltre i limiti del sostenibile della pressione fiscale sulle regioni del Sud, quelle più povere. Oppure una drastica riduzione della spesa pubblica nelle aree in cui essa è più bassa. Ovvero, di nuovo, le regioni meridionali. Ma no, rassicurano i tecnici: la legge prevede la “perequazione” tra Nord e Sud, in modo da garantire parità di trattamento e prestazioni uguali tra Milano e Palermo.

Ma allora, i trasferimenti statali non sarebbero aboliti. Cambierebbero forma: anziché chiamarsi trasferimenti si chiamerebbero perequazioni. Con la foglia di fico, però, dei costi standard, ovvero – teoricamente – di un ancoraggio alla spesa delle regioni più virtuose. Peccato però che nel decreto sui costi standard, che dovevano essere determinati in base alla Legge, entro il 2011, non vi è nulla di concreto, limitandosi a prevedere la loro determinazione – se tutto va bene – al 2014, quindi dopo l’orizzonte di questa legislatura, ammesso che essa arrivi alla sua scadenza naturale. Il sospetto è che non si abbia neppure l’idea di dove iniziare.

Insomma, viene messo in piedi un complicato meccanismo, che richiederebbe un numero di anni che viene sistematicamente spostato in avanti, o per lasciare sostanzialmente le cose come sono o per sfasciare completamente l’unità nazionale. Un bel capolavoro. Tremonti, che non è scemo, lo ha capito benissimo, e tiene in equilibrio la questione per dare un contentino alle Lega, spostare più in là nel tempo le cose per rassicurare i governatori del Sud (quasi tutti di centrodestra) e reggere sul versante dei conti pubblici.

Ma è chiaro che anche la Lega Nord non è interessata alla vera attuazione del Federalismo fiscale. In fondo, a pensarci bene, se davvero si raggiungesse questo traguardo, la sua stessa ragione di esistere verrebbe meno. Meglio continuare con le chiacchiere, aggiungendo ogni tanto qualche decreto legislativo vuoto di contenuti o inapplicabile. Un distintivo per i gonzi.

Pubblicato su Giornalettismo

Verrebbe voglia di liquidare l’ultima dichiarazione di Sandro Bondi, ministro della cultura, sul suo diritto a dire la sua sulla scelta dei membri della giuria del Festival del Cinema di Venezia perché “ci mette i soldi” come l’ennesima boutade di un uomo mediocre di un governo mediocre in un paese mediocre.

Purtroppo però, in quella dichiarazione c’è molto di più di quel misto di arrogante provincialismo ignorante a cui il berlusconismo ed il leghismo ci hanno abituato. L’idea che “siccome ci metto i soldi” ho il diritto di scegliermi i giurati, ovviamente perché così al concorso si scelgano e si premiano i film, gli attori i registi che piacciono a me è solo una declinazione di quella che è una cifra di questo Paese che con il berlusconismo ed il leghismno è stata esaltata e portata a sistema, a valore.

L’idea che gli italiani sono i migliori, ma il mondo cattivo non li capisce. Un’idea che eccheggia i complotti pluto-massonici di mussoliniana memoria, che penalizzerebbero l’Italia nel calcio, per colpa di arbitri cornuti, nello spettacolo, per colpa di giurati malevolenti, nella politica per colpa di giornalisti stranieri prevenuti, nell’economia per colpa di concorrenti  sleali e truffaldini.

Un’idea che va a braccetto con l’altra: quella che le regole si “aggiustano” per piegarle al volere dei potenti: leggi ad personam,  e guai se qualche giudice – un sostantivo che somiglia tanto a giurato – tocca gli intoccabili “unti dal signore”.

Idee che confondono la meritocrazia con il familismo amorale, la modernità con il feudalesimo medioevale, i “migliori” con i vassalli. E che, tra le altre cose, ci hanno trasformato da culla della cultura a Paese di analfabeti. Un Paese che esportava cinema in tutto il mondo che sembra in grado di produrre solo cinepanettoni. Dove un qualsiasi quaquaraquà può diventare un potente ministro.

