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La sentenza del Tar che ha rimesso De Magistris al suo posto come sindaco di Napoli, che potrebbe portare acqua al mulino di Berlusconi nella sua battaglia per tornare in Parlamento “a testa alta”, secondo qualcuno è una nemesi storica: il “buono” che aiuta, non volendo, il “cattivo”. Ma non è così.

De Magistris

Perché la storia è invece proprio “magistra vitae”, e insegna che da sempre nulla è più funzionale alla reazione e alla conservazione dei rivoluzionari “alla bar casablanca” (Cit. Gaber), specie che in Italia è particolarmente nutrita. Stia sereno De Magistris, e lo siano anche i suoi amici: la sua eventuale responsabilità non sarà quella di aver aiutato Berlusconi a tornare sulla scena politica per via di una sentenza del Tar, cosa peraltro dubbia perché i casi sono un po’ diversi.

No, la ragione è un’altra: non avere mai avuto alcuna politica credibile per averlo seppellito (politicamente, of course) con l’unica cosa che conta in democrazia: un progetto di Paese (o di città) che conquisti prima e con le elezioni e conservi poi con il governo il consenso dei cittadini.

E allora, Forza Italia. O, meglio, Forza De Magistris. E chissà che verrà dopo; o, se preferite, what comes neXt.

Pubblicato (anche) su neXt quotidiano

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In realtà, faccio il tifo per la Juventus (be, nessuno è perfetto, no?). Ma stasera faccio il tifo per Abidal. Ma sì, Abidal. L’ex nazionale francese, l’ex idolo del grande Barcellona di Guardiola, quello che adesso allena il Bayern e ieri sera ha matato la Roma (capita). Abidal che, dopo un tumore, il ritorno, la ricaduta, adesso è tesserato dell’Olimpiacos di Atene. Quella Atene dove la Juve ha lasciato una Coppa già vinta, tanti anni fa, Abidal forse neanche se lo ricorda, che aveva solo 5 anni ma io me lo ricordo bene.

Abidal-Olympiakos

Abidal che ormai gioca poco, ma, come dice lui, sa che “ogni partita è un regalo”. Come ogni giorno che passiamo, andando avanti con fatica tra i piccoli dolori del quotidiano. Un regalo è ogni giorno, ogni partita in cui giochi come sai, a volte vinci a volte perdi, ma comunque ce la metti tutta. Come Abidal, che ha vissuto in un sogno per tanti anni – le folle, le vittorie, le gioie – e poi è caduto nell’incubo del male, degli ospedali, dei chirurghi, di quelle terapie che ti consumano il corpo e l’anima.

Perché siamo tutti Abidal, prima o poi. Nella gioia e nel dolore, andando a tentoni nei campi da gioco, a volte soli e volte in compagnia. Tutti con un viaggio da vivere, una partita da giocare, e ognuna è un regalo, come dice Abidal.

Abidal, che forse stasera gioca o forse no. Abidal, che forse tornerà al Barcellona e chiuderà la sua carriera, o forse no. Abidal, che forse avrà una lunga e felice vita o forse no. Abidal, che forse regala un dispiacere alla Juventus, e pazienza se accadrà. Sì, stasera faccio il tifo per Abidal, che la mia Juve mi perdoni. Perché il calcio è come la vita, e la vita è così. E chi sa solo di calcio, non sa nulla di calcio (Mourinho dixit).

Pubblicato (anche) su neXt quotidiano

Genova, di nuovo, sommersa dall’acqua. Genova assassinata dal cemento, con questa pioggia che ci bagna, in un Paese pieno di gente che applaude ai condoni e assiste compiaciuta alle inaugurazioni di cavalcavia e che non batte ciglio quando si tagliano i fondi per la difesa dell’ambiente e quelli per il dissesto idrogeologico. Genova, sommersa dall’acqua e da polemiche a volte giuste a volte pretestuose.

