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Cino Tortorella, conduttore di trasmissioni Tv, è stato colpito venerdì sera da un’ischemia cerebrale. Dopo ore di paura per la sua vita, si è ripreso. Il peggio è passato, le sue condizioni si sono stabilizzate anche se è ancora ricoverato sotto osservazione nel reparto di neurologia dell’ospedale Sacco di Milano. Cino Tortorella non è un presentatore televisivo qualunque: perché tutti i bambini di ieri (e molti di quelli di oggi) lo conoscono come il mago Zurlì, il presentatore dello Zecchino d’Oro, il festival di canzoni per bambini dell’Antoniano che molti di noi hanno guardato ed amato. Confessiamolo: siamo stati tutti bambini. Difficile dimenticare “Il valzer del moscerino”, i “44 gatti” in fila per sei con resto di due, “Popoff”o più recentemente “Il coccodrillo come fa” o “E’ meglio Mario”. Lo Zecchino d’Oro è uno dei programmi musicali per ragazzi più importante al mondo ed è l’unica trasmissione televisiva al mondo ad essere stata dichiarata dell’Unesco Patrimonio dell’Umanità. Lo Zecchino d’Oro nasce da un’idea di Cino Tortorella, il mago Zurlì, geniale come tutte le idee semplici. Quella di far cantare dei bambini, mettendoli senza rete al centro della scena, “approfittando” della loro freschezza, schiettezza, genuinità. Quella freschezza e genuinità che ci portano alla verità in modo intuitivo ed irrazionale, guardando le cose con lo stupore e la meraviglia del fanciullino presente in un cantuccio dell’anima di ognuno di noi. Quella che ogni adulto vorrebbe veder conservata per sempre in sé, e che purtroppo spesso la vita si porta via.

Ma Cino Tortorella non è solo il mago Zurlì. E’ anche il deus ex machina della Zecchino d’Oro: un’idea indovinata, un progetto complesso, una macchina che muove soldi ed interessi e che a volte solleva qualche polemica, come quelle che puntualmente alimenta “Striscia la Notizia”, dove coraggiosi inviati d’assalto attaccano i “poteri forti” scoprendo scandali terribili, come i pacchi di Affari tuoi o le vendita di enciclopedie per i concorrenti dello Zecchino. Inchieste da verificare (più di un genitore ha difeso il conduttore dicendo “a noi nessuno ha mai chiesto nulla”) ma che casualmente se la prendono quasi sempre con le trasmissioni della “concorrenza”.

Però Cino Tortorella quest’anno, allo Zecchino d’Oro che si è svolto pochi giorni fa con la vittoria de “La doccia col cappotto”, non c’era. Ma non per via di questa storia: perché da qualche anno, con l’arrivo del nuovo direttore, Frate Alessandro Caspoli, le cose all’Antoniano sono cambiate. Mariele Ventre è morta, Topo Gigio si è messo a fare la pubblicità progresso anti influenzale. Alla Rai le trasmissioni per bambini non piacciono da un pezzo. E anche la “tv dei ragazzi” che accompagnava i pomeriggi degli italiani, con trasmissioni forse un po’ deamicisiane ma non prive di intelligenza, è scomparsa. E anche allo Zecchino d’Oro si è voluto rinnovare: i bambini, assoluti protagonisti di decine di edizioni di successo assieme al mago Zurlì, sono finiti in secondo, terzo, quarto piano. Cino Tortorella ha visto il “suo” giocattolo snaturato, trasformato in una specie di “talent show”. La trasmissione patrimonio dell’Umanità, fatta di bambini per i bambini è diventata una passerella di bambini fatta per adulti, o al limite per bambini da far crescere in fretta. Cino Tortorella si è sentito messo da parte, ha brontolato, proprio come quei nonni che girano per casa e che nessuno ha voglia e tempo di ascoltare. E il mago Zurlì è morto. L’hanno ucciso.