Pubblicato su Giornalettismo

L’inizio del nuovo anno scolastico è caratterizzato, come al solito, da roventi polemiche. Il fronte più caldo, manco a dirlo, è quello dei precari. La “riforma” della ministro Maria Stella Gelmini, fatta soprattutto di taglio delle classi e blocco del turn over – non si sostituiscono gli insegnanti di ruolo che vanno in pensione con nuovi insegnanti di ruolo – scatena le polemiche. Le classi dell’anno scolastico 2009/2010 saranno 366.923, quasi quattromila meno dell’anno prima, mentre gli alunni saranno 7.825.276, oltre 20 mila in più. Con un consistente aumento degli alunni per classe e molti casi dove si sforano i 25 alunni per classe, numero massimo consentito da un decreto ministeriale del 482ec7c130a7c zoom Quello che la Gelmini non dice26 agosto 1992.

L’ESERCITO DEI PRECARI – Lasciamo da parte per un momento se questa sia o meno la strada giusta per riformare la scuola, e concentriamoci sul problema dei “precari”. Sono effettivamente moltissimi. Secondo “La scuola statale: sintesi dei dati – Anno scolastico 2009-2010” gli insegnanti a tempo indeterminato nella scuola pubblica sono complessivamente 678.369. Quelli a tempo determinato (annuale o fino al termine delle attività didattiche), sono 116.973, a cui vanno aggiunti anche altri 21.235 e 42.076 impiegati a spezzoni, per un totale di oltre 180 mila “precari”. Che presentano situazioni non del tutto identiche. Quelli con il contratto annuale sono pagati dal 1 settembre al 31 agosto. Gli altri, la stragrande maggioranza degli insegnanti non in ruolo, vengono pagati fino al termine delle attività scolastiche, fino al 30 giugno.

COME SI DIVENTA UN PRECARIO – Ma perché si “diventa” precari? Gente che resta in attesa di un contratto a tempo indeterminato per anni? Le spiegazioni potrebbero essere molte. Una “vocazione” all’insegnamento che ti spinge ad accettare l’umiliazione di non sapere mai se riuscirai ad avere un posto “fisso”. La mancanza di alternative credibili, specie in molte regioni del mezzogiorno, che ti fa dire “meglio questo che niente, e poi se mi sistemo definitivamente, tanto meglio”. Probabile che questa sia una parte della spiegazione. Ma la questione dei precari ovvero la “regolarizzazione” e “stabilizzazione” del corpo docente è una faccenda seria, che ha origini lontane nel tempo e che dipendono soprattutto da tre questioni: il meccanismo con cui si diventa professori di “ruolo”, stabili e a tempo indeterminato; la carenza di risorse finanziarie per la scuola; la selezione “a monte” dei potenziali insegnanti.

UN GIRONE INFERNALE – Per molto tempo i precari sono stati un formidabile “esercito industriale di riserva” per la politica. Una massa di persone potenzialmente ricattabili, perché da “regolarizzare”. Specie in prossimità delle elezioni, fanno comodo. Ma sono stati anche una valvola di sfogo per la disoccupazione intellettuale, soprattutto femminile e soprattutto nel mezzogiorno. Sono stati, soprattutto, un “polmone” di persone in “riserva”: carne da sfruttare per coprire i “buchi” organizzativi del sistema scolastico italiano, buoni per rimandare all’infinito una vera politica del reclutamento e della mobilità del corpo docente. Un sistema in cui forse Quello che la Gelmini non dice alcuni precari hanno anche trovato un “tornaconto”. Ma che ha avuto come vittime prima la stragrande maggioranza degli stessi precari, che sopportavano il girone infernale di supplenze, incarichi, esami di abilitazione con l’obiettivo di arrivare prima o poi alla sospirata “cattedra”. E che ha soprattutto tra le vittime i ragazzi, gli studenti, e la qualità della formazione e dell’istruzione italiana.

