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E’ vero che, come ha evidenziato ieri Donato De Sena, il redde rationem nel Pdl infila Gianfranco Fini in un vicolo cieco e che per lui gli scenari futuri non promettano nulla di buono. Ma se Fini si prepara a piangere, non è che Berlusconi ha molto da stare allegro.

Si troverà a gestire una maggioranza indebolita, esposto ai ricatti dello stesso Fini e alle trappole dei suoi amici più fidati, Tremonti in testa. Con al suo fianco la spina Umberto Bossi, alleato tutt’altro che affidabile come il ’94 dovrebbe ricordare, che farà pesare la sua golden share sul governo molto più di adesso, a partire dal “suo” federalismo. Un Parlamento che assomiglia ad un Vietnam o più probabilmente ad una palude dove non si decide più nulla. Mentre la crisi economica, che non aiuta a guadagnare consensi, non è finita.

Berlusconi non dovrà preoccuparsi tanto del tema legalità – che a molti italiani non interessa, ma che alla lunga può comunque logorarlo – ma soprattutto della questione Sud. Perché rischia di trovarsi stretto tra l’abbraccio mortale del “fedele” alleato nel Nord e la concorrenza del binomio Casini-Fini, oltre che dell’astensionismo, che può eroderne il consenso al Sud. Perdendo voti sia qui che là, come è già accaduto in questi due anni, basta guardare i numeri elettorali.

Può anche darsi che vinca l’ennesima scommessa elettorale, vincendo le ormai non improbabili elezioni anticipate. Ma dopo il voto sarà ancora più debole politicamente. E avrà in ogni caso mandato definitivamente in soffitta quell’immagine di “statista” e “pacificatore” che aveva provato ad indossare dopo le ultime elezioni. Perdendo così la partita che davvero conta più di tutte, forse il vero motivo di questa guerra fratricida: il Quirinale.

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Aldo Brancher è stato condannato a 2 anni per appropriazione indebita nell’ambito di un filone dell’inchiesta sulla tentata scalata ad Antonveneta da parte di Bpi, dopo un processo svolto a Milano con rito abbreviato. Niente di straordinario: in fondo è solo l’ennesimo politico indagato e condannato. Ma un momento: riavvolgiamo il nastro e ricordiamo le puntate precedenti.

La richiesta di rito abbreviato è stata formulata al Tribunale di Milano il 5 luglio. Guarda caso, lo stesso giorno in cui Brancher si era dimesso da ministro per l’attuazione del federalismo, o per il decentramento amministrativo o per qualcosa del genere, dopo appena 17 giorni dalla nomina.  Dimissioni seguite alle furibonde polemiche esplose dopo la richiesta avvenuta pochi giorni dopo la nomina, di ricorrere al legittimo impedimento per sottrarsi al processo per il quale era accusato.

Rimandiamo avanti il nastro ora. Immaginiamo di essere in una riedizione di Sliding doors. Cosa sarebbe successo se Brancher fosse rimasto ministro? Avrebbe seguitato ad usare il legittimo impedimento? O avrebbe scelto di affrontare il processo con rito abbreviato, che non sarà un patteggiamento ma ci somiglia un po’? E se condannato, a quel punto, si sarebbe dimesso o avrebbe invocato la presunzione d’innocenza, e continuato da condannato a fare il ministro?

Belle domande. Potremmo girarle a Silvio Berlusconi. Lui, il ghe pensi mi nazionale, avrebbe di sicuro le risposte giuste.

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E’ un viale che tutti imboccano. Specie attori e sportivi che ad un certo punto diventano ex-divi. Un tempo acclamati come semidei e poi ridotti a relitti abbandonati. La domenica sportiva ci ha mostrato due facce di questo viale: Lance Armstrong e Michael Schumacher. Dominatori ridotti a comparse.

Questa parabola fatiscente del tramonto della grandezza e dello smalto degli esseri umani ha pure un fascino sublime, mostrato magistralmente nel film di Billy Wilder con Gloria Swanson ed Erich von Stroheim. E riguarda tutti i campi del vivere umano: spettacolo e sport, ma anche economia e politica. Specie in Italia, dove – più che in altri Paesi – le “vecchie” generazioni sono molto restie a passare la mano. Anche quando non hanno più molto da dire e le performance calano vistosamente.

