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Una mattina polverosa in una strada di qualche parte del mondo. Kayra cammina, in braccio un fagotto che strilla. Sembra una bimba che va a scuola con in braccio il suo bambolotto, invece è una mamma che si reca la lavoro con il suo bimbo in braccio. E anche se ha solo 15 anni è una legittima sposa, perché nel mondo ogni anno 7,3 milioni di ragazzine diventano mamme e quasi tutte sono legittime spose perché ogni anno si celebrano più di 14 milioni di matrimoni di spose bambine.

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La guiderà l’istinto, e sarà forse una buona madre, una moglie felice e una donna che trova la sua strada e, tra mille difficoltà, vive la vita. Ma non sarà la vita che si è scelta, ma quella che le hanno imposto: i genitori, l’ambiente, la povertà, l’ignoranza. E, anche se in altre parti del mondo si cresce più in fretta che in questo Paese di vecchi, sarà sempre una bimba a cui hanno rubato l’infanzia, l’adolescenza. La vita.

Kayra cammina, in braccio il suo bimbo che piange. Il sole scende e domani è un altro giorno

Mentre leggevate questo articolo 27 ragazzine minorenni si sono sposate; 14 di loro sono diventate mamme. Strappate all’infanzia e all’adolescenza nell’indifferenza generale.

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Luigi Einaudi, chi era costui? Se n’è andato proprio un 30 di ottobre di molti anni fa. Ma, come è permesso a pochi, l’economista e politico, che fu governatore di Bankitalia e Presidente della Repubblica, uno dei padri della Repubblica Italiana, può dirci ancora un sacco di cose.

Einaudi

Per chi pensa che la libertà sia solo una parola: “Giustizia non esiste là dove non vi è libertà”. Per chi crede che l’ignoranza sia una virtù, specie se si è un capo: “Conoscere per deliberare”. Per chi preferisce avere un capo-padrone anziché un leader: “La libertà esiste se esistono uomini liberi; muore se gli uomini hanno l’animo di servi”. Per chi dice che i leader non servano: “Dove son troppi a comandare, nasce la confusione”.

Per chi ritiene le larghe intese la risposta ai problemi italiani: “Non le lotte o le discussioni devono impaurire, ma la concordia ignava e l’unanimità dei consensi”. Per chi vuole mettere le briglie alla magistratura: “Quando la politica entra nella giustizia, la giustizia esce dalla finestra”. Per chi ascolta le parole dei politici anziché fare attenzione alle loro azioni: “La maggior parte delle parole comunemente adoperate dagli uomini politici sono sopratutto notabili per la mancanza di contenuto”.

Per chi sostiene che in politica tirare a campare sia meglio che governare: “Nella vita delle nazioni di solito l’errore di non saper cogliere l’attimo fuggente è irreparabile”. Per chi è convinto di avere sempre ragione: “Il solo fondamento della verità è la possibilità di negarla”. Per chi agisce in nome della crescita cementificando il Paese anziché tutelandone il territorio: “La lotta contro la distruzione del suolo italiano sarà dura e lunga, forse secolare. Ma è il massimo compito di oggi, se si vuole salvare il suolo in cui vivono gli italiani”

Parole antiche, eppure modernissime; Einaudi era un liberale, un riformista, non certo un manicheo rivoluzionario. Ma in questo Paese che confonde la moderazione con il berlusconismo e la rivoluzione con il conservatorismo sembra più un marziano che un padre della patria. E le sue parole assomigliano a prediche inutili, come il titolo di un suo libro.

Quanto manca all’Italia, uno come lui, in questo crepuscolo che scende e in questo gelo che sembra non finire.

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Il calcio sarebbe un bel gioco, tutt’al più uno sport spettacolare. Purtroppo spesso non è così, ed è triste. Dai cori stupidi ed odiosi, da qualsiasi parte provengano e contro chiunque siano diretti, alle botte da orbi (tra genitori) alle partite dei loro figli, nulla ci viene ormai risparmiato.

genitori

Neanche leggere di quella coppia di genitori che picchiano un ragazzino reo di non aver passato la palla al loro adorato figliolo durante un torneo estivo, rovinandone la prestazione. Non per fare le anime belle: è ovvio che dietro lo spirito di De Coubertin ci siano anche future carriere, soldi, gloria. Un po’ di sana competizione ci sta. Ma la tristezza resta. E investe il senso di uno dei giochi più importanti che ad un essere umano capita di giocare: Il mestiere di genitore.

Un genitore non deve avere chiaro il senso della vita (che poi un senso non ce l’ha), ma deve averne capito la grande bellezza, quella cosa che fa di ognuno di noi un piccolo grande campione, anche se immerso in una vita da mediano. Una cosa che un grande poeta dei nostri tempi ha spiegato in una sua splendida canzone. Un giocatore non si giudica da come batte un calcio di rigore, né da come gioca una piccola pidocchiosa partita di un piccolo torneo estivo.

