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La vicenda di Gino Paoli, che si è – meglio tardi che mai – dimesso da Presidente della SIAE per una storia di presunta evasione fiscale colpisce per la lettera di dimissioni in cui il cantautore genovese, certo “di non aver commesso reati” difende la “sua dignità di uomo perbene”.

Uomini perbene

La storia di Gino Paoli farà il suo corso giudiziario. Per lui come per tutti gli altri – per tutti, capito Beppe Grillo? – vale la presunzione di innocenza. Colpisce però la logica, a cui pochi sfuggono, e che si legge tra le righe della sua lettera di commiato da Presidnete della SIAE tra ciò che è giusto e ciò che è reato. E su come questo sia sufficiente per restare “gente perbene”.

Perché questo paese è pieno di “italiani brava gente”. Quella gente perbene che si fa i fatti suoi, infischiandosene della “Res publica” e pensa solo al proprio particulare; e pazienza se poi il Paese va in malora. E ci si può guardare allo specchio tranquilli e sicuri, perché in questo strano e straordinario Paese può capitare che ciò che è “ingiusto” magari è “legale” (grazie magari ad un buon avvocato o commercialista), e siamo tutti contenti, brava gente che pensa ai casi suoi e in fondo che male c’é per così fan tutti e “la legge non lo vieta”.

Nessuno vuole giudicare nessuno ma nessuno può chiamarsi fuori. Magari usare i fatti di cronaca – comunque vadano a finire, perché da queste parti il garantismo è davvero una cosa seria (capito Beppe?) – per riflettere sulla sottile linea che separa la “gente perbene” dai “furbetti”. E provare a stare dalla parte giusta oltre che da quella “legale”.

Perché dalla gente permale mi guardo io, da quella perbene mi guardi iddio. E chissà che verrà dopo; o, se preferite, what comes neXt.

Pubblicato (anche) su neXt quotidiano

Mentre aspetiamo i fatti, è difficile non essere d’accordo con alcune delle cose annunciate nel Def del governo Renzi: ridurre il carico fiscale per diversi milioni di lavoratori dipendenti è una buona mossa, e non solo elettorale. Trovare parte delle coperture con alcuni mirati interventi alla spesa pubblica, anche: alzi la mano chi è contrario all’allineamento degli stipendi dei dirigenti pubblici alle medie europee, al taglio ai budget degli organi costituzionali, alla riduzione della spesa per acquisti di beni e servizi razionalizzando la pletora di stazioni appaltanti e le evidenti storture dei costi tra amministrazione ed amministrazione.

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E’ meno facile esser d’accordo sul grande assente (almeno negli annunci) della politica economica del Governo Renzi: la lotta all’evasione ed elusione fiscale. E’ arcinoto che in Italia è un fenomeno diffuso, che fa mancare all’appello decine di miliardi di euro di entrate, mica pizza e fichi. Certo, è un capitolo che non va utilizzato per far cassa, ed è anche comprensibile che sia trattato con cautela. Ma è difficile comprendere l’oblio.

Per essere un paese che “cambia verso” c’è tanta strada da fare; e passa anche da una riduzione dell’evasione fiscale a livelli “fisiologici”, magari unita alla semplificazione tributaria.

Per il momento, è non pervenuta. Peccato.

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Il Ministero dell’Economia ha reso noti i dati delle dichiarazioni dei redditi 2012; e siamo alle solite: redditi dichiarati mediamente molto bassi (ma oltre 23 miliardi di case all’estero), imprenditori che dichiarano meno dei dipendenti, ecc… Cose note, dette e stradette; lasciamole stare per un momento, e prendiamo altri dati interessanti.

Quattroruote ed Aci hanno stimato in circa 850 milioni di euro l’evasione annuale del bollo auto in Italia. Facendo un calcolo molto approssimativo, significa che oltre 4 milioni di autovetture sulle oltre 34 milioni di quelle soggette alla tassa girano senza bollo auto; e dunque, che c’é qualche milione di italiani che evade la tassa automobilistica.

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In questo caso, grazie al cielo, siamo molto probabilmente tutti un po’ evasori: i lavoratori dipendenti pubblici e privati come i liberi professionisti, i commercianti, gli imprenditori e così via. Insomma, quando capita l’occasione, molti cedono alla tentazione di non pagare delle tasse. Ora, pur mettendoci tutta la comprensione (siamo tartassati da troppe imposte, i servizi pubblici fanno schifo, la crisi morde e bisogna risparmiare, anche evadendo qualche balzello) e pur dando la giusta colpa alla scarsa efficacia di controlli e sanzioni, bisogna riflettere su un’amara, sgradevole, triste verità.

Nei paesi civili, volenti o nolenti, le tasse si pagano. E nello spread che ci separa dal resto del mondo, anche questo conta.

