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Beppe Grillo è furioso con Giorgio Napolitano. E si confessa eversore perchè “pago le tasse, non rubo, denuncio il malaffare e non mi faccio i cavoli miei” Sa di essere un problema perché “l’onestà è fuori moda e da noi una persona onesta imbarazza i ladri che ormai sono la maggioranza”. E chiede a Napolitano “lei dov’era mentre la Repubblica affondava nel fango? Su Marte? Non si sente un minimo responsabile di quello che è successo?”

Grillo onesto

Ecco Beppe Grillo. Io sono arrabbiato con lei per queste sue parole. Perché anch’io, se permette “pago le tasse, non rubo e non mi faccio i cavoli miei”. Ma faccio parte di questa maggioranza di italiani che – dati elettorali alla mano – non vota per lei e non gradisce le sue posizioni “antipolitiche”. Ma questo non fa di me un ladro, come invece lei afferma.

Io non mi peremtto di dubitare né della sua onestà né della sua buonafede. Né di quella dei suoi militanti ed elettori. Ma non sopporto questo sbattere in faccia a me (e alla maggioranza degli italiani) che siccome non la penso come lei sono un ladro, un disonesto, un farabutto o peggio.

Caro Beppe Grillo, dia retta ad un “diversamente onesto”. Faccia finalmente politica, e non “antipolitica”. Cominciando a chiedersi: Ma Lei, dov’era in questi anni mentre l’Italia affondava? E dov’erano i suoi elettori? Dov’erano gli italiani? Dov’eravamo, tutti quanti?

L’antipolitica non è eversione. Ma è un comodo alibi per continuare solo a brontolare e stare al centro dell’attenzione senza mai cambiare un cazzo.Ci pensi, pensateci.

E chissà che verrà dopo, o se preferite what comes neXt.

Pubblicato 8anche) su neXt quotidiano

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“Dobbiamo alle nostre opinioni pubbliche e ai nostri cittadini delle risposte su temi concreti” soprattutto su “crescita e occupazione”. Letta dixit. Pronti? Via! Come cittadino, faccio solo qualche esempio delle prime cose che mi vengono in mente, senza scomodare le cose più grosse.

 Enrico-Letta

Uno: tagliamo “i costi degli organi legislativi elettivi a livello nazionale, regionale, e provinciale”, riducendo il numero degli eletti, tagliano le indennità, i vitalizi e le pensioni e i contributi ai partiti e ai gruppi. Stime autorevoli parlano di un miliardo, che si potrebbero destinare alla riduzione (anche simbolica) delle imposte dirette in favore dei soli redditi dipendenti al di sotto dei trentamila euro lordi annui.

Due: istituiamo un “contributo di equità” a carico di chi percepisce pensioni molto elevate e non ha versato contributi adeguati a questo rendimento. Stime autorevoli parlano di un altro miliardo di euro, che si potrebbero destinare ad un aumento (simbolico anche questo) delle pensioni minime.

Tre: aboliamo la maggior parte dei regimi di aiuto nazionali e regionali, con stime variabili, ma ch prudenzialmente dovrebbero essere attorno ai 4 miliardi di euro annui, per finanziare uno sgravio IRAP (un po’ meno simbolico) alle imprese.

Quattro: riduciamo la spesa militare in rapporto al Pil (che è pari a poco meno del 2 per cento) ad un livello vicino a quello della Germania (circa l’1,4 per cento) e usiamo il risparmio – che potrebbe essere circa 2 miliardi di euro – per finanziare un aumento (un po’ più che simbolico) della spesa per la protezione sociale (in Italia il 2,1 per cento del Pil, in Germani oltre il 5 per cento), possibilmente in favore delle giovani generazioni.

