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Paralare di Calderoli è sempre un piacere; oggi più del solito. Dopo la “legge porcata” e il “federalismo di cartapesta”, ha deciso di aggiungere una perla al suo invidiabile cursus honorum definendo la ministro Kyenge un orango. Per poi iniziare, nel più perfetto stile del ventennio berlusconleghista, a minimizzare. “Una battuta”, “uno scherzo”, e via cialtronando.

No, adesso basta: o Calderoli si dimette subito senza se e senza ma, o Pd-Sel-Mov5stelle devono cacciarlo loro dalla vicepresidenza del Senato. Come? E’ semplice: basta uscire in massa dall’aula ogni volta che lui presiede la seduta.

Contro l’imbecillità o contro il razzismo, tolleranza zero. Tra l’altro, a Calderoli e ai suoi amici leghisti dovrebbe piacere.

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Giorgos Katidis, ventenne centrocampista dell’AEK Atene, ha festeggiato il gol della vittoria con un inequivocabile saluto nazista. E’ stato radiato a vita dalla nazionale, probabilmente verrà anche cacciato dal suo club. Lui si è difeso dicendo “Non sono un fascista e non l’avrei fatto se avessi saputo che cosa significava”. Il suo allenatore Edwald Lienen ha aggiunto: “Sono al 100 per cento sicuro che Giorgos non sapeva quello che faceva”.

Katidis e Lienen forse se ne rendono conto, ma la scusa è quasi peggio del gesto. Perché se si trattasse di una pietosa bugia per mascherare un orientamento politico spregevole farebbe ridere, se invece fosse la verità farebbe piangere. No, non è proprio ammissibile non sapere cose significhi il nazismo: neppure il peggiore degli ignoranti e degli imbecilli può permetterselo.

E’ arrivato il momento, per tutti noi uomini e donne di buona volontà e di tanta, troppa pazienza, di dire basta. Girano troppi imbecilli, anche tra quelli che “contano” nell’opinione pubblica, che seminano bugie, odio e razzismo senza essere zittiti e puniti come meritano: nello sport, nei media, in politica.

E’ arrivato il tempo della tolleranza zero. Contro l’imbecillità.

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E’ un pomeriggio caldo di aprile a Memphis, nel Tennessee. Al Lorraine Motel un uomo di colore s’affaccia dal balcone della sua camera. Guarda verso il cielo, pensando ai tanti anni passati nei Motel, correndo dietro a un sogno.

Il sogno di un giorno in cui “tutti gli uomini, i negri tanto quanto i bianchi, avrebbero goduto dei principi inalienabili della vita, della libertà e del perseguimento della felicità”. L’uomo, che si chiama Martin Luther King, sorride, pensando a Coretta che adesso è a casa. Gli sembra di vederla, salutarlo quando esce di casa, preoccupata ma con gli occhi felici e il sorriso di quand’era ragazza.

Ripensa a quei giorni ad Albany, a Birmingham, a Selma. E’ stanco quest’uomo, ma non può fermarsi. Perché quel sogno non è ancora realtà, e lui ha imparato che per avere ciò che ti spetta devi saper lottare, con la pazienza del tuo cuore ed il coraggio delle tue idee. Anche quando il sangue macchia l’asfalto, e quel sangue è rosso per i bianchi come per i neri.

Ripensa alle tante notti passate in galera, solo perché non voleva che nel paese in cui “Tutti gli uomini sono stati creati uguali” ci fossero ancora fontanelle a parte per i negri, o posti separati nell’autobus. Pensa a suo padre, ai suoi figli, a questo mondo da cambiare.

E’ stanco, ma non può fermarsi. E’ ora di andare. C’è un’altra marcia da preparare, altre lotte da fare. E allora Martin lancia un ultimo sguardo verso il cielo dal balcone della stanza 306 del Lorraine Motel. Ma lampi illuminano le finestre di fronte, e Martin affonda in un buio freddo.Non si sa ancora bene chi sia stato. Ma di sicuro si sa il perché.