MOLTI PROBLEMI, NESSUNA SOLUZIONE – Dietro le proteste degli insegnanti precari ci sono problemi diversi. Il primo è quello dei precari che hanno già fatto l’esame di abilitazione – indispensabile per iscriversi nelle graduatorie per accedere alla cattedra. Abilitazione conseguita o all’interno dei vecchi concorsi oppure tramite le scuole di specializzazione universitarie (Sis). Finalizzate sia alle immissioni in ruolo (il “posto fisso”) oltre che al conferimento di incarichi temporanei annuali. Ovviamente, si entra mano a mano che si creano i fabbisogni. Che sono originati sia dal numero dei posti delle dotazioni organiche, ovvero le cattedre necessarie in base al numero di classi formate, sia dal collocamento a riposo (pensione) dei “vecchi” docenti. Questo tipo di precario è diventato così ampio in primo luogo perché i concorsi per l’abilitazione sono stati programmati non in base agli effettivi fabbisogni futuri del sistema scolastico ma per ragioni di “gestione del consenso”. In secondo luogo, perché i posti di insegnamento sono stati ricoperti da personale di ruolo in misura del tutto insufficiente: si è preferito dare incarichi temporanei, spesso pagati solo per la durata delle attività didattiche, fino a giugno. Per risparmiare. Problema acuito dall’”autonomia scolastica”. Con il risultato che il numero dei precari è cresciuto in modo esponenziale negli ultimi anni, mentre aumentavano contemporaneamente le cattedre scoperte, gli incarichi annuali rinnovati di anno in anno – ma spesso cambiando scuola e classi, creando quindi una discontinuità formativa che è stata scaricata sugli studenti – o peggio con le supplenze. Il blocco dei pensionamenti e il taglio delle classi (quindi delle cattedre) imposto dalla Gelmini è stato la ciliegina sulla torta.

IL SISTEMA DI RECLUTAMENTO – Il secondo problema dei precari riguarda invece coloro che aspirano all’abilitazione, sobbarcandosi supplenze su supplenze in attesa di un concorso che prima o poi arriverà. Già, perché il governo Berlusconi ha nel frattempo anche chiuso le Sis, ufficialmente perché con il blocco delle protesta precariato Quello che la Gelmini non dicegraduatorie era inutile produrre nuovi abilitati creando ulteriori precari. Ma senza fare altro: quindi, quei giovani che hanno conseguito la laurea specialistica o magistrale dopo il settembre 2007 non possono neppure prepararsi a insegnare. Una cosa che aveva senso solo se si fosse affrontata la questione delle nuove modalità di reclutamento. E magari anche la questione del numero chiuso nelle facoltà che “fabbricano” i potenziali insegnanti. Finora però, nulla di tutto questo è stato fatto. E, mentre si parla di un piano per riassorbire 200 mila precari in 6 anni, il progetto per il nuovo reclutamento giace nelle menti della ministro e dei suoi collaboratori. Così come nulla si sa di come gestire la distribuzione dei posti che verranno coperti riassorbendo le graduatorie in essere e quanti ai nuovi abilitati. Finora si faceva fifity-fifty, ora che si farà? Non è un problema da poco, perché impatta sulla questione dell’età media dei docenti, di oggi e del futuro.

COSA SI DOVREBBE FARE – Affrontare in modo improvvisato o ragionieristico la questione dei precari rischia di lasciare sullo sfondo la vera vittima: gli studenti. Esposti a causa di questo meccanismo infernale ad un turnover dei docenti, che così sono poco incentivati ad “investire” nei loro ragazzi. Che fare? La via maestra sarebbe non tanto la semplice regolarizzazione dei precari – che tra l’altro avrebbe il risultato di sbarrare la strada alle nuove leve di potenziali insegnanti che nel frattempo l’Università continua a sfornare – ma un blocco dell’ingresso nelle lauree più direttamente legate alla professione dell’insegnamento, i concorsi per l’abilitazione o Sis a numero chiuso con selezione, in base ad un programma di offerta formativa che tenga conto dei bisogni reali per materia – altro tema non banale, un conto è la matematica un conto l’educazione artistica – e per territorio. Nell’immediato, servirebbe anche l’attivazione di una politica di sostegno ailiceo Quello che la Gelmini non dice processi di apprendimento che si prenda carico delle realtà più sguarnite: gli asili e le scuole materne nel mezzogiorno, gli istituti tecnico professionali dove il tasso di fallimento scolastico è più alto, un sostegno a studenti e famiglie nelle regioni nord-orientali, dove si registrano tassi molto alti di mancato conseguimento dei titoli secondari.