Cinque: reintroduciamo in modo “intelligente” i provvedimenti sulla tracciabilità dei pagamenti e sul contrasto all’evasione ed elusione fiscale varati a suo tempo da Visco e Padoa Schioppa, salvaguardando le “piccole elusioni ed evasioni” delle micro imprese (che tanto non farebbero grande gettito), e portiamo tutto quello che si recupera (allora, ficcarono miliardi di euro, il cosiddetto “tesoretto”) a riduzione del carico fiscale Irpef, per tutti i contribuenti.

Si potrebbe continuare, la lista è lunga. Ma come cittadino, già mi accontenterei.

Pubblicato (anche) su Giornalettismo

Occorre andare avanti a fare le riforme economiche e quelle politiche e istituzionali da tempo riconosciute necessarie, al cui procedere ho legato il mio impegno all’atto della rielezione. Così parlò – parola più parola meno – Napolitano. Impossibile dargli torto; l’Italia ha bisogno di riforme: tante, profonde e strutturali. In economia, lavoro, giustizia, fisco, istruzione, finanza, welfare, istituzionali, legge elettorale. Per l’aumento di competitività e innovazione e per la riduzione di sprechi e burocrazie. E per molto altro.

Napolitano_Presidente

C’è solo un piccolo dettaglio: le riforme di cui parla sono le stesse che egli già chiedeva in un suo libro scritto quand’era Presidente della Camera, anno di grazia 1992. Da allora, poco o nulla è cambiato. Da quando è Presidente della Repubblica, sono 7 anni, le cose non sono migliorate. E da quando è il king maker delle larghe intese – cioè da novembre 2011, due anni esatti – idem: bei discorsi, grandi tecnici che fanno cose da politici scarsini, norme che producono altre norme, riforme di carta. In sintesi, il nulla. O quasi.

Non è disfattismo, né eversione, né mancanza di rispetto. Solo una constatazione: la prima riforma strutturale è che vi togliate di mezzo, tutti. Lasciando il campo a gente nuova, o almeno poco usata. Di destra, di centro, di sinistra, a 5 stelle: decideranno gli elettori.

Continuare a star lì facendo finta di fare è il peggior regalo che possiate fare all’Italia.

Pubblicato (anche) su Giornalettismo

Tutti quelli che gridano contro l’amnistia e l’indulto forse sono davvero dei furbi in cerca di demagogici consensi. Ma provvedimenti di amnistia ed indulto – al netto del sospetto, comunque legittimo, che di tali provvedimenti possa avvalersi anche Berlusconi – sarebbero una pessima soluzione ad un problema reale, il sovraffollamento delle carceri.

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L’esperienza  anche recente insegna infatti che amnistie ed indulti non risolvono i problemi alla radice del sovraffollamento. Per quelli servono riforme vere: un maggiore utilizzo di pene alternative al carcere, un minor utilizzo della custodia cautelare, una depenalizzazione di alcuni reati – eclatanti esempi, la Giovanardi-Fini e la Bossi-Fini – e un piano carceri. Ma l’esperienza insegna soprattutto che in Italia, spenta l’emergenza – ad esempio, con un provvedimento generalizzato di clemenza – finisce anche qualsiasi spinta alle riforme. E tra qualche anno saremmo daccapo a dodici.

Non mi piacciono i demagoghi, e forse tra coloro che strillano contro amnistia ed indulto ce ne sono. Ma, almeno in questo caso, hanno ragione.

Pubblicato (anche) su Giornalettismo

Qualche mese fa tutta l’Italia che conta – giornali e telegiornali, Napolitano, associazioni di categoria come Confindustria, Confcommercio e Cna e chi più ne ha più ne metta – spiegavano “urbi et orbi” la necessità di mettere insieme il diavolo e l’acquasanta con le “larghe intese”. In nome di un bene supremo e fondamentale per la salvezza del paese: la stabilità.

Ci avevano spiegato – mentre Berlusconi Brunetta Schifani ed Alfano annuivano convinti – dell’importanza della stabilità. Per poter abolire l’IMU ed evitare l’aumento dell’Iva; per restituire alle imprese i soldi che debbono avere da anni dalle Pubbliche amministrazioni; e molto altro ancora.

