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Ci siamo: habemus manovra. In un momento drammatico per l’euro, per l’Europa, mentre in tutto il mondo il macigno dei debiti sovrani sconvolge le borse e preoccupa i governi, anche l’Italia che meglio di tutti avrebbe – secondo il governo – previsto, affrontato e superato la crisi paga dazio. Non è il momento di fare i distinguo e i bastian contrari: quando la casa brucia, ed è la nostra casa, si deve pensare solo al bene del Paese, anche se chi ora chiede questo sforzo si è ben guardato di farlo, vedi manovra 1997 per l’entrata nell’Euro e quella 2007 per il risanamento di conti. Quindi siamo tutti per il rigore, per spegnere l’incendio, lasciando da parte rancori e recriminazioni.

Però, qualcosa la si può dire. La prima: non cadiamo nell’errore – che alcuni stanno facendo – di scegliere tra un Berlusconi “poliziotto buono” che non vuole  gravare troppo sui cittadini e un Tremonti “poliziotto cattivo” che ha vestito – meglio tardi che mai – i panni del rigorista. Lo sfacelo dei conti pubblici italiani era già scritto nel primo Dpef di questo governo e nei successivi documenti di finanza pubblica, fino all’ultima Ruef di aprile 2010. Lo abbiamo sottolineato decine di volte. Era chiaro sin d’allora che sarebbero serviti tra 2010 e 2012 20-30 miliardi di euro.

La scusa della Grecia o dell’Europa è una presa per i fondelli: la colpa dello sfascio dei conti pubblici è di Berlusconi, e Tremonti, del loro governo che ha lasciato aumentare la spesa corrente, nonostante il calo dei tassi d’interesse, che non ha varato una sola riforma strutturale, che non ha inciso nei meccanismi di spreco se non con le dichiarazioni roboanti. Un esempio: la famosa riforma Brunetta, che – così era scritto nel primo Dpef – avrebbe garantito in tempi brevi un risparmio di 20 miliardi di euro, dov’è finita? Dire la verità contribuirebbe a farci accettare più serenamente una manovra che, se condivisibile nei saldi e nella tempistica, è molto meno digeribile nel merito.

E già. Perché nel merito, anche se tutti vogliamo spegnere l’incendio, non è che le misure siano convincenti, sia per il rigore che per  l’equità. Intanto, il conto verrà fatto pagare in buona parte al pubblico impiego e alle pensioni. Sarà anche giusto, ma perché solo loro? Perché non varare anche una tassa straordinaria sui patrimoni, o almeno un “una tantum” sui ricchi, quelli con i mega Suv e le auto sportive, quelli con le navi da diporto, quelli con un sacco di immobili sparpagliati per l’Italia, che magari dichiarano redditi uguali a quelli di un impiegato statale che si vedrà bloccato lo stipendio per anni?

E poi a scorrere queste famose misure di “taglio”, si scopre che in molti casi esse sono non solo una tantum, ma soprattutto semplici rinvii di spese. Il parziale blocco delle finestre pensionistiche rallenta gli esborsi di cassa per un po’, ma poi quegli esborsi tornano a gravare sugli esercizi futuri, a meno di non pensare di bloccare le finestre ad libitum. E il congelamento degli stipendi del pubblico impiego reggerà – forse – 3 anni. E poi? Senza contare gli effetti recessivi che questo avrà sui consumi delle famiglie italiane, già fiaccate da anni di erosione del reddito disponibile.

Sui tagli “percentuali” alla spesa dei ministeri si potrebbe essere d’accordo. Ma quante probabilità ci sono che saranno tagliate le spese improduttive, quelle che reggono caste e cricche, e quante invece che si riducano o eliminino del tutto servizi essenziali, a proposito di mettere le mani in tasca ai cittadini? I trasferimenti agli enti locali e alle regioni valgono quasi metà di questa manovra, mica poco: sicuri che così non si mettono (indirettamente) le mani in tasca ai cittadini? E poi,  non avevamo capito che il federalismo per la Lega Nord significasse strangolare  Regioni e amministrazioni locali che già sono senza soldi, oltretutto con la solita logica dei tetti sulla “spesa pregressa” che penalizzano chi ha razionalizzato prima e premiano chi ha sperperato finora.

E ancora, le entrate da condono – oltre ad essere l’ennesimo vergognoso regalo agli evasori, proprio mentre si bastonano poveri cristi come bidelli o travet – sono per loro natura una tantum. E sull’effettivo realizzarsi di  quella consistente previsione di entrata c’è da dubitare, come l’esperienza insegna. E che dire infine della “severa” lotta all’evasione fiscale, basata sulla reintroduzione della tracciabilità dei pagamenti, l’odiosa regola introdotta da quei sanguisughe di Padoa Schioppa e Visco e smantellata dal “rigorista di ritorno” Tremonti come primo atto del suo ministero: ora va bene, e allora no?