No, questo non è un Paese per giovani. I vecchi dominano, anche se sempre più gonfi, rugosi e stanchi. E non basta un po’ di tintura nei capelli, un po’ di cerone, o un lifting per ridare loro lo slancio di un tempo. Non è solo un fatto estetico: i “vecchi” diventano rancorosi, aggrappati come mignatte ai loro privilegi grandi e piccoli, alle loro certezze.

Pensiamo a Berlusconi: che abbia esaurito la sua spinta propulsiva è chiaro da un pezzo, ma adesso sembra davvero un patetico vecchietto, aggrappato al potere, capace di ripetere solo le solite gravi battute sulle donne o le solite accuse a stampa, magistratura e “comunisti”, per giunta dette per l’interposta persona di omuncoli di quart’ordine, tipo un Capezzone o un Bondi qualsiasi.

Ma in Italia è un discorso più generale: imprenditori che non passano la mano, cariatidi che invecchiano nei consigli di amministrazione delle società quotate in borsa, nella banche, nelle authorities. E politici in Parlamento. E infatti il Paese arranca, indietreggia, sfiatato e senza scatti di fantasia. Perché i sogni albergano nelle menti più giovani, quelle dei vecchi sono in genere colme di rimpianti.

Nello sport, almeno, il tempo non s’inganna. Bastano un ciclista come Menchov o un pilota come Rosberg, mediocri ma con lo smalto e la freschezza della gioventù, a far mangiare la polvere ad autentici fuoriclasse come Armstrong e Schumacher. Purtroppo da noi alternative a questa generazioni di mummie potenti non si intravede, neppure in lontananza di quel viale del tramonto su cui sembra inesorabilmente incamminata l’Italia.

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E’ scoppiata la guerra tra Roma e Bolzano. Il Consiglio dei ministri, per volere del ministro per gli affari regionali Raffaele Fitto ha sfoderato le sciabole, intimando alla provincia autonoma di rimuovere 36 mila cartelli che – in spregio alle regole sul bilinguismo e sul fatto che il Sud Tirol sarebbe anche Alto Adige e sta in Italia – sono tutti rigorosamente solo in tedesco. Il governo di Roma minaccia, in spregio all’autonomia gelosamente custodita dalla gente di quelle parti, di sostituirsi a quello di Bolzano se non provvede alla svelta a mettere i cartelli in italiano.

La risposta del presidente della provincia autonoma di Bolzano non si è fatta attendere. Luis Durnwalder, dimostrandosi un vero italiano, ha reagito con un “Me ne frego del loro richiamo”. Seguito da un più istituzionale “Presenteremo ricorso alla Corte costituzionale”. I cartelli in effetti non li ha messi la Provincia, ma l’Alpenverein, il Club alpino sudtirolese di lingua tedesca e gli albergatori del luogo, tra l’altro sgridati dalla provincia stessa. Ma grazie ai muscoli mostrati dal governo di Roma, questa storia da farsa estiva potrebbe diventare una seria questione istituzionale. Una guerra.

Già. Il governo si è affannato a fare la faccia feroce su una faccenda che – diciamocela tutta – non sembra così grave, oltre che di non diretta responsabilità della provincia autonoma di Bolzano. Mentre neppure una parola è stata detta su un’altra faccenda, più banale: i soldi. Perché mentre il governo a trazione leghista sta con il fucile puntato sugli “sprechi” delle regioni, specie quelle del sud, sorvola beatamente su quanto costa al contribuente la provincia autonoma di Bolzano.

Attenzione: tutti sanno che l’autonomia dell’Alto Adige o Sud Tirol costa al contribuente italiano un pacco di soldi. Ci può pure stare, visto il particolare status di quell’area. Meno comprensibile accettare che la spesa per il personale delle 15 regioni a Statuto ordinario sia complessivamente di 2,8 miliardi di euro all’anno nel 2008, mentre per la sola provincia autonoma di Bolzano il costo è di 1 miliardo. La Lombardia costa 200 milioni di euro, la Campania 470 e il Lazio di Roma ladrona meno di 300. Nel Friuli Venezia Giulia, altra Regione a Statuto speciale, il personale costa 190 milioni di euro e in Sardegna meno di 250.