Un giocatore lo vedi dal coraggio, dall’altruismo e dalla fantasia. Anche un genitore.

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Il ministro Saccomanni, intervistato in Tv, ha detto che bisogna riportare l’Italia in un sentiero di crescita, perché la crisi globale è finita. Giusto; se si fosse fermato lì, niente da eccepire. Ma poi ha proseguito dicendo che bisogna lavorare per “agganciare la ripresa”. Il solito equivoco: immaginare la ripresa come un autobus da prendere al volo, un qualcosa che passa “dal di fuori”, “estraneo” da noi. Un equivoco visibile anche nelle politiche dei governi di questi anni.

ripresa

La “ripresa” non è una cosa “esterna”. Dipende solo da noi, dalle capacità che sapremo tirare fuori, dalle politiche strutturali che riusciremo a fare, dalle riforme che sapremo attuare oltre che annunciare.

Ministro, scrivetevelo davanti alla scrivania e ripetetevelo ad alta voce, almeno mille volte al giorno, come gli alunni un po’ somarelli di una volta.

La ripresa non va agganciata, va costruita.

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Incredibile: Renato Brunetta ha detto una cosa giusta; è accaduto ieri, quando l’ex fantuttone ha fatto notare che, a una settimana dal “varo” della Legge di stabilità, nessuno ne conosce ancora il testo. Il bello è che nel frattempo si sono già scatenati articoli, interpretazioni, minacce di dimissioni di sottosegretari, minacce di scissioni di partiti di maggioranza, minacce di scioperi generali, e chi più ne ha più ne metta.

Patto-di-stabilità

Viviamo in una realtà così virtuale che bastano gli annunci, le linee guida della Legge di stabilità per scatenare il finimondo, ovviamente virtuale anch’esso: tutta fuffa. Il fatto vero, la mancanza di un testo su cui discutere (lo avranno già scritto o lo stanno scrivendo?), è un dettaglio irrilevante che resta sullo sfondo.

E continueremo così, a litigare sul nulla per giorni, fino a quando il fantasma della Legge di stabilità si materializzerà. E sarà totalmente ignorato, perché nel frattempo avremo già consumato il tempo a parlare di altre realtà virtuali, altri fantasmi da aspettare.

D’altronde, viviamo nel Paese dei sepolcri imbiancati.

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La faccenda dell’eterno ritorno dell’uguale, deve averla pensata uno che conosceva bene la politica italiana. Passano i governi, i ministri, i leader; i mentecatti sostituiscono gli statisti, i tecnici sostituiscono i mentecatti, ma il risultato non cambia. Così, dopo la manovrina travestita da manovrona, è arrivata la solita frase a corredo: la legge di stabilità si può modificare in Parlamento, purché il tutto avvenga “a saldi invariati”.

Prime Minister Designate Enrico Letta Presents New Italian Government

Una sciocchezza, anzi peggio. Sciocchezza, perché significa ammettere che qualsiasi politica economica alternativa a quella proposta va bene; dunque che il Governo non crede alla “sua” manovra. Peggio, perché in questo caso è proprio sbagliato l’impianto, e si vede ad occhio nudo, con buona pace del difensore della cause perse Giorgio Napolitano.

La verità – che tutti quelli che vogliono vedere hanno capito – è che siamo ai saldi di fine stagione: l’agonia infinita di una fase storica caratterizzata da berlusconismo e anti-berlusconismo. Una fase che un Paese “che ha perso la capacità di crescere e di competere”, come ha detto il Governatore di Bankitalia Visco, non riesce a superare.

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Alla Regione Friuli Venezia Giulia c’è un posto libero: quello da direttore generale. Soppresso 5 anni fa dal Presidente Tondo (che si è a sua volta detto pentito di quella cancellazione), ora reintrodotto dalla Presidente Serracchiani, con atto pubblicato nel Bollettino Ufficiale della Regione dell’11 settembre scorso. Affidato temporaneamente per 90 giorni – senza possibilità di proroga – all’attuale segretario generale, il posto è tutt’ora vacante.

Tondo Serracchiani

Non se ne sanno i motivi. Forse, come riporta il Gazzettino, lo stipendio viene ritenuto troppo basso: “solo” 180 mila euro lordi, circa 100 mila netti. Forse più semplicemente non si trova nessuno con il curriculum adeguato e che goda la fiducia della Presidente e della Giunta regionale. Bene, vogliamo nel nostro piccolo dare una mano: se qualcuno è interessato, scrivere alla Regione Friuli.

E in aggiunta, un consiglio anche alla Presidente Serracchiani: se proprio non si trova l’elemento adatto, ci rinunci. Destinando i 180 mila euro a qualcos’altro. In fondo il Friuli è sopravvissuto per 5 anni alla mancanza di un direttore generale.