Si potrebbe proseguire, ma basta così. In nome del bene di un Paese che amiamo, siamo comunque dalla parte di chi varerà la manovra che salva l’Italia, mettendoci la faccia senza bugie. Se fossimo parlamentari la voteremmo subito:  ad occhi chiusi, turandoci il naso. Purché sia aggiunto un articolo finale: un minuto dopo l’approvazione, i responsabili vengano cacciati dal governo a calci nel culo. E gli venga impedito, per decreto ‘ad personam’ di far danni ulteriori a questo povero Paese.

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Ci mancavano solo gli americani. Prima opposizioni, magistrati, capo della polizia, dopo editori e giornalisti, persino Vittorio Feltri che ha scritto di “attentato alla libertà di stampa ed effetti devastanti per la democrazia”. Poi il colosso dell’informazione Sky, che ha annunciato un ricorso anche presso la Corte europea dei diritti dell’Uomo. Adesso anche il sottosegretario al Dipartimento di Giustizia USA con delega alla criminalità organizzata internazionale Lanny Brauer, durante una conferenza stampa ha difeso le intercettazioni, definite “strumento essenziale per le indagini nella lotta alla mafia”.

Eppure, niente e nessuno sembrano fermare il rullo compressore della maggioranza di centro destra, con i senatori della maggioranza in Commissione Giustizia che fanno le 3 di notte per mandare in Aula a giugno il disegno di legge governativo sulle intercettazioni, in un Senato che lavora 9 ore alla settimana. Approvando emendamenti che prevedono forti limitazioni ai poteri dell’autorità giudiziaria e sanzioni dure per i giornalisti e gli editori che consentono le pubblicazioni. Tutto in nome della tutela della privacy dei cittadini, mentre il Parlamento non ha la stessa fretta per rimpolpare lo scarno disegno di legge governativo contro la corruzione, annunciato a dicembre 2009 e presentato in marzo, che deve ancora iniziare il proprio iter.

La privacy? Ma di chi? I telefoni intercettati in Italia nel 2009 sono stati 120 mila, che corrispondo a 80 mila cittadini su 60 milioni. Ed è per questo che non ci si occupa dell’autoriciclaggio dei soldi delle tangenti o dell’evasione fiscale, che continua a non essere reato? Per questo il parlamento lavora a cottimo sulle intercettazioni, mentre lo stupefatto Tremonti riferisce sulla crisi dell’euro davanti ad una Camera dei Deputati semideserta, pochi giorni fa? Sì: la priorità per il governo e la maggioranza, inclusa la Lega che ce l’ha a parole con Roma ladrona mentre copre con i suoi silenzi il banchetto, è quella – con la scusa della tutela della privacy – di mettere il freno ai giudici che indagano e zittire i giornalisti che informano.

Passano così norme oltre il limite della decenza: non solo le intercettazioni potranno essere disposte solo per i novantenni accompagnati da genitori, ma esse dovranno comunque terminare dopo 75 giorni, anche se emergessero elementi utili per scoprire i colpevoli di reati anche gravi: tempo scaduto, signor giudice, spengete i registratori e se ci sono cricche che restano impunite, pazienza. Non solo si impedisce la pubblicazione di intercettazioni già nella disponibilità dell’indagato, ma anche di pubblicare il contenuto non più coperto da segreto delle investigazioni giudiziarie in corso: nulla potremo leggere su casi come Bnl-Unipol, l’acquisto della casa di Scajola a sua insaputa o gli appalti gonfiati dei mondiali di nuoto, a nostre spese.

Si possono ingolfare carceri e sistema giudiziario per arrestare badanti irregolari o chi raccoglie pomodori nei campi,  prevedendo spese per centinaia di milioni di euro per le nuove carceri. Ma in nome di un diritto alla privacy che ha pure modo di essere tutelato, si ostacola il diritto ad avere giustizia e di perseguire reati gravi abolendo di fatto il diritto dei cittadini ad essere informati. Si scardina il principio del controllo di legalità e del diritto d’informare in un colpo solo, proprio mentre emergono fatti gravissimi, che siano isolati o sia un sistema diffuso. Forse è incostituzionale, di sicuro è antidemocratico.

