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In realtà, faccio il tifo per la Juventus (be, nessuno è perfetto, no?). Ma stasera faccio il tifo per Abidal. Ma sì, Abidal. L’ex nazionale francese, l’ex idolo del grande Barcellona di Guardiola, quello che adesso allena il Bayern e ieri sera ha matato la Roma (capita). Abidal che, dopo un tumore, il ritorno, la ricaduta, adesso è tesserato dell’Olimpiacos di Atene. Quella Atene dove la Juve ha lasciato una Coppa già vinta, tanti anni fa, Abidal forse neanche se lo ricorda, che aveva solo 5 anni ma io me lo ricordo bene.

Abidal-Olympiakos

Abidal che ormai gioca poco, ma, come dice lui, sa che “ogni partita è un regalo”. Come ogni giorno che passiamo, andando avanti con fatica tra i piccoli dolori del quotidiano. Un regalo è ogni giorno, ogni partita in cui giochi come sai, a volte vinci a volte perdi, ma comunque ce la metti tutta. Come Abidal, che ha vissuto in un sogno per tanti anni – le folle, le vittorie, le gioie – e poi è caduto nell’incubo del male, degli ospedali, dei chirurghi, di quelle terapie che ti consumano il corpo e l’anima.

Perché siamo tutti Abidal, prima o poi. Nella gioia e nel dolore, andando a tentoni nei campi da gioco, a volte soli e volte in compagnia. Tutti con un viaggio da vivere, una partita da giocare, e ognuna è un regalo, come dice Abidal.

Abidal, che forse stasera gioca o forse no. Abidal, che forse tornerà al Barcellona e chiuderà la sua carriera, o forse no. Abidal, che forse avrà una lunga e felice vita o forse no. Abidal, che forse regala un dispiacere alla Juventus, e pazienza se accadrà. Sì, stasera faccio il tifo per Abidal, che la mia Juve mi perdoni. Perché il calcio è come la vita, e la vita è così. E chi sa solo di calcio, non sa nulla di calcio (Mourinho dixit).

Pubblicato (anche) su neXt quotidiano

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Chissà com’è andata a L’Aquila, in questi giorni di neve. Dopo il terremoto, le promesse, le luci della ribalta televisiva, la sfilata dei grandi della terra, i giochi di prestigio. E poi il silenzio assordante. Purtroppo, siamo stati facili profeti. Eccola qui: a tre anni dal sisma, quello che avrebbe dovuto essere il più grande cantiere d’Europa è un sito semi abbandonato, puntellato, transennato e coperto dalla neve.

Molta gente vive ancora nelle C.A.S.E., nei MAP o in albergo, proprio come allora: secondo i dati del Piano per la ricostruzione de L’Aquila, presentato dal Comune solo pochi giorni fa, gli Aquilani alloggiati fuori dalle proprie abitazioni sono ancora 28 mila (prima del terremoto L’Aquila aveva poco più di 72 mila abitanti). E gli abruzzesi ancora fuori dalle loro case in tutta la zona sismica sono 34mila 670.

Il Piano stima che per ricostruire L’Aquila serviranno 5 miliari in tutto, 3 e mezzo per rifare il centro storico, 1 e mezzo per le 49 frazioni. Una cifra che in questi tempi di ristrettezze, di tagli, di sacrifici, dopo le magiche promesse da marinaio di Berlusconi, Bertolaso e Tremonti, fa tremare i polsi. Per fortuna che a Roma c’è il Parlamento; e i partiti, che sgomitano per la candidatura di Roma alle Olimpiadi del 2020 e sbraitano perché il governo dice no, perché abbiamo altri problemi.

A L’Aquila intanto fa freddo, e la neve che fatica a sciogliersi imbianca i ponteggi e le transenne.

Pubblicato (anche) su Giornalettismo

Le bugie hanno le gambe corte. Il sisma che ha colpito l’Abruzzo rappresenta un caso emblematico di quest’Italia berlusconiana, fondata sulle mistificazioni mediatiche e sulle bugie istituzionali. Abbiamo capito da un pezzo che l’Abruzzo non è il paradiso che Berlusconi e Bertolaso ci hanno descritto per mesi, nella vergognosa accondiscendenza dei media e della stessa opposizione. Ma qui le cose sono davvero oltre l’immaginabile.

