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Come molti di noi, ho difficoltà ad incunearmi nei meandri “giuridici” che sottendono alla riforma di leggi importanti come quelle sulla Costituzione. Da semplice cittadino, capisco però bene sia l’esigenza di superare il bicameralismo perfetto – responsabile di quella “democrazia dell’indecisione” che ha caratterizzato il nostro Paese – sia quella di ridurre il numero degli eletti, e relativi stipendi e oneri accessori.

senato

Mi chiedo se ciò giustifichi la “guerra di religione” in atto tra pezzi del Parlamento e (soprattutto) del Partito democratico, tra le idee di Renzi e quelle di Rodotà o Chiti, le roventi polemiche tra elettività e rappresentanza, tra modello tedesco, spagnolo o San marinese, eccetera.

Senza scendere in dettagli eccessivi, un modo semplice, al limite del semplicistico, per un compromesso che salvaguardi le diverse esigenze sarebbe dimezzare il numero di deputati e senatori (si otterrebbe un “risparmio” superiore alla mera abolizione del Senato elettivo) e differenziare le competenze (e quindi, relativa legge elettorale) delle due Camere.

Il resto, sinceramente, sembra fumo che nasconde altre intenzioni, alcune forse nobili, altre meno; alcune chiare, altre inconfessabili. Sia come sia, indipendentemente dalle ragioni degli uni e degli altri, una cosa importante come la riforma della Costituzione, è finita per assomigliare ad un mercato “politico” di breve periodo e soprattutto di basso profilo.

E a guadagnarci, ci pensino bene i contendenti, è solo la sfiducia nella politica.

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Ma in Italia chi resiste al cambiamento? E’ opinione diffusa che ad esso si opponga soprattutto la “casta”. Una casta a geometria varibile, non sempre chiaramente identificata o identificabile; che però ha spesso insospettabili complici. Un esempio è il referendum svoltosi per la fusione di 5 micro comuni dell’alto Orvietano, Ficulle, Fabro, Monteleone, Montegabbione e Parrano. Unendosi, arriverebbero in tutto a 7.957 abitanti. Avrebbero meno consiglieri comunali, una struttura amministrativa più efficente, in altre parole – secondo a quanto dicono gli “espertoni” sugli accorpamenti istituzionali – grandi vantaggi per la cittadinanza.

resistenza_cambiamento

Eppure, al referendum consultivo svoltosi ieri, la maggioranza dei cittadini dei 5 comuni ha detto di no, e solo a Fabro e Parrano (il più grande e il più piccolo) hanno vinto i sì. Il Consiglio regionale umbro potrà comunque decidere in autonomia, ma il segnale arrivato è chiaro: ai cittadini di quella zona la fusione non piace.

Non disquisiamo sui motivi, su torti e ragioni: fatti loro. E’ però chiaro che se si ripongiono speranze sulla semplificazione istituzionale (l’accorpamento e fusione di enti), quando si passa dai generici appelli alle proposte concrete a frenare non sono solo le “caste” di politici e burocrati. D’altronde, cose simili accadono ogni volta che si tenta di chiudere un piccolo ospedale, o un piccolo tribunale, o chissà cos’altro.

Forse è per questo che in Italia realizzare il cambiamento (realizzarlo davvero) è così difficile. Ed è molto più popolare – e vincente – limitarsi ad annunciarlo.

Peccato che poi i risultati (scadenti) si vedano.

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Nel progetto di riforma costituzionale del Governo Renzi, una parte consistente riguarda la riforma del Titolo V, quello che regola la ripartizione die poteri tra Stato ed autonomie locali. Ed è un disegno chiaro. Le materie che prima erano a legislazione concorrente spariscono; ed è un bene, erano un guazzabuglio inestricabile.

FEDERALISMO

La scelta è di farle tornare quasi tutte alla competenza esclusiva dello Stato. Qualche esempio: il coordinamento della finanza pubblica, la protezione civile, l’istruzione e l’università, la ricerca scientifica; le norme generali su paesaggio, attività culturali, turismo, sulla tutela per la salute; diventano competenza esclusiva dello Stato anche l’ordinamento dei comuni e le loro forme associative.

Rispetto alla riforma del 2000 – che in molti definirono frettolosa e pasticciata – si tratta di un de profundis del federalismo, fiscale ed amministrativo; ed un conseguente ritorno al centralismo. Giusto? Sbagliato? Chi lo sa: c’è chi dice che il federalismo non è stato neppure tentato, e c’è chi dice che la montagna di sprechi e inefficienze partoriti dalle regioni in questi anni sono già troppe.