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Meglio tardi che mai. Dopo 4 anni, Floyd Landis, il ciclista americano che vinse il Tour de France nel 2006, che fi costretto a  riconsegnare la maglia gialla per la positività al testosterone, dopo anni di battaglie legali per screditare il risultato di quei test, ha deciso di confessare l’uso di Epo e di altre sostanze dopanti a ESPN. Landis ha scritto le sue confessioni in una serie di e-mail spedite ai vertici del ciclismo americano e mondiale e alla Wada, l’agenzia mondiale antidoping. Il Wall Street Journal ha messo le mani su tre messaggi, e li ha pubblicati nella sua edizione online. “Il primo approccio col doping l’ho avuto nel luglio 2002, ai tempi della US Postal diretta da Johan Bruyneel e costruita attorno a Lance Armstrong” ha detto, ammettendo di aver speso Copy%20of%20Lance%20and%20Jan%20on%20the%20Col%20de%20Croix%20Fry%202004  Doping e ciclismo: lultimo giro di pistaanche 90mila dollari l’anno in prodotti proibiti. Quindi sarebbe stato Lance Armstrong il ciclista del miracolo, tornato dopo un cancro e due interventi e 7 volte vincitore del Tour, a spiegargli come funzionava l’Epo “Io e Lance ne abbiamo parlato a lungo durante le sessioni di allenamento – scrive Landis – E’ stato lui a spiegarmi l’evoluzione dell’uso dell’Epo e di come le trasfusioni fossero diventate necessarie per sfuggire ai controlli”. Lance Armstrong, respinge le accuse di doping mosse nei suoi confronti: ”Per quanto riguarda le accuse specifiche non vale neppure la pena di svilupparle. Non intendo sprecare il mio tempo, o quello di altri”. E anche Pat McQuaid, presidente dell’Uci, non ha gradito le esternazioni dello statunitense: “E’ solo un tizio che cerca vendetta: è davvero molto triste per il ciclismo. Non mi fido affatto di lui: non ha nessuna prova, e poi stiamo parlando di un tizio condannato in un processo”. In effetti qualche furbizia c’è: ad esempio, nella scelta di confessare solo ora, visto che l’abuso di farmaci proibiti non è punibile dopo 8 anni.

Vedremo come andrà a finire questa storia, se sarà davvero la fine del mito di Armstrong, l’uomo che dopo aver battuto il cancro ha vinto il Tour de France, ennesimo mito chiacchierato di questo sport. O se invece sarà una bolla di sapone che si limiterà a lasciare la solita bava schiumosa di sospetti e accuse infamanti senza prove. Certo che da Tommy Simpson che morì sul Mont Ventoux nel 1967 in avanti, la storia del ciclismo è costellata di sospetti, accuse, intrighi sul doping. Ci sono passati anche dei grandissimi: Eddy Merckx il cannibale, forse il più grande di tutti i tempi, escluso da un Giro d’Italia mentre era maglia rosa. Marco Pantani, la cui carriera fu distrutta a Madonna di Campiglio, mentre, anch’egli in maglia rosa, si apprestava a trionfare nel giro d’Italia del 1999. Ma la lista di ciclisti famosi e non è lunghissima.

Il ciclismo, più che uno sport una bellissima poesia, la poesia della fatica dell’uomo. Un uomo solo al comando della corsa, che  scala le montagne con le sue gambe, il suo cuore e i suoi polmoni. Un mito scomparso tra fiale siringhe e furbate, morto all’ombra dell’Epo. Ma al di là della cronaca, è possibile che il ciclismo sia l’unico sport “sporco”? Degli altri sport non si parla quasi mai, e non perché siano immacolati, anzi. L’operazione puerto che sconvolse il tour 2006 pare coinvolgesse anche Nadal, il Barcellona e il Real Madrid: tutto messo a tacere dall’autorità spagnola. Ma finché non parleremo del doping in tutti i maggiori sport professionistici, niente sarà mai neanche minimamente chiarito.  Il ciclismo rischia di essere un capro espiatorio. Ma non è tutto.

No, non si vuole ripetere la solita litania, che manca a tutti una vera cultura sportiva, per cui la rincorsa alla vittoria a tutti i costi, alla prestazione sopra le righe, e all’ “aiutino” supera ogni logica e ogni buon senso, mettendo a volte a rischio la salute degli stessi atleti. L’importante è vincere, non partecipare. Perché, fuori dell’ipocrisia, non è così anche il mondo, la vita? Landis ha spiegato le sue motivazioni: “L’ho fatto perché è quello che fanno i ciclisti per fare un passo avanti: potevo scegliere di doparmi e vedere se riuscivo a vincere, o non doparmi affatto”. E non è un po’ come il “doping” che i sistemi economici si sono messi in corpo, con il credito facile, la spesa pubblica, il consumismo a tutti i costi, per crescere, crescere, crescere, fino a che le bolle non esplodono lasciandosi dietro morti e feriti?

Nella triste parabola del ciclismo che muore di doping, c’è la maschera tragica della stessa vita dell’uomo moderno: privo del senso del limite, della sua finitezza: immortale e invincibile, a qualsiasi costo. Un traguardo volante, uno sprint, una salita, una crono. Una corsa dopo l’altra. Fino all’ultimo giro di pista.

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Senza “la presunzione di fissare ora delle date sul calendario”, il premier rinnova l’impegno a fare una riforma del fisco entro il termine della legislatura, che  per lui significa “riduzione della pressione tributaria, anche se al momento in nessun Paese d’Europa si sta parlando di taglio delle tasse”. Perché, dice il premier, “la crisi economica non lo consente, e non lo consentirà fintanto che non sarà stata definitivamente superata, cosa che ora non è avvenuta”. Ma un taglio delle tasse, dice Berlusconi, ci sarà comunque. Il miracolo della riduzione della pressione fiscale verrà ottenuto grazie al federalismo fiscale perché esso è, parole del premier, “lo strumento più efficace” per la lotta all’evasione fiscale. Una frase avventata. Vediamo perché.

