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Il Sindaco di Roma ha poco da ridere. Se entro oggi il Comune non approva il bilancio di previsione per il 2011 sarà commissariato. Già approvare a metà anno il bilancio di previsione non è proprio il massimo. Figuriamoci poi se, per far quadrare i conti, bisogna fare una manovra “lacrime e sangue” da 390 milioni di euro.

Per racimolarli, la giunta Alemanno chiede sacrifici a tutti: aumento della tassa di soggiorno, rincaro dei biglietti dei musei per i non residenti, aumento della tariffa per i rifiuti, delle rette per gli asili e per le mense, aumento del costo dei loculi cimiteriali e delle tariffe per le affissioni. E anche la conferma del contestato aumento dell’anno scorso dal 7 al 10 per mille dell’ICI sulle seconde case sfitte.

Viene però confermata anche l’eccezione: non pagano l’Ici maggiorata quelle abitazioni il cui proprietario “svolge quale attività esclusiva o prevalente la costruzione e/o la compravendita di immobili”. Sacrifici per molti, ma non per tutti. Alemanno c’é, o almeno ci fa.

I palazzinari romani sentitamente ringraziano.

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Non lo sapremo mai. Non sapremo mai perché Vincenzo Capacchione, un cardiologo del Servizio di Emodinamica dell’istituto Guido Salvini di Garbagnate Milanese – nonostante avesse la febbre ed accusasse dei dolori al torace – si è recato all’Ospedale per eseguire un intervento di angioplastica. Una vita familiare monotona? Noia? O, più semplicemente, silenziosa passione per il suo lavoro?

Sappiamo solo che, dopo aver eseguito l’intervento, essersi accertato personalmente delle buone condizioni della persona che aveva operato, è sceso al Pronto Soccorso, dicendo ai colleghi che non stava bene. E in un attimo, s’è accasciato ed è morto sul colpo. Forse per un infarto, il suo cuore si è spento.

Ecco, in un Paese disastrato, alle prese con problemi giganteschi, in cui tutti sembrano interessati solo al proprio “particolare” e se ne fregano di tutto e di tutti, incontri uno come Vincenzo. Un fesso, dirà qualcuno. Un ambizioso, dirà qualcun’altro. No. Soltanto uno con il cuore così, uno che muore così, facendo semplicemente ed in silenzio il suo dovere di uomo, di cittadino, di medico. Anziché dire – anche se sarebbe più comodo, anche se ne avrebbe tutto il diritto – “me ne frego”.

 

Forse ancora ci possiamo salvare.

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Happy Feet ha nuotato per giorni, percorrendo 4 mila chilometri di mare. E’ arrivato stanco, confuso e assetato, ed ha cominciato ad ingoiare ciò che trovava, ma anziché placare la sete si è sentito male. Happy Feet è un pinguino imperatore: cercava la neve dell’Antartide, ma è approdato su una spiaggia in Nuova Zelanda. Voleva il ghiaccio ma ha ingoiato sabbia, rischiando di morire. Forse guarirà, ma non si sa se potrà mai tornare a casa.

Un pinguino confuso da chissà cosa, forse destinato a finire i suoi giorni in uno zoo neozelandese. Sembra il piccolo principe di Antoine de Saint-Exupéry: un bimbo smarrito che vaga nel deserto in cerca di un po’ di acqua, per tornare a casa dalla sua rosa che l’aspetta, l’unica nell’Universo. Come tanti di noi che vagano a tentoni nel deserto buio di questi tempi incerti.

Speriamo che il pinguino imperatore guarisca e che in qualche modo qualcuno – come il pilota e il serpente nel Piccolo principe – lo aiuti a tornarsene a casa, tra i ghiacci e il cielo terso dell’Antartide. Un po’ come noi, che andiamo smarriti nel deserto di questo mondo alla ricerca di un senso che non c’è.  Speriamo con tutto il cuore che ce la faccia. E non per uno scontato “happy end”. Ma perché “ciò che abbellisce il deserto è che nasconde un pozzo in qualche luogo”. E soprattutto perché “Non si vede bene che con il cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi”.

Nuota, Happy Feet. E che il mare ti sia lieve.

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Un aereo vola nel cielo. E’ un Douglas Dc-9 della compagnia Itavia, volo IH870 partito da Bologna e diretto a Palermo. Arrivo previsto 21.13. Ma passano i minuti, le ore, e quell’aereo non arriva. In tanti lo aspettano, ma quell’aereo non arriverà mai. Quel volo si è spezzato, svanito nel cielo, portandosi con sé Cinzia, Alberto, Michele, Rosa, Emanuele, Antonio, Maria, Marianna, Costanzo e tanti altri. 81 vite, 13 bambini, spezzate per sempre. Senza un perché.