Dati banali, contenuti nella Relazione sull’attuazione del federalismo fiscale presentata dallo stesso governo di Roma un paio di settimane fa. Ma su questa curiosa “anomalia” il ministro Fitto, al pari dei suoi colleghi Tremonti, Bossi, Calderoli, tace. Se ne frega, come direbbe Durnwalder. Misteri del federalismo. Chissà se dipende dal fatto che i bilanci della provincia di Bolzano sono scritti solo in tedesco.

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Sarà il caldo, forse. O forse è qualcos’altro, quello strano malessere che ti prende quando dopo mesi frenetici, sempre di corsa, con il tempo che sembra non bastare mai si avvicina il “meritato” riposo delle vacanze. Malessere che diventa panico, la prospettiva di lunghe giornate semi oziose da trascorrere a “fare niente”. E allora pensi.

Una riflessione che è d’obbligo per una società che identifica, sovente, il tempo lento come tempo morto. Ma è davvero così? Se anche New York, la città che non dorme mai, la big apple che vive freneticamente sempre sull’orlo di una crisi di nervi, ha deciso di rallentare e s’inventa più parchi, più piste ciclabili, più spazi per bambini ed anziani e anche semafori più lunghi, per prendersi una pausa, qualcosa vorrà pur dire.

Forse è una proposta snob, fatta da chi ha ormai alle spalle soldi, sicurezza, vede la vita che comincia a declinare verso la sera e vuole rallentare. Una società che invecchia e che comincia ad avere paura del tempo che corre troppo in fretta. Ma forse può essere un’altra cosa. Riprendersi il tempo, assaporarlo, smettere la quotidiana fatica di scansare macchine, giornali, problemi per arrivare in fretta alla fine del giorno può essere anche un nuovo inizio.

All’inizio di sicuro è dura: non siamo abituati ad assaporare lo scorrere del tempo e il “vuoto” che ci assale fa paura ed è meglio riempirlo della solita vita in fuga da se stessi. Poi ci si concede un’ora e poi un’altra. E si entra in un tempo senza tempo, in cui le cose si ampliano a dismisura. E la prospettiva cambia, o può cambiare. La lentezza potrebbe allora diventare una delle chiavi per far cambiar pelle alla nostra società e renderla più “sostenibile”. Soprattutto più “umana”. Un mondo dove stare sdraiati a guardare il paesaggio non è uno spreco di tempo, ma un riprendersi il tempo.

Non è un percorso facile, anzi. E non è neppure detto che tutto sia bello. Certe giornate assolate a non far niente possono essere difficili da sopportare. E le comodità della modernità piacciono a tutti. Ma anche lasciarsi scivolare addosso la vita a cento all’ora non sembra il massimo. E di sicuro la felicità non si costruisce lavorando 15 ore al giorno per avere un gran bel conto in banca con cui riempire gli armadi di cose spesso inutili, lasciandosi così sfuggire il sorriso di qualcuno che ti vuole bene o, più semplicemente, l’odore dell’erba dopo un’ora di pioggia in un pomeriggio caldo d’estate.

Forse ci possiamo provare. Magari ci accorgiamo che anziché affannarci tanto per raggiungere le meritate e sudate due settimane di vacanze, si può rallentare un po’ tutto l’anno e vivere bene, anzi meglio. Perché, come diceva Massimo Troisi, la scelta non necessariamente tra un giorno da leone o cent’anni da pecora. Si può provare a fare 50 anni da orsacchiotto. Magari ci piace.

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Le bugie hanno le gambe corte. Il sisma che ha colpito l’Abruzzo rappresenta un caso emblematico di quest’Italia berlusconiana, fondata sulle mistificazioni mediatiche e sulle bugie istituzionali. Abbiamo capito da un pezzo che l’Abruzzo non è il paradiso che Berlusconi e Bertolaso ci hanno descritto per mesi, nella vergognosa accondiscendenza dei media e della stessa opposizione. Ma qui le cose sono davvero oltre l’immaginabile.

