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Qualche mese fa tutta l’Italia che conta – giornali e telegiornali, Napolitano, associazioni di categoria come Confindustria, Confcommercio e Cna e chi più ne ha più ne metta – spiegavano “urbi et orbi” la necessità di mettere insieme il diavolo e l’acquasanta con le “larghe intese”. In nome di un bene supremo e fondamentale per la salvezza del paese: la stabilità.

Ci avevano spiegato – mentre Berlusconi Brunetta Schifani ed Alfano annuivano convinti – dell’importanza della stabilità. Per poter abolire l’IMU ed evitare l’aumento dell’Iva; per restituire alle imprese i soldi che debbono avere da anni dalle Pubbliche amministrazioni; e molto altro ancora.

A pochi mesi da allora tutto si può dire. Ma certo non che stiamo attraversando tempi di “stabilità”. E alcuni di coloro che allora volevano la “stabilità” per fare quelle cose – Berlusconi Brunetta Schifani e Alfano in testa – sembrano oggi essere pronti a infischiarsene di Imu, Iva, soldi della Pa a imprese e tutto il resto in nome di un salvacondotto giudiziario per un condannato in via definitiva per gravi reati.

Cara Italia che conta – giornali e telegiornali, Napolitano, associazioni di categoria come Confindustria, Confcommercio e Cna e chi più ne ha più ne metta – non sarà che chi allora diceva che chiedere a degli irresponsabili di essere i garanti della responsabilità era una sciocchezza ( se non una presa in giro)? Non sarà che chi allora sosteneva che far garantire la stabilità ad un manipolo di avventurieri capaci di tutto aveva ragione?

Ai posteri, tra pochi giorni, l’ardua sentenza. Alla faccia della stabilità, povera Patria.

Pubblicato (anche) su Giornalettismo

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Con il termine stabilità si intende, com’è abbastanza facile da capire, l’essere fermo, durevole, costante, inalterato nel tempo e nello spazio. Con il termine cambiamento si intende, com’è altrettanto facilmente intuibile, modificarsi, mutare, rischiare.

La parola di cui sembrano essersi innamorati molti esponenti della cosiddetta società civile – sindacalisti, rappresentanti degli imprenditori, editorialisti e chi più ne ha più ne metta – è proprio stabilità. Serve un governo “stabile”. Serve “stabilità”, e via dichiarando. Il fatto che tanti “consolidati” siano innamorati della stabilità non stupisce: a loro conviene, eccome. Ma all’Italia di oggi?

Sembra evidente che in giro ci sia bisogno più di cambiamento che di stabilità. Il Paese di tutto ha bisogno meno che di essere fermo, visto che si trova da un ventennio in una palude e che per questo così si è ridotto.

Il problema semmai è un altro: fare attenzione, nel Paese dei Gattopardi, a chi vuole che “tutto cambi perché tutto resti come prima”. Allora, discutiamo semmai su chi debba guidare il cambiamento, su chi lo voglia davvero, sulla strada migliore per realizzarlo.

Ma non sul dilemma tra stabilità e cambiamento. Su questo, davvero, non c’è partita.

Pubblicato (anche) su Giornalettismo

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