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Sono arrivati in decine di migliaia a Roma con 400 pullman, 7.000 posti in treno e 2.000 in aereo: artigiani, commercianti, piccoli imprenditori. Erano in molti, sono una moltitudine, “il popolo delle partite Iva”, arrivati nella Capitale per “chiedere con forza una svolta concreta nella politica economica del Paese”. Stanchi, sfibrati, sempre più disillusi. Consapevoli che “senza impresa non c’è Italia. Riprendiamoci il futuro”.

Proteste -Partite-Iva

Non si può che essere d’accordo con questa “rivolta pacifica delle imprese”. L’ha detto anche la Camusso, la segretario generale della Cgil: “Le imprese hanno ragione di protestare perché sono in difficoltà, sono moltissime e rappresentano quasi un quarto del nostro sistema produttivo”.

Cosa chiedono? Chiedono “meno tasse e meno burocrazia”. Perbacco. Difficile non essere d’accordo; o, meglio, sarebbe facile essere d’accordo sul primo punto: se in Italia le tasse le pagassero tutti; perché ogni anno l’Agenzia delle Entrate, quando sciorina i dati sulle dichiarazioni dei redditi, ci fa scoprire che in Italia le tasse i piccoli imprenditori, i commercianti e gli artigiani ne pagano in media proprio pochine, dichiarando sempre redditi inferiori a quelli dei loro dipendenti.

Ecco, comincerò a dare ascolto alle proteste di Piazza il giorno che cominceranno, oltre che a chiedere cose giuste e sacrosante, anche ad assumersi la loro parte di responsabilità. Solo così possiamo “riprenderci il futuro”. Spiegatelo anche alla Camusso.

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Nel diluvio di chiacchiere che alimentano la cronaca e la politica, un tema sembra non interessare nessuno: l’evasione fiscale, alla quale si dedicano due colonne scarse nelle pagine interne solo una volta all’anno, quando escono gli scandalosi dati sulle dichiarazioni dei redditi degli italiani. Poi basta.

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Tema scomodo. Ma è curioso che, con lo Stato che piange miseria, con la crisi economica, con i tagli a Stato sociale, sanità, istruzione, con la carenza di risorse per esodati, cassintegrati e giovani, ci si combatta a colpi di articoli, twitter, dichiarazioni sulla Spending Review (che vale qualche miliardo di euro) sui costi della Politica (che valgono al massimo uno o due miliardi) o, peggio, sulla restituzione dei finanziamenti pubblici dei partiti (che valgono un centinaio di milioni), mentre sull’evasione fiscale, che di miliardi ne vale almeno 130, nemmeno una parola.

E’ l’unica cosa su cui sono tutti d’accordo, demagoghi vecchi, nuovi e nuovissimi della politica italiana e i loro portaborse, opinionisti, editorialisti, pseudo economisti e studiosi: la rimozione della questione dell’abnorme evasione fiscale italiana, al netto di quella “fisiologica” e di quella che brillanti sottosegretari hanno definito “per necessità”.

Il bello – o il brutto – è che la pensano così anche i tanti milioni di contribuenti onesti, di imprenditori che versano i contributi, di commercianti che fanno gli scontrini, di artigiani che dichiarano il dovuto. Cioè, i veri truffati di tutta la faccenda.

Non c’è peggior derubato di chi si vuol far derubare.

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Nella diatriba tra Dolce e Gabbana, famosi stilisti condannati in primo grado per evasione fiscale, e il Comune di Milano, al di là della reazione esagerata – tre giorni di serrata – e dei torti e delle ragioni c’è una cosa che non ho capito. Stefano Gabbana ha reagito alle accuse dell’assessore D’Alfonso con un tweet che dice grossomodo: “Comune di Milano fai schifo”.

Potrà al limite fare schifo l’assessore; o l’intera giunta comunale. Ma che c’entra Milano? E’ una città con pregi e difetti. Con un amministrazione comunale con bravi dipendenti e altri scansafatiche. A Milano ci sono tanti cittadini onesti, laboriosi, intelligenti: uomini, donne, bianchi, mulatti, di destra di centro e di sinistra.

A fare schifo più che il Comune di Milano, o Milano, casomai sono certi milanesi. Gli arruffoni, i costruttori, i voltaGabbana, i tangentari: imprenditori disonesti, politici corrotti, professionisti furbetti. I protagonisti di quella “Milano da bere” che è tra le principali cause dei mali profondi di quest’Italia di oggi.

Non so a quale categoria di milanesi appartengano Dolce e Gabbana.

Di certo a fare schifo sono gli evasori fiscali; di Milano, come di qualsiasi altra città.

Le tasse in Italia sono troppe; quelle sulle imprese poi, sono insostenibili: una litania che sentiamo un giorno sì e l’altro pure. Ci sono studi comparativi che, com’è spiegato qui, suggeriscono una certa prudenza nel dare per scontato che sia proprio così. I sistemi fiscali sono complessi, e i confronti danno risultati non sempre omogenei. Ma ammettiamo che sia vero. Alla lamentela manca un tassello: per poter dire che le tasse sono insostenibili bisogna pagarle. E qui in Italia siamo un po’ distratti.

