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Come lo chiameremo, da oggi, questo governo delle (ex) larghe intese? Eh già, perché anche se molti fanno finta di non accorgersene, il governo dopo l’uscita di Berlusconi e della sua corposa pattuglia di “lealisti” cambia natura, qualitativamente ma anche numericamente.

Letta-sinistra

E’ un governo che ora si regge su una schiacciante maggioranza, anche numerica, della sua componente Pd. Ne dovrebbe conseguire, logicamente, un diverso atteggiamento del Pd e dei suoi elettori alle scelte che d’ora in poi questo governo farà. In materia fiscale, in materia di giustizia, in materia di lavoro, in materia di stimolo alla crescita, e così via. Più difficile accettare compromessi indigeribili (tasse sulla casa, riforme del lavoro, politiche ambientali, sanità) di quelli sin qui ingoiati sull’altare della “stabilità”.

Il Presidente Letta è troppo accorto per non saperlo. Dovrà spiegarlo anche ai suoi esponenti di governo, Fassina in testa, che non si tratta di Renzi, ma della natura stessa del Pd. Fare “qualcosa di sinistra”, fosse anche quella moderna e riformista che molti auspicano, o almeno fare qualcosa di civiltà, non sarà più un optional, ma un must.

Don’t forget, Mr. Letta!

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La faccenda dell’eterno ritorno dell’uguale, deve averla pensata uno che conosceva bene la politica italiana. Passano i governi, i ministri, i leader; i mentecatti sostituiscono gli statisti, i tecnici sostituiscono i mentecatti, ma il risultato non cambia. Così, dopo la manovrina travestita da manovrona, è arrivata la solita frase a corredo: la legge di stabilità si può modificare in Parlamento, purché il tutto avvenga “a saldi invariati”.

Prime Minister Designate Enrico Letta Presents New Italian Government

Una sciocchezza, anzi peggio. Sciocchezza, perché significa ammettere che qualsiasi politica economica alternativa a quella proposta va bene; dunque che il Governo non crede alla “sua” manovra. Peggio, perché in questo caso è proprio sbagliato l’impianto, e si vede ad occhio nudo, con buona pace del difensore della cause perse Giorgio Napolitano.

La verità – che tutti quelli che vogliono vedere hanno capito – è che siamo ai saldi di fine stagione: l’agonia infinita di una fase storica caratterizzata da berlusconismo e anti-berlusconismo. Una fase che un Paese “che ha perso la capacità di crescere e di competere”, come ha detto il Governatore di Bankitalia Visco, non riesce a superare.

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Occorre andare avanti a fare le riforme economiche e quelle politiche e istituzionali da tempo riconosciute necessarie, al cui procedere ho legato il mio impegno all’atto della rielezione. Così parlò – parola più parola meno – Napolitano. Impossibile dargli torto; l’Italia ha bisogno di riforme: tante, profonde e strutturali. In economia, lavoro, giustizia, fisco, istruzione, finanza, welfare, istituzionali, legge elettorale. Per l’aumento di competitività e innovazione e per la riduzione di sprechi e burocrazie. E per molto altro.

Napolitano_Presidente

C’è solo un piccolo dettaglio: le riforme di cui parla sono le stesse che egli già chiedeva in un suo libro scritto quand’era Presidente della Camera, anno di grazia 1992. Da allora, poco o nulla è cambiato. Da quando è Presidente della Repubblica, sono 7 anni, le cose non sono migliorate. E da quando è il king maker delle larghe intese – cioè da novembre 2011, due anni esatti – idem: bei discorsi, grandi tecnici che fanno cose da politici scarsini, norme che producono altre norme, riforme di carta. In sintesi, il nulla. O quasi.

Non è disfattismo, né eversione, né mancanza di rispetto. Solo una constatazione: la prima riforma strutturale è che vi togliate di mezzo, tutti. Lasciando il campo a gente nuova, o almeno poco usata. Di destra, di centro, di sinistra, a 5 stelle: decideranno gli elettori.

Continuare a star lì facendo finta di fare è il peggior regalo che possiate fare all’Italia.

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Sembra incredibile, ma prima o poi saremo costretti a rivalutare Giulio Tremonti; il principale responsabile della situazione in cui ci troviamo. Perché dopo di lui ci sono stati Monti prima e Grilli poi: niente di che. E adesso, assistiamo al penoso galleggiare di Saccomanni.