UNA SCUOLA ALLO SBANDO – Intendiamoci: l’accesso al posto fisso per tutti i precari non è un “diritto acquisito”. E anche tra coloro che stanno in questo esercito industriale di riserva non mancheranno di certo coloro che preferiscono insistere – più o meno volontariamente – nella loro condizione “precaria”, sperando di “sistemarsi” prima o poi. Ma il punto è che l’idea che si migliori la qualità della scuola italiana riducendo le ore d’insegnamento, le risorse finanziarie e il numero di docenti è a dir poco bizzarra. Anche perché i risparmi di bilancio, al contrario di quanto promesso a settembre del 2008 dalla ministro Gelmini non sono stati impiegati per i meccanismi premianti per i docenti più meritevoli, né per un piano per l’edilizia scolastica che recuperasse le situazioni di maggior degrado. Insomma, la riforma non ha riformato, ma fatto risparmiare soldi. Mentre nelle classifiche Ocse siamo agli ultimi posti per la spesa per l’istruzione, e in tutti i paesi – anche in quelli dove si fanno manovre restrittive sui conti pubblici, come in Germania – sulla scuola si aumentano le risorse. Mala tempora currunt.

Pubblicato su Giornalettismo

I consumi interni languono in tutto il mondo. In Italia anche di più, e il peggio per molti deve ancora venire. Tutti puntano sull’export per il futuro dell’Italia. Siamo import export Export: dalla Cina mi guardo io, dai politici mi guardi iddioo no il paese del Made in Italy? E i dati del 2010 sembrano positivi, tanto che il viceministro Adolfo d’Urso, commentandoli, ha ribadito che “Il made in Italy è in netta ripresa, con un profilo di crescita nei primi 7 mesi di quest’anno pari al +13,8%. Le esportazioni che restano l’unico traino alla ripresa economica italiana, volano di crescita del nostro prodotto interno lordo“.

L’EXPORT, UNA RISORSA – Ma l’export è davvero il motore per far ripartire l’economia italiana? In teoria sì: per questo la politica si affanna sul tema. Dalle “pacche sulla spalla” di Silvio Berlusconi che sigla accordi commerciali con alcuni paesi “emergenti”, Libia e Russia in testa. Alla Legge Reguzzoni-Versace sulla tutela del Made in Italy, approvata all’unanimità. Non mancano le polemiche: in molti dubitano che gli accordi bilaterali con paesi come Russia e Libia portino davvero, come ha detto il premier, cifre per un punto di Pil. La legge sul Made in Italy ha invece scatenato una guerra – che sarebbe stato meglio evitare – con l’Unione europea, che minaccia sanzioni. E anche nella maggioranza, dove Reguzzoni ha accusato proprio il viceministro Urso di voler insabbiare la legge perché ritarda i decreti di attuazione.