Potrà provare a sopravvivere senza per altri 5 anni. Sarà dura, ma può farcela.

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Occorre andare avanti a fare le riforme economiche e quelle politiche e istituzionali da tempo riconosciute necessarie, al cui procedere ho legato il mio impegno all’atto della rielezione. Così parlò – parola più parola meno – Napolitano. Impossibile dargli torto; l’Italia ha bisogno di riforme: tante, profonde e strutturali. In economia, lavoro, giustizia, fisco, istruzione, finanza, welfare, istituzionali, legge elettorale. Per l’aumento di competitività e innovazione e per la riduzione di sprechi e burocrazie. E per molto altro.

Napolitano_Presidente

C’è solo un piccolo dettaglio: le riforme di cui parla sono le stesse che egli già chiedeva in un suo libro scritto quand’era Presidente della Camera, anno di grazia 1992. Da allora, poco o nulla è cambiato. Da quando è Presidente della Repubblica, sono 7 anni, le cose non sono migliorate. E da quando è il king maker delle larghe intese – cioè da novembre 2011, due anni esatti – idem: bei discorsi, grandi tecnici che fanno cose da politici scarsini, norme che producono altre norme, riforme di carta. In sintesi, il nulla. O quasi.

Non è disfattismo, né eversione, né mancanza di rispetto. Solo una constatazione: la prima riforma strutturale è che vi togliate di mezzo, tutti. Lasciando il campo a gente nuova, o almeno poco usata. Di destra, di centro, di sinistra, a 5 stelle: decideranno gli elettori.

Continuare a star lì facendo finta di fare è il peggior regalo che possiate fare all’Italia.

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“Voglio trovare un senso a questa vita” canta Vasco Rossi. Ed è forse questo che ogni giorno tutti facciamo, ognuno a suo modo. Non sempre riuscendoci. Sicuramente ci stavano provando i migranti di Lampedusa, ci provano milioni di persone che quotidianamente sopravvivono tra auto, giornali, vicini, colleghi, amici, famiglie e amori un po’ così. Forse ci provano anche i Ministri che preparano la Legge di stabilità.

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Di sicuro ci sta provando Massimo, 40 anni, una vita spericolata a bere del whisky al Roxy Bar. Poi all’improvviso l’incontro. Martina, l’amore, il matrimonio e una bambina di 4 mesi. E la vita beffarda che – a volte capita – gli chiede il conto. Ospedali, esami, la diagnosi. Massimo da un po’ non s’arrabbatta più a inseguire le vicende di questo strano paese alla rovescia, non guarda la partita in Tv. Ha un unico pensiero: vedere sua figlia crescere, il più a lungo possibile.

Per questo è contento dell’assistenza che riceve, in un ospedale discreto, non fenomenale ma che funziona. Sa che altrove sarebbe già un morto che cammina, o forse uno che non può più neppure provare a cercare un senso che non c’é. Sa, perché nella sua vita precedente era un operatore sanitario, che la sanità italiana non è la migliore del mondo ma neppure la peggiore; solo che una lunga striscia di tagli non sempre giustificabili l’ha portata sull’orlo del collasso: anche nella sua regione, dove la sanità ha sempre funzionato.

Per questo, quando ha sentito per l’ennesima volta in tv che per trovare le risorse che mancano il governo del suo Paese taglierà – forse sì, forse no, chissà – i fondi per la sanità ha cominciato a fischiettare.

La canzone di Vasco Rossi; “anche se questa storia un senso non ce l’ha”.

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Tutti quelli che gridano contro l’amnistia e l’indulto forse sono davvero dei furbi in cerca di demagogici consensi. Ma provvedimenti di amnistia ed indulto – al netto del sospetto, comunque legittimo, che di tali provvedimenti possa avvalersi anche Berlusconi – sarebbero una pessima soluzione ad un problema reale, il sovraffollamento delle carceri.

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L’esperienza  anche recente insegna infatti che amnistie ed indulti non risolvono i problemi alla radice del sovraffollamento. Per quelli servono riforme vere: un maggiore utilizzo di pene alternative al carcere, un minor utilizzo della custodia cautelare, una depenalizzazione di alcuni reati – eclatanti esempi, la Giovanardi-Fini e la Bossi-Fini – e un piano carceri. Ma l’esperienza insegna soprattutto che in Italia, spenta l’emergenza – ad esempio, con un provvedimento generalizzato di clemenza – finisce anche qualsiasi spinta alle riforme. E tra qualche anno saremmo daccapo a dodici.

Non mi piacciono i demagoghi, e forse tra coloro che strillano contro amnistia ed indulto ce ne sono. Ma, almeno in questo caso, hanno ragione.

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