Chissà che cosa diceva al riguardo un’imprenditrice di Salerno che opera nel commercio all’ingrosso di macchine per le costruzioni; forse era tra quelli che si lamentavano. Ora si è vista sequestrare diversi beni immobili per “dichiarazione infedele ed omessa presentazione delle dichiarazioni fiscali”: tra il 2007 e il 2011 avrebbe occultato redditi per 2,2 milioni di euro, evadendo Iva per 444.000 euro, Irap per 116.000 euro e non versando ritenute per 3.000 euro. Niente male.

Forse le tasse sulle imprese italiane sono troppo alte rispetto al resto d’Europa; o forse no. Non abbiamo certezze. Tranne una.

Se tutti le pagassero, se ne pagherebbero meno.

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Non c’è dubbio che il disegno di legge sul finanziamento pubblico ai partiti sia indecente, come è stato spiegato qui. Ma c’è un’altra indecenza della Repubblica, molto più grave, su cui si sorvola con molta facilità: la spudorata, vergognosa ed indecente evasione ed elusione fiscale.

Sono passati solo due giorni dalla consueta “rivelazione” annuale del Ministero dell’Economia sull’incredibile fatto che ci sono intere categorie di contribuenti – commercianti, imprenditori e liberi professionisti – che denunciano redditi medi annui da fame, e sempre inferiori in media a quelli dei propri dipendenti. Ma già si è passati ad altre menate. Manco un commento, quest’anno. Non è di moda.

Si fa finta di dimenticare che l’abnorme evasione fiscale non è solo un furto perpetuato da milioni di cittadini disonesti nei confronti degli altri italiani, Ma è soprattutto una piaga da decine e decine di miliardi di euro; mentre il finanziamento ai partiti è uno scandalo da qualche decina di milione di euro. Si fa finta.

Così, si può far credere a cittadini distratti o poco informati che è colpa della “Casta” e del suo magna magna se non ci sono soldi per politiche del lavoro per i giovani, per gli ammortizzatori sociali, per gli asili nido e per le scuole, per la tutela della salute, per riparare le strade rotte.

Mentre la colpa è soprattutto degli evasori fiscali. Fare finta di dimenticarselo è grave quanto farlo. Ed in questo, tutti i partiti, tutti i media e tutti gli opinion leaders sono sempre solidali. Le verità sgradevoli non le dice nessuno.

E’ anche per questo, caro Governatore Visco, che siamo rimasti indietro di 25 anni.

Pubblicato (anche) su Giornalettismo

Il nostro è un Paese meraviglioso, unico al mondo; non solo per bellezza, clima, cibo, ma anche per i suoi magnifici abitanti. I quali, tra tante qualità sono dotati di un inarrivabile senso per il comico, così spiccato che in Politica hanno comandato a lungo comici dilettanti ed ora che il gioco si fa duro stanno entrando in campo i professionisti. Un Paese dove ieri ci si vantava di non aver studiato (tanto a che serve?) ed oggi di essere “impresentabili”.

A volte capita però questo senso del comico debordi e superi il limite umano, per entrare nel divino. Un esempio? Il Dipartimento delle Finanze sforna i dati sulle dichiarazioni dei redditi; e viene fuori, come ogni anno, che i dipendenti dichiarano redditi superiori ai loro datori di lavoro. E nessuno apre bocca.

Non solo: si scopre, per l’ennesima volta, che su oltre 40 milioni di contribuenti solo 426 mila italiani dichiarano più di 100mila euro di reddito. E solo 31mila più di 300mila euro. Bene: sSolo nel nostro meraviglioso Paese il giorno che escono dati così si fa una manifestazione di piazza “contro il fisco oppressivo”.

E, soprattutto, nessuno si sente ridicolo.

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Un modello di simulazione econometrica dell’Università di Bologna mostra che se, contemporaneamente ad un aumento dei controlli e della tracciabilità fiscale, si abbassano le aliquote non si determina una riduzione del gettito; anzi.

In pratica, l’accoppiata aliquote più basse e controlli più stringenti, rende potenzialmente meno conveniente l’evasione: troppo il rischio di essere scoperti e pagare multe salate rispetto al “costo” ridotto dell’imposta.

Più controlli, meno tasse. Sembra l’uovo di colombo: eppure, non si fa. Tutti sono favorevoli a ridurre le aliquote, ma nessuno accetta più tracciabilità e più controlli. E non solo tra gli “evasori”. Come mai? Perché l’evasore in Italia è sempre popolare e ammirato; anche da chi le tasse le paga. E la parola controllo fa paura a tutti, onesti e disonesti.

Il fascino discreto dell’evasione finirà per ammazzarci. E i primi a morire saranno proprio quelli che le tasse le pagano.

Pubblicato (anche) su Giornalettismo

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