Già perché, secondo i dati aggiornati a ieri da parte della Struttura per la gestione dell’emergenza post sisma in Abruzzo, sono ancora 55.870 i terremotati assistiti in “emergenza”, di cui 48.278 per il Comune dell’Aquila. Gli Aquilani che beneficiano del cosiddetto “contributo di autonoma sistemazione” (in pratica ricevono un contributo dallo Stato in attesa che la loro casa gli venga ridata e si “arrangiano” come possono) sono 25.585. Quelli che stanno nelle C.A.S.E., MAP sono 18.997, mentre altri 3.127 stanno ancora in albergo e 595 nelle caserme. Per gli atri 50 comuni del cratere sismico, 3.594 beneficiano dell’autonoma sistemazione; 341 in affitti concordati con DPC; 3.566 nei MAP (moduli abitativi provvisori); 91 in altre strutture comunali.

Queste cifre testimoniano che siamo di fronte alla più lunga emergenza della storia dei terremoti d’Italia, roba da fare invidia anche al Belice e all’Irpinia. Altro che mirabolante miracolo! Un’emergenza che divora montagne di soldi, mentre di ricostruzione si continua a non parlare. Il caso ha avuto un po’ di eco per la denuncia di alcuni albergatori della costa abruzzese, che alloggiano i terremotati senza tetto e che dal 1 gennaio 2010, da quando cioè la competenza dei rimborsi è passata alla Regione, non ricevono più un euro o quasi. E cominciano ad essere indebitati fino al collo. Le aziende, invece, attendono i pagamenti di lavori, tra cui puntellamenti, effettuati da mesi. Alcuni piccoli imprenditori hanno denunciato mancati pagamenti per lavori, risalenti al giugno 2009, relativi al G8 dell’Aquila, commissionati dalla Protezione civile nazionale.

Purtroppo però, a dispetto dei rassicuranti reportage di giornali e telegiornali, non c’è una lira. Lo ha detto anche il Presidente dell’Abruzzo Gianni Chiodi, commissario per il terremoto e anche per l’emergenza: “Non ci sono fondi per coprire i debiti contratti durante il periodo dell’emergenza terremoto. Con una lettera molto chiara ho chiesto per venerdì al ministro Tremonti un incontro sui fondi per i debiti contratti nella fase di emergenza”.

Non si sa se, con un altro “miracolo”, si rattopperà anche questa falla. Possibile. Nel paese di Pinocchio, dove la mistificazione si è trasformata in metodo di governo, dove il governo si è trasformato in gestione arruffona dell’emergenza, tutto può succedere. Certo che di gente con le gambe corte o dal naso lungo se ne vede tanta in giro. Ma non si sa se siano peggio costoro, o i troppi ignavi che continuano a far finta di non vedere e a non denunciare questa autentica vergogna nazionale che è stato ed è il sisma de L’Aquila.

Pubblicato su Giornalettismo

L’amaro epilogo di un giallo già scritto, il finale scontato di un film già visto. Questo il primo pensiero guardando l’incredibile scena dei terremotati de L’Aquila, con il loro Sindaco Massimo Cialente in testa, presi a botte in una torrida giornata di luglio dalla polizia nel centro di Roma. Per impedirgli di esprimere la loro rabbia davanti alle sedi istituzionali per lo stato di abbandono in cui si trovano, dopo che si sono spente le luci del palcoscenico e sulla ricostruzione dell’Aquila è scesa la notte.

Com’è amaro scriverlo: l’avevamo detto appena poche ore dopo il drammatico terremoto d’Abruzzo, mentre gli imprenditori della cricca gioivano nei loro letti. Poi quando uscì il decreto abracadabra, abbiamo avvisato che in Abruzzo stava andando in onda un grande inganno. Si trasmetteva il miracolo di Berlusconi e Bertolaso, la ricostruzione più veloce mai fatta al mondo, mentre si trattava solo di uno show mediatico, che nascondeva l’emergenza più costosa e più lunga di un evento sismico che si ricordi in Italia.