In Italia il gettito fiscale è di circa 440 miliardi di euro e solo una parte di esse, circa 133 miliardi di euro, è di competenza regionale. quella di cui si occupa la Legge Calderoli. Non risulta infatti che la partita  in gioco sia il trasferimento alla competenza regionale dell’intera gestione delle tasse, né oggi, né domani.  Quindi, l’autonomia impositiva regionale sarà comunque limitata. E in ogni caso non implicherebbe necessariamente il passaggio di competenza su riscossione del gettito, accertamento dell’evasione e procedure di recupero. Insomma, non si sta per procedere alla regionalizzazione della Guardia di finanzia o dell’Agenzia delle entrate.

La battuta di Berlusconi  però eccheggia l’idea di “buonsenso” che l’evasione fiscale si ridurrebbe grazie alla “prossimità” tra chi ha le competenze e la “responsabilità” dell’imposta e i contribuenti che debbono pagarla. Il buon senso spesso sbaglia, e questo è uno di quei casi: non solo perché gran parte della competenza fiscale resterà comunque in mano al governo centrale, ma soprattutto perché la prossimità tra potenziale evasore e politico locale in molti casi è un disincentivo a riscuotere il gettito, anziché un incentivo a farlo.

Inoltre, riscuotere le tasse è un’attività complessa, costosa e difficile. Come non è economicamente conveniente regionalizzare tutti i tributi, così non sarebbe conveniente costruire 21 mini Agenzie delle entrate. Perché è opinabile che la mini evasione fiscale del commerciante all’angolo venga combattuta meglio a livello locale, mentre è sicuro che i grandi evasori ed elusori, quelli che fanno davvero male al fisco italiano, sguazzerebbero negli uffici di regioni, comuni, province, rendendo casomai più difficile la lotta all’evasione.

Insomma, sarebbe il caso di smetterla di attribuire virtù miracolistiche al federalismo fiscale. Come quella che sarebbe il toccasana per la riduzione degli sprechi:  non è scontato neppure questo. Il federalismo non sarà semplice da applicare ma se ben applicato sarà nel medio periodo una cosa buona per l’Italia, anche se non è detto che lo sarà per tutte le regioni, almeno nel breve termine. Ma in ogni caso non risolverà  – spostandoli dal centro alla periferia – problemi strutturali giganteschi, come lo spreco di spesa pubblica o la scandalosa evasione fiscale. A meno di non confondere la realtà con l’immaginazione, e l’Italia con il paese dei balocchi.

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La tempesta perfetta che parte dalla crisi subprime di metà 2008 e che continua ad infettare l’economia ed i mercati con le sue attuali escrescenze sui debiti sovrani, miete le sue vittime. Ma anziché colpire chi della crisi porta le responsabilità più gravi, Wall Street e il suo non piccolo contorno di papaveri alti e medi delle banche, delle grandi industrie, delle borse e dentro i governi nazionali, travolge chi ne è stato soprattutto vittima: Main street, i poveri cristi.

Perché ci si guarda bene, al di là delle dichiarazioni di facciata, a incidere sugli insostenibili squilibri strutturali, frutti avvelenati della sbornia del credito facile e di chi ci ha guadagnato milioni di euro: il conto della crisi lo pagano milioni e milioni di operai, impiegati, quadri e piccoli imprenditori e commercianti, che perdono il lavoro o chiudono l’attività. Si fanno piani di salvataggio per miliardi di euro per mettere in sicurezza la moneta unica europea – ma anche e soprattutto le banche esposte dopo aver lucrato enormi guadagni – e si varano tagli di spesa in tutt’Europa che finiranno per colpire soprattutto il pubblico impiego e il sistema di welfare. Viene da chiedersi quanto sia giusto e soprattutto se la cura servirà a guarire la malattia. C’é di che dubitarne. Perché se è vero che il costoso sistema di protezione sociale pubblica, inclusa la gestione dei posti di lavoro statali, simbolo per più di cent’anni del modello economico continentale, presenta sprechi ed inefficienze che vanno certamente contrastati, esso serve però soprattutto ad aumentare il benessere delle persone.

