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Dicono che il capitalismo sia il migliore dei sistemi possibili. Può essere. Dicono che è il migliore per merito dei “mercati”, che premiano i più bravi e i più efficienti e puniscono i peggiori. Forse. Ieri erano 5 anni esatti dal fallimento di Lehman Brothers, la mega banca d’affari americana da cui è partita la grande crisi economica, sociale e politica che stiamo vivendo.

Squali_Wall_Street

Una crisi che ha provocato milioni di disoccupati, un crollo strutturale della produzione e del reddito, l’impoverimento delle classi medie in tutto il mondo, un’intera generazione di giovani che annaspa alla ricerca di un futuro che è già passato.

Dopo 5 anni gli unici a non aver pagato il conto sono stati gli “squali” di Wall Street, i grandi broker e i grandi banchieri. Gente che è riuscita a guadagnare anche sulle perdite di borsa, incassando liquidazioni multimilionarie con cui ricompravano gli assets delle loro aziende alle aste fallimentari mentre i loro dipendenti finivano in mezzo alla strada.

La politica non ha voluto – o forse potuto – far nulla. Se non spendere tanti miliardi (di euro e di dollari) per salvare Wall Street e i suoi squali, facendo pagare il conto alla gente della strada (Main Street) con tagli allo stato sociale, aumenti di tasse, disoccupazione.

Il capitalismo sarà senz’altro il migliore dei sistemi possibili. Ma se qualcuno vi dice che premia i migliori e punisce i peggiori, fategli una pernacchia.

Pubblicato (anche) su Giornalettismo

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Ieri durante l’Ecofin il ministro Tremonti ha ricordato che l’Italia è uno dei pochi paesi ad avere un saldo primario (differenza tre entrate e spese dello Stato) attivo e in crescita, meglio anche della Germania. E’ vero. Ma allora perché tutti comprano titoli tedeschi e non italiani, e il famoso “spread” tra i nostri titoli e i loro cresce a dismisura? Tutti imbecilli?

No. Perché, al contrario di quello che dice Tremonti, questo non protegge l’Italia dal vero problema: la bassa crescita. Con un debito pubblico molto più alto del Pil, ed un rapporto che continua a crescere perché – nonostante l’avanzo primario a cui si aggrappa Tremonti – il debito continua ad aumentare (causa interessi che paghiamo) più del Pil. Solo la crescita ci può salvare.

Queste dichiarazioni in riunioni internazionali fanno pensare a banchieri, broker e investitori che Tremonti non capisca (o faccia finta, è lo stesso) quanto sia grave la situazione dell’Italia. E tutti si ricordano pure che quando divenne ministro nel 2001 il rapporto debito Pil era molto più basso di adesso, e che è durante il suo “regno” che l’Italia ha dilapidato gli avanzi degli anni ’90.

All’estero non sono tutti imbecilli. E da noi?

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La situazione è grave. L’Italia è ancora sotto l’attacco speculativo dei mercati, e la crescita dei tassi d’interesse in prospettiva si è già mangiata la grande manovra finanziaria approvata dal Parlamento in fretta e in furia. Le parti sociali in coro chiedono gesti forti per far ripartire la crescita. Le inchieste rischiano di falcidiare l’intera classe politica.

Eppure. Se si gironzola nei palazzi che contano, nelle sedi delle imprese e dei ministeri, le stanze – come ad ogni fine luglio – sono semivuote. Il Parlamento corre per poter chiudere i battenti entro i primi d’agosto, per riaprili – secondo calendario – a metà settembre. Lo stesso accade nei Consigli regionali, provinciali e comunali.

Il crollo imminente dell’Italia, il deficit, la bassa produttività, il Patto per la crescita, potranno ben aspettare un mesetto, no?

La situazione è grave, ma non è seria.