MA L’EXPORT NON VA – Che l’export possa essere il traino per far ripartire l’economia italiana è un po’difficile da credere, lasciando da parte dichiarazioni e polemiche ed analizzando i dati. Nel 2010 le esportazioni sono notevolmente cresciute rispetto all’anno scorso, ma è anche vero che esse avevano registrato nel 2009 un crollo senza precedenti (-21,2%). Ma questo è il meno. Le cose avevano cominciato ad andare male già prima: ad esempio nel 2008, quando il commercio mondiale era cresciuto del 15,3%, il “Made in Italy” era cresciuto di un misero 1,2%. E anche nel 2007, mentre il commercio mondiale cresceva del 16%, l’export italiano aumentava del 9,9%. E’ un fenomeno strutturale, che va avanti da 20 anni. Secondo le statistiche Istat e Ice la quota dell’Italia sulle esportazioni mondiali, calcolata in valore, è scesa dal 5 al 4% tra il 1990 e il 2003, e nel 2009 siamo addirittura caduti al 3,3%. La quota dell’Italia sulle esportazioni dell’Unione europea (a 15 membri) passa dall’11,3% del 1990 al 10% del 2009. Anno in cui il contributo al Pil della domanda estera netta è stato negativo: insomma, gli scambi con l’estero si sono ridotti più del Pil, abbassando ulteriormente il grado di apertura internazionale dell’economia italiana. La propensione a esportare dell’Italia, ovvero il rapporto dell’export sul Pil, è sceso nel 2009 al 24% a prezzi costanti. Dice il rapporto sull’Export dell’Istat pubblicato di recente che “si tratta dei livelli minimi all’interno dell’Unione europea, sensibilmente inferiori anche a quelli di paesi di dimensioni economiche comparabili all’Italia, come la Francia e il Regno Unito.”

TUTTA COLPA DELLA CINA? – Il colpevole di questa made in china Export: dalla Cina mi guardo io, dai politici mi guardi iddiodebacle, secondo il “senso comune” alimentato anche da molti esponenti del governo e della maggioranza, è la Cina, e la sua “concorrenza sleale”. Soprattutto quest’idea ha fatto nascere la legge Reguzzoni-Versace che crea scompiglio nella maggioranza e tra Italia ed Europa. Ma quanto c’è di vero? Negli ultimi anni ha pesato l’esplosione della Cina, la cui quota sul commercio mondiale è passata dal 3,9% del 2000 al 10,2% del 2009. Il Rapporto Ice sul commercio internazionale dice: “La specializzazione dell’Italia in beni tradizionali e produzioni a bassa intensità di capitale è una delle cause della perdita di quote di mercato durante gli ultimi venti anni, il periodo nel quale la Cina ha costantemente accresciuto il proprio peso, quasi in modo esponenziale, fino a diventare, nel 2009, il primo esportatore mondiale davanti alla Germania”. Ma questa è solo una parte della storia. Primo, perché la nostra perdita di quota di mercato tra 2000 e 2009 non è enorme: poco più di mezzo punto percentuale. Poi perché nello stesso periodo, la Germania aumenta la sua quota di penetrazione dall’8,6% al 9,1%, e lo stesso fa l’Olanda. Deve esserci qualcos’altro.

ANALISI PER MERCI E PAESI – Scorrendo le statistiche in effetti i dati dicono che non è solo la Cina la causa dei nostri mali. Prendiamo in rassegna le 5 categorie merceologiche che rappresentano quasi il 60% delle nostre esportazioni, e vediamo che è successo nel periodo 2000-2009.

Prodotti alimentari. Rappresentano circa il 7% delle nostre esportazioni in merci, e siamo tra i primi paesi esportatori al mondo (dopo Germania, Paesi Bassi, Francia e USA). I nostri principali mercati di sbocco sono Germania, made in italy Export: dalla Cina mi guardo io, dai politici mi guardi iddioFrancia, Usa e Gran bretagna. Anche se la nostra quota di mercato cresce lievemente nell’ ultimo decennio, avremmo potuto fare molto meglio. Infatti, la dinamica del nostro export (+54% nel decennio) è inferiore alla crescita del commercio mondiale, che è più che raddoppiato (+113%) nello stesso periodo.