Martin riverso sul balcone della stanza 306 del Lorraine Motel. Passa il vento e passa il tempo. Martin Luther King ora sorride, guardando un uomo dalla pelle scura seduto sulla poltrona nella stanza ovale nella Casa Bianca di Washington.

“Noi sfidiamo la vostra capacità di farci soffrire con la nostra capacità di sopportare le sofferenze. Metteteci in prigione, e noi vi ameremo ancora. Lanciate bombe sulle nostre case e minacciate i nostri figli, e noi vi ameremo ancora. E un giorno noi conquisteremo la libertà, ma non solo per noi stessi: faremo talmente appello alla vostra coscienza e al vostro cuore che alla fine conquisteremo anche voi, e la nostra vittoria sarà piena.”

Riferiscono le cronache che Andrea Mandorlini, allenatore del Verona, al termine della partita contro la Nocerina – che la sua squadra ha perduto 3 a 1 – se l’è presa con il pubblico campano dicendo “Tanto tornate in serie C, questi…”. Certo, un professionista non dovrebbe mai lasciarsi andare, ma poveretto, bisogna pur capirlo: era stato bersagliato dai tifosi per tutta la partita.

Ma come mai i tifosi della Nocerina ce l’hanno tanto con il povero Mandorlini? Colpa di un malinteso: all’inizio del campionato, nel corso della presentazione della squadra aveva cantato il coro “Ti amo terrone”, che spesso accompagna gli ultras della sua squadra. Mandorlini aveva provato a spiegare che era solo goliardia. Ma, si sa, la gente è cattiva. Mandorlini, poveretto, ci sarà rimasto male.

Sarà per questo che prima della partita (sono sempre le cronache a riferirlo), quando un ragazzino gli ha portato una maglietta con scritto “Benvenuti al Sud”, lui l’ha rifiutata dicendo: “Valla a portare a quelli della Curva”. Ma non bisogna criticarlo: era di certo un’altra goliardata delle sue. E poi, via: non è Mandorlini ad essere razzista, ma sono i meridionali ad essere del Sud.

Comunque anche la Federcalcio potrebbe fare una goliardata; tipo obbligare Mandorlini a fare l’allenatore a Mazara del Vallo. E se rifiuta, squalificarlo per due o tre anni. Sarebbe un bello scherzetto. Chissà come riderebbe l’allenatore del Verona.

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Ci sono storie che sembrano inventate. Come questa. Il 24 marzo 1944, il giorno dopo l’attacco contro l’11a compagnia del III battaglione dell’SS Polizei Regiment Bozen in via Rasella a Roma, dove restano uccisi 31 militari tedeschi e 2 civili (altri 10 soldati moriranno nei giorni successivi), per ordine di Adolf Hitler viene decisa una rappresaglia di 10 italiani per ogni tedesco ucciso.

Ci sono storie che sembrano incubi. Come questa storia di belve con sembianza umana, che parlano tedesco e dicono: “Punizioni esemplari”. La Convenzione di Ginevra del 1929 fa esplicito divieto per gli atti di rappresaglia nei confronti dei prigionieri di guerra. Ma al comando tedesco non importa. Ci si aggrappa ai codici di diritto bellico nazionali che consentirebbero la rappresaglia. Ma si violano anche quelli: non si aspettano le 24 ore di rito perché i responsabili si consegnino, non si indaga su eventuali responsabilità, non si risparmiano civili innocenti, non si fanno avvisi alla popolazione. Ci vuole una punizione esemplare, una rappresaglia.