Perché, forse qualche rigorista di ritorno dovrebbe ricordarselo, scopo dei sistemi economici è la felicità della gente, non l’aumento delle quantità di automobili, telefonini, hamburger o Cds sul debito greco vendute per i profitti di pochi. E in ogni caso, anche ammettendo che nel lungo periodo questa cura sia salutare, l’effetto depressivo sulla domanda globale di breve e di medio termine di questa gigantesca ristrutturazione sistemica che sta iniziando in Europa potrebbe avere – come notano anche i più avvertiti economisti di “destra” – conseguenze drammatiche sul livello di consumi e quindi, di rimbalzo, su produzione, giri d’affari e movimenti di denaro di quei Paesi che sino ad ora hanno trainato la domanda del mondo. Non si può neppure dimenticare che negli ultimi due anni, un’ingente massa di spesa pubblica mobilitata dal mondo per evitare il peggio è stata “regalata” alle banche, in una sorta di “welfare finanziario” elargito mentre i papaveri continuavano a spartirsi benefit miliardari. Mantenerlo o scaricarne i costi con una riduzione degli stipendi di bidelli, uscieri e mezze maniche o con tagli agli assegni di disoccupazione, alle pensioni e agli assegni d’invalidità non sembra il massimo né dell’equità né dell’efficienza.

Le storture della spesa pubblica improduttiva, la necessità di un sistema economico “sostenibile”, rispettoso non solo dell’ambiente ma delle generazioni future sono sacrosante. Ma da qui a risolvere la crisi di un mondo in crisi per troppa disuguaglianza facendo pagare il conto alla classi medio basse del mondo occidentale, ovvero ai meno poveri tra i poveri, anziché cominciare ad interrogarsi sulle vere storture dei sistemi economici mondiali ce ne dovrebbe correre. Invece, incredibilmente senza neppure un minuto di dibattito, il “vincolo esterno”, provocato anche da “mani pelose” nascoste in qualche cancelleria e “torri d’avorio” piene di “cicale” e “cicalone”, sembra spingere proprio in quella direzione. Che sia quella giusta, non sembra. Che sia conveniente, tranne forse per i “papaveri alti alti”, neppure.

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Comincia la danza del federalismo fiscale. E comincia, ovviamente, in modo improprio, dato che la legge delega in questo caso non c’entra nulla, quello a cui assistiamo è l’applicazione del Patto per la salute. Ma il federalismo c’entra, eccome.  Soprattutto perché si parla di un tema che tocca da vicino il principio di uguaglianza sancito dalla Costituzione: il diritto alla Salute. Campania, Lazio, Calabria, e Molise, 4 regioni tutte del centro destra, sono state convocate a partecipare al Consiglio dei ministri per fare il punto della situazione sui piani di rientro dal deficit sanitario. E il risultato è che il governo non sbloccherà i fondi Fas destinati a queste Regioni senza che queste abbiano un piano adeguato di rientro dal debito sanitario. “L’ipotesi ormai reale – ha detto Scopelliti, presidente della Calabria – è che bisogna anche innalzare ulteriormente Irap e Irpef”.

Dell’amaro risveglio degli elettori di centrodestra di queste regioni, che avevano sentito i loro candidati – poi eletti – favoleggiare sulle maggiori possibilità per loro di spuntare qualche favore in più, se non veri e propri “aiutini” dal governo di Roma, ha già scritto qui Pietro Salvato. Ora interessa riflettere sulla piega che rischia di prendere il federalismo. Nella “vulgata” leghista,  che soffia anche sul fuoco di una crisi che morde pesantemente anche le regioni più ricche, sintetizzata ieri da Luca Zaia, presidente del Veneto, il federalismo a somma zero – cioè senza costi aggiuntivi – significa che il Nord “deve” pagare meno tasse e il Sud si deve arrangiare, magari aumentandole. Un’operazione di redistribuzione dei proventi fiscali dal sud verso il nord.

Eppure, se si legge lo spirito della legge delega – e l’interpretazione che ne ha dato a suo tempo il “padre” della riforma, Roberto Calderoli – il federalismo è un’ altra cosa: un processo che mantiene un quadro unitario di prestazioni essenziali per tutti i cittadini da nord a sud, attraverso una “virtuosa” perequazione delle diverse capacità fiscali (che a nord sono maggiori che a sud, come sanno tutti) in cambio di una rigida aderenza al principio del fabbisogno-standard, ovvero al principio che una prestazione offerta a Napoli deve costare come a Milano o a Bologna, ovviamente la netto di determinati fattori “tecnici”.

La “brutale” restituzione delle tasse al nord è un’operazione iniqua tecnicamente e inapplicabile politicamente. E’ triste puntualizzare l’ovvio: le tasse le pagano i cittadini, non i territori. Un principio basilare del federalismo fiscale è proprio quello dell’ “equità orizzontale”, l’uguale trattamento per gli uguali: a parità di reddito e quindi di tasse pagate, un cittadino deve ricevere servizi identici, che risieda a Torino o a Bari. A questo serve la perequazione. Che ovviamente, come la Legge Calderoli prevede, non includerà sprechi e inefficienze: lo garantisce il principio del costo standard.

