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Il Natale 2009 è alle nostre spalle. La festa più importante, comunque la si pensi, per quest’angolo di mondo, è passata. Ed è difficile scrivere ora qualcosa che non sia già stato detto, pensato, scritto…Si può pensare, come ha fatto Dickens, ai nostri natali: quelli del passato, del presente e del futuro.

E’ ormai banale ripetere che ci sono tanti che l’hanno trascorso in qualche parte sperduta dell’Africa, o dell’Asia con poco da bere e da mangiare. E’ inutile parlare di chi lo ha trascorso appeso a una flebo di chemio in un grande ospedale. A chi può interessare, dopo la grande abbuffata di doni, regali, vivande di questi due giorni?  Per fortuna, come sempre, possiamo fare appello al bellssimo Natale in casa Cupiello di Eduardo de Filippo. Quella casa dove padri e figli, moglie e marito, fratello e sorella non anno più nulla da dirsi, dove tutto è nascosto in una melma di apparenza ed ipocrisia. Dove tutto è inautentico.
Come in un teatro, o se si vuole in un presepe. Un piccolo sogno dove rifugiarsi dalla realtà, anche se solo per poche ore.

A noi piace però pensare ad un mondo dove il sogno non è la fuga da una realtà brutta ed immodificabile, ma la proiezione verso l’utopia, magari irraggiungibile. un progetto per il quale vale comunque la pena di gettare il cuore oltre l’ostacolo. Un sogno in cui non rifugiarsi, ma in cui credere, combattere, anche sporcandosi le mani con quella realtà così inguardabile, fatta di guerre, sangue innocente, indifferenza e ipocrisia.

Un sogno che può diventare progetto. Che deve diventare progetto. Ed è più facile se al nostro fianco camminano amici, persone. Angeli. Non quelli che alcuni sognano volare nel cielo. Quelli che camminano al nostro fianco ogni giorno. Il padre a cui non rivolgiamo mai un sorriso, il figlio che ignoriamo mentre diventa grande, i nostri affetti che quasi dimentichiamo, persi dal nostro correre quotidiano verso un nulla che prima o poi ci raggiugne e ci sotterra per sempre.

Sì, questo sogno è possibile: anche adesso che il natale è passato, anzi soprattutto adesso. Pensare che è il nostro dovere di uomini e di donne che camminano a tentoni su questo mondo far sì che ci sia un giorno in cui sarà davvero Natale in tutte le case Cupiello, per tutti coloro che, in Europa, in Africa, in Asia e ovunque nel mondo, si trovano a passare per un attimo breve come un sorriso, in questo pazzo mondo, pieno di tante meraviglie e di tante cose da cambiare.

Un sorriso per tutti gli angeli che, sporcandosi le mani e camminando controvento, rendono questo cammino più bello da fare.

Buon tutto!

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Sarà certamente vero che dovremmo dire bravo a Mauro Moretti, l’amministratore delegato di Fs per il suo lavoro di ammodernamento delle ferrovie Ma ci sono volte in cui passa la voglia. Questi due giorni di maltempo assomigliano ad una Caporetto delle ferrovie: disagi, cancellazioni, ritardi di ore che non hanno risparmiato nulla: treni a lunga e lunghissima percorrenza, Eurostar, Intercity e treni regionali.

Di fronte a questi disservizi e problemi vari la risposta di Moretti di nota fede francescana, quindi propenso alla sofferenza e alla frugalità, è stata più o meno questa: signori passeggeri, è vero che ci sono stati e ci sono ritardi o disservizi, ma Trenitalia non può farci nulla. Portatevi acqua e panini, qualche maglione in più, perché potrebbe capitare che il treno si fermi per motivi di sicurezza. E non provate a chiedere il rimborso del biglietto per i treni soppressi o in ritardo, perché Trenitalia non ha certo colpa per il maltempo. Casomai chiedeteli alla natura o al padreterno.

Caro Moretti, sul fatto che Trenitalia non abbia colpa del maltempo non ci piove, o se preferisce non ci nevica. La responsabilità di questo, da che mondo è mondo, è del governo ladro. Ma sul resto le consigliamo toni più consoni al suo ruolo ed alle sue responsabilità. Trenitalia dovrebbe avere la capacità, la professionalità e il personale per gestire le emergenze, organizzando piani all’altezza della situazione. E i passeggeri pagano con biglietti, abbonamenti e anche – come contribuenti – con salatissime tasse i costi della gestione del servizio di trasporto ferroviario, anche quella delle emergenze climatiche, soprattutto quando sono previste da giorni e giorni.

C’è un’altra cosa: da noi i ritardi dei treni sono la norma anche nei giorni “normali” e il servizio che viene offerto non è sempre di standard europeo, anzi diciamolo: molto spesso è un po’ micragnosetto. Ed anche l’educazione e l’attenzione al cliente che paga non è proprio di standard europeo: i dirigenti di Eurostar hanno rimborsato e chiesto scusa (150 sterline, un biglietto omaggio e, appunto, scuse con una inchiesta affidata a esperti indipendenti) alle oltre 2000 mila persone rimaste per ore intruppate nel tunnel della Manica sui treni congelati dal maltempo. Questione di stile, appunto.