31 anni sono passati. Una lunga scia di bugie, mezze verità, misteri, morti sospette di testimoni, depistaggi, intrighi. Chissà se quell’aereo si sbriciolò da solo nel cielo italiano, se fu colpito da un missile o investito dall’onda d’urto di un altro aereo che gli volava accanto. Chissà se accadde perché fu scambiato per un altro aereo, se fu solo uno stupido gioco finito male, un atto deliberato, un avvertimento contro qualcuno, non si sa perché e non si sa fatto da chi.

Da allora un aereo vola nel vento, con quelle 81 vite spezzate. 81 luci intermittenti, al ritmo di quei respiri interrotti. 81 specchi neri che riflettono i visi di chi passa, perché ognuno di noi poteva essere su quell’aereo, quella sera, in quel pezzo di cielo italiano. E poi scarpe, pinne, boccagli, occhiali e vestiti, oggetti che raccontano la storia di quelle 81 vite svanite per sempre nel cielo di giugno.

C’é ancora chi aspetta testardamente che dal muro di gomma della strage di Ustica arrivi almeno una ragione, un perché. Perché quell’aereo possa infine atterrare, perché quelle vite possano finalmente riposare. Quelle vite che ci guardano. Se abbiamo ancora almeno una briciola di speranza di tornare ad essere un Paese civile, lo dobbiamo a loro. Perché lo dobbiamo a noi.

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Nella lunga analisi sull’economia italiana del centro studi di Confindustria c’è una notizia importante, che solo una stampa distratta (se non pregiudizialmente ostile) alla maggioranza che regge le sorti del nostro Paese poteva trascurare. Noi, vergini di servo encomio ma anche di codardo oltraggio, vogliamo darne conto in queste poche righe. L’argomento è il famoso “milione di posti di lavoro”.

Infatti, secondo le stime di Confindustria, il tasso di disoccupazione nel 2011 sarà pari all’8,4% e scenderà all’8,3% nel 2012. Un primo dato positivo; dunque, perché nasconderlo? Ma c’è molto di più: alla fine del prossimo anno la domanda di posti di lavoro sarà inferiore di 840 mila unità rispetto all’inizio della crisi. E i posti mancanti risulteranno pari a 453 mila, ai quali vanno sommate le ore di cassa integrazione utilizzate dalle imprese. In tutto, secondo le stime degli economisti di Confindustria, fanno giusto giusto un milione di posti di lavoro.

Non stiamo a sottilizzare che si tratta di posti in meno e non in più. Registriamo invece con fiducioso ottimismo questo nuovo miracolo italiano, proprio mentre il governo si appresta ad occuparsi della vera priorità per risolvere i mali dell’Italia: fermare il gioco al massacro delle intercettazioni telefoniche.

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Il viceministro alle Infrastrutture Roberto Castelli, intervenendo in commissione ambiente alla Camera, ha annunciato l’ennesimo dietro-front del Governo sull’introduzione dei pedaggi nelle grandi tratte gestite dall’Anas attualmente prive di questo balzello, Salerno-Reggio Calabria e Grande Raccordo Anulare in primis. I pedaggi ci saranno. D’altronde, come dice il proverbio, solo i cretini non cambiano mai idea.

Commentando poi la faccenda nella trasmissione la Zanzara su Radio 24, a proposito del GRA ha commentato: “A mio avviso i romani non vogliono pagare perché sono arretrati culturalmente, perché pensano che lo Stato debba pensare a tutto “. Aggiungendo poi che su questa vicenda “I più tignosi sono comunque quelli della sinistra”.

Stavolta il viceministro ha ragione: i romani sono davvero arretrati culturalmente. Imparino dai cittadini di Lecco, più avanzati e culturalmente civili, che alle elezioni comunali del 2010 lo hanno preso a calci nel didietro.

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Roberto Maroni, possibile futuro candidato premier della Lega Nord, è il ministro dell’Interno, quello che ha la responsabilità delle forze di Polizia. Uomini e donne che ogni giorno dovrebbero difenderci dai “cattivi”. Gente non tanto ben pagata, che fa un mestiere duro e difficile, e che ogni tanto ci lascia pure la pelle.