Tessili. Rappresentano circa il 12% delle nostre esportazioni in merci, e siamo il secondo pese esportatore al mondo, dopo la Cina. I nostri principali mercati di sbocco Francia, Germania, Svizzera e Spagna, dopo il crollo della nostra quota di mercato negli USA e nel Regno unito. La nostra quota di mercato scende nell’ultimo decennio di oltre 1 punto percentuale. La dinamica del nostro export è negativa (-16% nel decennio) mentre il commercio mondiale è cresciuto del 54% nello stesso periodo. Qui soffriamo la concorrenza della Cina, ma c’è dell’altro: l’export tedesco (terzo paese esportatore al mondo) nell’ultimo decennio è aumentato.

Metalli. Rappresentano circa l’11% delle nostre esportazioni in merci, e siamo tra i primi paesi esportatori al mondo (dopo Germania, Cina, e USA). I nostri principali mercati di sbocco sono Germania, Francia, Svizzera e Spagna. Anche in questo caso, nonostante la nostra quota di mercato sia cresciuta lievemente nell’ ultimo decennio, avremmo potuto fare meglio: la crescita del nostro export (+49,7% nel decennio) è inferiore alla crescita del commercio mondiale, che è più che raddoppiato (+112%) nello stesso periodo, nonostante il crollo del 2009.

Macchinari. Questo settore, nel quale rientrano beni quali i motori per macchine utensili, pompe e compressori, macchinari per l’industria, rappresenta il più importante settore di export, con circa il 19% del totale. L’Italia è tra i primi paesi esportatori al mondo (dopo Germania, USA, Cina e Giappone. I nostri principali mercati di sbocco sono Germania, Francia, USA e Cina. Anche in questo caso, nonostante la nostra quota di mercato sia cresciuta nell’ ultimo decennio, avremmo potuto fare di più: la crescita del nostro export (+24,5% nel decennio) è inferiore alla crescita del commercio mondiale, che è più che raddoppiato (+52,7%) nello stesso periodo, e questo nonostante il crollo del 2009 sia stato per l’Italia meno grave del commercio mondiale.

Mezzi di trasporto. Un settore in cui sono incluse le auto, gli aerei, le navi, che rappresenta circa il 10% delle nostre esportazioni in merci. Qui seguiamo diversi paesi: Germania, Giappone, USA ma anche Francia e Spagna, ma non c’è concorrenza della Cina. I nostri principali mercati di sbocco sono Germania, Francia, Usa, Gran Bretagna e Polonia. La nostra quota di mercato resta pressoché costante nell’ ultimo decennio. Ma il gap competitivo è evidente: il nostro export nell’ultimo decennio è rimasto costante, mentre il commercio mondiale cresceva, nello stesso periodo, del 55%. E l’Italia nel 2009 è persino calata meno del totale dell’export mondiale. Altro che Pomegliano o Melfi, caro Marchionne!

COMBATTERE LA CONCORRENZA – Questi dati mostranosafmarine2%5B1%5D Export: dalla Cina mi guardo io, dai politici mi guardi iddio che più che perdere quote di mercato nei prodotti in cui siamo forti, non riusciamo a cogliere le opportunità di crescita che si presentano. Uno studio di Giorgia Giovannetti, Marco Sanfilippo e Margherita Velucchi dell’Università di Firenze mostra che la Cina ha effettivamente guadagnato quote rilevanti di export in tutti i mercati e in tutti del manifatturiero, a scapito di molti paesi tra cui l’Italia. Ma “l’effetto competitivo della Cina verso i paesi più avanzati sembra essere ancora relativamente inferiore rispetto a quello su gran parte dei paesi asiatici.” E che “tra i paesi più avanzati, l’Italia, caratterizzata da una specializzazione su beni considerati tradizionali, sembra essere fra quelli più a rischio, specie nei mercati dei paesi ad alto reddito e degli emergenti, e in diversi comparti del manifatturiero”. Ma, conclude lo studio va valutato se “un’attenta politica di upgrading qualitativo delle esportazioni” possa servire ad “evitare che l’Italia perda ulteriori quote sui mercati internazionali e sulle produzioni tradizionali.” La nostra specializzazione è un problema, ma avremmo potuto intervenire. E non solo con leggi di tutela del marchio. Perché, dice il rapporto Istat, “l’effetto negativo della composizione merceologica delle esportazioni è indizio di una bassa elasticità della loro domanda rispetto al reddito, riconducibile tra l’altro alla relativa scarsità di innovazioni di prodotto, in grado di imporsi nei modelli di consumo delle famiglie.” E infatti, al netto degli effetti di composizione della domanda, la quota dell’export italiano “avrebbe avuto nell’ultimo decennio un andamento assai migliore di quello effettivamente registrato”.