Già perché, secondo i dati aggiornati a ieri da parte della Struttura per la gestione dell’emergenza post sisma in Abruzzo, sono ancora 55.870 i terremotati assistiti in “emergenza”, di cui 48.278 per il Comune dell’Aquila. Gli Aquilani che beneficiano del cosiddetto “contributo di autonoma sistemazione” (in pratica ricevono un contributo dallo Stato in attesa che la loro casa gli venga ridata e si “arrangiano” come possono) sono 25.585. Quelli che stanno nelle C.A.S.E., MAP sono 18.997, mentre altri 3.127 stanno ancora in albergo e 595 nelle caserme. Per gli atri 50 comuni del cratere sismico, 3.594 beneficiano dell’autonoma sistemazione; 341 in affitti concordati con DPC; 3.566 nei MAP (moduli abitativi provvisori); 91 in altre strutture comunali.

Queste cifre testimoniano che siamo di fronte alla più lunga emergenza della storia dei terremoti d’Italia, roba da fare invidia anche al Belice e all’Irpinia. Altro che mirabolante miracolo! Un’emergenza che divora montagne di soldi, mentre di ricostruzione si continua a non parlare. Il caso ha avuto un po’ di eco per la denuncia di alcuni albergatori della costa abruzzese, che alloggiano i terremotati senza tetto e che dal 1 gennaio 2010, da quando cioè la competenza dei rimborsi è passata alla Regione, non ricevono più un euro o quasi. E cominciano ad essere indebitati fino al collo. Le aziende, invece, attendono i pagamenti di lavori, tra cui puntellamenti, effettuati da mesi. Alcuni piccoli imprenditori hanno denunciato mancati pagamenti per lavori, risalenti al giugno 2009, relativi al G8 dell’Aquila, commissionati dalla Protezione civile nazionale.

Purtroppo però, a dispetto dei rassicuranti reportage di giornali e telegiornali, non c’è una lira. Lo ha detto anche il Presidente dell’Abruzzo Gianni Chiodi, commissario per il terremoto e anche per l’emergenza: “Non ci sono fondi per coprire i debiti contratti durante il periodo dell’emergenza terremoto. Con una lettera molto chiara ho chiesto per venerdì al ministro Tremonti un incontro sui fondi per i debiti contratti nella fase di emergenza”.

Non si sa se, con un altro “miracolo”, si rattopperà anche questa falla. Possibile. Nel paese di Pinocchio, dove la mistificazione si è trasformata in metodo di governo, dove il governo si è trasformato in gestione arruffona dell’emergenza, tutto può succedere. Certo che di gente con le gambe corte o dal naso lungo se ne vede tanta in giro. Ma non si sa se siano peggio costoro, o i troppi ignavi che continuano a far finta di non vedere e a non denunciare questa autentica vergogna nazionale che è stato ed è il sisma de L’Aquila.

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Arieccoli. Dopo quer pasticciaccio brutto der Lazio, e quello – mancato – in Lombardia, è arrivato il gran pasticcio del Piemonte. I fatti: Cota vince per un incollatura, appena 9 mila voti, su Mercedes Bresso. Ci sono subito contestazioni, sospetti di alcune irregolarità su liste minori, tutte a vantaggio di Cota. Ora il Tar ha deciso che vanno riesaminate le schede elettorali di due liste, “Al centro con Scanderebech” e “Forza consumatori”, per verificare se l’intenzione dell’elettore fosse davvero votare per Roberto Cota, se sia stato cioè apposto anche un segno sulla casella del candidato presidente. In tutto sono 15 mila voti. Cota contesta questa decisione, e forse non del tutto a torto.

C’è però anche un altro ricorso, quello contro la lista “i Pensionati con Cota” di Michele Giovine, oggetto di un’indagine penale della procura di Torino che ha per ora accertato come 18 delle 19 firme dei candidati sarebbero false. Questa lista ha ottenuto 27 mila voti. Il Tar ha deciso che se il tribunale civile darà ragione al ricorso del centro sinistra i voti di quella lista saranno annullati. E conseguentemente il risultato elettorale. Potrebbe volerci anche un anno, ma è abbastanza chiaro che Cota, in questo momento, è – magari suo malgrado – un usurpatore. che sta lì grazie a 27 mila voti che sono abbastanza palesemente non validi. Cota grida al golpe, parla di mancato rispetto della volontà popolare, minaccia, si agita.