E a proposito di Europa, un nuovo Regolamento comunitario entrato in vigore il 13 dicembre scorso prevede precisi obblighi di informazione sugli orari previsti di partenza e di arrivo e di assistenza gratuita, che deve avvenire sia in stazione che durante il viaggio, in caso di ritardi superiori ai 60 minuti: con pasti e bevande, albergo e trasporto dalla stazione all’albergo, se necessario, oppure trasporti alternativi, anche in caso di blocco del treno sui binari.

Caro Moretti, lei sarà sotto stress, come ha detto il ministro Matteoli, e va capito. Immaginiamo che non gli abbia fatto piacere neppure la presa di distanza di alcuni suoi vecchi amici, come Pierluigi Bersani, anch’egli Dalemiano. Quindi non pretendiamo troppo. Anche se dovrebbe essere lei a garantire informazione ed assistenza a noi viaggiatori, fornendoci coperte, pasti e alloggio, siamo consapevoli di vivere in Italia, dove una nevicata un po’ più abbondante del solito crea un caos inenarrabile. Facciamo così: noi portiamo l’acqua e i panini. Almeno alle coperte però ci pensi lei.

L’articolo è stato originariamente pubblicato su Giornalettismo

Il vertice Onu di Copenaghen è durato 13 giorni, con la presenza di oltre 100 capi di stato o di governo e 45 mila richieste di accredito, una partecipazione mai vista a queste conferenze. Sono atterrati 140 jet privati  e si sono spostate 1200 limousine di lusso a noleggio al giorno. E’ costato circa 215 milioni di dollari, e durante il suo svolgimento sono stati consumati circa 41 mila di tonnellate di CO2, un ammontare pari all’emissione annuale del Marocco. Questa montagna non è riuscita a partorire neppure un topolino.

Abbandonato subito il vero obiettivo del vertice, la firma di un trattato legalmente vincolante, saltata anche l’ipotesi di un accordo politico magari imperfetto per l’opposizione di alcuni paesi poveri, alla fine è uscito solo un documento minimo, in 12 punti, che riguarda solo Usa, Cina, India, Sudafrica e Brasile a cui si è aggregata l’Europa. Un documento che prevede solo un impegno generico a limitare entro un massimo di due gradi l’aumento delle temperature in questo secolo, ma senza fissare obiettivi e cifre sui tagli alle emissioni di gas serra.

Tutti i protagonisti si affannano a parlare del miglior accordo possibile, un punto fermo dal quale ripartire per impegni vincolanti entro il 2010. Ma sono gli stessi che fino a pochi giorni fa giudicavano riduttiva la “mediazione” del premier danese Rasmussen per un accordo in due tempi: l’intesa politica subito a Copenaghen e l’intesa legalmente vincolante dopo. Il vertice, se non è stato semplicemente un fallimento, è sicuramente stato inutile. Ora bisogna muoversi, ed in fretta. Ma con realismo. Perché nessun pasto è gratis.

Perché è vero che in gioco c’è il futuro del pianeta e quindi dell’umanità. Ma è altrettanto vero che passare dal concetto sacrosanto di “sviluppo sostenibile” alla sua traduzione in un modello economico che garantisca il raggiungimento di tenori di vita decenti nei paese emergenti e – ancora di più – in quelli ancora poveri o poverissimi ma riesca ad avere il consenso politico nei paesi ricchi non è affatto semplice. Ed è questo il nodo da sciogliere, come ha efficacemente detto il primo ministro indiano: “Il clima per i paesi in via di sviluppo è una questione di vita, per quelli industrializzati è una questione di stile di vita”.

Guardiamoci negli occhi: l’obiettivo del contenimento dell’aumento della temperatura a non più di due gradi comporta, secondo la stragrande maggioranza degli scienziati, una riduzione delle emissioni di CO2 del 50% entro il 2050. Questo significa una riduzione molto grande delle emissioni per i paesi “ricchi” e un contenimento anche per i paesi emergenti, Cina in testa. Questi ultimi propogono allora che i paesi ricchi, che hanno cominciato a inquinare molto prima di loro, si  impegnino a tagliare le emissioni di almeno il 25% già al 2020. Una proposta che vede i paesi ricchi, USA in testa, ancora non disponibili. E in più c’è anche la richiesta dei paesi poveri di non pagare il conto di un pasto che non hanno mai assaggiato. Ovvero, massicci trasferimenti per lo sviluppo sostenibile in quei posti dove lo sviluppo non è mai iniziato.

Gli interessi in gioco non sono solo quelli delle multinazionali e delle lobby del carbone, ma anche quelli delle pubbliche opinioni. Alzi la mano chi accetterebbe senza fiatare di tornare ad uno stile di vita da inizio anni ’60. Certo, la situazione è più complessa, perché la green economy è una “riconversione verde”, una scommessa su un modello di sviluppo che non faccia scendere il livello di vita dell’occidente, aumentando quello dei paesi meno ricchi e poveri e riducendo anche l’impronta ambientale dell’umanità. Un’equazione che – forse – la tecnologia potrebbe  affrontare da subito e persino risolvere nel lungo periodo. Ma il tempo stringe, e gli impegni servono adesso. E’ necessario capire ciò che andrebbe fatto e ciò che si è disposti a fare. Qui ed ora. E misurare le conseguenze.

