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Pare sia in arrivo un’ondata di caldo quasi estivo, con temperature anche oltre i 20 gradi un po’ ovunque. Vedremo. Chissà se verremo sommersi da vagonate di servizi, inchieste e dichiarazioni su quest’anomalia del tempo, o se Alemanno e Gabrielli litigheranno di nuovo in diretta tv.

No, non accadrà. Ad esempio, quasi nessuno s’era accorto che prima dell’ondata di freddo che ha colpito l’Italia un paio di settimane fa causando diversi disagio, l’inverno 2011-2012 era stato uno dei più miti degli ultimi anni.

Deve trattarsi di un’epidemia che ha colpito i mezzi d’informazione, una caricatura del sensazionalismo, un mondo all’incontrario dove fa clamore un freddo un po’ più intenso in inverno (o un caldo un po’più forte d’estate) mentre nessuno se ne importa del contrario.

Il fatto che il caldo a febbraio sia la vera anomalia non sfiora nessuno. Finiremo per stupirci della pioggia in autunno, della neve a febbraio, dell’afa a luglio. Chissà se qualcuno si stupirà, un giorno, della nostra imbecillità.

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La spending review, o la riforma delle procedure di spesa si farà, ma senza fretta. Le liberalizzazioni procederanno, ma gradualmente. Il riordino degli ammortizzatori sociali si farà, ma nel 2017. Il fondo taglia tasse è una priorità, ma non prima del 2013.

Lentamente, inesorabilmente, anche il governo Monti sembra adeguarsi all’andazzo italiano, se non altro perché non può approvarsi le riforme da solo. Intendiamoci, non si può dire che non sia stato fatto niente, anche perché per fare meglio di Berlusconi non bisognava sforzarsi troppo.

Ma – complice forse la fine della luna di miele dei cento giorni – cresce l’impressione di un esecutivo che fa sempre più fatica a trovare la via, scivolando sulla china del compromesso al ribasso, all’insegna del meglio poco che niente.

Sarà anche che l’inverno sta finendo e la primavera s’annuncia, assieme alla voglia di alleggerire il vestiario. E che una mezza riforma è pur meglio di niente.

In fondo è l’Italia. Un Paese senza infamia e senza loden.

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Milan Juve è stata una brutta partita; combattuta, intensa, ma brutta. Arsenal Tottenham è stata una partita combattuta e intensa; e molto bella. Nei fiumi di parole versati prima, durante e dopo la partita – e che si verseranno fino a giugno, visto tutto quello che è capitato – nessuno sembra essersene accorto. Nessuno che dica che Conte ha sbagliato la formazione, o che Allegri abbia sbagliato i cambi. Che si sono viste meno azioni degne di essere ricordate di una partita Scapoli-Ammogliati. Che la montagna di inviati, servizi, telecamere, ha partorito un topolino di cose da ricordare dal punto di vista dello spettacolo calcistico.

No, è molto meglio “consolarsi” con le macroscopiche sviste di Tagliavento e dei suoi guardalinee. Vomitarsi addosso insulti e polemiche su favori arbitrali, come se non si sapesse che le uniche con l’eventuale “diritto” di lamentarsi degli arbitri sarebbero squadre come Lecce, Parma, Cesena, insomma, le “piccole”. Invece tutti lì ad applaudire Galliani che si lamenta delgi arbitri (un po’ come Berlusconi che si lamenta di aver contro le tv) oppure Agnelli che tuona contro il “sistema” (un po’ come Marchionne che accusa gli operai se la Fiat non vende più automobili).

Tra l’altro, parlare di campionato “falsato” per un errore arbitrale, nel paese dove gli scandali che hanno coinvolto più volte squadre di calcio, anche di serie A, comprese le due di ieri sera (negli anni ’80 fu il Milan, con Calciopoli la Juventus) sono stati così tanti da non poter essere ricordati, fa proprio sorridere.

Meno male che anche questa passerà. E che continueremo ad illuderci che il problema del calcio italiano sia un gol non visto, o uno ingiustamente annullato. Un po’ come illudersi che la nostra crisi sia colpa della Merkel, della Cina, degli speculatori. Meglio pensare che un rigore sia negato per chissà quale complotto, non semplicemente perché in Italia anche gli arbitri, come il resto del Paese, sono mediocri.

Per vedere belle partite di calcio, per fortuna, ci sono i campionati stranieri.

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Tra le novità più strombazzate del decreto legge sulle liberalizzazioni, il “cresci Italia”, c’è la Ssrl, Società semplificata a responsabilità limitata. Permette agli under 35 di costituire una società senza adempimenti burocratici, senza notai e versando solo un euro di capitale sociale: basta avere un’idea e subito farla diventare impresa. Viva Monti, bene bravo bis!