Ci sono incubi che sono storia. Una punizione esemplare, una parola che mette i brividi, una regressione per la bestia umana che anima il nazismo già agonizzante. Hitler vorrebbe far saltare in aria un intero quartiere di Roma  con tutti quelli che lo abitano, e per ogni poliziotto tedesco ucciso vorrebbe far fucilare da 30 a 40 italiani. Himmler dà ordine di cominciare ad organizzare la deportazione di tutta la popolazione maschile dei quartieri più pericolosi, famiglie comprese rastrellando le persone dai 18 ai 45 anni e solo motivi logisitici. Alla fine la decisione: 10 italiani per ogni soldato. Se sono partigiani prigionieri bene, sennò pazienza. Ebrei, comunisti, detenuti comuni, gente rastrellata per caso, testimoni scomodi. L’importante è che la belva umana sia sazia.

Ci sono incubi che durano da 66 anni. Herbert Kappler, ufficiale delle SS e comandante della polizia tedesca a Roma, già responsabile del rastrellamento del Ghetto di Roma e delle torture contro i partigiani nel carcere di via Tasso, comanda le operazioni, coadiuvato dal capitano Priebke. Un plotone di soldati tedeschi blocca l’accesso alla cava di arenaria, 4 camion portano 335 persone all’incrocio di via Fosse Ardeatine e via delle sette chiese. Arrivano 5 auto piene di SS armati di tutto punto. Scendono lentamente, molti di loro sono stati torturati. Le SS li spingono dentro la cava, cominciano le esecuzioni. I soldati lanciano bombe a mano nella cava, e si infierisce senza pietà anche sui corpi senza vita. Poi due serie di mine servono a nascondere o almeno a rendere più difficoltosa la scoperta di quest’eccidio. Anche le belva provano vergogna.

Ci sono storie che fanno orrore. Finita l’esecuzione, i tedeschi affiggono pure nelle vie di Roma un manifesto in cui il comando tedesco promette che se vengono consegnati gli attentatori non ci sarà nessuna rappresaglia. Per coprire le loro colpe. Ma anche la terra ha orrore, si ribella: i corpi senza vita emanano un odore così forte che i tedeschi sono costretti a tornare, il 25 marzo, per far saltare ancora la cava. E la voce si sparge sulle strade di Roma. In molti sanno cosa c’è lì sotto, alle Fosse Ardeatine. In molti fingeranno di non saperlo.

Ci sono storie che sembrano un sogno, un incubo, un orrore che non riesce a spegnersi dopo 66 anni. Ma è storia, sono accadute, proprio qui davanti ai noi. Ci sono 335 persone innocenti massacrate per vendetta, in mezzo all’assurda guerra dove milioni di uomini finirono in un camino solo perché ebrei. Storie di cui si è persa la memoria, che si preferisce non raccontare, perché ormai è passato. Storie di un passato che bisogna lasciarsi alle spalle.

E’ vero che tanto tempo è passato. E’ vero che altri incubi disumani compiuti da tanti compongono quest’assurda storia dell’uomo che si fa belva, parlando tedesco, italiano, russo, turco, inglese, serbo, arabo, israeliano e chissà quale altra lingua di questo mondo. Sarà. Ma anche per questo io resto qui, davanti a questa strada, e mi sembra di vederli tutti lì, i martiri delle Fosse Ardeatine.  Antonio, Umberto, Aldo, Ilario, Cesare, Ugo, Giacomo, Enrico, Carlo  e tanti altri. Muti davanti a noi. Il vento continua a soffiare su questa storia.

24 marzo 1944 – 24 marzo 2011. Per non dimenticare

L’articolo è stato originariamente pubblicato su Giornalettismo  e anche su lo Scarabocchio di Comicomix

E’ alto il sole nel cielo di Sharpeville. Zulu, 8 anni, cammina in mezzo a una folla immensa. Di solito a quest’ora gioca nel prato pieno di fuori della sua casa di periferia, ma oggi mamma e papà l’hanno portato lì, assieme a migliaia di persone. Vanno verso le stazioni di polizia con il cuore in gola. Gli uomini e le donne cantano, saltando da un piede all’altro, fino a toccarsi il mento con le ginocchia.