Partendo da un dato di fatto: il tanto sbandierato Protocollo di Kyoto è stato un passo importante sotto il profilo simbolico, ma non è riuscito a promuovere uno sforzo maggiore nella riduzione dei gas a effetto serra, essendo stato sistematicamente violato da moltissimi paesi che pure l’avevano entusiasticamente sottoscritto. Da questo punto di vista, l’accordo impegnativo che a Copenaghen non è arrivato avrebbe seriamente rischiato di essere anch’esso inutile, se i comportamenti concreti di tutti avessero continuato ad infischiarsene.

Ora serve, come si è cercato di spiegare qui, una chiara definizione delle priorità per i tanti sostenitori dello sviluppo sostenibile. Le soluzioni immediate da prendere, dove c’è un consenso diffuso e l’interesse di lobby già agguerrite, come sulle fonti rinnovabili, e quelle su cui lavorare in un’ottica di medio termine, avendo ben chiaro – senza porsi obiettivi irrealistici –  che  se si continua a non fare nulla i tipping points, le soglie di temperatura, presenza di CO2 in atmosfera, scioglimento dei ghiacci, acidità degli oceani che potrebbero innescare cambiamenti repentini e irrimediabili verranno raggiunti prima del previsto.

Serve anche il pragmatismo. Ad esempio quello di chi invita a puntare ad un’intesa su alcune azioni immediate e su pochi principi di massima, oltre a fissare una tabella di marcia in vista di un accordo generale nel 2015.  Fissare l’obiettivo globale sulle emissioni per il 2050, installare rapidamente un sistema satellitare capace di misurare le emissioni a livello di singolo paese, implementare dei meccanismi che incorporino un costo del “diritto ad inquinare” coerente con la minimizzazione dei costi di abbattimento, ovviamente tenendo conto che alcuni paesi vanno aiutati ed altri hanno i mezzi per cavarsela da soli. Non è una soluzione perfetta, ma è un inizio. Bisogna ripartire in fretta. Senza vertici che servono solo per i mass media, ma dandosi una mossa. Il futuro non aspetta.

L’articolo è stato originariamente pubblicato su Giornalettismo

Il 20 dicembre 2006 verso le 23, Piergiorgio Welby ha salutato parenti ed amici, ha chiesto di ascoltare musica di Bob Dylan e poi, secondo la sua volontà, è stato sedato e gli è stato staccato il respiratore. Poco prima di mezzanotte è spirato. Aiutato a morire dal dottor Mario Riccio, anestesista, alla presenza della moglie Mina, della sorella Carla, e di alcuni esponenti dell’Associazione Luca Coscioni. Attorno a lui, e poi in occasione del caso di Eluana Englaro, si è scatenata una guerra santa, uno scontro ideologico senza esclusione di colpi tra i difensori della “vita” senza se e senza ma, e i sostenitori della morte “dignitosa”. Gli uni contro gli altri, brandendo come spade le proprie convinzioni, spesso uscendo dal seminato, tutti dimenticando subito quel corpo senza forze pieno di dolore e sofferenza.

Un dibattito rumoroso e rancoroso che ignora il tribunale di Roma che ha respinto pochi giorni prima della morte di Welby la richiesta di porre fine all’accanimento terapeutico, ma chiarendo che “esiste il diritto di chiedere l’interruzione della respirazione assistita, previa somministrazione della sedazione terminale”, un diritto purtroppo “non concretamente tutelato dall’ordinamento vigente”. Un tribunale che poi assolverà il dottor Mario Riccio, perché l’articolo 51 del Codice penale prevede “la non punibilità per il medico che adempie al dovere di dare seguito alle richieste del malato, compresa quella di rifiutare le terapie, considerando quindi l’assistenza alla nutrizione, idratazione e respirazione vere e proprie cure che il malato può rifiutare, e non ordinarie azioni di sostentamento che invece il malato non ha il diritto di rifiutare”.

Immediatamente rimosso che quel 20 dicembre 2006 il cardinale Javier Lozano Barragán, presidente del Pontificio Consiglio per gli operatori sanitari ha detto: “I medici dicano se la macchina che aiuta a respirare Welby è inutile o sproporzionata e se non fa altro che prolungare l’agonia di una imminente morte”, in coerenza con il catechismo della Chiesa cattolica, che ammette la rinuncia all’accanimento terapeutico. Un catechismo dimenticato dalla stessa Chiesa, assieme alla “pietà” e alla compassione”, che nega alla moglie di Piergiorgio i funerali religiosi perché “a differenza dai casi di suicidio nei quali si presume la mancanza delle condizioni di piena avvertenza e deliberato consenso, era nota in quanto ripetutamente e pubblicamente affermata la volontà del Dott. Welby di porre fine alla propria vita”.