Cino Tortorella invece guarirà: perché ha 77 anni, ma è uno tosto. E sicuramente spiegherà – se gli sarà permesso, visto che prima di sentirsi male aveva minacciato di incatenarsi ai cancelli di Mediaset se Striscia la Notizia non gli concedeva il “diritto di replica” – le circostanze che gli vengono contestate. Ma non è per questo che l’Antoniano e la Rai lo hanno messo da parte, relegandolo in un cantuccio.I n un cantuccio, che non è quello dell’anima di fanciullino, ce l’hanno messo la Rai, l’Antoniano e Mediaset. E tutti coloro che in politica, in Tv, nella società hanno decretato qualche anno fa la scomparsa del passato e quella del futuro, in nome di un’idolatria dell’eterno presente che rinnega la vecchiaia per evitare di fare i conti con la memoria e che ha distrutto l’infanzia per non riflettere sul futuro.

Nel paese delle culle vuote, dove i bambini sono costretti a fare i “piccoli adulti” e gli adulti fingono di restare eterni bambini, non c’è posto per lo Zecchino d’Oro di una volta, per Topo Gigio e per il mago Zurlì. Meglio le tette al vento delle veline di Striscia la Notizia, i talent show e un bel Tg con notizia virtuali firmato Minzolini. Al limite, un posto – magari dopo una bella causa giudiziaria e una conciliazione amichevole – si potrà trovare anche per un guarito Cino Tortorella. Ma solo se aggiusta un po’ il colore dei capelli, si fa un ritocchino di lifting e si veste in giacca e cravatta.

Quest’articolo, anche se forse in pochi se ne sono accorti, è stato originariamente pubblicato su Giornalettismo    ^_^

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Il Presidente del Consiglio, stretto tra processi in corso e voci insistenti di nuove indagini a suo carico, l’altro ieri sera durante l’ufficio di presidenza del PdL  è sbottato, parlando di parte della magistratura come di una forza eversiva, che “sta attentando alla vita del governo e rischia di portare il Paese sull’orlo della guerra civile”, anche se l’ufficio stampa di Palazzo Chigi ha smentito – con un certo ritardo, in verità – quest’ultima parte della dichiarazione.

Giorgio Napolitano ha lasciato passare solo poche ore, e poi ha detto la sua. Lo ha fatto con l’aplomb istituzionale che ne caratterizza il mandato. Come spesso capita, le sue dichiarazioni sono interpretate in molti modi. La più diffusa è quella di un sostanziale “state boni se potete”, rivolto a tutti. Anche – per alcuni, soprattutto – alla magistratura. Ma siamo sicuri che sia proprio così? Gianfranco Fini, che non è certo l’ultimo arrivato, nel manifestare apprezzamento all’intervento del Presidente della Repubblica ha sottolineato come vada letto e apprezzato “nella sua totalità”.

Leggiamo allora  il comunicato del Quirinale, nella sua totalità. “L’interesse del paese – che deve affrontare seri e complessi problemi di ordine economico e sociale – richiede che si fermi la spirale di una crescente drammatizzazione, cui si sta assistendo, delle polemiche e delle tensioni non solo tra opposte parti politiche ma tra istituzioni investite di distinte responsabilità costituzionali”.
“Va ribadito – ha continuato il Capo dello Stato – che nulla può abbattere un governo che abbia la fiducia della maggioranza del Parlamento, in quanto poggi sulla coesione della coalizione che ha ottenuto dai cittadini-elettori il consenso necessario per governare. E’ indispensabile che da tutte le parti venga uno sforzo di autocontrollo nelle dichiarazioni pubbliche, e che quanti appartengono alla istituzione preposta all’esercizio della giurisdizione, si attengano rigorosamente allo svolgimento di tale funzione.”

Questo messaggio “nella sua totalità” è arrivato poche ore dopo la dichiarazione – davvero sopra le righe – di Silvio Berlusconi, e dopo giorni in cui gli ambienti vicini al Presidente del Consiglio ventilano la minaccia di elezioni anticipate a cui Silvio chiamerebbe il popolo se non dovesse riuscire a coprire con qualche legge più o meno ad personam i suoi guai giudiziari presenti e futuri. “Nella sua totalità”, in questo momento, l’intervento di Napolitano sembra soprattutto un avviso al premier. Che, in linguaggio meno “presidenziale”, potrebbe suonare più o meno così.