Danzano il “toi toi”. Protestano contro una legge, la “legge del lasciapassare”. Zolu ha capito che significa che lui e quelli come lui, con la pelle color cioccolato, non possono andare in certi posti della città senza uno speciale permesso. Zolu non capisce. Se alza gli occhi vede gli uccelli, dal passero all’usignolo, volare dove vogliono. Nessuno dice loro “qui non puoi stare”.

Ma ora in cielo volano solo aerei che rombano minacciosi proprio sopra le loro teste. La folla s’accalca davanti alla stazione di polizia, è già passato mezzogiorno. D’improvviso, i poliziotti cominciano a sparare. In molti s’accalcano, altri gridano. La polizia spara a casaccio, Zulu ha paura, vede un bambino coprirsi la testa con un lenzuolo e poi cadere in una pozza di sangue. A decine cadono, come fiori di campo uccisi dalla primavera. Poi un colpo più forte, un dolor bruciante nel petto. Zulu affonda in un buio freddo, mentre sente in lontananza sua madre urlare il suo nome. Poi intorno è solo silenzio.

Il 21 marzo 1967 a Sharperville la folla che protesta per l’odiosa legge razziale del “lasciapassare” viene presa a fucilate dalla polizia. Saranno 69 i morti e più di 200 i feriti del massacro, che suscitò orrore in tutto il mondo, diventando un punto di svolta nella storia sudafricana. Il 21 marzo del 2005, l’Onu ha dichiarato questa giornata la giornata mondiale contro il razzismo.

Ed è bene non dimenticarselo.

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Marco Coledan, ciclista del team Bottoli Trevigiani Dynamon, ex pistard azzurro, mentre percorreva una tappa del giro ciclistico della regione di Rio de Janeiro ha chiesto un cambio al suo collega Renato Santos. Al rifiuto di quest’ultimo, s’è arrabbiato. Sono volate parole grosse. Capita, durante una corsa.

Se non che le parole che Coledan ha rivolto al suo collega brasiliano sono state: “Negro schifoso”. E il nostro ciclista è stato espulso. Secondo il quotidiano “Folha de sao Paulo” il direttore sportivo del team, Mirko Rossato, avrebbe  difeso il suo ciclista dicendo che “Questo tipo di insulto in Italia non è considerato razzista”.

Ora, se le cose sono andate come scrive il quotidiano carioca, delle due l’una: o Mirko Rossato ha torto, e allora la sua giustificazione è molto più grave dell’ insulto pronunciato del suo ciclista; oppure ha ragione, e allora non c’è da stupirsi se l’Italia gode di una pessima reputazione, in Brasile e non solo.

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No alle coppie che chiedono uno o più bambini in adozione indicando, però, di non essere disponibili a ricevere bimbi di pelle nera o di etnia non europea. Della vicenda parla La Stampa dando notizia dell’orientamento espresso dal sostituto pg Aurelio Goliadalla della procura della Suprema Corte di Cassazione, sollecitata da un esposto dell’associazione Amici dei bambini. Il caso nasce da un pronunciamento del tribunale dei minorenni di Catania, dell’istanza di una coppia che si era dichiarata disponibile “all’accoglienza fino a due bambini, di età p002 1 00 Un figlio negro non lo voglio nonon superiore ai 5 anni senza distinzione di sesso e religione” ma “non disponibile ad accogliere bambini di pelle scura o diversa da quella tipica europea o in condizione di ritardo evolutivo”. Il tribunale di Catania aveva quindi dichiarato i coniugi “idonei all’adozione sino a due minori di nazionalità straniera che presentino le caratteristiche risultanti dalla motivazione”. Insomma, quei due genitori erano idonei, purché i figli non fossero “negri” o “musi gialli”.