E’ banale, ma occorre ripeterlo, proprio mentre tornano ad agitarsi i fantasmi della guerra santa sulla legge sul testamento biologico: su questi temi non si tratta di fare lotte ideologiche. Ognuno ha il suo vissuto, le sue sensibilità e convinzioni. Non si chiede di imporre qualcosa a qualcuno, ma esattamente il contrario: rispettare la libertà di scelta di ognuno su quest’argomento. E’ un problema di rispetto dei cittadini, cattolici e non, e della loro capacità di giudicare cosa sia per loro il bene o il male. Come ha detto Alessandro D’Amato, un vecchio proverbio yiddish ci ricorda che Dio non ha mai ordinato a nessuno di essere stupido”.

Piergiorgio Welby ha scritto, in una lettera indirizzata al Presidente Napolitano: “La morte non può essere dignitosa. Dignitosa, ovvero decorosa, dovrebbe essere la vita, soprattutto quando si va affievolendo a causa della vecchiaia o delle malattie incurabili e inguaribili. Definire la morte per eutanasia dignitosa è un modo di negare la tragicità del morire. L’eutanasia non è morte dignitosa, ma morte opportuna, nelle parole dell’uomo di fede Jacques Pohier.”

Ecco il punto: lasciare che ognuno scelga cosa è opportuno per sé stesso. Qual’è il suo bene o il suo male, la soglia oltre la quale la propria vita non è più dignitosa, non è più vita ma diventa qualcos’altro. Ed è con questa convinzione, e con la certezza che tutti gli uomini di buona volontà, credenti, atei o agnostici, religiosi o laici debbano lottare per una vita dignitosa per tutti e per la libertà di “fare ciò che si vuole senza danneggiare gli altri” che tutti noi, piccoli punti sperduti che calpestano questo piccolo angolo di universo, dobbiamo proseguire il nostro cammino a tentoni in questo mondo complicato. Ti sia lieve la terra, Piergiorgio.

L’articolo è stato originariamente pubblicato su Giornalettismo


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Massimo D’Alema, uno dei massimi esponenti del più grande partito di opposizione in Italia, e uno dei politici considerati più intelligenti ed accorti, ha detto, a proposito di possibili accordi tra Pd e PdL in materia di giustizia, che servirebbero a dare una specie di salvacondotto giudiziario al Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, che «Certi "inciuci" farebbero bene al paese», citando ad esempio l’art.7 della Costituzione, quello sul concordato Stato e Chiesa. E’ lo stesso D’Alema che, quando il governo faceva finta di candidarlo a Ministro degli esteri della Ue, diceva "Grato al governo per l’appoggio ma con il premier non farò inciuci".

E’ incredibile, ma D’Alema è riuscito a far fare bella figura anche ad un poveretto (politicamente parlando) come Antonio Di Pietro, che ha fatto notare cheMettere sullo stesso piano l’accordo Stato-Chiesa e il salvacondotto giudiziario che Berlusconi pretende per i suoi reati è un’offesa alla storia repubblicana, un oltraggio alla Costituzione e un peccato per i credenti”

Nel caso non avessimo capito bene, o ci fosse qualcuno che ha dei dubbi residui, Nicola Latorre, che di D’Alema è uno dei più fidati luogotenenti, ha dichiarato che è molto contrario alla «delegittimazione giudiziaria del premier: avendo vinto Berlusconi le elezioni, deve governare questo paese fino a fine legislatura».

Nicola  Latorre, è colui che spiegava a Antonio Tajani di Forza Italia come rispondere alle accuse di Antonio Di Pietro in un famoso fuorionda. Tutto si tiene, ed infatti. La Torre è riuscito in un’impresa addirittura più difficile di quella di D’Alema: far fare bella figura a Walter Veltroni, che ha commentato così la dichiarazione di Nicola la Torre: “Mi sorprende che un dirigente del nostro partito dica che Berlusconi deve assolutamente arrivare alla fine della legislatura. Purtroppo se ne vedono di tutti i colori”

Il povero Bersani dovrà spiegare a qualcuno che è giusto che il Pd non faccia solo l’opposizione, ma lavori per costruire l’Alternativa. Al momento sembrano molto più alternativi Fini e Casini di certa gente che è dirigente del Pd. Ed è tutto dire. Se per costruire l’alternativa si opera come sembrano voler fare D’Alema, Latorre e qualche altro geniale esponente del Pd, abbiamo il fondato sospetto che sarà sempre l’originale Silvio Berlusconi, e non la sua copia malriuscita, a trionfare. Magari ci sbagliamo.

Buon tutto!

A L’Aquila, di cui abbiamo parlato proprio l’altro ieri, è accaduto un fatto del tutto incredibile in questa stagione: è arrivata la neve. L’imprevedibile  evento ha provocato disagi alla popolazione perché – secondo il Tg regionale della Rai – in tutto il comune de L’Aquila sono rimasti solo due mezzi per fronteggiare l’emergenza neve, perché gli altri sono stati  distrutti dal terribile terremoto del 6 aprile.

A risolvere l’emergenza ci hanno pensato, con mezzi più “artigianali” (pale e palette) i volontari coordinati dalla protezione civile della Val d’Aosta, che ha attuato il previsto “Piano neve”. Il Tg 5 ne ha dato notizia, con dovizia di particolari, lodando la grande efficienza della gestione dell’emergenza neve a L’Aquila, nonostante la penuria di mezzi.