Pubblicato su Giornalettismo

Il presidente della Repubblica, di fronte alla crisi che ha messo a rischio i conti pubblici italiani ha chiesto alle opposizioni un “gesto di responsabilità”; in pratica, di non ostacolare lo zoppicante governo Berlusconi – che sulla crisi di credibilità dell’Italia qualche responsabilità ce l’ha – permettendo una rapida approvazione della manovra finanziaria. Le opposizioni hanno risposto positivamente, “per senso di responsabilità istituzionale”.

Saverio Romano, ministro dell’agricoltura, è stato rinviato a giudizio da un tribunale. E non per essere passato con il rosso, ma per “concorso esterno in associazione mafiosa”. Accuse  ovviamente da provare in un tribunale, e che furono motivo di forte contrasto tra lo stesso Presidente Napolitano e Silvio Berlusconi – costretto a pagare questa cambiale politica ai  “responsabili” – al momento della nomina del ministro. Ora molti hanno consigliato al ministro uno “spontaneo” passo indietro.

Ma il ministro resterà al suo posto. Non lo farà per attaccamento alla poltrona, come tutti noi malpensanti sospettiamo. Saverio Romano resterà al suo posto per senso di responsabilità istituzionale. Potrebbe infatti accadere che il suo gruppo, i “responsabili”, metta in crisi i delicati equilibri politici della maggioranza. Romano non farà correre questio rischio al suo Paese, che tanto ama.

Chissà se Napolitano apprezzerà questo gesto di grande responsabilità. Magari potrebbe farcelo sapere.


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Nel settembre 2008 – sembra un secolo – le grandi banche  (Lehman Brothers, Goldman Sachs e Morgan Stanley)  dichiararono la propria insolvenza, travolte dai debiti. Sembrava la fine della finanza facile, che accumulava profitti facendo debiti, ripianati facendo più debiti, sotto gli occhi dormienti delle agenzie di rating, Moody’s e Standard & Poor’s.

Come andò a finire? Per non far crollare i mercati, le banche furono salvate ripianandone i debiti con i soldi dei contribuenti, aumentando a dismisura i deficit pubblici. I mercati applaudirono questo Robin Hood all’incontrario, i poveri truffati costretti a salvare i ricchi truffatori. In cambio, si disse, questa dittatura finirà: basta speculazioni finanziarie, basta la dittatura delle agenzie di rating.

I deficit pubblici hanno messo in difficoltà molti Paesi, specie in Europa. I mercati – salvati dai deficit pubblici – ora pretendono il ripiano dei deficit pubblici, con tagli dolorosi per quei poveri truffati che li salvarono dalla bancarotta. La speculazione finanziaria azzanna i Paesi più fragili. Le agenzie di rating distruggono con un comunicato di poche righe le economie di intere nazioni. Ieri la Grecia, oggi il Portogallo, domani chissà.

Nessuno pare possa o voglia fermare quest’irresistibile leggerezza del capitalismo, che sta facendo affondare milioni di poveri fessi, colpevoli solo di non esser mai stati a cena con un broker, un banchiere o con il direttore di un’agenzia di rating.

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Ci siamo: habemus manovra. In un momento drammatico per l’euro, per l’Europa, mentre in tutto il mondo il macigno dei debiti sovrani sconvolge le borse e preoccupa i governi, anche l’Italia che meglio di tutti avrebbe – secondo il governo – previsto, affrontato e superato la crisi paga dazio. Non è il momento di fare i distinguo e i bastian contrari: quando la casa brucia, ed è la nostra casa, si deve pensare solo al bene del Paese, anche se chi ora chiede questo sforzo si è ben guardato di farlo, vedi manovra 1997 per l’entrata nell’Euro e quella 2007 per il risanamento di conti. Quindi siamo tutti per il rigore, per spegnere l’incendio, lasciando da parte rancori e recriminazioni.

Però, qualcosa la si può dire. La prima: non cadiamo nell’errore – che alcuni stanno facendo – di scegliere tra un Berlusconi “poliziotto buono” che non vuole  gravare troppo sui cittadini e un Tremonti “poliziotto cattivo” che ha vestito – meglio tardi che mai – i panni del rigorista. Lo sfacelo dei conti pubblici italiani era già scritto nel primo Dpef di questo governo e nei successivi documenti di finanza pubblica, fino all’ultima Ruef di aprile 2010. Lo abbiamo sottolineato decine di volte. Era chiaro sin d’allora che sarebbero serviti tra 2010 e 2012 20-30 miliardi di euro.