Ognuno la pensi come crede, ma una cosa si può dire: la riforma sicuramente è frettolosa. E forse anche un po’pasticciata. A volte, ritornano.

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Nelle polemiche di questi giorni su riforme istituzionali e costituzionali, alimentate da alte cariche dello Stato, politici, editorialisti e tuttologi vari, risuona alta la sirena dei se e dei ma: lo scetticismo di chi vede nelle scorciatoie del renzismo una deriva semi autoritaria o, comunque, un branco di “dilettanti allo sbaraglio” che sta buttando il bambino assieme all’acqua sporca.

MAFIA:STRAGI '93; RENZI, SCONOSCIUTE A RAGAZZI, SERVE MEMORIA

Non è una riflessione peregrina: la retorica del cambiamento può partorire gattini ciechi, né più né meno della gatta frettolosa del noto proverbio. Non sfugge però che quasi sempre da questa schiera di saggi ed esperti non arriva una contro-proposta. Così, critiche e dubbi (legittimi e spesso persino condivisibili) divengono di fatto una difesa dello “status quo”.

Allora è un’ovvietà dire che (quasi) tutto è meglio per questo Paese dello status quo. Perché la retorica del cambiamento sarà anche rischiosa, ma il buonsenso del benaltrismo – oltre ad essere un regalo a conservatori e corporazioni – fa cadere l’Italia nella trappola dell’immobilismo.

Una trappola che conduce dritti al declino. Senza se e senza ma.

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Il dibattito che ha seguito l’approvazione da parte della Camera del disegno di legge che trasforma le Province in enti di secondo livello è surreale. Tra gli entusiasti a priori e i contrari a prescindere, spicca l’assenza di un’analisi della questione di fondo. Che, in termini banali, è questa.

taglio_province

In Italia ci sono più di novemila comuni, 107 province, 20 regioni. Decine di Ministeri e centinaia di enti periferici dello Stato. E poi ancora Agenzie nazionali e regionali, Fondazioni, Unioni dei Comuni, municipalizzate. Una selva inestricabile di enti, aziende e istituzioni che compongono il Settore Pubblico allargato. Diversi necessari, alcuni probabilmente inutili, altri addirittura dannosi. Ma comunque, troppi.

Ora, la questione non è abolire con l’accetta un livello istituzionale, ma ridisegnare e semplificare l’intero assetto della Pubblica Amministrazione e delle sue propaggini. A chi dice che così ci vorranno anni (obiezione legittima) si potrebbe rispondere che se ne parla – senza fare nulla se non produrre norme impossibili da attuare – da almeno un decennio.

A quest’ora, volendo, si sarebbe potuto fare un eccellente lavoro. Demagogia permettendo, non è mai troppo tardi.

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Occorre andare avanti a fare le riforme economiche e quelle politiche e istituzionali da tempo riconosciute necessarie, al cui procedere ho legato il mio impegno all’atto della rielezione. Così parlò – parola più parola meno – Napolitano. Impossibile dargli torto; l’Italia ha bisogno di riforme: tante, profonde e strutturali. In economia, lavoro, giustizia, fisco, istruzione, finanza, welfare, istituzionali, legge elettorale. Per l’aumento di competitività e innovazione e per la riduzione di sprechi e burocrazie. E per molto altro.

Napolitano_Presidente

C’è solo un piccolo dettaglio: le riforme di cui parla sono le stesse che egli già chiedeva in un suo libro scritto quand’era Presidente della Camera, anno di grazia 1992. Da allora, poco o nulla è cambiato. Da quando è Presidente della Repubblica, sono 7 anni, le cose non sono migliorate. E da quando è il king maker delle larghe intese – cioè da novembre 2011, due anni esatti – idem: bei discorsi, grandi tecnici che fanno cose da politici scarsini, norme che producono altre norme, riforme di carta. In sintesi, il nulla. O quasi.

Non è disfattismo, né eversione, né mancanza di rispetto. Solo una constatazione: la prima riforma strutturale è che vi togliate di mezzo, tutti. Lasciando il campo a gente nuova, o almeno poco usata. Di destra, di centro, di sinistra, a 5 stelle: decideranno gli elettori.

Continuare a star lì facendo finta di fare è il peggior regalo che possiate fare all’Italia.

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Quagliariello Gaetano, ex saggio di Napolitano e attuale Ministro del governo Letta, invoca le riforme costituzionali. Perché “il Paese ha bisogno di una profonda manutenzione”. Bravo, Gaetano! E’ vero, questo Paese ha un grande bisogno di essere “manutenuto”.