“Caro Silvio, prima di dire certe cose conta fino a dieci: perché i magistrati non devono esagerare ma devono fare il loro dovere. Ricordati che un governo può cadere solo se perde la fiducia della sua maggioranza e che il potere di scioglimento delle camere ce l’ho io. Quindi, prima di farlo, dovrei verificare che non hai più la fiducia della tua maggioranza in parlamento. Immagina la scena: Bondi, La Russa, Gasparri e Quagliariello che negano la fiducia a Berlusconi. Sei sicuro che i cittadini-elettori che ti hanno dato il consenso per governare e che aspettano risposte nell’interesse del paese che deve affrontare seri e complessi problemi di ordine economico e sociale capirebbero? Ti conviene davvero questa crescente drammatizzazione, cui si sta assistendo, delle polemiche e delle tensioni?

Uomo avvisato, mezzo salvato. Affettuosamente tuo, Giorgio”

L’articolo è stato originariamente pubblicato su Giornalettismo

Un ragazzo di 17 anni, studente brillante dell’Istituto per geometri Fontana di Rovereto ha abbandonato gli studi: “Mio padre ha perso il lavoro. Devo cercare io qualcosa da fare per sostenere la famiglia. Ho riflettuto, ma non ci sono alternative: lascio la scuola”. La preside dell’Istituto, Flavia Andreatta, ha comunicato questa notizia, ed ha raccontato con toni accorati una realtà che – a partire da questo caso limite – riguarda sempre più famiglie, colpite dalla crisi economica.

Perché se è dura mantenere i figli alle superiori anche in una situazione normale, diventa ancora più difficile quando uno o entrambi i genitori finiscono in cassa integrazione o perdono il lavoro. E che rischia di inchiodare buona parte dei giovani talenti al destino di un lavoro purchessia, per cercare “di sbarcare il lunario“. E’ un tema che meriterebbe una qualche riflessione, in questo paese dove si corre dietro solo alle liti tra comari nel Governo, alle convulsioni sulla giustizia per la salvezza dell’uomo solo al comando e a storie più o meno torbide di  mignotte e  di trans.

Un paese in cui i proclami sulla meritocrazia e la “personalizzazione” dei servizi resi dallo stato ai cittadini mascherano le tentazioni di un modello sociale “darwiniano” dove chi ha i mezzi si salva e chi non li ha s’arrangia (e spesso affonda). Dove la scarsissima mobilità sociale, bloccata da tempo per motivi di censo, rischia di precipitare in un sistema completamente bloccato dove “il figlio dell’operaio deve fare l’operaio”, quello del geometra il geometra e quello dell’avvocato l’avvocato. Un paese che soffocando i suoi talenti precipita nelle classifiche dell’istruzione, che ha la classe dirigente più ignorante d’Europa e che produce un quarantesimo dei brevetti di tutta l’Europa.

Un paese che schiaffeggia i suoi giovani giorno dopo giorno, chiudendo loro gli spazi per costruirsi il futuro. E che costringe un bravo studente a lasciare la scuola, senza che nessuno – a parte la preside dell’Istituto Fontana di Rovereto – sia accorga che non è solo il futuro di quel diciassettenne ad andare in malora.

Ma quello del nostro paese.

Buon tutto!

L’articolo è stato originariamente pubblicato su Giornalettismo

Chiunque fosse a conoscenza della presenza sul territorio comunale di immigrati clandestini è pregato di comunicarlo con tempestività al sindaco, all’ufficio di polizia municipale o all’ufficio anagrafe del Comune per i necessari atti conseguenti. Grazie della collaborazione“. Così si conclude un manifesto affisso a San Martino dall’Argine, 1.800 anime a pochi chilometri da Mantova.