La scusa della Grecia o dell’Europa è una presa per i fondelli: la colpa dello sfascio dei conti pubblici è di Berlusconi, e Tremonti, del loro governo che ha lasciato aumentare la spesa corrente, nonostante il calo dei tassi d’interesse, che non ha varato una sola riforma strutturale, che non ha inciso nei meccanismi di spreco se non con le dichiarazioni roboanti. Un esempio: la famosa riforma Brunetta, che – così era scritto nel primo Dpef – avrebbe garantito in tempi brevi un risparmio di 20 miliardi di euro, dov’è finita? Dire la verità contribuirebbe a farci accettare più serenamente una manovra che, se condivisibile nei saldi e nella tempistica, è molto meno digeribile nel merito.

E già. Perché nel merito, anche se tutti vogliamo spegnere l’incendio, non è che le misure siano convincenti, sia per il rigore che per  l’equità. Intanto, il conto verrà fatto pagare in buona parte al pubblico impiego e alle pensioni. Sarà anche giusto, ma perché solo loro? Perché non varare anche una tassa straordinaria sui patrimoni, o almeno un “una tantum” sui ricchi, quelli con i mega Suv e le auto sportive, quelli con le navi da diporto, quelli con un sacco di immobili sparpagliati per l’Italia, che magari dichiarano redditi uguali a quelli di un impiegato statale che si vedrà bloccato lo stipendio per anni?

E poi a scorrere queste famose misure di “taglio”, si scopre che in molti casi esse sono non solo una tantum, ma soprattutto semplici rinvii di spese. Il parziale blocco delle finestre pensionistiche rallenta gli esborsi di cassa per un po’, ma poi quegli esborsi tornano a gravare sugli esercizi futuri, a meno di non pensare di bloccare le finestre ad libitum. E il congelamento degli stipendi del pubblico impiego reggerà – forse – 3 anni. E poi? Senza contare gli effetti recessivi che questo avrà sui consumi delle famiglie italiane, già fiaccate da anni di erosione del reddito disponibile.

Sui tagli “percentuali” alla spesa dei ministeri si potrebbe essere d’accordo. Ma quante probabilità ci sono che saranno tagliate le spese improduttive, quelle che reggono caste e cricche, e quante invece che si riducano o eliminino del tutto servizi essenziali, a proposito di mettere le mani in tasca ai cittadini? I trasferimenti agli enti locali e alle regioni valgono quasi metà di questa manovra, mica poco: sicuri che così non si mettono (indirettamente) le mani in tasca ai cittadini? E poi,  non avevamo capito che il federalismo per la Lega Nord significasse strangolare  Regioni e amministrazioni locali che già sono senza soldi, oltretutto con la solita logica dei tetti sulla “spesa pregressa” che penalizzano chi ha razionalizzato prima e premiano chi ha sperperato finora.

E ancora, le entrate da condono – oltre ad essere l’ennesimo vergognoso regalo agli evasori, proprio mentre si bastonano poveri cristi come bidelli o travet – sono per loro natura una tantum. E sull’effettivo realizzarsi di  quella consistente previsione di entrata c’è da dubitare, come l’esperienza insegna. E che dire infine della “severa” lotta all’evasione fiscale, basata sulla reintroduzione della tracciabilità dei pagamenti, l’odiosa regola introdotta da quei sanguisughe di Padoa Schioppa e Visco e smantellata dal “rigorista di ritorno” Tremonti come primo atto del suo ministero: ora va bene, e allora no?