DEFICIT DI COMPETITIVITA’ – Ma non è purtroppo solo un problema di specializzazione, su cui comunque qualcosa, nel lungo periodo, si poteva – e si potrebbe ancora – pure fare. Il problema della crisi dell’export italiano 500 0 332371 83358 Export: dalla Cina mi guardo io, dai politici mi guardi iddiorisiede anche nella declinante competitività italiana. Elena Mazzeo e Alessia Proietti nel Rapporto dell’Ice illustrano un’analisi che si chiama constant market share. Viene molto usata nelle analisi del commercio internazionale, perché permette di isolare le determinanti che influenzano la capacità di esportare: il trend del mercato mondiale, la specializzazione settoriale, la specializzazione per paesi ed un effetto residuale che misura, appunto, la “competitività” del sistema. Applicata ai principali paesi europei, mostra che per l’Italia è negativo, ed in misura determinante, proprio l’effetto residuale, ovvero la competitività. Quello che manca all’Italia è una politica per l’internazionalizzazione. Che da noi viene confusa con qualche accordo per organizzare summit spettacolari o per varare leggi demagogiche in difesa del “Made in Italy”.

POLITICA PER L’INTERNAZIONALIZZAZIONE – La difesa del Made in Italy va fatta, ma come si deve. Sul piano della tutela del “marchio”, non dichiarando guerra all’Europa, come ha fatto la Lega nord con la sua difesa della Legge Reguzzoni-Versace. Il Commissario Ue all’Industria Antonio Tajani auspica l’adozione di un marchio europeo, nella scia di un progetto già maturo, cresciuto grazie a un’eurodeputata del Pdl, Lara Comi. Che ha fatto quello che dovrebbero fare i parlamentari europei: si è alleata trasversalmente con esponenti di tutti i gruppi politici e di diversi paesi ed ha proposto un regolamento a tutela del “Made In” Europa, approvato sia dall’Europarlamento che dalla Commissione europea. Un regolamento che rispetta i trattati europei e che per entrare in vigore necessita solo del sì del Consiglio europeo. Ma questa è solo una delle cose da fare. Se per le strade di Pechino spuntano come funghi locali con nomi italiani, tipo “Cappuccino”, e poi si scopre che essi sono spesso di proprietà americana, o tedesca, o cinese, la colpa non è dei mistificatori di etichetta. E’ ist2 5327708 creative meeting Export: dalla Cina mi guardo io, dai politici mi guardi iddiola nostra. Che abbiamo un patrimonio di immagine, di competenze, di capacità imprenditoriali e lo stiamo sprecando. Occupandoci di processi brevi, o – quando proprio va bene – di export, ma con iniziative a volte anche lodevoli ma comunque estemporanee.

UN PROGETTO – PAESE – Come ricordava in un recente intervento Giovanni Ajassa, Responsabile Servizio Studi BNL, “solo attraverso una tensione sistematica verso più qualità e più innovazione si può pensare di riuscire a sostenere uno sviluppo in cui le quantità prodotte e vendute crescono di meno, ma il valore aggiunto unitario si conserva o aumenta. Riscrivendo la frase di Carlo Maria Cipolla, l’ Italia è chiamata oggi a produrre e vendere cose che piacciano al Mondo (e agli italiani) e che il Mondo (e gli italiani) accettino di pagare di più. Viceversa, senza innovazione e qualità il fatto di praticare prezzi più alti rappresenta solo l’ anticamera di un sistematico spiazzamento dell’offerta nazionale sui mercati esteri e di un ulteriore impoverimento del tenore medio di vita dei consumatori interni. La competizione di prezzo che ci viene dalle nuove economie dinamiche del Mondo non osserva pause e non fa sconti.” Parole condivisibili. La sfida di un progetto-paese mirato alla qualità e all’ innovazione è una partita da giocare subito, se si vuole evitare che anche l’Export diventi l’ennesimo rimpianto dello sviluppo economico italiano.