Saccomanni

Lo stimatissimo banchiere centrale si è prima inventato un DEF abracadabra, con entrate e spese che “s’aggiustano” per far quadrare i conti, ma incoerenti con le proiezioni ricavabili analizzando i conti trimestrali dell’Istat, da cui alcuni ipotizzano un “buco” a fine anno da 3 a 7 miliardini. Ma passi pure: a trucchetti contabili per far tornare i conti – tipo i rinvii a inizio anno nuovo di trasferimenti programmati per l’anno corrente che magicamente annullano buchi anche consistenti – sono ricorsi tutti i Ministri del mondo.

Ma la “manovrina” ad hoc per il rientro nel parametro del 3 per cento è degna, a partire dal termine usato, di un Tremonti in stato di grazia. Come ha ricordato – per una volta tanto giustamente – il Presidente di Confindustria Squinzi, l’Italia ha bisogno di manovrone: di interventi strutturali pesanti e permanenti, sul versante delle entrate e su quello delle spese.

Rinviarli sine die farà tirare a campare il governissimo delle larghe intese che dicono dovrebbe rimettere a posto l’Italia. Ma farà tirare le cuoia al Paese.

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E’ morto il re, viva il re. Lo stress quotidiano a cui l’Italia si è abituata nel lungo percorso delle larghe intese che da ottobre 2011, nel nome supremo della stabilità (alla faccia!) sotto la regia di Giorgio Napolitano giunge oggi all’ennesimo giro di valzer. Comunque vada, sarà un insuccesso. Se Letta cade, saremo semplicemente massacrati dai mercati. Se Letta tiene, le convulsioni pre-mortem del centrodestra non ancora ex berlusconiano e le lotte fratricide del Pd non ancora renziano continueranno; magari dopo qualche giorno di tregua.

Povera-Italia

Arriveranno le nuove intese che, esattamente come le vecchie, saranno larghe solo a prezzo di decidere di non decidere, di far finta di fare in attesa che i destini incrociati del vecchio ed ormai impresentabile leader del centro destra e quelli del nuovo ma detestato (almeno dal gruppo dirigente del suo partito) leader del centro sinistra si compiano, in un modo o nell’altro.

E’ uno stillicidio triste, un’agonia insopportabile per chiunque abbia davvero a cuore il destino di questa nostra povera Italia. Il curatore fallimentare Re Giorgio prosegue nel suo ostinato tentativo di resuscitare il morto, l’Europa aspetta il momento in cui verrà a prendersi i resti di quello che fu un grande Paese. Grillo abbaia alla luna, senza se e senza ma. La gente guarda stranita, senza capire e purtroppo senza reagire.

Dalle Alpi a Capo Passero è un lento morire in vano ascolto.

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L’aumento dell’Iva va evitato. L’Imu va abolita. La cassa integrazione in deroga va garantita. Le missioni internazionali vanno rifinanziate. Il cuneo fiscale va diminuito. La spending review è inopportuna. L’abolizione delle Province e il disboscamento di enti, uffici periferici dello Stato portano più danni che benefici. Il finanziamento pubblico ai partiti serve perché la democrazia costa. Di tagli alla sanità ce ne sono stati già troppi. Gli enti locali hanno già dato e quest’anno non riescono neppure a fare i bilanci. La riforma delle pensioni l’abbiamo già fatta e comunque le pensioni d’oro sono diritti acquisiti. Il deficit al 3 per cento è un impegno con l’Europa e non si tocca perché siamo appena usciti dalla procedura d’infrazione e rientrarci significherebbe riaccendere lo spread.

Pesci-pani-Letta

Nel Paese con un debito pubblico tra i più grandi del mondo, con la stagnazione più lunga e prolungata dell’occidente, con la maggioranza parlamentare più ampia che si possa pensare di avere, la Legge di stabilità e il bilancio sono all’orizzonte.

Se non ci pensa prima Silvio a spegnere i fuochi, il governo Letta ha già la soluzione: fare come quel tale che circa duemila anni fa con cinque pani e due pesci ha sfamato cinquemila uomini, oltre a donne e bambini. Facile, no?

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Mentre su Arcore calano le prime ombre della sera, una nazione intera resta con il fiato sospeso. Dalle Alpi alle Piramidi, dal Manzanarre al Reno, le stesse domande rimbalzano di casa in casa: Romperà o non romperà? Si dimetterà o non si dimetterà? Lo farà o non lo farà?

Così, percossa ed attonita, la Patria attende il video messaggio di un pregiudicato; muta pensando all’ultim’ora dell’uomo della provvidenza. Di fronte a questo, tutto scompare.

I bambini che giocano rumorosamente nelle loro camerette, mentre parte il video a reti unificate, vengono zittiti da padri e madri inebetiti, metà dal dolore e metà dalla gioia. Un dio sconosciuto guarda dall’alto alcuni di loro, i più piccoli ed indifesi, sollevare la manina e provare a dire qualcosa.

