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Giovanni fa l’operaio da trent’anni. E quando sente “loro” parlare di articolo 18 non gli piace. Perché significa licenziamenti facili. Giovanni non ha studiato, non sa fare grandi discorsi, ma per istinto pensa che se si toglie a certa gente il freno della legge, ne approfitterà di sicuro per fare qualche pasticcio. E a pagare, c’é da scommeterci, saranno i soliti.

Giovanni però sa che suo figlio ha venticinque anni e per lui flessibilità fa rima con precarietà. Sa che per se e i suoi compagni con la crisi c’é almeno la Cassa integrazione, per suo figlio c’è un “arrivederci e grazie”, se va bene. Giovanni vede da troppo tempo che nel mondo del lavoro non c’è uguaglianza tra chi è tutelato e chi non ha niente.

Giovanni non ha studiato, ma si arrabbia se qualcuno pensa o dice che per rendere tutti uguali nel lavoro bisogna abbassare le tutele a tutti. Ma non si arrabbia se qualcuno gli chiede di sedersi intorno ad un tavolo e cercare una soluzione, un modo nuovo, per salvaguardare tutti, facendo le cose giuste.

Giovanni non ha capito perché i sindacalisti sono così arrabbiati prima ancora di cominciare a discutere. Anche quelli che prima, quando c’era l’altro governo, erano disposti a chinare la testa sempre e comunque.

Giovanni non è convinto che abolire l’articolo 18 sia una buona soluzione. Ma, mentre guarda suo figlio con il capo chino sul divano,  gli piacerebbe almeno vedere tutte le proposte concrete prima di mettersi a scioperare.

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Gli italiani non hanno una buona fama. Questa cattiva opinione si basa sui nostri difetti: chiacchieroni, casinisti, disorganizzati, un po’ cialtroni, fanfaroni. E? l’Italia dipinta da Alberto Sordi, incorniciata da Vittorio Gassmann ne “Il Sorpasso”, involgarita dai cinepanettoni e dal berlusconismo. Eppure, agli italiani non mancano i pregi: l’inventiva, la creatività, la voglia di vivere e di fare.

Negli ultimi vent’anni, a dire il vero, i difetti hanno preso il sopravvento. O almeno, così è sembrato. Forse si è trattato solo dell’impressione di una società che troppo spesso si osserva con la lente distorta della tv. O forse era un dato obiettivo. E “questa maledetta notte sembrava non dover finire”. Specie adesso che la crisi morde più forte.

Eppure, qualcosa nell’aria c’é. Forse è solo una goccia nell’oceano. I cinepanettoni perdono colpi al botteghino – e, senza offesa per nessuno, non sembra essere una cattiva notizia – e le raccolte fondi a favore di molte associazioni che finanziano iniziative umanitarie registrano, nonostante la crisi, significativi record; da ultima, è toccata alla famosa Telethon.

L’altra Italia forse ha smesso di dormire e comincia a dar segni di risveglio. Forse è solo una goccia nel’oceano, e la notte non è passata. Ma sperarlo non costa nulla. Anche perché “se la goccia d’acqua dicesse: non è una goccia d’acqua che può fare un fiume…non ci sarebbe l’oceano”.

Sarebbe bello poter incontrare quei 518 italiani che dichiarano un reddito annuo inferiore ai ventimila euro lordi e sono proprietari di un aeroplano. Sedersi con loro, al tavolo di un bar, e sorseggiare amabilmente un caffè. E farsi raccontare come hanno fatto.

Perché un aereo deve essere difficile da nascondere, e costoso da mantenere. Deve essere faticoso far finta di essere un poveraccio quando possiedi un aereo privato, magari pure bello grande.

Che fatica fare la fila alle poste, e fare finta di brontolare per la bolletta della luce troppo alta. Andare alla Asl per chiedere l’esenzione dei ticket. O chiedere la riduzione delle tasse scolastiche dei propri figlioli. Lamentarsi per le tasse troppo alte.

Sì, far finta di essere poveri deve essere molto faticoso. Per chi ha una coscienza anche guardarsi allo specchio pensando a chi s’arrabatta davvero con mille euro per arrivare alla fine del mese.

Sarebbe bello incontrarsi con loro al bar. E, visto che fanno un po’ pena, pagare loro il caffè.