Però a un mese dalla emanazione, di Ssrl non se ne vede neppure una. Non ci sono  emuli di Steve Jobs nel nostro Paese? Hanno ragione i ministri del Governo Monti, che descrivono i giovani come eterni bamboccioni, sfigati o mammoni? Forse, come racconta Claudia, che ha scritto una petizione a Napolitano e Monti, la spiegazione è un’altra.

La Ssrl ancora non può esistere. Servirà, dice la Legge, “un apposito decreto ministeriale, da emanare entro sessanta giorni dall’entrata in vigore della legge di conversione del decreto, individuerà uno statuto standard della società, nonché i criteri di accertamento delle qualità soggettive dei soci”. Questo Monti e i suoi ministri non ce l’hanno detto. Distratti?

E non hanno neppure detto che la costituzione della ssrl sarà pure semplificata, ma tutti gli adempimenti fiscali e burocratici previsti per le Srl restano, e sono molti. Dice il sottosegretario Catricalà, portate pazienza, che poi basterà un’ idea e anche i privi di mezzi potranno metterla in pratica. Sicuri? Quale sarà, in Italia, la Banca che presterà i soldi ad una società che può garantire solo con un solo euro di capitale?

Dice Andrea Arrigo Panato, fiscalista di fama e Professore alla Bocconi (come Monti) che ”o riflettiamo su una riforma di snellimento complessiva, all’americana, sennò la Ssrl sembra un pasticcio, una misura spot senza risvolti concreti a livello macro”.

Insomma, campa cavallo che – più che l’Italia – l’erba cresce. E questa Ssrl, più che di Uno-Monti, sembra una trovata di Tre-Monti.

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Giancarlo Caselli è un famoso magistrato italiano, che si è fatto molti nemici famosi. Il primo è il terrorismo. Il secondo è la mafia. Il terzo è lo schieramento politico di centro destra, che nel 2005 s’inventò addirittura una legge per impedirgli di diventare procuratore nazionale antimafia.

Adesso ha un altro nemico: una parte di gruppi anarchici e di No Tav. Perché ha fatto arrestare alcuni componenti del movimento No Tav, accusati di essere responsabili di “singoli episodi di violenza” nel corso delle manifestazioni del 27 giugno e del 3 luglio 2011 in Val di Susa.

Lo contestano, scrivendo sui muri “Boia”, “Torturatore”, “Assassino”. Per esprimere il loro punto di vista – così dicono – gli impediscono di presentare in giro per l’Italia il suo libro “Assalto alla giustizia”. Tra i suoi accusatori, naturalmente, anche il prode Beppe Grillo, che almeno però invita tutti a lasciarlo parlare, bontà sua.

Essere contro la TAV è naturalmente legittimo, forse persino giusto. Così come contestare. Un po’ meno legittimo è commettere reati di violenza, se saranno accertati in un processo. E non lo è sicuramente impedire agli altri di parlare.

Una volta i magistrati voleva azzittirli Berlusconi. Adesso alcuni pezzi del cosiddetto “movimento antagonista”. Un altro segno dei tempi che cambiano.

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“Vorremmo avere un sindacato che lotta anche fortemente per tutelare i propri lavoratori, che non protegge gli assenteisti cronici, i ladri, quelli che non fanno il proprio mestiere”. Emma Marcegaglia, presidente di Confindustria, dixit. Non si può non essere d’accordo.

“Vorremmo avere associazioni dei datori di lavoro che non chiedono gli aiuti di Stato, che non giustificano l’evasione fiscale, che non difendono monopolisti e oligopolisti o quelli che infrangono le norme sulla sicurezza sul lavoro e sul rispetto dell’ambiente”. Questo Emma non l’ha detto. Certo una dimenticanza.

Perché in questo bellissimo paese che è il Bel Paese, è sempre facile guardare la pagliuzza negli occhi altrui e dimenticarsi della trave nei propri.

E se qualcuno obiettasse: quando mai Confindustria ha difeso evasori, monopolisti, imprenditori bravi a scansare i lacci e i lacciuoli della sicurezza si potrebbe rispondere: ma perché, qual è il sindacato che difende i ladri e gli assenteisti o quelli che non fanno il loro dovere?

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L’Ance, l’associazione nazionale dei costruttori edili, lancia le sue grida di dolore sullo stato di crisi drammatica che ha colpito il settore: dall’inizio della crisi, migliaia di aziende hanno chiuso e si sono persi 400 mila posti di lavoro. Colpa, dicono, di una restrizione senza precedenti del credito, dell’acuirsi del ritardo dei pagamenti delle PA e soprattutto della mancanza di politiche per lo sviluppo del settore.