Il Corriere della Sera riporta le dichiarazioni di Marco Griffini, presidente dell’associazione che ha presentato l’esposto chiedendo la corretta interpretazione dell’articolo 30, comma 2, della legge n. 184 del 1983 che regola le adozioni. Per Griffini il decreto emesso dal tribunale contiene “una palese discriminazione su base razziale nei confronti di minori di colore e di etnia straniera a quelle presenti in Europa”. Dice La Repubblica che secondo la procura, oltre a violare la nostra Costituzione – che tutela il principio di eguaglianza tra le persone – le adozioni internazionali che escludono i bambini di colore violano anche numerosi trattati internazionali ai quali l’Italia ha aderito. Tra questi, la Convenzione dell’Aja del 1993 sull’adozione dei minori, la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, la Convenzione internazionale dell’Onu del 1965 sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione razziale.

Non vogliamo criminalizzare nessuno, né fare paragoni esagerati. Ma ci permettiamo, di dire che la richiesta della coppia di Catania dimostra che questi due signori sono palesemente non idonei a fare i genitori. In base ovviamente ad un principio giuridico, che è quello a cui si è richiamata la procura della Corte di Cassazione. Ma soprattutto in base ad un principio forse più banale, ma che è quello dell’umanità. Perché un figlio, come sanno bene tutti i genitori di questo mondo, non si sceglie. Ed è spesso profondamente diverso da quei bambolotti e bambolotte bionde, belle, buone, sempre sorridenti che si vedono nelle pubblicità delle merendine e dei pannolini. I figli fanno la cacca addosso, piangono, danno problemi a scuola, a volte purtroppo si ammalano, fanno a botte con i compagni o rispondono male agli insegnanti. E tantissime altre cose che, proprio questo, li rendono meravigliosi.

Ora, si attende il pronunciamento della Corte di Cassazione a sezioni unite. Che però non potranno annullare la “patente” di idoneità data alla coppia di Catania. Potranno solo ammonire tutti i tribunali di merito a non accogliere più, d’ora in avanti, richieste di adozioni subordinate ad indicazioni razziali. Senza offesa, questa storia fa venire in mente Joseph Mengele e i suoi esperimenti per colorare di blu gli occhi dei bambini ebrei. Ed è la dimostrazione di una scarsa conoscenza giuridica, oltre che di scarsa umanità. Il fatto che un tribunale dei minori abbia detto sì ad una coppia che ha fatto una richiesta del genere, anziché prenderla – come sarebbe stato doveroso – a calci nel culo, la dice lunga sullo stato della giustizia in Italia. Sarebbe bello sentire battere un colpo dal ministro della Giustizia e dal Consiglio Superiore della Magistratura, se hanno poteri per intervenire. E sarebbe bello sentire anche una voce dalla Chiesa di Roma, sempre pronta ad intervenire su vicende – l’aborto – che riguardano bambini ancora non nati: da accogliere sempre, per il Vaticano, senza se e senza ma.

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Vatti a fidare dei bambini. Quando tra di voi parlate di politica, di economia, di democrazia, e uno di loro si avvicina per intervenire, scommetto che li scacciate infastiditi o, con un lieve sorriso di commiserazione, dite loro “Vai a giocare, sono cose da grandi”. Poi, un maestro elementare, Giuseppe Caliceti di Reggio Emilia pubblica un’antologia di pensieri raccolti in vent’anni di insegnamento in un libro "Italiani, per esempio" (dal 10 febbraio per Feltrinelli) nel quale sono pubblicate le frasi dei bambini. Ci sono anche molti bambini “stranieri”.

 

Vera, 9 anni, Albania dice che gli italiani sono bassi, simpatici, allegri, sempre alla moda. Gli italiani assomigliano agli albanesi” Difficile darle torto, anche se “Certe volte degli italiani, non dico tutti, sono un pochino arroganti. Cioè si sentono superiori, vogliono avere sempre ragione, si sentono i padroni del mondo solo perché i loro parenti sono italiani” come dice Dinkar, 11 anni, dello Sri Lanka. Chissà se è così difficile da capire quello che dice Omar, 9 anni, dal Marocco “Noi siamo tutti uguali e diversi, dipende solo dove sei nato e dove vai a abitare!" O come dice Kumari, 9 anni, Pakistano: “Ci sono dei ragazzi italiani amici di mio padre che dicono: "Se ci sono troppi stranieri come te, questo non è più il nostro paese". Per me invece il paese è sempre uguale, perché i posti sono fermi, i paesi sono fermi”. Già. I posti sono fermi.