Si potrebbe proseguire, ma basta così. In nome del bene di un Paese che amiamo, siamo comunque dalla parte di chi varerà la manovra che salva l’Italia, mettendoci la faccia senza bugie. Se fossimo parlamentari la voteremmo subito:  ad occhi chiusi, turandoci il naso. Purché sia aggiunto un articolo finale: un minuto dopo l’approvazione, i responsabili vengano cacciati dal governo a calci nel culo. E gli venga impedito, per decreto ‘ad personam’ di far danni ulteriori a questo povero Paese.

Pubblicato su Giornalettismo

La tempesta perfetta che parte dalla crisi subprime di metà 2008 e che continua ad infettare l’economia ed i mercati con le sue attuali escrescenze sui debiti sovrani, miete le sue vittime. Ma anziché colpire chi della crisi porta le responsabilità più gravi, Wall Street e il suo non piccolo contorno di papaveri alti e medi delle banche, delle grandi industrie, delle borse e dentro i governi nazionali, travolge chi ne è stato soprattutto vittima: Main street, i poveri cristi.

Perché ci si guarda bene, al di là delle dichiarazioni di facciata, a incidere sugli insostenibili squilibri strutturali, frutti avvelenati della sbornia del credito facile e di chi ci ha guadagnato milioni di euro: il conto della crisi lo pagano milioni e milioni di operai, impiegati, quadri e piccoli imprenditori e commercianti, che perdono il lavoro o chiudono l’attività. Si fanno piani di salvataggio per miliardi di euro per mettere in sicurezza la moneta unica europea – ma anche e soprattutto le banche esposte dopo aver lucrato enormi guadagni – e si varano tagli di spesa in tutt’Europa che finiranno per colpire soprattutto il pubblico impiego e il sistema di welfare. Viene da chiedersi quanto sia giusto e soprattutto se la cura servirà a guarire la malattia. C’é di che dubitarne. Perché se è vero che il costoso sistema di protezione sociale pubblica, inclusa la gestione dei posti di lavoro statali, simbolo per più di cent’anni del modello economico continentale, presenta sprechi ed inefficienze che vanno certamente contrastati, esso serve però soprattutto ad aumentare il benessere delle persone.

Perché, forse qualche rigorista di ritorno dovrebbe ricordarselo, scopo dei sistemi economici è la felicità della gente, non l’aumento delle quantità di automobili, telefonini, hamburger o Cds sul debito greco vendute per i profitti di pochi. E in ogni caso, anche ammettendo che nel lungo periodo questa cura sia salutare, l’effetto depressivo sulla domanda globale di breve e di medio termine di questa gigantesca ristrutturazione sistemica che sta iniziando in Europa potrebbe avere – come notano anche i più avvertiti economisti di “destra” – conseguenze drammatiche sul livello di consumi e quindi, di rimbalzo, su produzione, giri d’affari e movimenti di denaro di quei Paesi che sino ad ora hanno trainato la domanda del mondo. Non si può neppure dimenticare che negli ultimi due anni, un’ingente massa di spesa pubblica mobilitata dal mondo per evitare il peggio è stata “regalata” alle banche, in una sorta di “welfare finanziario” elargito mentre i papaveri continuavano a spartirsi benefit miliardari. Mantenerlo o scaricarne i costi con una riduzione degli stipendi di bidelli, uscieri e mezze maniche o con tagli agli assegni di disoccupazione, alle pensioni e agli assegni d’invalidità non sembra il massimo né dell’equità né dell’efficienza.

Le storture della spesa pubblica improduttiva, la necessità di un sistema economico “sostenibile”, rispettoso non solo dell’ambiente ma delle generazioni future sono sacrosante. Ma da qui a risolvere la crisi di un mondo in crisi per troppa disuguaglianza facendo pagare il conto alla classi medio basse del mondo occidentale, ovvero ai meno poveri tra i poveri, anziché cominciare ad interrogarsi sulle vere storture dei sistemi economici mondiali ce ne dovrebbe correre. Invece, incredibilmente senza neppure un minuto di dibattito, il “vincolo esterno”, provocato anche da “mani pelose” nascoste in qualche cancelleria e “torri d’avorio” piene di “cicale” e “cicalone”, sembra spingere proprio in quella direzione. Che sia quella giusta, non sembra. Che sia conveniente, tranne forse per i “papaveri alti alti”, neppure.