Ma come in uno studio televisivo, smontate le scenografie spuntava solo quell’erba che cresceva sulle macerie di uno dei centro storici più preziosi d’Europa. L’abbiamo scritto molti mesi fa: L’Aquila è stata uccisa, sepolta sotto le sue macerie. La ricostruzione è un irresistibile disastro, non è mai cominciata, perché non ci sono i soldi.

L’omicidio de L’Aquila ha due responsabili, ma anche molti complici. E’ complice un’opposizione che per troppo tempo ha fatto finta di credere alle promesse del grande incantatore ed è stata zitta di fronte ad un’evidenza sempre più palese. Ed è colpevole soprattutto la stampa, la libera stampa, il cane da guardia della democrazia.  Che  piange  e protesta per il bavaglio del ddl intercettazioni, ma che per mesi ha fatto da cassa di risonanza delle veline governative senza  neppure provare a leggere un dato o fare uno straccio d’inchiesta. Come uno scondizolini qualsiasi, l’Augusto direttore del Tg1 che pure ieri è riuscito, senza la minima vergogna, a far passare le contestazioni al premier e le accuse al governo come un attacco a Bersani.

L’Aquila oggi è una città disperata, un guscio vuoto con tanti prefabbricati “provvisori” intorno chiamati C.A.S.E. ma che non sono case. Una città fantasma dove sotto l’emergenza c’è il nulla, un palcoscenico dimenticato che non si rassegna all’abbandono dello Stato e urla, finalmente, la sua protesta. Guardando questa gente presa a botte dallo Stato, in questa torrida notte italiana, l’amarezza sconfina in rabbia. Se e quando il terremoto berlusconiano sarà passato, sulle macerie di quest’Italia assassinata da sciacalli e iene, ci sarà davvero molto, ma molto da ricostruire. Speriamo di farcela.

Pubblicato su Giornalettismo

E’ passato un anno da quella notte in cui L’Aquila è crollata sotto le scosse del terremoto. E’ il momento, come ha detto ieri il sottosegretario Gianni Letta, per “un esame di coscienza personale e collettivo”. Lo dobbiamo alle 308 persone inghiottite per sempre dalla scossa delle 3.32 del 6 aprile scorso, quattro interminabili file di bare con una orchidea e un foglio bianco con sopra solo il nome. Lo dobbiamo alle decine di migliaia di persone che aspettano di tornare nella loro casa distrutta o lesionata. Un esame serio, per rispondere a tre domande. Poteva essere evitata la tragedia? I soccorsi e la gestione dell’emergenza sono stati all’altezza della situazione? Le attività di ricostruzione sono ben avviate e danno speranza per il futuro della città e dell’Abruzzo?

Alla prima domanda, la risposta la stiamo ancora cercando. Dopo le grandi polemiche di quei primi giorni, ci sono le inchieste in corso sulle modalità di costruzione di alcuni degli edifici sbriciolati dal terremoto, a partire dalla Casa dello Studente. E c’è un’informativa giudiziaria riservata della Polizia dell’Aquila che accusa i vertici della Protezione Civile di omicidio colposo, per non aver dato l’allarme prima della scossa fatale, nonostante fosse in atto uno sciame sismico in corso da quattro mesi, con oltre 400 scosse. Si cita, non a caso, la Garfagnana nel 1985, quando furono evacuate per prudenza centomila persone.

Alla seconda domanda, la risposta è che le luci si alternano a molte ombre. Perché è vero che tutti gli sfollati hanno ora un tetto sopra la testa, ed è un buon risultato. Ma è anche vero che questo risultato – per molto tempo spacciato dai media berlusconiani come un miracolo, anzi come la “vera” ricostruzione della città – è stato ottenuto spendendo una cifra astronomica rispetto al passato per costruire le famose C.AS.E.; cifra che comunque non è bastata: molti vivono in caserma o negli alberghi della zona, più di trentamila persone stanno in affitto, in “autonoma sistemazione” a spese dello Stato. Senza contare lo sradicamento sociale ed economico che queste scelte hanno causato e potranno causare alla gente de L’Aquila.