All’Italia serve una riforma fiscale che stronchi l’evasione per poter abbassare le tasse. Una riforma della giustizia, che punisca corrotti, concussi, ladri; renda giustizia a chi la reclama e non aiuti chi può circondarsi di avvocati e farsi leggi su misura. Una Pubblica Amministrazione efficace ed efficiente, funzionale al cittadino e non al potente di turno. All’Italia servono queste, e molte altre riforme, che si possono fare senza toccare una virgola della Costituzione.

Sarà d’accordo sicuramente anche Quagliariello Gaetano, l’ex saggio di Napolitano e attuale ministro di Letta. Lo stesso che nel 2011 scrisse ai cattolici italiani una lettera aperta chiedendo di “sospendere ogni giudizio morale” su Silvio Berlusconi, accusato di concussione e prostituzione minorile. Che assieme ai suoi colleghi di partito sostenne in Parlamento che Berlusconi credeva davvero che Ruby fosse la nipote di Mubarak. Quello che con tutit gli altri era davanti al Tribunale di Milano a protestare pro Silvio Berlusconi pochi mesi fa.

All’Italia serve una bella manutenzione, verissimo. Bisogna intendersi sui termini: la manutenzione che serve all’Italia è una nuova etica, una nuova morale. Potremmo iniziare liberandoci dei troppi “mantenuti” e “manutenuti”.

Sei d’accordo, Gaetano?

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Siamo storicamente il Paese delle riforme annunciate. Si discute, di dibatte, ma poi non si fa niente. Il Paese dell’eterno ritorno degli stessi problemi, temi, argomenti. Da qualche anno però, le cose sono cambiate. Siamo diventati il Paese che fa più riforme di tutti: riforma delle pensioni, riforma del lavoro, riforma della Pubblica Amministrazione. Sforniamo riforme in continuazione, su qualsiasi argomento.

Peccato che siano tutte riforme di carta. In effetti, prendendo qualsiasi materia, non c’è argomento che non sia stato affrontato da una riforma. Alla quale però seguono decine di decreti attuativi. E, prima che essi vengano emessi, ecco varare una nuova riforma sullo stesso argomento. Spesso una controriforma: qualcuno ha detto che siamo bravi a disfare, più che a fare. Tutto, purché non fare davvero, dando attuazione ad una riforma, fosse anche sbagliata.

Nel Paese di gattopardi, abbiamo sostituito il non fare al far finta di fare. E’ un vero peccato, perché senza riforme l’Italia non sopravvive.

Ma di troppe riforme (di carta) finirà per morire.

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Ve la ricordate la riforma sulle semplificazioni? E il decreto legge sull’accorpamento delle Province? E la riforma fiscale? E Il decreto sviluppo? E quello sui costi della politica? Provvedimenti strombazzati come epocali dal governo, dibattuti per giorni e giorni sui media, al centro di scontri istituzionali e politici al calor bianco. E adesso?

Tutti o quasi a rischio estinzione. Perché, fatta la legge si stabilità, resteranno da discutere il fondamentale (?) provvedimento sulla diffamazione a mezzo stampa, e l‘indispensabile (?) riforma elettorale. E poi, tutti dicono, meglio votare.

Poi, sarà tutto un discutere (forse) sulle “colpe”. Di Berlusconi alle prese con la sua successione a se stesso o forse no; del Pd arrovellato dalle primarie prima e dalle alleanze future poi; dei centristi che a sbandierare l’agenda Monti sono bravissimi, a far camminare le sue riforme molto meno. E chi più ne ha più ne metta.

Se questo regalerà qualche altro milione di voti all’antipolitica (si chiami CasalGrillo o astensione, poco cambia) non importa a nessuno, media e Governo compresi.

E continuiamo così, a farci del male.

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La spending review, o la riforma delle procedure di spesa si farà, ma senza fretta. Le liberalizzazioni procederanno, ma gradualmente. Il riordino degli ammortizzatori sociali si farà, ma nel 2017. Il fondo taglia tasse è una priorità, ma non prima del 2013.

Lentamente, inesorabilmente, anche il governo Monti sembra adeguarsi all’andazzo italiano, se non altro perché non può approvarsi le riforme da solo. Intendiamoci, non si può dire che non sia stato fatto niente, anche perché per fare meglio di Berlusconi non bisognava sforzarsi troppo.

Ma – complice forse la fine della luna di miele dei cento giorni – cresce l’impressione di un esecutivo che fa sempre più fatica a trovare la via, scivolando sulla china del compromesso al ribasso, all’insegna del meglio poco che niente.

Sarà anche che l’inverno sta finendo e la primavera s’annuncia, assieme alla voglia di alleggerire il vestiario. E che una mezza riforma è pur meglio di niente.

In fondo è l’Italia. Un Paese senza infamia e senza loden.

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