Pubblicato su Giornalettismo

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Comunque vada, sarà un successo. Il risultato finale del vertice è già chiaro: non ci saranno i 44 miliardi di dollari all’anno che il direttore generale della Fao Jacques Diouf ha chiesto nei giorni scorsi, arrivando al simbolico sciopero della fame per 24 ore alla vigilia del vertice. Ci sarà invece una rinnovata presa di coscienza del problema, e l’impegno politico di dimezzare il numero degli affamati entro il 2015. I principi de L’Aquila diventano gli impegni di Roma. Si riafferma la necessità di investire in piani di sviluppo, di un maggiore coordinamento tra strategie nazionali, regionali e globali di rispondere all’emergenza alimentare immediata, ma preparando anche misure di sviluppo di medio-lungo termine per affrontare le cause di fondo di povertà e malnutrizione. Si riafferma l’impegno sostenuto e sostenibile da parte di tutti i partners ad investire nell’agricoltura e nella "food security" in maniera tempestiva e affidabile, con la messa a disposizione delle risorse necessarie nel quadro di piani e programmi biennali. Ma niente soldi, per favore: c’è la crisi.

 

Certo 44 miliardi di euro sembrano tanti. Ma rispetto ai 56.777 miliardi di dollari che rappresentano il valore del Pil mondiale sono appena lo 0,08%, come se ogni cittadino del mondo “regalasse”e 8 centesimi di euro ogni 100 di proprio guadagno. Una goccia nel mare. Praticamente niente. Eppure, anche quel niente viene negato a quel miliardo di persone che, sotto le nostre stesse stelle, popola la terra e soffre la fame. Non dev’essere cos’ importante, se Obama, Sarkozy e gli altri “grandi” della terra non si ono disturbati a venire. In fondo, la parata al best friend Silvio l’avevano già regalata al G8. Malgrado le promesse di far salire gli aiuti ai Paesi in via di sviluppo, tutto tace. L’Italia per una volta è ai vertici:  i fondi erano pochissimi nel 2007, e nel 2009 sono stati ta­gliati dell’85% circa rispetto al 2007. Dal governo si era parlato di un riallineamento, ossia un’iniezione di soldi per ripianare le discese. Non si vede all’orizzonte. E l’Italia non ha ancora pagato i 130 milioni di dollari, più altri 30, promessi da Berlusconi nel G8 dell’Aquila al fondo con­tro malaria, Aids, tubercolosi. Tutto mentre Gheddafi, che segnala la necessità di alimentare le risorse idriche in Senegal e nel lago Ciad, si è concesso una faraonica festa con 250 bellissime ra­gazze in spolverini di cache­mire e tailleur. Mentre Papa Benedetto XVI predica che “la Terra può nutrire tutti i suoi abitanti e bisogna dunque vincere la lotta alla fame e alla malnutrizione” e poi se ne va benedicendo. E mentre Berlusconi si diverte, raccontando barzellette anticomuniste e prendendo in giro il direttore della Fao e il suo amicone Gheddafi. E tutti ridono, e vivono felici e contenti. Magari maledicendo questi vertici utili solo a mandare il traffico in tilt

 

Intanto nel Burkina Faso, in Sudan, in Bangladesh, in Armenia, a milioni muoiono ogni anno. Senza vaccinazioni, senza acqua potabile, senza speranza.. Oggi più di 17mila bambini moriranno di fame, uno ogni cinque secondi, sei milioni all’anno. Bambini ai quali la malnutrizione fa cadere i capelli, perdere le unghie, talvolta anche il primo strato di pelle. Gente che come noi guarda le stelle brillare e poi muore in silenzio, dimenticata. Là dove crisi economica è una parola priva di senso. L’olocausto del terzo millennio continua. E noi mentre questi essere umani muoiono non solo siamo sordi, ciechi e muti, o voltiamo la testa da un’altra parte, ma ci divertiamo pure a prenderli in giro.