Bisognerebbe spiegarlo a tanti, che potrebbero rispondere a Vera, 11 anni albanese, che scrive “Io ho fatto l’asilo qui, la scuola qui. Io vorrei chiedere al maestro due cose. La prima cosa è questa: io sono italiana o albanese o tutti e due? La seconda: ma io sono immigrata o no?” Potrebbero rispondere, quelli che parlano0 di italiani e stranieri, anche a Zahira, 11 anni, Tunisia, che dice “Io ho i miei genitori che sono nati in Tunisia e io sono nata però in Italia, allora quale è la mia patria? Sempre l’Italia oppure è la Tunisia anche per me? Oppure tutte e due? Oppure nessuna patria?”. Perché la patria è un concetto strano. Anche se alcuni ce l’hanno chiaro. Damian, 10 anni, dalla Romania, dice che “Certe volte io non capisco bene quella gente che dice tu sei albanese, tu sei indiano, tu sei italiano, tu sei rumeno. Cosa vuol dire? Io adesso sono qui, in Italia”.

 

Damian deve essere uno molto saggio. Perché ha detto anche un’altra cosa. “Secondo me i bambini, se non sapevano che erano nati tutti in paesi diversi, era più facile andare d’accordo. Anche da grandi

Forse con un po’ di pazienza potranno capirlo anche quei nostri connazionali che accecati da paure ancestrali, odio insensato, o altri sentimenti non facili da capire per menti semplici come la mia, abboccano all’amo di cattivi maestri che, seduti sullo scranno di ministro o parlamentare o sindaco, aprono bocca e gli danno fiato. Fateli stare zitti, e ascoltate i bambini. Sanno spiegarsi benissimo. Molto meglio di tanti grandi.

 

Buon tutto!

Il caffè è un piacere, si nun è bbono che piacere è?”. Un efficace slogan pubblicitario, ma anche una grande verità: niente è meglio di una tazzina del liquido nero. L’espresso al bar, poi, è una delizia. Per il quale vale la pena, come diceva un’altra pubblicità, “fare due passi in più”.

Adesso poi se ne fa un grande uso anche in paradiso, purché sia, naturalmente, “qualità rossa”. Eppure, in un bar di Via di Tor Cervara, periferia est di Roma, a due passi dal raccordo anulare e nei pressi dell’ufficio immigrazione della questura di Roma e del quartier generale della Guardia di Finanza c’è un bar in cui il caffè costa 75 centesimi, come da tabella esposta dietro la cassa. Ma se il caffè lo prende uno dei nomadi che risiedono nel campo Rom che si trova lì vicino, il costo raddoppia. Anzi, di più: per loro, solo per loro, il caffè costa due euro.

La nomade, che come spiega il Corriere della Sera, lavora come operatrice di una cooperativa per la scolarizzazione dei bambini rom, per gustarsi il piacere di un caffè bbono deve pagare più del doppio di quello che lo pagherebbe uno di noi. Pare che in alcune occasioni sia stato esplicitamente detto ai rom che il caffè per loro costa di più così almeno capiscono che se ne devono andare. Pare anche che, nonostante alcune segnalazioni fatte alle forze dell’ordine, non ci sia modo di fermare quello che, da qualsiasi lato lo si guardi, sembra tanto un odioso episodio di razzismo. Odioso, si: più del solito: perché almeno in altre situazioni ci si rifiuta semplicemente di somministrare la merce. Qui invece, la si vende a un prezzo maggiorato. E nessuno fa niente.

Non so se ci sia qualcosa che possa impedire questa vergogna. Di sicuro, se passo da quelle parti, mi terrò la voglia di caffè. Tanto, come dice un altro slogan, mi rende nervoso. Mai come questa stupidità che galleggia nel mio Paese, però.

Buon tutto!

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