Forse dimentica che nel 2000 in Molise accadde una cosa analoga, a parti rovesciate. Vinse il centro sinistra, il centrodestra denuncio delle irregolarità nella lista dei verdi, il Tar stabilì che quelle irregolarità c’erano, e rimandò tutti alle urne, l’11 novembre 2001, 18 mesi dopo il voto. Vinse il centro destra, e non ci furono drammi. Non c’è da gridare al golpe contro la volontà popolare, ma solo rispettare le regole. E’ una cosa che non sembra essere nel dna di pezzi del centrodestra. Come la coerenza: se qualcuno riesce a spiegare perché quello che era giusto a Campobasso nel 2000 non è giusto a Torino nel 2010 vince un premio. Magari, lo facciamo presidente del Consiglio. O perlomeno del Piemonte.

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Ci mancava pure questa. Ferruccio Fazio, ministro della Salute, punta il dito contro le cravatte, definite la maggiore fonte di infezione presente nel corpo di un uomo. Il pericolo numero uno per la salute non sono dunque inquinamento, cancro o infarto. Ma la cravatta. Pericolosità scientificamente dimostrata, dice il ministro in giacca e cravatta, tanto che in Inghilterra ne hanno proibito l’uso nelle corsie degli ospedali. Perché su di essa si accumulano virus e batteri, provocando infezioni pericolose e mortali.

Che negli ospedali spesso si muore d’infezione è vero. Solo in Italia si parla di circa 6-7 mila persone. Giusto che un ministro se ne preoccupi. Però per gli esperti la causa principale sono i medici che dimenticano di lavarsi le mani. E anche il telefonino che tutti si portano appresso. Per non parlare dell’igiene precaria nei bagni, nelle corsie, nelle cucine. Senza contare che ci sono reparti e reparti: un conto sono le normali corsie, un conto sale operatorie, rianimazioni, reparti oncologici, neonatologie. Tutto dimenticato dal solerte Fazio nella sua crociata estiva contro la cravatta. Crociata che si limita alle dichiarazioni, tra l’altro. Non ha intenzione di prendere provvedimenti: basta la denuncia.

E’ lo stesso Ferruccio Fazio che ha il grande merito di aver fatto buttare milioni e milioni di euro per un’inutile campagna di vaccinazione contro il virus “mediatico” dell’influenza A, spacciato per la nuova peste del secolo. Quello che nella questione sanità lascia parlare solo Tremonti, noto esperto della materia. Ferruccio Fazio, allineato e coperto con la vera cifra di questo governo: guardare la pagliuzza e non il pagliaro, occuparsi dei dettagli insignificanti a colpi di dichiarazioni ai confini della scemenza per nascondere le magagne e i veri problemi.

Ragionare di politica sanitaria, dello sviluppo della ricerca scientifica e tecnologica in materia sanitaria, di garantire a tutti l’equità del sistema, la qualità, l’efficienza e la trasparenza, di stimolare l’innovazione e di tutte le questioni che sono di competenza del ministro non è il caso. Meglio abbaiare alla luna contro le cravatte.

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L’Italia è un paese straordinario. A Bruxelles per partecipare all’Ecofin, il ministro Giulio Tremonti tra un frizzo ed un lazzo ha detto che l’emendamento che avrebbe fatto saltare il limite dei 40 per i contributi utili per la pensione introducendo una deroga non era un refuso, ma una precisa scelta. Smentendo così clamorosamente quanto si era precipitosamente affannato a dire il suo collega del Lavoro Maurizio Sacconi, di fronte alle grida di dolore che s’erano levate dai sindacati. Non un refuso, ma una furbata.

Poco importa se non è passato, ha detto il ministro: era solo un dettaglio, il tentativo di introdurre ulteriore rigore. A quasi tutti è sfuggito che con quell’emendamento alla manovra è stata varata la più importante riforma strutturale fatta in Europa, legando l’età pensionabile alle aspettative di vita. Il tutto nella pace sociale, senza un giorno di sciopero e non certo perché il sindacato, quello dei gridi di dolore sul refuso, non se n’é accorto. “Loro sanno fare il loro mestiere” ha detto Tremonti. In effetti Pier Paolo Baretta, capogruppo del Pd alla Commissione Bilancio di Montecitorio, l’aveva detto, già il 2 luglio. Attenzione, “la norma che a partire dal 2016 aggancia l’età del pensionamento alle aspettative di vita non prevede alcuna deroga. Quindi, dal 2016, i 40 anni di contributi non saranno più sufficienti per andare in pensione indipendentemente dall’età. I 40 anni sono già saltati. Altro che refuso!” Infatti: un’altra furbata.