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La Innse di Lambrate non è solo un episodio di cronaca. E’ una questione nazionale, che rischia di diventare sempre più drammatica. Una questione di fondo che da molti anni è sostanzialmente ignorata. La questione della sicurezza sociale ed economica delle persone. Perché è inutile girarci intorno: se un sistema economico non è in grado di garantirla, è destinato a crollare. Fu l’evidente arretratezza economica rispetto all’occidente, unita a regimi che negavano la libertà di pensiero e di espressione, a far collassare il blocco sovietico. Ora, come accadde già nella  crisi del ’29, questa minaccia grava su di noi. Probabilmente non con le stesse dinamiche, non con la stessa forza distruttrice, ma è un pericolo che c’è, soprattutto nei paesi più fragili  come l’Italia.

 

Anche in Italia alcuni ce l’hanno chiaro, a destra e a sinistra, anche alcuni del governo, al di là delle dichiarazioni ottimistiche di facciata. Il problema è lì, sullo sfondo: ci lancia le prime avvisaglie come nel caso della Innse di Lambrate e ci aspetta probabilmente tra settembre e gennaio. Per anni è stato fatto credere che la soluzione per lo sviluppo, la competitività e il benessere fosse la flessibilità del lavoro. Una “mano invisibile” avrebbe comunque “trovato la quadra” tra chi cerca un lavoro e chi lo offre e i meccanismi virtuosi del mercato avrebbero portato, grazie alla facilità in entrata e in uscita dal posto del lavoro, alla prosperità delle imprese e all’aumento del benessere complessivo,  garantendo quella sicurezza di fondo che l’epoca – tramontata e probabilmente irripetibile  – del “posto fisso” aveva regalato.

 

Invece, il sogno si è spezzato: quei meccanismi funzionano male, portando una precarietà diffusa tra le categorie meno protette (giovani e donne in primis), anche nei periodi di espansione, quando la congiuntura “tira” perché aumentano indubbiamente la quantità di persone che lavorano ma non ne sviluppano le prospettive di lungo termine (stabilità, sicurezza, aspettative di carriera). Ma vanno drammaticamente in crisi quando la congiuntura non tira, perché mentre una merce invenduta non si lamenta e non soffre, un lavoratore che perde il posto lo fa. E se a perdere il lavoro sono in tanti, ne risente tutta l’economia, perché la gente non consuma, le prospettive peggiorano e le imprese non investono, in una perversa spirale  negativa che rischia di avvitarsi su se stessa.

 

Certo, è impensabile – e sarebbe un rimedio peggiore del male – tornare al dirigismo statalista o a relazioni industriali contraddistinte da bizzarre teorie come quella del “salario variabile indipendente”. E il capitalismo avrà pure i “secoli contati”, ma per molto tempo sarà difficile trovare di meglio. E nell’attesa, senza una vera prospettiva di sviluppo per questo paese, una politica industriale “nuova”, riforme profonde su molti versanti (welfare, fisco, liberalizzazioni, efficienza e semplificazione Pa) l’ Italia non avrà speranze per una  sicurezza economica e sociale  duratura e sostenibile. E in questo paese asimmetrico e diseguale, senza il ritorno di una vera politica economica regionale (sgombrando il terreno dal secessionismo mascherato da federalismo e dal meridionalismo confuso con l’assistenzialismo) l’Italia è destinata ad un rovinoso declino. La pesante rottura di ieri tra governo e regioni da questo punto di vista non è un bel segnale.

 

Non c’è molto tempo, anzi il tempo è scaduto. L’Italia oscilla tra un governo con una maggioranza numericamente solida ma politicamente sfaldato (e non solo da oggi, al di là della facciata), privo di credibilità internazionale e che sta  “tirando a campare” e un’opposizione incapace persino di opporsi (figuriamoci di governare!).  E un corpo sociale e produttivo spesso "vecchio", corporativo, con lo sguardo rivolto al passato. Ma ci sono anche tante energie "nascoste" e represse, che aspettano solo di essere liberate.  Sonnecchiano, mentre servirebbe davvero che si mettessero in moto. Lo abbiamo scritto un anno e mezzo fa, lo ripetiamo oggi: “Svegliati, Italia!