A pochi mesi da allora tutto si può dire. Ma certo non che stiamo attraversando tempi di “stabilità”. E alcuni di coloro che allora volevano la “stabilità” per fare quelle cose – Berlusconi Brunetta Schifani e Alfano in testa – sembrano oggi essere pronti a infischiarsene di Imu, Iva, soldi della Pa a imprese e tutto il resto in nome di un salvacondotto giudiziario per un condannato in via definitiva per gravi reati.

Cara Italia che conta – giornali e telegiornali, Napolitano, associazioni di categoria come Confindustria, Confcommercio e Cna e chi più ne ha più ne metta – non sarà che chi allora diceva che chiedere a degli irresponsabili di essere i garanti della responsabilità era una sciocchezza ( se non una presa in giro)? Non sarà che chi allora sosteneva che far garantire la stabilità ad un manipolo di avventurieri capaci di tutto aveva ragione?

Ai posteri, tra pochi giorni, l’ardua sentenza. Alla faccia della stabilità, povera Patria.

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Giorgio Napolitano è un galantuomo, un uomo d’onore. Dopo la richiesta del Pdl di trovare un modo per concedere “agibilità politica” al condannato Berlusconi, si augura che nessuno si intrometta “in una fase di esame e riflessione che richiede il massimo di ponderazione e serenità”.

Napolitano, lo sanno tutti, è un galantuomo, un uomo d’onore. Chissà su cosa deve esattamente riflettere. L’idea che ci sia una ponderazione da fare sul principio che “la legge è uguale per tutti” suona un po’strano; a meno che non esaminare una deroga, “in nome del bene supremo del Paese”, ad una delle regole fondanti di una democrazia.

No, impossibile. Napolitano è un galantuomo, un uomo d’onore. Ma magari rifletterà su un precedente: quando un Presidente della Repubblica di nome Giorgio sostenne, dopo una manifestazione del Pdl davanti al Tribunale di Milano per la visita fiscale richiesta ad un Berlusconi che si dava malato (ed un medico accertò che non lo era) che era “comprensibile la preoccupazione di veder garantito che il suo leader potesse partecipare alla delicata fase politica” in cui si trovava l’Italia.

Quella fase era la consultazione per la formazione del governo dopo le elezioni di febbraio e la vicinissima convocazione per l’elezione di un nuovo Presidente della Repubblica. E sappiamo com’è andata a finire.

Ma Napolitano, lo sanno tutti, è un galantuomo, un uomo d’onore. Farà quello che è giusto, dovuto, limpido. Non ci sfiora affatto il pensiero di uno che se ne intendeva molto.

A pensare male, si fa peccato. Ma spesso ci si azzecca.

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Per Renato Brunetta, capogruppo del Pdl alla Camera dei Deputati, Piero Grasso, Presidente del Senato, e Laura Boldrini, Presidente della Camera, ovvero la seconda e terza carica dello Stato “lavorano per disegni organici a minoranze estremiste”.

Per Daniela Santanché, persistente candidata alla Vicepresidenza della Camera, Fabrizio Saccomanni, Ministro dell’Economia ed esponente chiave del Governo, “non è il ministro giusto al suo posto. Serve una visione diversa”.

Nel frattempo Re Giorgio II continua a decantare le lodi delle larghe intese e del bene supremo della stabilità politica.  Chissà se prima o poi si sveglia, ed usa la stessa solerzia con cui stoppò le imminenti sentenze del Tribunale di Milano per permettere a Berlusconi di “partecipare alla vita politica” poco prima della sua rielezione a Presidente della Repubblica.

Forse lassù l’aria si è fatta troppo rarefatta. Chissà.