Alla terza domanda, invece, si può rispondere facilmente. La ricostruzione non è, semplicemente, neppure cominciata. Non solo quella delle abitazioni distrutte o molto lesionate, che richiederà anni. Ma anche quella delle case lievemente lesionate, che richiederebbe interventi di poco conto e di breve durata. Si è preferito, anche per mancanza di quei soldi che il decreto abracadabra si è dimenticato di stanziare, trattare tutti allo stesso modo, aspettando molti mesi senza neppure iniziare a sgombrare dalle macerie dove nel frattempo è nata l’erbetta e qualche fiorellino. Adesso si stanno mettendo indiscriminatamente i ponteggi, anche dove non serve. E le procedure per la concessione dei contributi a chi ha la casa parzialmente lesionata sono lente e macchinose, rischiano di bloccare a lungo l’inizio dei lavori, soprattutto dove molte seconde case sono accanto a quelle dei residenti.

Difficile poi non aggiungere che c’è un’inchiesta – già dimenticata in quest’Itaia dalla memoria incredibilmente corta – per una storia ordinaria di corruzione, quel sistema gelatinoso di appalti della Protezione civile che ha coinvolto anche la gestione dell’emergenza Abruzzo, ben rappresentata dall’ignobile dialogo tra gli imprenditori che proprio mentre la gente moriva sotto le macerie de L’Aquila ridevano nel proprio letto, pensando agli affari delle loro imprese nei lavori per il post-sisma.

Ecco, un bell’esame di coscienza, in questo Paese che sa solo piangere i morti o festeggiare gli “straordinari risultati” andrebbe fatto. Lo dovrebbero fare Berlusconi e Bertolaso, guardando negli occhi quella gente d’Abruzzo che a loro si aggrappa ancora, nella speranza che dopo un’emergenza costosa e non strabiliante ma comunque finita segua la ricostruzione. Lo dovrebbe fare l’opposizione, che lì ha anche ruoli di governo, perché la la sconfitta di Stefania Pezzopane nelle recenti amministrative provinciali – dove il successo a l’Aquila città non ha compensato il crollo nel resto della provincia – mostra crepe di consenso anche sul fronte di chi agli effetti speciali del premier non ha saputo proporre un alternativo progetto credibile di rinascita.

E un esame di coscienza dovremmo farlo tutti noi. Perché, come spesso accade in questo nostro Paese, ciò che crediamo altro e distante – il destino de L’Aquila e della sua gente – ci appartiene e ci tocca come cittadini e come esseri umani. Lo dobbiamo alle quattro file di bare inghiottite dal terremoto e dall’incuria dell’uomo, a quella tanta gente ancora senza la propria casa. E anche a noi stessi.

L’articolo è stato originariamente pubblicato su Giornalettismo

Ieri in 6 mila a L’Aquila hanno fatto ciò che suggeriva questo slogan:  “sveglia, rizzete e vè a lavorà con noi pè sgombrà L’Aquila dalle macerie”. Sono i 6 mila cittadini del capoluogo abruzzese che hanno partecipato alla “rivolta delle carriole”. Perché, mentre si faceva spettacolo da Vespa inaugurando le C.A.S.E., i M.A.P.  e mandando intanto un sacco di gente negli alberghi delle coste, a nessuno era venuto in mente di fare una cosa meno spettacolare e più semplice: togliere i 4,5 milioni di tonnellate di macerie che si trovano nel centro storico della città abruzzese.

Eppure, sarebbe bastato spostare circa un terzo delle macerie per poter far partire i lavori su circa 10 mila edifici danneggiati tra centro storico e frazioni. Qualcuno dice adesso che la colpa è degli enti locali, che dovevano pensarci loro, mentre il povero Bertolaso e la Protezione civile lavoravano alacremente tra la Maddalena, L’Aquila, i mondiali di nuoto, i 150 anni dell’Unità d’Italia, per il bene della nazione.

Mica proprio vero, però: l’Ordinanza n.3797 della presidenza del Consiglio dei Ministri di luglio 2009, all’art.19,  dava potere al Commissario delegato, appunto Guido Bertolaso, di “prevedere, in sostituzione dei Comuni che non adottavano provvedimenti, alla individuazione dei siti da adibire a deposito temporaneo, alla eventuale requisizione dei siti idoneii”. Ed per la rimozione e il trattamento dei “rifiuti” era autorizzato anche “a ricorrere al genio militare dell’esercito”.