Del comunicato stupisce non tanto l’invito alla delazione, il mettere i cittadini contro i cittadini, e non necessariamente italiani contro stranieri, ma anche italiani contro italiani, stranieri contro stranieri. Quello che colpisce è la sua gratuità: quello è un comune piccolo, dove tutti si conoscono, ed ha anche la più bassa percentuale di immigrati di tutta la provincia, poco più del 5%, il che significa circa una novantina di persone, perlopiù indiani che lavorano nelle aziende agricole e qualche albanese che fa l’operaio. Un paesello mantovano dove negli ultimi anni si è registrato un solo caso di irregolarità, un’azienda manifatturiera cinese con qualche lavoratore in nero.

In questa guerra  scatenata dalla giunta comunale del paesello mantovano – con in testa sindaco Alessandro Bozzoli, indipendente alla guida di un’amministrazione Lega-Pdl non si sente tanto il sapore di razzismo, quanto quello del cieco furore di uomini senza qualità, dell’eccesso di zelo delle terze o quarte linee, che per compiacere i “capi” vanno forse – si spera – al di là delle loro stesse intenzioni.

Cosa possa scatenare, non nella metropoli di qualche milione di abitanti, ma in un tranquillissimo paesetto della campagna mantovana, dove tutti si conoscono, un tale invito “istituzionale” ad alzare il livello dello scontro di cittadini contro altri cittadini è un mistero da affidare agli psicologi. O forse a qualche psichiatra.

Buon tutto!

L’articolo è stato originariamente pubblicato su Giornalettismo

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E’ un po’ che non parliamo di Silvio Berlusconi. Siccome non vorremmo che si dispiacesse, oggi ci ricordiamo di lui.

Ha detto che lo stato di salute della coalizione che lo sostiene è solido. Tutto va bene, madama la marchesa. In effetti, che lui, Tremonti, Fini, Bossi, Gasparri e tutta la compagnia siano d’accordo su tutto (purché non si parli di politica) è evidente: dall’economia all’immigrazione, dalla giustizia alle riforme istituzionali, la maggioranza è coesa come raramente è accaduto. Forse solo quella di Prodi  della scorsa legislatura era messa meglio.

 

Di fronte alla perplessità dell’uditorio, che ha ricordato i numerosi recenti scivoloni della maggioranza in parlamento, soprattutto dove – alla camera dei deputati – ha una maggioranza piuttosto ampia, Silvio ha ricordato che “Noi qualche volta manchiamo al voto, ma semplicemente perché non siamo professionisti della politica né funzionari di partito. Siamo gente che lavora

 

In effetti, per rendersene conto basta guardare la faccia di Maurizio Gasparri, parlamentare dal 1992, Fabrizio Cicchitto, deputato dal 1976 e poi iscritto alla P2. E poi quella di Marcello Dell’Utri, pluricondannato con sentenze passate in giudicato e parlamentare dal 1996, o di Claudio Scajola, sindaco di Imperia nel 1982, costretto a dimettersi dopo poco per un’inchiesta giudiziaria a suo carico.

 

Potremmo continuare a lungo, ma ci fermiamo qui: noi siamo gente che lavora.

 

Buon tutto!

Dopo qualche mese di silenzio, è tornata alla ribalta la scuola. Ci è tornata per le manifestazioni di protesta degli studenti universitari e delle scuole superiori in tutta Italia in occasione della giornata internazionale di mobilitazione studentesca. E ci è tornata per l’approvazione  definitiva delle “disposizioni urgenti per garantire la continuità del servizio scolastico ed educativo per l’anno 2009-2010”, il Decreto legge Salva-precari.

Una norma che garantisce precedenza assoluta nelle graduatorie per supplenze brevi in assenza temporanea dei titolari per quei 15 mila precari che nel 2008 avevano un contratto annuale, e nel 2009 sono rimasti disoccupati per via della riduzione degli organici decisa con la “riforma” Gelmini. Una pezza a colori, decisa dopo le proteste che avevano accompagnato l’inizio dell’anno scolastico, quando si era reso evidente che dietro quegli 8,5 miliardi di euro di “risparmi” c’erano tagli consistenti a personale docente, cattedre, e conseguenti disagi per le famiglie italiane. Un pannicello caldo che non cambia lo “spirito” della “riforma” Gelmini.