Ma di questa Genova assassinata dal cemento in questa pioggia che ci bagna,  arriva di nuovo anche un lampo di sole: la solidarietà e la grandezza che sempre riscopriamo nei momenti più duri. Genova vista da qui, è ancora la superba, con i suoi angeli del fango che – senza che qualcuno chieda loro niente – scavano e danno una mano per ridarle il suo magnifico volto.

genova

Perché per fortuna molti italiani lo hanno capito, e lo postano e lo scrivono.

Ma mia cara, carissima Genova, che sei per me e per tutti noi sempre la superba, purtroppo quella grandezza noi la ritroviamo solo nei momenti “un po’ così con l’espressione un po’ così” finiamo per dimenticarla appena la piena è passata, per tornare ognuno ai cazzi nostri. Come prima, più di prima. Chissà se un giorno “in quest’immobile campagna con la pioggia che ci bagna” riusciremo finalmente a capire che i cazzi nostri sono anche cambiare questo Paese, e non solo ripararlo dopo la tempesta. Che lo Stato siamo noi tutti i gironi, non solo quelli con questa pioggia che ci bagna.

Perché adesso, mentre guardiamo Genova immersa nel fango, “i gamberoni rossi sembrano ancora un sogno. E il sole è un lampo giallo al parabrise” che chissà se arriverà mai.

Pubblicato (anche) su neXt quotidiano

Leggi la proposta di Ricolfi per creare molti nuovi posti di lavoro a costo zero (anzi, con un aumento di gettito per lo Stato ) con il Job-Italia e pensi: accidenti, ma perché non ci ha mai pensato nessuno? Rileggi la proposta, ne analizzi i dettagli, guardi i conti. Sembra tutto in regola, a parte che non è nuovissima: creare lavoro aggiuntivo riducendo il cuneo fiscale (la differenza tra quanto costa il posto di lavoro all’impresa e quanto percepisce il lavoratore, ergo “la cresta” che lo Stato incamera come gettito) non è la prima volta che la senti.

Ricolfi lavoro

Poi il keynesiano che è in te si sofferma su questa frase di Ricolfi:

Si potrebbe pensare che un contratto del genere ridurrebbe il gettito della Pubblica Amministrazione, a causa dei minori contributi sociali. E in effetti così sarebbe se, pur in presenza del nuovo contratto, le imprese non creassero alcun posto di lavoro addizionale; se, in altre parole, lo sgravio contributivo si limitasse a rendere più economici posti di lavoro che sarebbero stati creati comunque.

Dunque, il gioco funzionerebbe – dice Ricolfi – ammettendo che il lavoro creato sia “addizionale”, aggiuntivo, ovvero che un’impresa che assume n dipendenti nuovi li assumerebbe in più rispetto a quanto previsto. Ricolfi assicura che, da indagini svolte, questa addizionalità ci sarebbe. E sarebbe consistente. E che ci sarebbero meccanismi semplici per evitare “furbate” che la facciano sembrare aggiuntiva mentre non lo è.

Il keynesiano che è in te non dubita di questo: Ricolfi non è mica uno sprovveduto! Ma il keyneisiano che è in te pensa anche che le imprese assumerebbero dipendenti “in aggiunta” a quelli programmati se (e solo se) prevedessero un aumento della domanda aggregata, per aver trovato nuovi mercati esteri e/o per un rilancio della domanda interna. Che non si fa con i contratti di lavoro, ma o rilanciado la domanda privata, o aumentando la domanda pubblica. Con la spesa pubblica, magari quella in conto capitale.

E poi, il keynesiano che è in te si ricorderebbe che le imprese italiane hanno un problema di produttività, perché da troppo tempo non fanno investimenti e non “incrementano” il capitale. E che per convincerle a farlo, again, serve che abbiano prospettive di rilancio della domanda. E se la domanda privata langue, e non si sa come incentivarla, servono programmi di investimento pubblici.

Il lavoro non c’é, e Ricolfi fa bene a proporre idee per favorirne l’incremento. Ma mi sa che oltre alle sue proposte, servono azioni che rilancino la domanda aggregata. E il keynesiano che è in te si dispera che questa cosa così evidente fatichi a passare nella testa di politici, giornalisti e anche di parecchi che di economia ne sanno molto, ma molto più di te. E chissà che verrà dopo; o, se preferite, what comes neXt.

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