Ma bisogna scusarlo, poverino. Aveva tanto da fare, e soprattutto altro a cui pensare. Ad esempio farsi curare la cervicale al Salaria Village.

Buon tutto!

Il post è stato pubblicato su Giornalettismo

Nel corso delle proteste dei cittadini de L’Aquila durante la manifestazione “1000 chiavi per la città”, è stata oggetto di contestazione una troupe del Tg1, accolta al grido di “Scondinzolini!”: Il Tg1 è stato accusato di avere diffuso un’immagine falsata della situazione del terremoto in Abruzzo. Coinvolta anche la giornalista Maria Luisa Busi, sul posto per fare un servizio per Tv7. La Busi si è difesa dicendo di non poter “rispondere dell’informazione a livello generale che il Tg1 ha fatto nel corso di questi dieci mesi dal terremoto”, aggiungendo anche che quello che ha visto all’Aquila, in questi giorni con i suoi occhi, “è molto più grave di come talvolta è stato rappresentato: migliaia di persone sono ancora in albergo, le case non bastano e la ricostruzione non è partita”.

Mentre diversi esponenti del centrosinistra e il segretario dell’Usigrai partivano all’attacco del direttore Minzolini, contemporaneamente facevano distinguo e riservavano attestati di stima alla bella e brava giornalista che “si è limita a fare onestamente il suo lavoro”. Secondo alcuni di questi pasdran, la redazione del telegiornale più visto d’Italia, quello che è l’unica fonte d’informazione di milioni di italiani, sarebbe una polveriera pronta ad esplodere contro il suo direttore.

Più volte Giornalettismo ha criticato Minzolini e la sua singolare concezione “servile” di “servizio”pubblico, da ultimo qui, ma sembrano meno comprensibili i distinguo su Maria Luisa Busi. Perché non si tratta dell’ultima dei praticanti, ma di un volto noto e prestigioso, una delle punte di diamante del Tg1. Quella che conduce l’edizione delle 20, una che sul Tg che Minzolini dirige ci mette la sua faccia. E’ certamente vero che la linea di un giornale la detta il direttore (e ci mancherebbe altro!), ma è anche vero che se quella linea non è condivisa si può scegliere di andarsene, o almeno – se non si hanno altre occasioni professionali – dissociarsi in silenzio, tenendosi più defilati. Ma ad infastidire è soprattutto la scusa opposta dalla Busi sulla “scarsa conoscenza” della vera situazione. Quel “solo ora vedo con i miei occhi come stanno realmente le cose”.

E’ comprensibile che Maria Luisa Busi, avendo molto da fare, non  abbia letto i molti articoli che sull’argomento hanno cercato di mettere in luce in più occasioni le magagne che si celavano dietro l’apparente show trionfale sul terremoto di B&B, Berlusconi e Bertolaso. Ma in ogni caso, da brava e bella giornalista quale i suoi amici di centro sinistra la accreditano, poteva almeno leggersi i dati e le cifre del decreto abracadabra sul terremoto (pubblicato in Gazzetta ufficiale) o dare un occhiata al sito della Protezione civile, dove ad onor del vero Bertolaso e i suoi hanno sempre correttamente dato tutte le cifre e chiunque volesse farlo poteva informarsi e trarre le conclusioni.

Naturalmente siamo anche noi dalla parte della bella e brava Maria Luisa. Ora cha ha visto con i suoi occhi, nelle riunioni di redazione si batterà di certo per un Tg1 più obiettivo, assieme alla redazione che ribolle e che ben presto si dissocerà dal suo direttore “servile” . La scusiamo perché se non ha avuto tempo di raccogliere dati, metterli in relazione tra loro e trarre le conclusioni, come farebbe un qualsiasi praticante di redazione, c’era un buon motivo: prepararsi a condurre il Tg1 delle 20 deve essere una faccenda che porta via parecchio tempo, tra sala trucco e ripasso di dizione.