Pubblicato su Giornalettismo

Il presidente della repubblica Napolitano e il leader del Pd Bersani incalzano il premier Berlusconi per l’assenza, da oltre 4 mesi, di un titolare del dicastero che ha la gestione dello sviluppo economico. Si potrebbe aggiungere che in questi mesi si assite ad uno spolpamento delle competenze di questo dicastero, con pezzi che vanno a Fitto, altri a Sacconi, e soprattutto a tremonti e a Letta. Ma il ministro è solo un simbolo. E anche se i simboli hanno la loro importanza – e l’assenza così prolungata del titolare di quella funzione è un simbolo, mentre ci si scanna nella maggioranza per ragioni non proprio di interesse generale – i problemi sono altri.

Il problema è la disoccupazione che cresce, soprattutto tra i giovani, tra 15 e 34 anni. Il problema è un milione di persone in cassa integrazione, finanziata con risorse pubbliche che non sono infinite. Il problema sono le decine di migliaia di piccole imprese che sono saltate e le non poche che stanno cercando di tirare avanti in attesa che passi la tempesta, ma fino a quando? E fosse solo questo. Perché sin qui ragioniamo ancora dell’emergenza, del turare le falle. Dove qualcosa si è fatto, bene o male.

Ma se passiamo alle politiche per lo sviluppo, ad un’idea di futuro per l’industria manifatturiera, per il turismo, per il commercio, insomma per il Paese, c’è uno sconfortante deserto di idee, iniziative, azioni e non da 4 mesi: da anni. Dicevamo, quando il ministero dello Sviluppo era ancora occupato da Claudio Scajola, che mancano politiche per restituire ai giovani, veri esclusi di questo Paese, le opportunità di progettare il futuro, a partire da una scuola ed un’università degna di questo nome – cosa difficile da ottenere tagliando classi e risorse –  e con una riforma del lavoro che elimini la storture di una flessibilità confusa con la precarietà.

Manca una vera politica industriale che – anziché alimentare le rappresentanze di categoria con gli aiuti a pioggia in nome di un corporativismo confuso con la sussidiarietà –   punti su eccellenze e specializzazioni che ancora abbiamo. Creando filiere e relazioni, sviluppando reti tra imprese e centri di ricerca pubblici e privati, superando l’handicap del piccolo, che “non è bello”. Manca una politica per l’internazionalizzazione del sistema Paese che non si fa finanziando gite in Cina di funzionari e politici. Manca una politica che punti sulle energie del futuro, compreso il nucleare “pulito”, su trasporti e logistica degni di un paese moderno. Manca una politica per la concorrenza e per le liberalizzazioni, una riforma della Pubblica amministrazione da non confondere con i tornelli.

Ma niente di tutto questo è scritto nel rilancio dell’azione del governo, pieno di vaghe promesse trite e ritrite, dalle grandi opere al federalismo virtuale. Tranne naturalmente che sulla giustizia, che pure sarebbe una priorità, ma non a colpi di amnistie mascherate o di scudi ad personam. Dobbiamo rassegnarci: lo sviluppo del Paese non interessa. E non sarà la nomina di un ministro, che magari finirà pure per arrivare, a cambiare le cose.

Pubblicato su Giornalettismo

Regala un sorriso

Associazione per la lotta al Neuroblastoma

Scarabocchiamo anche su…

Archivi

Abbiamo vinto il z-blog awards 2007

Un sorriso lungo un anno

In ricordo di Libero 83