Il Tg 5 è davvero un mezzo d’informazione fuori dal comune. Ad un semplice giornalettista, o anche ad un qualsiasi frequentatore di internet, uno dei tanti che frequentano i gruppi presenti in rete, poteva anche venire in mente che a L’Aquila – che pare non si trovi vicino ai tropici – se un terremoto arriva in primavera e distrugge tutti i mezzi rompighiaccio e spalaneve c’è tutto il tempo per prevedere durante l’estate, di ricomprarli.

Invece, al Tg5 devono aver pensato che a fare certi pensieri sono capaci tutti. Molto più efficiente fare come ha fatto la protezione civile: lasciar passare l’estate, poi l’autunno senza fare nulla e poi, quando finalmente arriva l’inverno, tutti al lavoro con le pale e le palette!

Non c’è nulla da fare: la professionalità del Tg5 è inarrivabile. Il povero Minzolini s’impegna, ma per raggiungerli ne ha di strada da fare.

L’articolo è stato orginariamente pubblicato su Giornalettismo

Dopo la consegna delle prime casette prefabbricate, sul sisma è scesa una cappa di silenzio, squarciata solo dalla recente conferenza stampa di Bertolaso che ammette “qualche ritardo”. Siamo andati a vedere che succede

Sembrano lontani i tempi in cui non c’era giorno che i media non riportavano il grande miracolo della ricostruzione in 100 giorni. Anche il G8, con i grandi della terra a commuoversi in mezzo alle macerie e Berlusconi a fare il gran ciambellano, è uno sbiadito ricordo. Da terremoto_abruzzo1quando il Presidente del Consiglio ha consegnato “chiavi in mano” le prime C.A.S.E. (che poi erano Moduli abitativi in legno donati dalla Provincia di Trento, ma questo è un dettaglio) dall’Abruzzo arrivano solo voci ovattate e lontane. Cosa c’è dietro questo silenzio?

IN GIRO PER L’AQUILA – Girando per L’Aquila si vedono tante facce. Tutte diverse, ma con una caratteristica comune:  occhi spenti, stanchi e rassegnati. Anche nei ragazzi di trent’anni. Ormai fa freddo, ogni tanto ci sono fiocchi di neve trasportati dal vento. Le tende non si vedono in giro. Le C.A.S.E. arrivano con il contagocce, ma arrivano. Hanno riaperto le scuole, anzi i MUSP, Moduli ad Uso Scolastico provvisori. C’è pure qualche scuola “vera”, come la Media Teofilo Patini, zona di Pettino, proprio sulla faglia, circondata dal silenzio delle case disabitate. È stata recuperata ed è stata dipinta di un colore squillante. Ma chi va in questi MUSP, o nelle scuole rimaste in piedi, deve spesso fare una “gita” di decine di chilometri, se è tra i tanti – molti – che vive ancora negli alberghi sulla costa. Ma basta essere sistemato in paesi limitrofi: d’inverno anche 20 km diventano proibitivi, specie quando si tratta di bambini o studenti. Se si entra nel Centro storico, si può andare solo in Piazza Duomo, che è ancora in parte transennata. Ma più in là, sui cumuli di macerie  lasciati dalla  maledetta notte di 8 mesi fa in cui L’Aquila sprofondò, sta nascendo l’erba. E in tutto il centro storico hanno riaperto un bar, una cantina ed un ottico.

MA A L’AQUILA NON SUCCEDE NULLA? – Il freddo acuisce il silenzio. Solo il vento urla a L’Aquila. Eppure, nel silenzio assordante, qualcuno sta provando a far sentire la voce de L’Aquila ferita. Si è mossa la rete, a partire dal blog di miskappa. Tempo fa alcuni hanno scritto anche al presidente Napolitano: “la verità è che restiamo senza case”. Ma se è così perché le istituzioni locali non parlano? Il 9 dicembre Massimo Cialente, sindaco de L’Aquila ha tenuto il Consiglio comunale in Piazza palazzo, in piena zona rossa, di fronte al palazzo della sede inagibile del Comune, per “mostrare all’Italia e al mondo qual è la vera condizione dell’Aquila”. Peccato che i media ufficiali sono distratti da altro, o se parlano di L’Aquila raccontano una relatà “virtuale”. Tvblog.it ci mostra quello che è accaduto quel giorno, ma la stragrande maggioranza degli italiani si ciba solo dell’informazione ufficiale, quella di Minzolini & C.  Come ha scrittoIo mi metto nei panni di un ragazzo di Palermo o di una casalinga di Trieste. Cosa penseranno dopo aver visto questo video? Forse penseranno che a L’Aquila è tutto a posto. Tutti hanno una casa, tutti hanno un lavoro ed il centro è stato riaperto.” Per capire come stanno davvero le cose guardiamo i dati ufficiali: quelli della Protezione civile, quindi del governo. un aquilano nauseato da un servizio del Tg5: “