Buon tutto!

L’articolo è stato originariamente pubblicato su Giornalettismo

A pensarci bene la storia che vede coinvolti Angelo Balducci e Fabio De Santis, pubblici ufficiali presso la Presidenza del Consiglio dei ministri incaricati della gestione dei “grandi eventi” e gli imprenditori Diego Anemone dell’omonimo gruppo, che si è aggiudicato l’appalto per la conversione dell’ex arsenale della Maddalena e che ha interessi nei lavori per i Mondiali di nuoto, e Mauro della Giovampaola, e che coinvolgerebbe in modo non lieve anche il super capo della protezione civile, Guido Bertolaso è davvero, come l’ha descritta il Gip di Firenze, “un’ordinaria storia di corruzione”.

L’Italia ne è piena. Com’è ormai piena di scandali a base di escort, sesso e potere. Il fatto che nella rete cada un uomo come Guido Bertolaso, se ne saranno accertate le responsabilità, l’uomo che incarna più di ogni altro quel “governo del fare” che Berlusconi vanta come la cifra distintiva della sua azione politica ed amministrativa, come ricordava ieri Donato De Sena su Giornalettismo è, alla fin fine, non molto rilevante. Non sono certo queste “sciocchezzuole” che impressionano una pubblica opinione che da mesi, forse anni, osserva senza battere ciglio la sistematica sopraffazione dello stato di diritto in nome della “legittimazione popolare”.

L’ indifferenza di quasi tutti gli italiani, senza quasi distinzione di parte politica, allo svuotamento della funzione legislativa del parlamento, all’attacco a qualsiasi istituzione di garanzia che verifichi l’operato del “principe”,  alla “privatizzazione” strisciante di pezzi di pubblici poteri è un dato quasi acquisito. Anzi, i “principi e principini” sparsi nei governi nazionali, regionali e locali si sentono e forse sono ormai degli intoccabili a prescindere, che possono trattare come “cosa loro” la res publica, la cosa pubblica, siano i servizi locali, le emergenze sismiche, l’organizzazione dei mondiali di nuoto al G8 e chissà che altro.

Ma c’è qualcosa che, speriamo, anche in quest’ Italia ormai sorda a qualsiasi considerazione su etica, separazione dei poteri, corruzione, occupazione del potere di “bande di sciacalli”, può ancora fare indignare. Sono quelle parole agghiaccianti che – mentre si contavano i morti sotto le macerie de L’Aquila – alcuni attori di quel “sistema gelatinoso” di tangenti, appalti, sesso di cui sarebbe protagonista il vice di Bertolaso e dove forse è rimasto impigliato lo stesso capo della Protezione civile, si scambiano al telefono, proprio quel 6 aprile di un anno fa: “Alla Ferratella occupati di ‘sta roba del terremoto, perché qui bisogna partire in quarta subito, non è che c’è un terremoto al giorno”. Con l’altro che ripete “Lo so”, e ride. “Io stamattina ridevo alle tre e mezzo dentro il letto” e così via.

Ecco. Vogliamo sperare, assieme al sindaco Massimo Cialente, che i protagonisti di questo sistema, a parte la corruzione, i giri di soldi, sesso e potere che personalmente aborriamo ma che fanno ormai parte di questi “anni del fare”, abbiano un rigurgito di dignità e di buongusto e chiedano scusa e si vergognino. E che tutti coloro che – in quanto pubblici ufficiali – in quel sistema gelatinoso, dove l’efficienza diventa discrezionalità fuori controllo, hanno inzuppato il pane, vengano cacciati a calci nel culo. E se fra loro – ci auguriamo sinceramente di no – dovesse esserci Guido Bertolaso, che personalmente stimiamo nonostante qualche errore di troppo nella gestione del dopo sisma aquilano, non saremmo disposti a fare un’eccezione.

Buon tutto!