Una recente circolare del ministero dell’Interno, chiede a diverse questure italiane la restituzione di 57 giubbotti antiproiettile sottocamicia, quelli “leggeri” e pratici da infilare sotto la divisa per i servizi su strada. La ragione è che non ci sono soldi (100 mila euro considerando tutte le questure coinvolte e quelli disponibili vanno destinati a gente più bisognosa: la Dia e le scorte del Presidente della Repubblica. Come diceva Robin Hood: togliere ai ricchi per dare ai poveri, che sono più bisognosi.

Chissà se questo Roberto Maroni ha una qualche parentela con quel ministro dell’Interno che non ha voluto accorpare elezioni amministrative e referendum. Uno scherzetto – fortunatamente non riuscito – costato circa 300 milioni di euro in più alle casse dello Stato.

Roberto Maroni è come Robin Hood: toglie al povero per dare allo squattrinato. Un perfetto candidato premier.

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Secondo un recente rapporto dell’Ipsos commissionato da Save the children sullo stile di vita di bambini e ragazzi italiani, i bambini e gli adolescenti italiani passano il tempo libero al chiusi in casa (59%), mangiano ogni giorno davanti alla tv (38%), non socializzano e non hanno amici. Non camminano neppure mezz’ora al giorno, non fanno attività fisica, mangiano troppo e male.

Secondo le statistiche dell’ONU, ci sono 200 milioni di bambini sotto i cinque anni nei Paesi sottosviluppati che hanno al fortuna di vivere all’aria aperta, tutti assieme con i loro amici. Fanno molta attività fisica, anche 20 km a piedi per andare al lavoro, dove si spaccano la schiena anche per 10 ore di fila. Molti di loro mangiano poco, il minimo indispensabile; spesso  soffrono proprio la fame.

Tutti sotto lo stesso cielo, in questo pazzo, pazzo mondo che gira in tondo. Com’è difficile essere bambini.

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L’Italia torna nel mirino per la preoccupante situazione dei suoi conti pubblici e il ministro dell’Economia Tremonti litiga con Berlusconi e anche con il suo ex amico Bossi perché ritiene indispensabile una manovra lacrime e sangue per salvare il Paese. Nel frattempo, Italia Turismo, società di Invitalia S.p.A., agenzia di proprietà del Ministero dell’Economia, vuole acquistare 4 Club Med. Villaggi vacanza in crisi, alcuni addirittura chiusi da tempo, che la società francese cercava – senza riuscirci – di vendere, per circa 80 milioni di euro.

Nella relazione sulla gestione di Invitalia, la Corte dei Conti rileva le sue preoccupazioni per la rischiosa concentrazione delle attuali risorse di Italia Turismo su quest’unica iniziativa, sulle ottimistiche previsioni dei ritorni economici dell’operazione, sull’incremento dell’indebitamento che ne deriverà e sulla conseguente necessità per Invitalia SpA di provvedere al ripianamento di eventuali perdite connesse ai maggiori oneri finanziari.

La manovra lacrime e sangue è imminente con il suo carico di tagli agli asili nido, alla scuola, alla sanità, agli Enti Locali. Così lo Stato padrone potrà continuere allegramente ad acquistare a caro prezzo resort turistici in perdita e chissà cos’altro.

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Matteo Renzi, sindaco di Firenze, è uno che dice pane al pane, vino al vino. Non è come i politici di professione, voltagabbana che dicono una cosa e ne fanno un’altra. Sui referendum le aveva cantate chiare, anche al suo partito: voterò tre sì e un no, al quesito sull’acqua pubblica. Perché quella è una legge del Governo Prodi e “se il Pd cambia idea a seconda del vento che tira non è un problema mio”. E perché l’abrogazione “mi comporterebbe andare a chiedere qualcosa come 72 milioni di euro ai fiorentini, e non posso permettermelo”.

Matteo Renzi ha festeggiato il risultato dei referendum e la risposta di Firenze che, con il 65,1 per cento di affluenza, è stata “tra le più significative di tutto il panorama nazionale”. Il rottamatore ha invitato ad “accettare il risultato” e soprattutto a “non cercare di fare come in passato i giochini per far finta di nulla”.

 

A Firenze, il referendum sull’acqua pubblica, ha ricevuto una valanga di sì, più di quelli ricevuti dagli altri 3. Chissà se ora il rottamatore cambierà idea sulla gestione dell’acqua nel suo Comune e se chiederà davvero i 72 milioni di euro ai fiorentini. O se ammetterà, una volta tanto, di essersi sbagliato. E chissà se un giorno si lascerà rottamare.

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