Buon tutto!

 

Il post è stato originariamente pubblicato su Giornalettismo

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Garbage Patch è un posto lontano. Se la crisi ti preoccupa, se ti angosciano le notizie delle borse che crollano, del drammatico calo nell’acquisto di telefonini, automobili, sedie, gadgets elettronici, televisori, non preoccuparti. Ci penseranno Obama, Sarkozy, Berlusconi. Lascia stare, trova un pensiero felice: i giorni di natale, le vacanze, i regali. Trovalo, e vola verso un posto lontano dove le cose ti sembreranno diverse. Vola a Garbage Patch. Garbage Patch è un isola. Ma non si trova nelle carte geografiche. Eppure, se prendi la seconda stella a destra e poi vai dritto fino al mattino, la troverai. Sta in mezzo al Pacifico, proprio fra Guadalupe e il Giappone, a due passi dalle isole Hawaii. Non ti puoi sbagliare, perché – a parte la grande muraglia cinese – è l’unica cosa presente sulla terra che può essere vista distintamente ad occhio nudo da un viaggiatore nello spazio. Garbage Patch è un’isola, ma non è l’isola che non c’è. Garbage Patch c’è, e non è neppure un piccolo atollo in mezzo all’Oceano. E’un’immensa isola piena di colori e di odori, grande due volte il Texas, con un diametro di circa 2500 chilometri profondo 30 metri. E’ il settimo continente della Terra, che alcuni fingono di non conoscere e molti non sanno neppure della sua esistenza. Garbage Patch è un’isola multicolore, ma non ci trovi nessuno. Le navi la evitano, i governi della terra fanno finta di non sapere che ci sia, nessuno ne parla. Nell’isola non ci sono né Peter Pan né Trilli.  Eppure c’è: è  un’isola galleggiante, una enorme massa di rifiuti che pesa più di 4 milioni di tonnellate, composto per l’80% da plastica. Garbage Patch è un’immensa zuppa di schifezze. Navigandola non s’incontrano bimbi sperduti, ma di tanto in tanto oggetti costruiti dall’uomo: buste di plastica, contenitori di shampoo, palloni da pallavolo, impermeabili plastificati, tubi catodici di vecchi televisori, reti da pesca, bottiglie. I materiali di cui è composta non scompariranno mai, ma si frantumano nel tempo in pezzi sempre più piccoli, una poltiglia di veleno che viene ingerite dalla fauna marina, dai pesci e dagli uccelli, che poi muoiono costellando qua e là l’isola galleggiante delle loro carcasse imputridite. Garabage Patch è una melma creata spontaneamente dai venti leggeri e dalle lente correnti oceaniche circolari che accompagnano i naviganti del Pacifico, che formano una spirale che gli scienziati (LINK:) chiamano North Pacific subtropical High. Questo enorme vortice ha iniziato dal 1950 a raccogliere e concentrare la spazzatura non biodegradabile di tutto il mondo proprio qui, all’Isola che c’è ma che tutti fanno finta di non conoscere. Qui, a Garbage Patch. Garabage Patch è come un bimbo sperduto. Non è di nessuno, e nessuno vuole assumersi la responsabilità di fare qualcosa. E l’isola di spazzatura galleggiante cresce, giorno dopo giorno, anno dopo anno, uccidendo l’Oceano e modificando lentamente anche il corso delle correnti oceaniche, e probabilmente con il tempo anche il clima della Terra. Ogni tanto qualcosa riesce a scappare dal vortice della corrente, e si va a depositare su alcune spiagge delle Isole Hawaii o della California e bisogna intervenire per ripulirle, perche a volte si formano strati di spazzatura anche di 3 metri.

SE vuoi leggere la conclusione del post, vai su Giornalettismo..

Buon tutto!

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