L’articolo è stato pubblicato originariamente su Giornalettismo


Giornalettismo ha detto subito che il decreto terremoto del governo era in realtà un decreto abracadabra, privo di risorse per la vera e propria ricostruzione de L’Aquila. Ben presto abbiamo fatto notare che la ricostruzione de L’Aquila non ci sarebbe stata. Siamo tornati nel capoluogo abruzzese pochi giorni fa e abbiamo constatato purtroppo l’avverarsi delle nostre previsioni e la morte silenziosa di una delle più belle città italiane. Ma a scavare nella melma del dopo terremoto abruzzese si vedono anche altre cose non del tutto chiare.

COME SI ASSEGNANO LE C.A.S.E. – Lasciamo da parte le polemiche sulla ricostruzione mai iniziata, sui soldi mai stanziati e concentriamoci sulle C.A.S.E., i moduli abitativi prefabbricati dove, secondo le promesse fatte dal Governo Berlusconi all’inizio del terremoto avrebbero dovuto ospitare tutti i senza tetto d’Abruzzo. In realtà non tutti i 32 mila abitanti dell’Aquila che hanno una casa classificata in zona E (quelle totalmente inagibili) potrà andare a vivere in queste C.A.S.E. Quando il governo se ne è reso conto, ha silenziosamente deciso che bisognava stabilire dei criteri per selezionare coloro i quali l’avrebbero avuto e chi invece no. La consegna delle C.A.S.E. procede, con qualche ritardo, ma il fatto che alcuni ce l’avranno e altri no scatena inevitabilmente polemiche, tra gente che vive profondi disagi, sulle modalità di assegnazione dei moduli abitativi che trovano però poco spazio nei media. Su questo argomento il segretario provinciale aquilano di rifondazione comunista, Fabio Pelini, e il capogruppo Prc in Consiglio comunale Enrico Perilli hanno dichiarato recentemente che il loro partito intende fornire “un sostegno legale ai tanti cittadini aquilani che si sono visti escludere dal progetto C.A.S.E. in maniera ingiusta o poco chiara”.

I CRITERI DI ASSEGNAZIONE –  Cerchiamo di vederci chiaro. I criteri furono fissati, come prevedeva l’Ordinanza del presidente del Consiglio dei Ministri n. 3886 dal Consiglio comunale de L’Aquila, come ci racconta Pelini “dopo una lunga discussione su nuclei monoparentali, figli a carico, disabilità, presenza di anziani, livelli di reddito, di lavoro, addirittura di aquilanità e diritti di proprietà”. Il sindaco della città abruzzese, Massimo Cialente, li ha resi noti con l’Ordinanza n. 1188 del 17 settembre scorso e li ha specificati nell’allegato consultabile qui. Alla formulazione degli elenchi si arriva però attraverso un’apposita procedura informatizzata, con la collaborazione del Dipartimento della Protezione Civile e della Fondazione Ugo Bordoni, come previsto dal comma 2 dell’Articolo 28 dell’OPCM 3797/2009, applicando i criteri generali e i criteri specifici sopra citati. Il Sindaco, sulla base degli elenchi forniti da questa procedura, emette infine i decreti di assegnazione o le lettere di diniego.

STRANEZZE – Gli elenchi dei beneficiari cominciano ad apparire sul sito del Comune.  Ma sono  sprovviste di punteggio, come si può verificare qui e anche qui. Non sono nemmeno ordinate secondo un criterio chiaro e trasparente. Ma ci sono altre stranezze, che vengono denunciate fin dalle prime pubblicazioni dai responsabili aquilani di Rifondazione Comunista. Pelini ci ha confermato la presenza di “errori evidenti, come la presenza di molte persone in più nuclei familiari (ci sono 86 codici fiscali ripetuti), assegnatari che non sembrerebbero avere diritto alle C.A.SE., in quanto la loro casa è stata dichiarata in zona B”, quindi non tra quelle totalmente inagibili della cosiddetta zona E. Scorrendo il lunghissimo elenco presente nel sito del Comune, si notano effettivamente diversi assegnazioni a nuclei di 1 o 2 persone. Mentre a L’Aquila si sa che ci sono nuclei familiari molto più numerosi, o con gli stessi requisiti di chi è stato ammesso, che sono rimasti fuori. Per forza che poi si è scatenata una guerra tra poveri, fatta di sospetti, veleni, delazioni. Una lacerazione, in una comunità già fortemente provata.