Questa, se il governo davvero manterrà la faccia feroce, è la trappola del federalismo in salsa padana: un cittadino di Avellino, magari pure elettore da sempre del centro destra, si troverà inopinatamente a pagare molto di più di un cittadino di Bologna di uguale reddito per ottenere la stessa prestazione sanitaria: anzi, probabilmente pure peggiore. Certo, il criterio del rimborso a pié di lista va abbandonato e su questo Zaia ha ragione. Ma il problema da risolvere è proprio questo: come evitare di premiare il “moral hazard” di classi dirigenti inefficienti e sprecone salvaguardando al tempo stesso il diritto al rispetto dell’equità orizzontale per tutti i cittadini?

Il rimedio c’è, anzi c’era già: la definizione dei costi standard in Sanità. Un meccanismo che si era messo in moto da tempo, prima del federalismo, e che prevedeva un meccanismo graduale di “rientro” delle regioni non virtuose. E che la legge delega ha fatto proprio, agganciandolo alla perequazione per le regioni meno ricche. Le scorciatoie non servono: perché il federalismo se sarà, non sarà facendo pagare più tasse ai territori poveri e “restituendo” ai territori ricchi risorse fiscali, da spendere magari per aumentare spesa pubblica e sprechi nel nord padano. Ma prevedendo un meccanismo che salvaguardi i diritti di cittadinanza di tutti gli italiani, favorendo sì l’accountability delle classi dirigenti, ma dal versante della spesa. Altrimenti è solo una rapina per i poveri, un Robin Hood al contrario.

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Oggi è la festa della mamma. Nel mondo, milioni di figli corrono a comprare fiori e cioccolatini da regalare alla loro madre. Il cuore s’intenerisce al pensiero. Una vecchia canzone diceva che “son tutte belle le mamme del mondo quando un bambino si stringono al cuor”. Però, secondo l’ultimo rapporto di Save the children  “Lo stato delle madri nel mondo”, oltre 50 milioni di donne in paesi in via di sviluppo partoriscono ogni anno senza assistenza professionale e senza aver mai visto un medico durante il puerperio; di queste, 350mila perdono la vita per complicanze durante la gravidanza o subito dopo il parto. E a proposito di bambini, circa 9 milioni di bambini non arrivano a compiere 5 anni di età e il 41% non sopravvive al primo mese di vita.

Non è il destino cieco e baro, ma il frutto dell’indifferenza dell’uomo: si stima che circa 250 mila donne e 5 milioni e mezzo di bambini che oggi muoiono potrebbero salvarsi, grazie a misure sanitarie a basso costo come l’assistenza specializzata al momento del parto, vaccini e trattamenti per polmonite, diarrea e malaria, allattamento esclusivo al seno.

Le mamme saranno anche tutte belle ma non sono tutte uguali. Una donna norvegese studia in media per 18 anni, vive fino ad 83 anni, l’82% fa uso di contraccettivi e 1 su 132 perderà un bambino prima che compia 5 anni. In Afghanistan una donna in media studia per 4 anni, vive fino a 44, solo nel 16% dei casi ricorre alla moderna contraccezione, ed ha un’alta probabilità di vedere morire un proprio figlio. In Niger 1 donna su 7 perde la vita mentre è incinta o durante il parto.

Da noi le cose vanno molto meglio: in Italia il rischio di morire di parto riguarda 1 donna su 26.000. Ma se lo sguardo si sposta sulle condizioni sociali delle donne e dei bambini in Italia, le cose cambiano. Un milione di madri con figli piccoli vive in povertà. La maternità può diventare facilmente causa di povertà per molte donne oltre ad incidere sui livelli occupazionali femminili che diminuiscono sensibilmente. La percentuale di famiglie povere cresce sensibilmente quando ci sono figli.

La festa della mamma è una festa molto antica legata al culto delle divinità della fertilità di antichi popoli politeisti, che veniva celebrato nel periodo dell’anno in cui si verificava il passaggio della natura dall’inverno all’estate. Una festa antica, da ricordare e da festeggiare. Secondo coldiretti, in Italia oltre 4 milioni di figli stanno andando a comprare dei fiori per le loro mamme. E molti altri ricorreranno ai cioccolatini. Bello, intenerisce il cuore.

Son tutte belle le mamme del mondo. Anche se poi le mamme imbiancano, le mamme invecchiano e a volte muoiono. Tra figli e compagni di vita spesso distratti da altro, che sanno comunque di poterle ritrovare e che su loro possono contare. E una volta all’anno fiori, cioccolatini e promesse che poi non saranno mantenute. Perché di mamma ce n’è una sola, e per lavarsi la coscienza, in un mondo che celebra la maternità senza riuscire neppure per un momento a comprenderne la forza e l’essenza, basta una festa senz’anima.