Due notizie. La prima: la “stangata” di Monti sulle accise dei carburanti, che fa salire il prezzo alla pompa di circa 8,2 centesimi al litro per la benzina e di 11 centesimi al litro per il gasolio. La seconda: la Fao ricorda che ogni minuto nel mondo vengono distrutti 10 ettari di foreste, la superficie di venti campi da calcio. In un anno fanno 14,5 milioni di ettari, poco meno di metà dell’Italia intera.

Con tutta la buona volontà, e la comprensione che – da bravo automobilista – nutro per tutti i miei concittadini tartassati da decenni con il facile bersaglio delle tasse sui carburanti, la seconda notizia mi è sembrata decisamente più preoccupante della prima. Ma, a leggere i media, a navigare tra social network e blog, a sentire la “gente” ero il solo, o quasi.

E’ un vizio delle nostre società opulente, lanciate a bomba verso un senso che non c’é: guardare esclusivamente la punta del proprio naso, o il proprio ombelico, scambiandoli per il centro dell’universo, mentre il mondo gira nello spazio senza fine verso ben altri – e più grandi – “centri di gravità permanente”.

Anche se il senso delle stelle non è quello di un uomo, ogni tanto, guardare appena al di là delle nostre beghe quotidiane potrebbe farci scoprire il senso di essere uomini e donne.

Pubblicato su Giornalettismo

Luigi ha 82 anni e vive con una pensione da 1.100 euro al mese nella sua casa di proprietà in centro. Marco ha 48 anni è un dirigente d’azienda, con un reddito lordo 100 mila euro all’anno e la casa in affitto, fuori città.

Marco ha tirato un respiro di sollievo, quando ha saputo che il governo non ha innalzato le aliquote Irpef per i redditi più alti. Poi ha pensato a Luigi, suo padre. Che dovrà pagare la nuova Ici, con tanto di rivalutazione della rendita catastale e non avrà per due anni l’indicizzazione della sua pensione.

Ha deciso che gli darà una mano, se suo padre glielo permetterà. Ha pensato che forse c’è davvero qualche cosa che non va, se in una famiglia si chiede tanto a chi ha poco o nulla a chi ha un po’ di più. Certo, ci sono tanti più ricchi di lui che non pagano mai niente. Ma questa, si dice, non è una buona scusa.

Marco domani passerà da Luigi. E’ un po’ che non lo fa. Lo sentirà brontolare, come sempre. Ma stavolta giura che avrà più pazienza.

Pubblicato su Giornalettismo

Per tre anni e mezzo Cisl e Uil hanno trattato lo sciopero come un residuo del passato, attaccando l’altro grande sindacato, la Cgil, che invece allo sciopero contro il governo Berlusconi ricorreva con estrema facilità. Raffaele Bonanni, nel Corriere della Sera del 29 agosto 2011, sosteneva persino che lo sciopero era “uno strumento antiquato”.

Il 13 settembre scorso rilanciava: “Finché perdurerà una situazione di crisi via libera agli scioperi solo di sabato o di sera, per non far perdere soldi ai lavoratori”. Ora, il miracolo: poche ore dopo la presentazione della manovra “salva Italia” del nuovo governo Monti, nel mezzo di una crisi sempre nera, Cisl e Uil riscoprono la parola sciopero, proclamandone uno di due ore per lunedì prossimo.

Scioperare è uno strumento di lotta forse antico, ma sempre legittimo e “sano”. Fa piacere che anche Bonanni ed Angeletti ora se ne ricordino. Che questo avvenga subito dopo la fine del lungo regno berlusconiano è, ovviamente, una semplice coincidenza: non bisogna pensare male.

Anche se, come diceva uno se che se ne intende, spesso ci si azzecca.

Pubblicato su Giornalettismo

Anche i professori, nel loro piccolo, si sbagliano. E anche nel governo tecnico, il “Barcellona” dei Governi, qualcuno sbaglia: una rimessa laterale o un calcio di punizione. E’ successo con la nomina del sottosegretario all’Agricoltura.

Dovrebbe essere – o forse è meglio dire, doveva essere – Francesco Braga, docente all’ università di Guelph e incaricato alla Cattolica, da 28 anni in Canada, esperto del ramo. Il neo ministro Mario Catania ne era addirittura entusiasta. E lui, molto soddisfatto. Migliaia di congratulazioni, tra cui il consorzio del parmigiano-Reggiano e la comunicazione mail del Ministero in Canada.

Però dopo le prime ore è spuntato un altro nome: Franco Braga, docente di Tecnica della Costruzione alla Sapienza. Segnalato da Altero Matteoli, ma per le infrastrutture, date le specifiche competenze. Dicono che se la sia presa. La confusione è sovrana. Né Francesco né Franco hanno giurato. A domanda su chi sia il sottosegretario, viene risposto ancora che “la situazione è fluida”.