UNA CORTINA DI FUMO –  La gente si è lamentata. Pelini ci ha parlato anche di “una richiesta esplicita di 4 consiglieri comunali sulla pubblicazione delle graduatorie con i punteggi. Invece si è alzata una cortina di fumo, un muro di gomma”, dietro cui si nasconde poca voglia di trasparenza e una grave mancanza di sensibilità verso le istituzioni e le popolazioni locali da parte della Protezione Civile. Ma che potrebbe far crescere i sospetti di metodi poco chiari (o poco “giusti”) nell’assegnazione della C.A.S.E. Per sgombrare il campo da veleni e sospetti e dare la possibilità a tutti – secondo elementari principi di trasparenza – di verificare eventuali errori ed omissioni basterebbe la pubblicazione della graduatoria con i punteggi. Invece Guido Bertolaso ha  rifiutato di rendere gli atti di accesso pubblico, appellandosi alla legge 241/1990 e alla sentenza numero 4471/05 del Consiglio di stato, sostenendo che “i richiedenti devono dimostrare un interesse per la tutela di situazioni giuridicamente rilevanti nella richiesta di accesso agli atti”. Per leggere il carteggio, si può vedere qui.

BERTOLASO, FACCIA CHIAREZZA! – L’affermazione è magari giuridicamente corretta, ma non convince. Bertolaso sembra fare appello al diritto di accesso agli atti delle PA da parte di terzi, ma il problema è che i punteggi assegnati della graduatoria per una pubblica assegnazione devono essere pubblici. C’è in ballo la credibilità con cui si assegnano i moduli abitativi ai cittadini aquilani, che hanno il diritto di sapere – al di là dei sofismi da azzeccagarbugli – che tutto si sta svolgendo in regola. Devono già sopportare il loro centro storico ridotto a macerie chissà per quanto (forse per sempre) hanno almeno il diritto di non essere presi in giro sull’assegnazione delle C.A.S.E. Quanto al rispetto per le istituzioni, ci sembra che l’amministrazione comunale (Sindaco e Consiglieri) abbia il diritto di sapere se i suoi criteri sono seguiti ed applicati correttamente. Un po’di chiarezza non guasterebbe. O è chiedere troppo?

L’articolo è stato originariamente postato su Giornalettismo

A L’Aquila, di cui abbiamo parlato proprio l’altro ieri, è accaduto un fatto del tutto incredibile in questa stagione: è arrivata la neve. L’imprevedibile  evento ha provocato disagi alla popolazione perché – secondo il Tg regionale della Rai – in tutto il comune de L’Aquila sono rimasti solo due mezzi per fronteggiare l’emergenza neve, perché gli altri sono stati  distrutti dal terribile terremoto del 6 aprile.

A risolvere l’emergenza ci hanno pensato, con mezzi più “artigianali” (pale e palette) i volontari coordinati dalla protezione civile della Val d’Aosta, che ha attuato il previsto “Piano neve”. Il Tg 5 ne ha dato notizia, con dovizia di particolari, lodando la grande efficienza della gestione dell’emergenza neve a L’Aquila, nonostante la penuria di mezzi.

Il Tg 5 è davvero un mezzo d’informazione fuori dal comune. Ad un semplice giornalettista, o anche ad un qualsiasi frequentatore di internet, uno dei tanti che frequentano i gruppi presenti in rete, poteva anche venire in mente che a L’Aquila – che pare non si trovi vicino ai tropici – se un terremoto arriva in primavera e distrugge tutti i mezzi rompighiaccio e spalaneve c’è tutto il tempo per prevedere durante l’estate, di ricomprarli.

Invece, al Tg5 devono aver pensato che a fare certi pensieri sono capaci tutti. Molto più efficiente fare come ha fatto la protezione civile: lasciar passare l’estate, poi l’autunno senza fare nulla e poi, quando finalmente arriva l’inverno, tutti al lavoro con le pale e le palette!

Non c’è nulla da fare: la professionalità del Tg5 è inarrivabile. Il povero Minzolini s’impegna, ma per raggiungerli ne ha di strada da fare.

L’articolo è stato orginariamente pubblicato su Giornalettismo

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