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Una spiegazione ci dev’essere. La crisi greca, con le sue ripercussioni in tutta Europa, con il suo seguito di scontri di piazza e di morti, interessa il mondo intero, e ad essa sono riservate le prime pagine di quasi tutti i quotidiani nazionali. Ma un eccezione c’è: la Camera dei deputati. Nell’aula di Montecitorio il ministro dell’Economia Giulio Tremonti riferisce sulla crisi di Atene, in un giorno in cui viene presentata la Relazione unificata per l’economia e la finanza, ed in cui Moody’s mette l’Italia sotto accusa di scarsa solidità. Il ministro, da più parti sollecitato, finalmente si parlamento%20vuoto Tremonti, la crisi e l’aula vuota presenta in parlamento, alle 16 di ieri. E si trova davanti una ventina di deputati, sui 630 istituzionalmente previsti. Inizia a parlare, come è suo dovere istituzionale, e alla fine saranno appena 60 i deputati presenti. Affollati, si fa per dire, i banchi dell’opposizione, fra i quali si notano Franceschini, Veltroni, Casini, Fioroni, Baretta, Rao, Tabacci. L’Udc è al completo, va detto.Desolatamente vuoti invece i banchi della maggioranza, rappresentata da 3-4 deputati, tra cui Cicchitto e Cazzola. Sul banco del governo i ministri Vito e Brunetta, che ripassa i contenuti della sua intervista di oggi al Sole 24 ore.

Una spiegazione ci dev’essere. E infatti, come riporta La Stampa – unico giornale che dedica al caso la prima pagina – il giovedì dopo mezzogiorno il parlamento si svuota. Dopo una faticosa settimana iniziata il martedì, le attività finiscono e gli onorevoli partono, come dice Amedeo La Boccetta, ex finiano, autoproclamatosi il “custode del parlamento” perché è quello che è “il primo ad arrivare e l’ultimo ad andarsene”. Continua La Boccetta, uno dei pochi presenti, “i miei colleghi evidentemente vanno a curare gli ex collegi” e ride. “E’ la solita storia del giovedì”, afferma sconsolato il vice capogruppo Pd Ventura. Caustico Arturo parisi: “se fossimo passati alle votazioni avremmo potuto varare il nuovo governo”.

La spiegazione quindi c’è. Giulio Tremonti, interpellato sul caso alla bouvette, glissa. Ha altri grattacapi a cui pensare. Nella Ruef ha scritto 160 pagine il cui succo è che ci vorranno almeno 25 miliardi di euro nel 2011 per cominciare la nostra manovra di rientro ed evitare che anche l’Italia finisca nel mirino. Certo, Atene è lontana, anche se Moody’s ci prova a lanciare segnali sconcertanti ai mercati, indicandoci tra i paesi a rischio, smentita vigorosamente da Bankitalia. Certo, Tremonti è bravo, il miglior ministro dell’economia del mondo, dice il Sole 24 ore. Ma qualche grattacapo ce lo deve avere, se in quelle 160 pagine non c’è scritto neppure un rigo su come diavolo intende reperire i 25 miliardi di euro che serviranno a turare le falle. Ma l’aula “sorda e grigia” non si preoccupa. Un’aula che, con le assenze di ieri, ha offerto un segnale molto chiaro sulle priorità reali della classe politica italiana. Chissà se anche di parte del paese reale, che invece che scandalizzarsi resta muto e silenzioso.

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Polemica a distanza tra il ministro dell’Interno Roberto Maroni e il ministro della Giustizia Angelino Alfano sul disegno di legge che affronta il problema del sovraffollamento delle carceri in Italia. “Abbiamo una valutazione negativa sull’impatto che avrebbe il cosiddetto disegno di legge svuota-carceri, che consentirebbe ai detenuti di scontare l’ultimo anno di pena ai domiciliari”, ha detto Maroni. Il ministro leghista ha definito il provvedimento all’esame della commissione Giustizia della Camera 2008 09 18 1182794481 Carceri affollate, Alfano Vs Maroni: chi di  demagogia ferisce...peggio di un indulto, visto che gli effetti non sarebbero una tantum, ma varrebbero sempre“. Parole forti, dette da colui che tutti definiscono un ottimo ministro, il più moderato della Lega nord. Le ragioni di Maroni sono spiegate dal ministro stesso, e sono di ordine pratico: ”Noi non siamo in grado di controllare le circa 10 mila persone che ora, se fosse approvato il ddl andrebbero ai domiciliari: la metà è costituita da stranieri e molti sono clandestini, senza casa, dove dovrebbero scontare i domiciliari?’‘. Indubbiamente, l’obiezione di Maroni non sembra così peregrina. Viene da chiedersi: ma perché mai il ministro Alfano avrebbe avallato qualche mese fa l’introduzione del carcere per il reato di immigrazione clandestina dentro il “pacchetto sicurezza”?