Uno, con la faccia più da impunito degli altri, lo grida forte tirando una palla che manda in mille pezzi il televisore:

“Mamma, Papà. A me sta storia di Berlusconi mi ha rotto le balle. Cambiamo canale?”

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Il governo Monti, attuando una delega del Parlamento, ha previsto nel 2012 la soppressione di 31 tribunali, 31 procure, 220 sezioni distaccate di tribunale e 667 uffici del giudice di pace. La sua applicazione – che si conclude proprio in questi giorni – sta sollevando polemiche, blocchi stradali, sommosse.

tribunale-soppresso

Arrabbiatissimi gli amministratori locali, gli avvocati, i magistrati. E anche moltissimi parlamentari del Pd e del Pdl, inclusi big come Gasparri e Matteoli. Questo, nonostante la riforma abbia avuto un lungo iter, preveda criteri oggettivi, abbia ammesso diverse eccezioni; e nonostante la ministro Cancellieri abbia recentemente consentito in molti casi la permanenza – almeno provvisoria – di uffici e sezioni per svolgere alcune funzioni “minori”.

Forse la riforma è giusta; o forse no. Ma comunque, è stata varata con il voto favorevole di Pd e Pdl, da governi sostenuti da Pd e Pdl, cioè da quei parlamentari (big inclusi) che adesso strepitano per la vergognosa chiusura dei tribunali minori. E la ministro Cancellieri già annuncia possibili correttivi.

Ora, se la maggioranza delle “larghe intese” riesce perfino a mettere in discussione (e, forse, a non applicare) una mini-soppressione di qualche tribunale di periferia, adottata dal precedente governo tecnico che delle larghe intese è stato il pre-quel, davvero bisognerà che qualcuno ci spieghi a cosa serve questo governo delle larghe intese.

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Il decreto legge sull’IMU è un capolavoro. Perché fa una cosa sola: abolisce la prima rata dell’IMU 2013, quella sospesa con il primo decreto legge del governo del maggio scorso. Il resto è fuffa: basta leggere il comunicato stampa del Governo, che si limita a prevedere l’abolizione anche della seconda e ultima rata con un successivo decreto legge da varare a metà ottobre assieme alla Legge di Stabilità.

Fuffa, appunto. Il Pdl grida vittoria; ma solo perché in Italia la politica ormai si ferma agli annunci e conta solo l’immagine, non la realtà e i fatti. Perché il Pdl non ha nulla da festeggiare: il percorso scelto toglie la “scusa IMU” a Berlusconi, stoppando i venti di crisi.

Se qualcuno farà cadere il governo a settembre per l’incandidabilità di Silvio, il decreto legge di ottobre ovviamente non ci sarà; dunque la seconda rata dell’IMU non sarà abolita. E la colpa sarà di chi avrà fatto cadere il governo.

L’unico vero vincitore è Letta. Forse ha davvero gli anni contati.

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Qualche mese fa tutta l’Italia che conta – giornali e telegiornali, Napolitano, associazioni di categoria come Confindustria, Confcommercio e Cna e chi più ne ha più ne metta – spiegavano “urbi et orbi” la necessità di mettere insieme il diavolo e l’acquasanta con le “larghe intese”. In nome di un bene supremo e fondamentale per la salvezza del paese: la stabilità.

Ci avevano spiegato – mentre Berlusconi Brunetta Schifani ed Alfano annuivano convinti – dell’importanza della stabilità. Per poter abolire l’IMU ed evitare l’aumento dell’Iva; per restituire alle imprese i soldi che debbono avere da anni dalle Pubbliche amministrazioni; e molto altro ancora.

A pochi mesi da allora tutto si può dire. Ma certo non che stiamo attraversando tempi di “stabilità”. E alcuni di coloro che allora volevano la “stabilità” per fare quelle cose – Berlusconi Brunetta Schifani e Alfano in testa – sembrano oggi essere pronti a infischiarsene di Imu, Iva, soldi della Pa a imprese e tutto il resto in nome di un salvacondotto giudiziario per un condannato in via definitiva per gravi reati.

Cara Italia che conta – giornali e telegiornali, Napolitano, associazioni di categoria come Confindustria, Confcommercio e Cna e chi più ne ha più ne metta – non sarà che chi allora diceva che chiedere a degli irresponsabili di essere i garanti della responsabilità era una sciocchezza ( se non una presa in giro)? Non sarà che chi allora sosteneva che far garantire la stabilità ad un manipolo di avventurieri capaci di tutto aveva ragione?

Ai posteri, tra pochi giorni, l’ardua sentenza. Alla faccia della stabilità, povera Patria.

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