Ma c’è un’altra storia, parallela, di cui si parla molto meno. Ed è l’effetto della “riforma” su quei bambini e ragazzi “diversamente abili” o se preferite disabili, o portatori di handicap. Sono poco meno di 180 mila nell’anno scolastico 2009-2010, 4 mila in più dell’anno scorso. Per loro, da quest’anno, “grazie” alla “riforma” ci sono però 500 insegnanti in meno. Questi tagli comportano una riduzione del numero di ore di affiancamento dell’insegnante di sostegno – che per molti è un vero e proprio dimezzamento – e la necessità di concentrare gli alunni “diversamente abili” in una classe.

Sembra nulla. Ma invece significa negare loro la possibilità di “integrarsi”, perché – magari con la scusa di “proteggerli” dalla confusione – vengono sempre più frequentemente messi in classe da soli, relegati lontano dai bambini “normali”. Significa negare loro la possibilità di apprendere, di “restare al passo” con gli altri. Per questo nei Tar si assommano i ricorsi di genitori disperati, che chiedono  – e spesso ottengono – il ripristino della situazione preesistente.

Il disegno, secondo molti operatori della scuola, è quello di ritornare ai bei tempi andati delle “scuole differenziali”. E pazienza se questo significa rialzare dei muri per questi cittadini e cittadine d’Italia, lasciarli tornare indietro, dentro quel mondo fatto di discriminazione e solitudine a cui la scuola e la società sarebbero chiamate a strapparli. In fondo, potrebbe rispondere qualche ministro con la parola più veloce del pensiero (sul genere di Giovanardi sul caso Cucchi), “a Sparta li buttavano giù da una rupe”. Ma  noi preferiamo quest’altra frase, di Don Lorenzo Milani: “Non c’è peggiore ingiustizia del dare cose uguali a persone che uguali non sono”.

L’articolo è stato originariamente pubblicato su Giornalettismo

Oggi, per la prima volta da quando è nato, cediamo lo SCrabocchio ad un amica, Lisa72, che ha pubblicato quest’articolo su Giornalettismo

Ci risiamo: tra poco più di un mese è Natale. Questo vuol dire che son qui a scrivervi perché voglio qualcosa da voi: cinque minuti del vostro tempo per finire di leggere il pezzo e infine un’opera di bene

Questa volta non sono da sola. Infatti con me ci sono cinque blogger che ho avuto il piacere di incontrare e che posso fregiarmi di chiamare amici: amici con i quali magari non sei sempre in accordo ma che al momento giusto sanno trovare il modo di darti una mano o che condividono le tue follie. Follie tipo quella di scrivere tutti assieme un libro: “C’era una volta… Il Regno di Ferro di Cavallo

“Nel Regno di Ferro di Cavallo, al maniero dei Comicomix è gran festa per la nascita del piccolo JuniorX. Il re MisterX e la regina LadyY, assieme alle principesse JollyViola e Nin@, ne han dato il lieto annuncio e la lieta novella ha travalicato i confini del regno giungendo fino alle lontane dimore degli ZiiWeb ( fate, streghe, folletti e maghi dai magici poteri della parola) che subito si son riuniti in Consesso per elargire i loro magici doni. “A te, piccolo nipotino, noi ZiiWeb ci apprestiamo a donare versi, paragrafi e strofe perché tu possa trascorrer lieti momenti ascoltando dalle voci di chi ami le parole che abbiam scritte per te. Ti auguriamo che possano aiutarti a coltivare la fantasia, il sorriso, l’amore e la voglia di sapere.”