La replica del suo collega Alfano non si è fatta attendere. Dice Angelino: “il 13 gennaio, il Consiglio dei Ministri ha approvato all’unanimità il disegno di legge che è parte di un piano complessivo che esclude indulti e amnistie”. Caspita. Se il ddl è stato approvato all’unanimità, vuol dire che c’erano anche i ministri Bossi, Calderoli e Maroni. Visto che sono tutti e tre uomini d’onore, dobbiamo pensare ad una dormita colossale, o ad una turpe manovra di infiltrati catto-comunisti che ha nascosto il testo del ddl ai tre valorosi esponenti del popolo padano. Ma con i clandestini, come la mettiamo? Alfano sottolinea che il ddl “esclude l’applicazione dei domiciliari se il condannato non abbia un domicilio ritenuto effettivo e idoneo (art. 1 comma 3 ddl esame in Commissione)“. Il ministro Maroni evidentemente non se n’è accorto. Di nuovo: o non c’era, o se c’era dormiva. Oppure, come molti suoi colleghi di partito – meno seri di lui – ama fare a giorni alterni sparate demagogiche. Alfano però, ha continuato: “Intanto ogni mese le carceri segnano il record storico delle presenze e l’estate si avvicina preannunciandosi molto calda. Il mio dovere istituzionale, politico e morale è affrontare questo tema che investe la sicurezza dei cittadini e la dignità delle persone“. Ehi, ministro Alfano, ma allora anche lei è un po’ distratto: Non se lo ricorda che qualche mese fa qualcuno le ricordava che la galera per i reati di immigrazione clandestina avrebbe portato ad un’esplosione delle carceri, già pericolosamente sovraffollate? E a nulla vale ricordare il piano per nuovi edifici carcerari, da lei recentemente varato.

Perchè come tutti sappiamo,  anche i ministri della Repubblica in vena di demagogia, a meno di non chiamare la protezione civile, gli Angelucci e gli Anemone, per costruire le carceri ci vorrà tempo. E a questo ritmo, quei posti in più saranno di nuovo insufficienti. Purtroppo, cari ministri Maroni ed Alfano,  la demagogia è come la saetta: gira gira, torna addosso a chi la tira. Ma voi siete bravissimi a scansarla, vero?

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La Messa di domenica a Riposto, in provincia di Catania, è stata dedicata al “fratello Benito Mussolini”. Davanti a una affollata platea di fedeli, il parroco ha ricordato, a 65 anni dalla morte avvenuta per mano dei partigiani, quello che fu il duce del fascismo. L’Anpi ha protestato duramente, inviando anche una lettera al vescovo di Acireale. “Le coscienze civili, democratiche ed antifasciste rimangono sorprese e turbate nel costatare che durante la celebrazione della santa messa sia stata ricordata la memoria di colui che fu artefice di gravissimi danni materiali e morali per il popolo italiano. Tacendo, contemporaneamente, sui tanti italiani che subirono sevizie, incarcerazione e morte per riconquistare democrazia e libertà”.

“Un’anima è sempre un’anima, e si prega per tutti, non si può vietare la preghiera per alcuno”. Così, dalla parrocchia della chiesa di San Giuseppe a Riposto replicano alle proteste. Uno dei promotori della messa per ricordare Mussolini, l’ex consigliere comunale del Msi Vincenzo Mangano, sottolinea che “tutti i morti hanno diritto a una preghiera” ed aggiunge: “vedrò in futuro di fare celebrare una funzione in suffragio anche delle vittime del fascismo e del comunismo, e dei milioni di morti del generale cambogiano Pol Pot e di Stalin”. Mancano i milioni di ebrei sterminati dai nazisti, ma è sicuramente una dimenticanza.

Apparentemente è difficile dare torto al parroco, anche da parte di chi, come chi scrive, si riconosce nei valori e nelle lotte della liberazione dal nazi-fascismo. Perché buttarla in politica, visto che si tratta di commemorare una povera anima defunta? Anche perché di messe in suffragio ne ha di certo più bisogno un dittatore criminale come Mussolini che uno di quei ragazzi di vent’anni che scelsero di battersi contro i nazisti invasori a fianco delle truppe anglo-americane. Loro, se esiste, un paradiso ce lo dovrebbero avere assicurato. Lui no.

Però, le cronache riportano che nei giorni precedenti alla funzione religiosa erano stati affissi, in maniera abusiva e anonima, dei manifestini che annunciavano l’avvenimento. E allora la cosa cambia, perché a buttarla in politica non è stata l’Anpi, ma chi per primo ha pubblicizzato un evento che – se si tratta solo della preghiera per un’anima – sarebbe dovuto essere intimo, privato. Un particolare che non deve essere sfuggito ai promotori se chi ha fatto partire il tam tam lo ha fatto, non a caso, quasi di nascosto e in forma anonima.

Dopo 65 anni è vero che sarebbe ora di voltare pagina e avere rispetto per i morti. Tutti i morti.  Senza buttarla in politica e senza fare manifestazioni celebrative (quasi) pubbliche. Riconoscendo che c’era chi stava dalla parte giusta e chi al fianco dei nazisti, che non è un dettaglio da poco. Ma finché si fanno certe “furbate”, a cui purtroppo si presta ambiguamente (e inconsapevolmente?) anche un prete, la voglia passa.  Passa anche a chi sarebbe teoricamente ben disposto a farlo.

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