Nessuno lo ha ascoltato. Né il leader del suo partito Bersani, né l’eroico Franceschini, né l’oppositore senza se e senza ma Di Pietro. Tutti in altro affaccendati. Per non parlare delle due scimmiette travestite da sindacalisti, Angeletti e Bonanni, in questo caso a braccetto con la scimmietta Epifani. Tutto sapevano e nulla hanno detto.  Tutti distratti? No, loro sanno fare il loro mestiere. Intendiamoci, nel merito può anche darsi che Tremonti abbia fatto bene. Più volte anche noi abbiamo sollecitato una riforma delle pensioni, anche se avevamo puntato il dito su alcune gestioni in squilibrio, non su norme erga omnes. Ma il punto è un altro.

Le riforme strutturali si fanno alla luce del sole. Magari anche rapidamente, ma con una legge organica, una discussione trasparente che coinvolga il Paese o almeno i diretti interessati. Non si fanno di nascosto, nel sottoscala delle istituzioni, per mano di un senatore prestanome con un emendamento – senza refusi – ad un decreto legge del Governo. Qui invece c’è un ministro che sembra un monello che sa di averla fatta franca e fa lo sbruffone. Ci sono sindacati che recitano la difesa dei diritti dei pensionati mentre fanno da palo al Governo. Qui c’è lo specchio di questa nostra Italia: uno straordinario Paese che va avanti tra una furbata e l’altra, tra una “distrazione” e l’altra. In cammino, senza meta, a metà strada tra la farsa e la tragedia.

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E dire che c’è chi è convinto che la Lega nord rappresenti il “nuovo che avanza”. La Lega nord, quella che ha vinto tutte le elezioni degli ultimi tempi. Perché comprende il “popolo”, lo ascolta. Co vive in mezzo. Non come gli altri partiti, quelli della “vecchia politica romana”. Un concetto tirato fuori ieri dal ministro Maroni, commentando i rumors di un tentativo di accordo Berlusconi – Casini.

La Lega non è così, la Lega è diversa. Sarà. Però, guarda caso, il sospetto è che Maroni si preoccupi perché se rientra Casini il potere d’interdizione della Lega si riduce. La Lega sarà diversa, ma non ha esitato a stringere accordi con partiti impresentabili come l’Udc, a raccattare in nome delle vittorie elettorali – ad esempio in Piemonte – di tutto e di più. Proprio come quella vecchia politica romana che tanto disprezza. E non è la lega che dice – a proposito del ddl intercettazioni – che al premier qualcosa bisogna concedere, in nome del federalismo? Già, il federalismo, la bandiera della Lega. Che però non muove un dito davanti alla manovra prefettizia di Tremonti. Anzi, i suoi governatori sono gli unici ad incrinare il fronte compatto delle Regioni. Mentre molti dei suoi amministratori locali – giustamente – sono arrabbiati neri. Misteri del “nuovo che avanza”.

A pensarci bene, però, è vero che la Lega nord è diversa dagli altri partiti della vecchia politica romana. A nessuno di essi, ad esempio, sarebbe mai venuto in mente di indicare, per la successione del leader indiscusso, il senatur Umberto Bossi, i suoi due figli Renzo e Roberto. Come nelle migliori monarchie assolute pre risorgimentali: chissà che ne direbbe Catteneo. E chissà che ne pensano le genti del nord a cui la Lega si rivolge. Forse c’è chi preferisce non essere cittadino, ma suddito. O forse si è scambiato il federalismo per familismo, vizio evidentemente anche padano.

A pensarci bene, questo nuovo, più che avanzare, è avanzato. Mi sa che se continua così, alle prossime elezioni, questi masanielli di Gallarate potrebbero avere qualche brutta sorpresa.

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