UN LIBRO PER UN PICCOLO GESTO – Sì, noi 6 siamo gli ZiiWeb del piccolo junior, al secolo Angelo e il libro lo abbiamo scritto in occasione della sua nascita, un libello di fiabe, filastrocche e racconti senza grandi pretese letterarie, scritto con la speranza di far sorridere lui e tutta la sua splendida famiglia, sempre capace di regalare un sorriso nonostante la vita. I Comicomix fanno parte di quella cerchia di amici di cui scrivevo sopra anzi, forse ne sono il perno perché in realtà ci siamo trovati grazie ai loro scarabocchi e grazie al sorriso del loro splendido Alessandro che accoglie i lettori del loro Scarabocchio. Alessandro è il fratello più grande di Angelo, ma nessuno di noi lo ha potuto incontrare perché se lo è portato via quattro anni fa un tumore dell’infanzia che si chiama Neuroblastoma; una malattia che colpisce circa un bambino ogni mezz’ora nel mondo, e che rappresenta la prima causa di morte per i bambini di età inferiore ai 6 anni. Il 23 luglio 1993, 20 persone tra medici e genitori, fondano un’associazione: l’Associazione Italiana per la Lotta al Neuroblastoma con l’obiettivo di riuscire a debellare questo male e i Comicomix sono affianco dell’Associazione in questa lotta però, come avete letto qui su Giornalettismo, anche la solidarietà risente della crisi e questo è il punto in cui vi chiediamo un’opera di bene. Un piccolo gesto.

IL WEB E LA BLOGSFERA POSSONO FARE QUALCOSA – L’ho scritto molte volte: a differenza di certi politici che vanno in tv a parlare senza conoscere l’argomento, noi siamo convinti, perché ne facciamo parte attiva e perché ne conosciamo diversi, che il mondo “virtuale” dei blogger non sia fatto tutto di delinquenti bensì di persone e come nel mondo al di qua dei monitor ci sono i cattivi e i buoni così nel web. A questi ultimi ci rivolgiamo chiedendo il loro appoggio per una iniziativa solidale che ci sta a cuore. Convinti che sia comunque, se non proprio obbligo, almeno responsabilità di ciascuno di noi fare quanto è in suo potere per rendere questo mondo il migliore possibile e seguendo l’idea che molti che fanno “poco” possono portare un buon risultato alla causa che promuovono.  E qui finiamo: il libello scritto per Angelo è stato rieditato e illustrato con i disegni realizzati dai Comicomix e in questa nuova veste noi ZiiWeb abbiamo deciso di pubblicarlo e venderlo devolvendo tutti i ricavi all’Associazione Italiana per la Lotta al Neuroblastoma con la speranza di regalare qualche sorriso non solo a chi ci volesse leggere ma anche a chi potrà essere aiutato da questo piccolo gesto. Se avete voglia di darci una mano intanto vi lasciamo il link del blog creato per promuovere l’iniziativa e una data, la data ufficiale del lancio: il 25 novembre 2009.. e non è una data scelta a caso…

Scitto da Lisa72 e pubblicato originariamente su Giornalettismo

Vi chiediamo di condividere, di far sapere a più persone possibile di quest’ iniziativa e di acquistare il libro. Regalerete un sorriso a tanti bambini che hanno tanto bisogno di sorridere.

Grazie!

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Durante il vertice della Fao sulla fame nel mondo, Papa Benedetto XVI ha criticato i governi del mondo perché non destinano le risorse necessarie – che pure ci sarebbero – per risolvere questo problema, sperperandole in altre iniziative meno meritevoli. Difficile non essere d’accordo con sua Santità. Un po’ meno semplice è passare dalle parole ai fatti. I governi infatti spesso destinano le risorse che potrebbero usare in modo diverso. Anche il governo italiano.

 

Infatti, con ii Decreto del presidente del Consiglio dei ministri n.121, Silvio Berlusconi ha ripartito per il 2009 i 43 milioni 969 mila 406 euro che gli italiani hanno destinato allo Stato in quota 8 per mille dell´Irpef. Il premier lo ha predisposto ai primi di settembre, proprio nei giorni caldi del caso Feltri-Boffo e delle tensioni Berlusconi-Cardinal Bertone. Basta sfogliarlo per scoprire che gran parte di quei soldi è finirà – Carramba che sorpresa! – a confraternite, monasteri, congregazioni e parrocchie Insomma alla Chiesa cattolica, che già riceve una buona parte dell’8 per mille in modo diretto. 