I DATI DELLA PROTEZIONE CIVILE – Secondo i dati riepilogativi della Protezione civile, i cittadini Aquilani residenti nelle zone con case non abitabili sono 32.433. Il piano della Protezione civile prevede di sistemarne 22.598 nelle C.A.S.E. o nei Map, 1.105 in affitto, 8.532 in “autonoma sistemazione”. Al 10 dicembre 2009, secondo la protezione civile nelle C. A.S.E. risiedono al momento solo 7.922 persone, mentre nei nei Map sono 882. Sempre secondo la protezione civile, la popolazione assistita, quella cioè che continua a risiedere in alberghi o case private è di 19.587 persone: 10.739 in alberghi, 7.298 in case private, 1.550 in caserma. C’è un piccolo mistero in questi dati: se si sommano le persone assistite o quelle in sistemazione provvisoria, sia arriva a 28.391 persone. Ma se i cittadini Aquilani con la casa distrutta sono 32.433, dove stanno gli altri 4 mila? Spariti? Non è che, come ci ha raccontato un sacerdote che è stato a L’Aquila Terremoto_abruzzo2per 3 mesi, c’ é ancora tanta gente che sta in tenda, anche se ufficialmente tutti i centri sono stati chiusi? Gente che forse non aveva diritto per l’accesso alle abitazioni temporanee  (perché anche quelle non sono per tutti) e non ha voluto o potuto accettare di essere sbattuta sugli alberghi delle coste, magari a 70-90 km o più da casa?

IL MEZZO FALLIMENTO DELL’EMERGENZA – Tralasciando questo non piccolo particolare, i dati della Protezione civile dicono anche altro. Dicono che la fase dell’emergenza non è quel grande successo che è stato descritto dai media “ufficiali”. Anche ammettendo che (quasi) nessuno stia più nelle tende, molti – dati alla mano – continuano a non avere neppure la casa “provvisoria”. Sono quelle 19.587 persone che vivono in albergo o in caserma. D’altronde è stato proprio Guido Bertolaso ad ammettere che ci sono ritardi, sia per i senza tetto del Comune de L’Aquila che per quelli limitrofi. La scelta di passare immediatamente alle casette prefabbricate o in legno, si chiamino C.A.S.E. o Map, saltando la fase container aveva un grave inconveniente, come Giornalettismo ha denunciato solo pochi giorni dopo il sisma: se non si fa in tempo – come sta effettivamente accadendo – poi si deve far alloggiare la gente in posti molto più costosi ad esempio, la sistemazione in albergo.  Un costo economico per il contribuente italiano (questa è la più costosa emergenza che si ricordi da quando esiste la protezione civile), sia per le famiglie senza casa, costrette ad un pendolarismo lungo ed assurdo e ad uno sradicamento sociale grave e che può avere conseguenze anche di lungo periodo.

L’INESISTENZA DELLA RICOSTRUZIONE – La scelta di moduli provvisori meno “d’effetto” e più concreti, come i container,  utilizzati in ricostruzioni di successo come quella del Friuli prima e dell’Umbria poi, forse sarebbe stata migliore: per il contribuente italiano e per le famiglie terremoto_abruzzo3abruzzesi. Ma c’è un’altra cosa che ci mostrano i dati, ed è confermata dall’erbetta che cresce sulle macerie de L’Aquila: la ricostruzione, è una perfetta sconosciuta. Non è neppure iniziata: sempre prendendo i dati forniti dalla Protezione Civile, sono state fatte 78.28975.949 per edifici privati, di cui il 48,6% è agibile in zona “A” (danni lievisismi) , il 14,2% è classificato nelle zone “B” o “C” (danni medi), mentre il 25,1% è di tipo “E”, cioè è quello assolutamente non agibile. Al 3 novembre 2009, sono state accettate dal Comune dell’Aquila appena 1.400 domande di contributo per riparazioni per immobili di tipo A, per una spesa prevista di 11,2 milioni di euro, 3.900 domande per edifici di tipo B, 528 per edifici di tipo C e di solo 8 domande per edifici di tipo E, quelli totalmente inagibili. Quindi, dopo 8 mesi dal terremoto, la ricostruzione non è neppure iniziata. verifiche di agibilità dall’8 aprile al 3 novembre 2009.

POVERO ABRUZZOMolte della ragioni per cui sta avvenendo questo fenomeno le abbiamo già spiegate mesi fa, commentando quello che abbiamo chiamato il decreto abracadabra. Che ora trovano conferma, anche da sito della protezione civile. Vediamo un’interessante spunto sull’effettiva possibilità di rivedere quei cumuli di macerie coperti dall’erbetta tornare ad essere case. Prendiamo questa domanda, tra le cosiddette FAQ sulla ricostruzione.

Sono proprietario di un immobile in un edificio inagibile con esito “E”. Come posso tutelarmi nel caso in cui uno dei comproprietari si rifiuti di svolgere i lavori, mettendo in pericolo anche gli altri condomini?

Se il ripristino dell’agibilità di un edificio dipende da interventi riguardanti singole unità immobiliari, e se il mancato intervento comporta un pericolo per l’incolumità pubblica e privata, l’amministratore – o il comproprietario o il sindaco – deve invitare il proprietario/condomino a provvedere. Nel caso in cui quest’ultimo si rifiuti di eseguire i lavori, il sindaco può agire in sua sostituzione facendosi carico delle spese sostenute.