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Daniela la pasionaria candidato bipartisan (o larghe intese) per la vicepresidenza della Camera dei Deputati è un’idea che poteva venire in mente solo a un branco di buontemponi come Berlusconi, Brunetta, Alfano e Verdini. Senza offesa: è come immaginare Barbablù a capo di un’organizzazione mondiale contro la violenza alla donne, o il capo del Ku Klux Klan a rappresentare gli afroamericani.

Una buffonata. Che se non fosse che il Pd è il Pd e il Pdl è il Pdl non sarebbe stata buona neppure per una barzelletta. E’ molto probabile che finirà, dopo il rinvio di ieri, con il ritiro della candidatura: è difficile immaginare il Pd che vota la Santa (nche?), ma anche il Pdl che rompe tutto per questo motivo.

Rimane una domanda: a chi giova una tattica di logoramento basata su questi argomenti? All’astensione: non è difficile immaginare lo schifo e la lontananza che, leggendo quali siano gli oggetti del contendere, devono provare un imprenditore che rischia di chiudere, un operaio o un impiegato in cassa integrazione, un giovane precario o disoccupato.

Solo in un Paese da operetta come il nostro ai cosiddetti poteri forti poteva venire in mente un’alleanza così bislacca. Meno dura, meglio è.

Prima o poi lo capirà Re Giorgio?

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Re Giorgio ha parlato. “E’ assurdo pensare che il ministro Saccomanni possa affrontare le difficoltà della crisi italiana con la bacchetta magica”. Re Giorgio è un uomo d’onore. E poi è il Presidente, ha sempre ragione. E il ministro Saccomanni è un bravo tecnico, niente a che vedere con certi dilettanti allo sbaraglio che lo hanno preceduto. E il nuovo Ragioniere Generale dello Stato, Daniele Franco, è uno che ci sa fare.

Ma c’è una parola che ancora non ha pronunciato; ci sono atti che ancora non ha fatto. La parola è spending review. Abusata, vero; ma mai tentata: perché finora si sono fatti sempre e solo tagli lineari. Gli atti sono l’avvio di un serio programma di analisi e revisione della spesa corrente nelle amministrazioni centrali. Se ne ricaverebbe: almeno un anno di vita del governo, un risparmio strutturale di qualche decina di miliardi di euro, un aumento di efficienza dell’azione di diversi settori della Pubblica amministrazione.

Ministro Saccomanni, che stiamo aspettando?

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L’Italia ha bisogno di un governo, lo sanno anche i bambini e l’ha detto il Presidente Napolitano. E il Presidente Napolitano è un uomo d’onore. L’incapacità di un gruppo dirigente a vincere un’elezione già vinta, e la scelta scellerata dei 101 contro Prodi hanno fatto il resto. E abbiamo il governo del Presidente, il Monti bis formato Letta. Non so se sarà in grado di risolvere i problemi dell’Italia, né se riuscirà a dare al Paese almeno qualche semi riforma decente; vista l’esperienza Monti, c’è da dubitarne.

Di sicuro c’é una sentenza della magistratura che condanna il leader di uno dei due partner di governo che fece pubblicare il contenuto di una telefonata di Piero Fassino perché “come leader della parte politica avversa puntava a danneggiare l’ex numero uno dei Democratici di sinistra”. Lo stesso leader che è sotto indagine per aver comprato voti parlamentari per far cadere il governo di Romano Prodi, fondatore del Pd. Il Pd tace. Giorgio napolitano, che dal Pd proviene, tace. Ma Napolitano è un uomo d’onore.

Certo, il Paese ha bisogno di risposte, perché con le indagini giudiziarie la gente non mangia. Un governo ci vuole; anche se forse non sarà in grado di risolvere i problemi dell’Italia (allora bisognerebbe chiedere a Re Giorgio, che è un uomo d’onore, qual’é il suo compito).

Non sarò un uomo d’onore, ma mi chiedo in quale altro Paese un governo del genere riuscirebbe a sopravvivere un solo istante di più.

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