 

Per la fame nel mondo, è stata riservata nel decreto la straordinaria cifra di 814 mila euro. La cosa ha suscitato diverse perplessità persino nella commissione bilancio della camera. Il presidente Giancarlo Giorgetti della Lega nord ha detto che “la concentrazione non è opportuna: altri progetti non finanziati risultavano meritevoli di attenzione”.

 

Sanità, con tutto il rispetto:

Lo sapeva?

Se sì, si vergogna almeno un poco?

Se no, se la sente di restituire quei soldi a beneficio di chi muore di fame?

E che penserebbe di questa storia Gesù di Nazareth?

Buon tutto!

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Comunque vada, sarà un successo. Il risultato finale del vertice è già chiaro: non ci saranno i 44 miliardi di dollari all’anno che il direttore generale della Fao Jacques Diouf ha chiesto nei giorni scorsi, arrivando al simbolico sciopero della fame per 24 ore alla vigilia del vertice. Ci sarà invece una rinnovata presa di coscienza del problema, e l’impegno politico di dimezzare il numero degli affamati entro il 2015. I principi de L’Aquila diventano gli impegni di Roma. Si riafferma la necessità di investire in piani di sviluppo, di un maggiore coordinamento tra strategie nazionali, regionali e globali di rispondere all’emergenza alimentare immediata, ma preparando anche misure di sviluppo di medio-lungo termine per affrontare le cause di fondo di povertà e malnutrizione. Si riafferma l’impegno sostenuto e sostenibile da parte di tutti i partners ad investire nell’agricoltura e nella "food security" in maniera tempestiva e affidabile, con la messa a disposizione delle risorse necessarie nel quadro di piani e programmi biennali. Ma niente soldi, per favore: c’è la crisi.

 

Certo 44 miliardi di euro sembrano tanti. Ma rispetto ai 56.777 miliardi di dollari che rappresentano il valore del Pil mondiale sono appena lo 0,08%, come se ogni cittadino del mondo “regalasse”e 8 centesimi di euro ogni 100 di proprio guadagno. Una goccia nel mare. Praticamente niente. Eppure, anche quel niente viene negato a quel miliardo di persone che, sotto le nostre stesse stelle, popola la terra e soffre la fame. Non dev’essere cos’ importante, se Obama, Sarkozy e gli altri “grandi” della terra non si ono disturbati a venire. In fondo, la parata al best friend Silvio l’avevano già regalata al G8. Malgrado le promesse di far salire gli aiuti ai Paesi in via di sviluppo, tutto tace. L’Italia per una volta è ai vertici:  i fondi erano pochissimi nel 2007, e nel 2009 sono stati ta­gliati dell’85% circa rispetto al 2007. Dal governo si era parlato di un riallineamento, ossia un’iniezione di soldi per ripianare le discese. Non si vede all’orizzonte. E l’Italia non ha ancora pagato i 130 milioni di dollari, più altri 30, promessi da Berlusconi nel G8 dell’Aquila al fondo con­tro malaria, Aids, tubercolosi. Tutto mentre Gheddafi, che segnala la necessità di alimentare le risorse idriche in Senegal e nel lago Ciad, si è concesso una faraonica festa con 250 bellissime ra­gazze in spolverini di cache­mire e tailleur. Mentre Papa Benedetto XVI predica che “la Terra può nutrire tutti i suoi abitanti e bisogna dunque vincere la lotta alla fame e alla malnutrizione” e poi se ne va benedicendo. E mentre Berlusconi si diverte, raccontando barzellette anticomuniste e prendendo in giro il direttore della Fao e il suo amicone Gheddafi. E tutti ridono, e vivono felici e contenti. Magari maledicendo questi vertici utili solo a mandare il traffico in tilt

 

Intanto nel Burkina Faso, in Sudan, in Bangladesh, in Armenia, a milioni muoiono ogni anno. Senza vaccinazioni, senza acqua potabile, senza speranza.. Oggi più di 17mila bambini moriranno di fame, uno ogni cinque secondi, sei milioni all’anno. Bambini ai quali la malnutrizione fa cadere i capelli, perdere le unghie, talvolta anche il primo strato di pelle. Gente che come noi guarda le stelle brillare e poi muore in silenzio, dimenticata. Là dove crisi economica è una parola priva di senso. L’olocausto del terzo millennio continua. E noi mentre questi essere umani muoiono non solo siamo sordi, ciechi e muti, o voltiamo la testa da un’altra parte, ma ci divertiamo pure a prenderli in giro.