Il Fai e il Wwf pubblicano un dossier che mostra come l’abnorme consumo del suolo causato dalla cementificazione selvaggia, con aumenti spropositati e ingiustificati di strade, case, capannoni rispetto ai livelli di popolazione e attività economica, e come questo fenomeno abbia portato danni incalcolabili allo sviluppo del turismo.

Il mondo è sempre stato complicato e pieno di contraddizioni. Chi se ne intende sa che una riconversione “green” dell’edilizia è possibile – anzi, auspicabile – e in parte potrebbe rispondere ad entrambe le questioni. Però, resta la sensazione di un rebus difficile da risolvere. Forse, inesplicabile.

Governare il mondo, nei prossimi anni, sarà davvero un lavoro complicato.

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Nella faticosa trattativa per la riforma del mercato del lavoro fa il suo ingresso il tema dell’abolizione della cassa integrazione straordinaria da abolire per far posto al sussidio di disoccupazione. I sindacati sono tutti compattamente contrari. Perché?

In fondo, si tratta di sostituire uno strumento che da tempo rappresenta una sorta di sussidio di disoccupazione con un sussidio di disoccupazione tout court. Con la differenza che mentre il sussidio di disoccupazione dovrebbe essere garantito a tutti, la cassa integrazione straordinaria è riservata solo ad alcune categorie di lavoratori e provoca quindi distorisioni tra lavoratori e lavoratori.

Ci sono da discutere i dettagli tecnici, che naturalmente possono essere importanti. Ma la sostanza è questa. E allora, dove sta il problema? Il problema sta tutto nel potere: il potere che il sindacato detiene nei processi di ristrutturazione delle aziende, negli scambi che si svolgono nell’area grigia delle contrattazioni. Legittimo volerlo mantenere. Difficile sostenerlo come una battaglia di “civiltà”.

Forse questa – che è solo un esempio – è una delle ragioni per cui gli iscritti al sindacato con meno di quarant’anni sono rari come la neve in agosto.

Chissà com’è andata a L’Aquila, in questi giorni di neve. Dopo il terremoto, le promesse, le luci della ribalta televisiva, la sfilata dei grandi della terra, i giochi di prestigio. E poi il silenzio assordante. Purtroppo, siamo stati facili profeti. Eccola qui: a tre anni dal sisma, quello che avrebbe dovuto essere il più grande cantiere d’Europa è un sito semi abbandonato, puntellato, transennato e coperto dalla neve.

Molta gente vive ancora nelle C.A.S.E., nei MAP o in albergo, proprio come allora: secondo i dati del Piano per la ricostruzione de L’Aquila, presentato dal Comune solo pochi giorni fa, gli Aquilani alloggiati fuori dalle proprie abitazioni sono ancora 28 mila (prima del terremoto L’Aquila aveva poco più di 72 mila abitanti). E gli abruzzesi ancora fuori dalle loro case in tutta la zona sismica sono 34mila 670.

Il Piano stima che per ricostruire L’Aquila serviranno 5 miliari in tutto, 3 e mezzo per rifare il centro storico, 1 e mezzo per le 49 frazioni. Una cifra che in questi tempi di ristrettezze, di tagli, di sacrifici, dopo le magiche promesse da marinaio di Berlusconi, Bertolaso e Tremonti, fa tremare i polsi. Per fortuna che a Roma c’è il Parlamento; e i partiti, che sgomitano per la candidatura di Roma alle Olimpiadi del 2020 e sbraitano perché il governo dice no, perché abbiamo altri problemi.

A L’Aquila intanto fa freddo, e la neve che fatica a sciogliersi imbianca i ponteggi e le transenne.

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L’emergenza neve sembra finita. L’emergenza gas sembra conclusa. L’emergenza spread è sparita dai giornali. L’emergenza ambientale all’Isola del Giglio in seguito al naufragio della Costa Concordia sembra esaurita. L’emergenza carceri è alle nostre spalle. Dell’emergenza criminalità si son perse le tracce.

Aspettiamo fiduciosi: nuove emergenze arriveranno. L’immancabile caldo estivo e la siccità. Le piogge torrenziali e le alluvioni dell’autunno. L’emergenza occupazione, che di tanto in tanto tornerà. La sicurezza stradale, le tasse troppo alte, la violenza sulle donne, la condizione giovanile un giorno sì e un giorno no.

La colpa non è dei giornali, che devono vendere. Neppure del vizio tipico italiano di vivere alla giornata, né della tendenza dell’uomo moderno ad aggrapparsi alla cronaca per non pensare alla storia. Nemmeno “quello strano godimento a sentirsi inutili” che ci fa aggrappare all’emergenza per dimenticare la noia del faticoso attraversare la grigia quotidianità dell’esistenza.

No, è qualcos’altro. La mancanza di voglia, forse l’incapacità, di progettare il futuro. Di affrontare i problemi, e provare a risolverli. La nostra vera emergenza nazionale.

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