Se non fosse chiaro: quando un palazzo è andato distrutto, e – come capita spesso in questi casi – uno dei condomini non ha i soldi per rimettere in piedi il suo appartamento o comunque non intende farlo  (perché quella era la sua seconda o terza casa e quindi il contributo dello Stato non sarà integrale ma coprirà al massimo l’80% delle spese), ad esso può eventualmente sostituirsi il sindaco de L’Aquila, terremoto_abruzzo4mettendoci soldi suoi. La domanda è: ma quali soldi, santiiddio?

LA TRISTE E SCOMODA VERITA’ – Il terremoto d’Abruzzo per qualcuno non è stato una tragedia, ma un gran bello show. Adesso che non serve più, che per i media è un emergenza risolta, viene il momento della verità. Una verità che era sotto gli occhi di tutti sin dalla presentazione del Decreto abracadabra, e che tutti hanno voluto far finta di non vedere. E che si continua a nascondere: la ricostruzione della città distrutta il 6 aprile non ci sarà. Perché è stata “fatta” con il Progetto C.A.S.E. (Complessi Antisismici Sostenibili Ecocompatibili). Un acronimo che già tradiva le vere intenzioni del governo: fu proprio Berlusconi, poche ore dopo il sisma, a parlare di new town. New town né provvisorie né definitive, ma “durevoli”, concepite poche ore dopo il terremoto, quando nessuno sapeva l’entità del danno. Ed ecco che nell’immaginario collettivo degli italiani  i C.A.S.E. diventano quasi subito le case. E, come è scritto qui, “Anche se non piacerà vivere nelle new town, la gente ci resterà. Prima o poi gli verrà proposto un baratto. Ti prendi questa casa e rinunci a quella di prima. (…) Nel frattempo, il centro storico resterà abbandonato. Nemmeno puntellato. Gli edifici saranno sottoposti ad una specie di selezione naturale, anche oltre la scossa demolitrice. Sopravvivranno i migliori. (…) L’Aquila bella si ripopolerà per enclaves determinate dagli interventi di chi potrà e dalle logiche speculative”. E intanto sull”Abruzzo soffia un vento gelido. Su L’Aquila cade la neve. Povero Abruzzo, povera L’Aquila.

Ha collaborato Marisa D’Alfonso

Quest’articolo è stato originariamente pubblicato su Giornalettismo

Il ministro delle infrastrutture Altero Matteoli ha proposto di aumentare i limiti di velocità nelle autostrade dagli attuali 130 a 150 km all’ora, nei tratti autostradali a tre corsie e dove c’è il tutor. Una proposta che ha suscitato molte polemiche ed accuse. In questo modo aumenterebbe il consumo di carburante, che peserebbe sulla bolletta petrolifera e che causerebbe quindi l’aumento delle emissioni di CO2 e quindi dell’inquinamento.

Ma Altero Matteoli non è uno sprovveduto. E’ uno che sa il fatto suo. Uno che ha studiato, come ricordano i suoi vecchi compagni della scuola elementare. Così, durante la trasmissione radiofonica Radio Anch’io, rispondendo ad un ascoltatore che sosteneva che “con i limiti a 150 km/h si consuma e si inquina di più”, il ministro ha spiegato che le cose non stanno così: “Sì è vero quando le auto vanno più forte consumano di più, ma impiegano anche  meno tempo e quindi  stanno anche meno in strada: c’è un vantaggio anche per l’inquinamento“.

La teoria del ministro sembra perfetta. Il consumo di carburante quindi dipenderebbe dal tempo di percorrenza: se si va a 100 all’ora, per fare 100 km ci vuole un’ora. Se si va a 150 km all’ora, bastano 40 minuti. Meno tempo sulla strada, meno consumo di carburante. Eppure, se si sfoglia una qualsiasi rivista di automobili dal barbiere o dal dentista, sembrerebbe che per fare 100 km se si va a 100 all’ora il consumo di carburante è di 5 litri , se si va a 130 si consumano 8 litri per 100 km. Se si va a 150 ci vorrebbero 10 litri per 100 km. Secondo queste riviste, il consumo di carburante dipenderebbe dalla velocità di percorrenza.

Chissà chi ha ragione. Alcuni compagni di scuola delle elementari ricordano che il ministro Matteoli, quando la maestra gli chiedeva se pesa più un chilo di paglia o un chilo di piombo, rispondeva prontamente: “Ma è ovvio: un chilo di piombo!” E poi piangeva e si lamentava per il 4 che si ritrovava in pagella, frutto dell’ostilità della maestra (sospetta comunista) per il piccolo Altero.

E’ proprio vero: le riviste di automobili sono tutte in mano ai comunisti. Come le maestre delle elementari.

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L’Ocse ha pubblicato il suo studio annuale Health at a Glance 2009. Da questo studio risulta che la spesa sanitaria pro-capite dell’Italia è sotto la media dei paesi più industrializzati: nel 2007 è stata pari a 2.868 dollari contro la media Ocse di 2.984. Risulta anche che l’incidenza della spesa sanitaria rispetto al Pil è sotto la media: 8,7% del Pil in Italia, contro l’8,9% in media. Rispetto ai 30 paesi dell’Ocse il belpaese è al 19 esimo posto per la spesa per abitante e al 16esimo sull’incidenza delle spese della sanità rispetto al Pil.