Speriamo che sulle misure il “Barcellona” faccia un po’ più di attenzione: errare è umano, perseverare è diabolico.

Pubblicato su Giornalettismo

La ricchezza netta delle famiglie italiane è stimata da Banca d’Italia in circa 8.600 miliardi di euro. Rappresenta il 5,7 per cento di quella mondiale, superiore alla quota italiana del PIL mondiale (3 per cento) e molto superiore a quella della popolazione del mondo (1 per cento). Insomma, siamo un paese ricco.

Però, sempre secondo Banca d’Italia, questa ricchezza non è uguale per tutti. Molte famiglie sono povere, la metà detiene appena il 10 per cento della ricchezza nazionale: pensionati, lavoratori dipendenti del privato, giovani. Invece, poche famiglie dispongono di una ricchezza elevata: il 10 per cento più ricco detiene quasi il 45 per cento della ricchezza complessiva.

Gli italiani sono poco più di 60 milioni di abitanti. Il 10 per cento di essi, 6 milioni di persone, possiede quindi una ricchezza netta  di 3.870 miliardi di euro, poco meno del doppio del nostro Pil. Se a questo 10 per cento di popolazione applicassimo una leggera patrimoniale (6 per mille, come l’Ici) ricaveremmo un gettito di 23 miliardi di euro all’anno.

Una somma difficilmente ricavabile con altre misure, pure legittime e magari utili come la riforma pensioni, o aumento Iva, ripristino dell’Ici per tutti, eccetera. Sarebbe bene, quando sentiamo parlare i vari partiti, sindacati, forze sociali, ricordare queste poche cifre.

E sarebbe bene che se ne ricordi anche il governo Monti, se vuole davvero dare una svolta a questo Paese.

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L’Ocse prevede per l’Italia l’ennesimo anno in recessione, dopo la dramamtica crisi del 2008-2009 e la debolissima crescita del 2010-2011. In tutto il mondo si scommette su un nostro default, dato che tra pochi mesi dovremo collocare quantità indigeribili di nostri titoli di debito pubblico in scadenza.

E dire che fino a pochi mesi fa, secondo l’allora ministro dell’economia, per l’Italia bastava una semplice “manutenzione” dei conti pubblici. E che, neppure un mese fa, l’allora Presidente del consiglio affermava nei vertici che l’Italia stava bene, perché “ristoranti e aeroplani erano sempre tutti pieni”.

Niente rende più chiara la distanza tra la realtà dei fatti di questi ultimi anni e le promesse da marinaio che venditori di fumo travestiti da uomini di Stato hanno fatto impunemente agli italiani, sotto gli occhi – non scordiamolo! – condiscendenti se non complici di associazioni di categoria, molti sindacati, editorialisti di fama.

Il passato ormai non si può cambiare. Ma, mentre in questo presente già si cominciano a sentire in giro i borbottii per i “sacrifici” che il governo “non legittimato dal popolo” starebbe per chiederci – per evitare il nostro fallimento – non va dimenticato quello che ci ha fatto un “governo legittimato dal popolo”.

Il passato non si può cambiare. Ma tenerlo presente è importante per poter cambiare il nostro futuro.

Pubblicato su Giornalettismo

Da noi non ha mai avuto buona fama. Eppure Lao-tzu l’aveva scritto circa duemila e seicento anni fa nel Tao Te Ching. Adesso lo certifica la rivista New Scientist che, nel suo ultimo numero, esalta l’importanza della nullità.

Gli italiani – che sono il popolo più saggio dell’occidente – spesso non resistono al suo fascino: non a caso, siamo il Paese degli Scilipoti. Ma anche da noi il nulla ha un suono negativo, anzi spaventoso: “sei una nullità”, “l’ozio è il padre dei vizi”, la paura del vuoto, le carriere dei Bossi, padre e figlio,  e via disprezzando.

Ma scherzi a parte, dovremmo davvero cominciare a riappropriarci del valore positivo del silenzio e del nulla, vere essenze del nostro mondo: cosa sarebbe la ruota della bicicletta senza il vuoto attorno ai mozzi? E una casa senza finestre?

Vale la pena di rifletterci: la riconquista del vuoto, del silenzio, dopo decenni troppo “pieni” e rumorosi, potrebbe persino essere un nuovo inizio.

Pubblicato su Giornalettismo

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