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Sergio De Caprio, meglio conosciuto come capitano Ultimo, cioè l’uomo che arrestò Totò Riina, da qualche settimana è senza scorta, privo di tutele da parte dello Stato. Sulla sua incolumità ora vegliano 120 carabinieri del nucleo scorte di Palermo che, fuori dal servizio, con auto proprie e in borghese, quindi come privati cittadini, si sono messi a sua disposizione per proteggerlo. Il capitano Ultimo, il “cacciatore di mafiosi” è stato a lungo un eroe, quello che aveva avuto l’ardire di sbattere la faccia a terra a Totò Riina al momento dell’arresto, celebrato anche in una famosa fiction.. Poi, dopo qualche anno, il vento è cambiato e – come capita spesso in questo strano paese – si è ritrovato inquisito, solo, scaricato da tutti e trasferito al Noe, il Nucleo Operativo Ecologico.

 

L’ufficiale, poi assolto da ogni addebito, ha nel frattempo denunciato "condotte omissive e arbitrarie di uno o più appartenenti all’Arma dei carabinieri" accusandoli tra l’altro "di avere agito, direttamente o indirettamente, nell’interesse dell’associazione mafiosa e in particolare dell’area riconducibile al latitante Bernardo Provenzano". Storie oscure, in cui possibili contrasti legati a invidie personali si confondono tra sospetti ed accuse reciproche, in quella sottile linea di confine tra bene e male, giusto e sbagliato che chi si trova in prima linea contro la mafia rischia spesso di varcare. E’ storia recente poi l’emergere di fatti e deposizioni che fanno ipotizzare che l’arresto di Riina sia stato frutto non solo della capacità investigativa del Capitano e degli uomini del Crimor, il reparto speciale dei Ros comandato da De Caprio, ma che sia stato in qualche modo “pilotato”, come è stato più volte illustrato da Donato De Sena su Giornalettismo. E’ persino possibile che il capitano sia stato in qualche modo “usato” da alcuni burattinai. E’ una verità che forse non riusciremo mai a sapere

 

Ma resta il fatto che il capitano Ultimo è un simbolo. Il simbolo dello Stato che arresta la mafia, è l’uomo che ha catturato il “nemico pubblico numero uno”, il Totò Riina che aveva dichiarato guerra allo stato e fatto saltare in aria Falcone, Borsellino e le loro scorte. Tant’è vero che – trattativa o no – per lui Cosa nostra aveva deciso una “punizione esemplare”. Secondo i racconti di molti pentiti il capitano Ultimo andava sequestrato, torturato e poi assassinato, comunicando la sua esecuzione a tutta l’Italia. La vita di Sergio di Caprio è molto probabilmente in pericolo, vegliata solo da colleghi che lo stimano e lo ritengono ancora un eroe. Fino a prova contraria è un eroe: è anche al suo coraggio ed alla sua abilità che dobbiamo la cattura del Capo dei capi. Eppure, da qualche settimana, è privo di protezione da parte di quello Stato che, sempre fino a prova contraria, lui ha servito. Ed è questo Stato, che non ha protetto adeguatamente eroici magistrati e le loro scorte, che lascia senza protezione un simbolo della lotta alla mafia, contemporaneamente celebra in un tripudio di retorica gli eroici carabinieri e civili italiani morti nell’attentato di Nassirya. Anche loro caduti in nome di uno Stato più bravo a commemorare che a difendere.
Quest’articolo è stato rielaborato da un pezzo originariamente pubblicato su Giornalettismo

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