Ieri questa notizia è stata data come se si trattasse dello scoop del secolo. Sulle pagine di Giornalettismo però sono mesi e mesi che lo diciamo: a parte qualche situazione di dissesto regionale la spesa sanitaria è sostanzialmente sotto controllo, e ridurre le risorse complessive significa solo dare un calcio alla salute. Sono mesi che ripetiamo che è assurda la strategia perseguita dal governo di centrodestra  di tagliare le risorse per il Sistema Sanitario nazionale, e a cui il ministro Tremonti ha messo fine solo pochi giorni fa, con la firma del nuovo Patto per la salute.

Sapete su cosa si basavano le nostre riflessioni? Incredibile ma vero: sulle statistiche dell’Ocse! Infatti sono anni che l’organizzazione parigina pubblica questi studi, che danno sempre lo stesso risultato: la sanità italiana fornisce risposte in termini di prestazioni erogate in linea e talvolta al di sopra della media dei 30 paesi più “ricchi”, e costa molto meno di tanti altri paesi (USA in primis, che sono il paese più “spendaccione”).

Ora, siccome è presumibile che tutti i politici, economisti ed i giornalisti sappiano almeno  leggere e scrivere, ci viene un dubbio: forse sulla sanità in Italia è in corso da anni una guerra che – in nome dell’efficientismo e della lotta agli sprechi – vuole soltanto distruggere la sanità pubblica, a danno di molti ed a vantaggio di pochi.

Forse in nome di questa guerra si è fatta una tale propaganda che, facendo parlare di un inesistente livello eccessivo di spesa sanitaria, ha cercato di non far riflettere sul vero grande problema della sanità italiana: la diversa capacità dei vari sistemi regionali di rispondere ai bisogni dei cittadini: il fatto che il diritto alla salute non sia uguale tra Palermo e Milano, tra Genova e Bari o, anche, tra Roma e Viterbo.

Forse l’informazione dovrebbe provare a fare il suo mestiere. E forse dovrebbe provarci pure la politica. Forse.

Buon tutto!

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Lo Stato ha assestato due duri colpi contro Cosa nostra. Gianni Nicchi detto tiramisù, superlatitante di 28 anni, è stato arrestato ieri pomeriggio a Palermo. Dopo la recente cattura di Domenico Raccuglia era considerato il “numero due” di cosa nostra per la Sicilia occidentale. A Milano è stato invece catturato Gaetano Fidanzati, 75 anni, storico trafficante di droga, ricercato dal dicembre scorso, quando i carabinieri di Palermo avevano scoperto che, dopo essere uscito di prigione, era tornato a ricoprire il suo ruolo di capo della potente famiglia dell’Acquasanta.

Silvio Berlusconi ha commentato le due notizie dicendo che “queste due brillantissime operazioni sono una risposta anche a tutte le calunnie fatte a me e al governo da persone irresponsabili che con il loro agire non fanno che gettare fango sulla nostra immagine internazionale”. Il ministro dell’Interno Roberto Maroni ha commentato gli arresti dicendo che fanno “giustizia delle farneticazioni sentite in questi giorni”.

Il nostro premier e gli uomini del suo governo devono avere davvero poca dimestichezza con la separazione dei ruoli e delle responsabilità dei diversi poteri ed organi dello Stato. Perché non è il governo che ha il compito di fare le indagini e gli arresti. Il governo deve mettere a disposizione di polizia e magistratura inquirente uomini, mezzi e soldi per farli lavorare al meglio. Le indagini, l’accertamento dei fatti e i riscontri, l’arresto dei responsabili, spettano a poliziotti e magistrati. Ed è a loro che va il merito di quegli arresti: ai poliziotti ed ai magistrati di Milano e di Palermo.

Il merito è di quei poliziotti che il ministro Brunetta ha definito “panzoni”, a cui il governo Berlusconi ha tagliato i fondi, circa tre miliardi di euro in tre anni, spingendoli ad una clamorosa protesta, appena pochi settimane fa. Quei poliziotti ai quali mancano auto e benzina, a cui è stata imposta la riduzione di oltre 40mila operatori in servizio e la “sottrazione del 44% delle risorse alle attività operative e organizzative”. Quei poliziotti a cui il governo ha deciso “di rinviare di tre anni il rinnovo del contratto collettivo di lavoro”.

Il merito è di quei magistrati che – se indagano “uomini eccellenti”, politici e amministratori – sono accusati di essere politicizzati, “toghe rosse”, di complottare per “sovvertire i governi democraticamente eletti”. Magistrati che poco più di un anno fa Silvio Berlusconi definì “metastasi della democrazia”. Quei magistrati che denunciano carenze di personale, organici scoperti in ogni settore dell’amministrazione e il blocco dei concorsi già indetti. Magistrati a cui il governo ha ridotto di circa un quarto gli stanziamenti per pagare bollette, cancelleria, fotocopiatrici e computer, persino per trascrivere i processi.

E’ noioso dover puntualizzare l’ovvio. Ma in questo paese, dove  mistificazione e propaganda sono così alte, a volte è necessario. Speriamo che sia ancora utile.

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