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Alunni e alunne, studenti e studentesse, ragazzi e ragazze, bambini e bambine, fate festa! Finalmente i tempi stanno per cambiare! La scuola italiana, dopo essere stata lasciata per anni in balia di se stessa, può finalmente tornare a guardare con fiducia al futuro: ora è in ottime mani. La guida, con grande sicurezza e conoscenza della materia, una giovane ministro, Maria Stella Gelmini che – a detta di Berlusconi, uno che se ne intende – su certe cose è talmente brava ed esperta che dovrebbe andare a insegnarle nelle scuole. La giovane ministro ha le idee chiare. Lei sa cosa fare per rimettere a posto la scuola italiana, caduta così in basso che i nostri studenti arrivano sistematicamente ultimi ogni volta che viene fatta a livello internazionale un’analisi comparata delle capacità di apprendimento. I problemi della scuola italiana non sono gli investimenti sempre più risicati, i continui stravolgimenti della struttura scolastica, dei percorsi di apprendimento, o i tagli sistematici delle risorse finanziarie. I problemi della scuola italiana sono altri, ma i rimedi per farla tornare la migliore del mondo sono pronti: il ritorno del 7 in condotta, la reintroduzione del grembiulino a scuola (quest’idea è venuta al premier Berlusconi in persona, mentre s’intratteneva in amichevole colloquio privato con la Ministro Gelmini). Questi provvedimenti che, com’è facilmente comprensibile, cambieranno profondamente il volto della scuola italiana, sono importanti ma non sufficienti. Ma la Ministro Gelmini non si è spaventata, e ha tirato fuori il vero asso nella manica: l’istituzione di corsi intensivi per gli insegnati del sud che, come sanno tutti, soprattutto i ragazzi padani difesi da Bossi, sono incapaci non solo d’insegnare, ma spesso persino di intendere e di volere. Gli insegnanti meridionali, infatti, sono la vera causa della bassa qualità della scuola italiana, e incidono in modo decisivo sulla capacità di apprendimento e di comprensione degli italiani, soprattutto di quelli del nord. Borghezio, ad esempio: non è colpa sua se è diventato così, ma della sua triste storia, tenuta giustamente segreta. Da ragazzo fu costretto a frequentare la scuola di recupero per pirla che ha sede a Castellamare di Stabia. E fu rovinato per sempre. Roberto Calderoli studiò da giovane a Cefalù, Umberto Bossi frequentò il liceo a Gallipoli. Roberto Maroni invece fece le scuole serali per sassofonista a Matera. La Ministro Gelmini ha ragione da vendere: lei stessa è stata fortemente influenzata dalla sua insegnante siciliana. Ma adesso, ragazzi e ragazze, bambini e bambine, potete tirare un grosso respiro di sollievo. Con questi corsi di recupero, in cui verrà spiegato a questi zucconi degli insegnanti del Sud la differenza tra un Pirla e un Bauscia, tra la Bagna Cauda e il Culatello, la scuola farà un deciso passo in avanti. Così, la Ministro potrà mettere in atto le sue proposte per mettere a posto la scuola: tagli al numero di insegnanti,  eliminazione delle risorse, chiusura delle scuole (a partire da quelle per i bambini malati di tumore,  una fantastica idea per sollevare le sorti della scuola alla quale è stata costretta a rinunciare perché un giornale ha denunciato il fatto e la giovane Ministro ha preferito non esagerare con le riforme intelligenti). E così finalmente, di proposta in proposta, di riforma in riforma, la scuola sarà definitivamente abolita. E tutti i ministri e le ministre – con la Gelmini e la Carfagna, bellissime nei loro grembiulini all’ultima moda, sedute sulle ginocchia di Berlusconi – potranno guidare tutti i ragazzi e le ragazze, i bambini e le bambine d’Italia verso il paese dei balocchi.
Buon tutto!
Piccolo avviso per i nostri 36 piccoli lettori: per la prima volta dalla sua nascita, lo Scarabocchio si prende una brevissima pausa di pochi giorni. Torniamo il primo settembre, con una novità…

E’ il 24 luglio del 1908 a Londra. Fa un caldo innaturale ed insolito per queste parti. Un uomo corre verso l’orizzonte. Si chiama Dorando Pietri. E’ solo, ha una maglietta bianca con il numero 19. Corre, e sente voci confuse gridargli qualcosa in una lingua incomprensibile. Dorando viene da un piccolo paese lontano, viene dall’Italia. E’ nato in Emilia e vive a Carpi. Un giorno, circa 4 anni fa, mentre serviva una cliente nel suo negozio di frutta e verdura, vide un uomo correre verso l’ignoto. Non si sa perché, ma  Dorando si mise a seguire quell’uomo, che correva sulla strada. Lo seguì, correndo a perdifiato, con  i polmoni che fanno male ed il cuore che batte violentemente nel petto, senza sapere dove andasse e perché. E da allora Dorando corre, corre a perdifiato per le strade dell’Italia e del mondo, corre più veloce del vento impetuoso delle sere d’inverno. Anche oggi, 2 ore e mezzo fa, è partito, assieme ad altri 59 uomini in maglietta e calzoncini, ognuno con il numero appuntato sul petto, davanti ad uno splendido castello, dove gli hanno spiegato vive la regina d’Inghilterra. Corre, Dorando, corre verso il traguardo, verso lo stadio di White City . E’ veloce e ha staccato tutti gli altri: i gallesi, il sudafricano, e quell’americano strafottente, che lo ha guardato alla partenza con aria di sfida e gli ha detto: “Poor italian! I’’ll win!”. Dorando è un po’confuso, stordito dal sole e dal caldo. Gli rimbalzano in testa le grida attutite delle gente attorno, ma continua a correre veloce, con il cuore che schizza in gola, passo dopo passo, metro dopo metro. Vede in lontananza lo stadio, il traguardo, la fine e la vittoria. Dorando corre ancora, ma è stanco, com’era stanco quel soldato greco, Fidippide,  che molti secoli prima di lui correva verso Atene per annunciare la vittoria sui persiani a Maratona. E’ stanco, come quando alla fine della giornata passata al negozio di frutta tornava in fretta a casa, e incontrava decine e decine di uomini come lui, che andavano di corsa verso la loro sera, il riposo, la serenità. Corre, corre verso lo stadio, verso il traguardo, mentre le forze scivolano via, come scivolano veloci i giorni e le notti che corri controvento, senza senso e senza meta. E tutto s’annebbia, proprio all’ingresso dello stadio, e Dorando sbaglia strada, e lo fanno tornare indietro, e lui continua a correre sempre più esausto. Corre, come corrono tutti,  verso l’infinito, piccoli punti sperduti nel tempo, che vanno a perdifiato verso quel traguardo lontano, quel punto verso l’orizzonte in cui la notte e il giorno si confondono. Ora Dorando è dentro lo stadio, sente l’urlo della folla lontano. Ora non corre più, barcolla, senza energie, come capita in certe giornate in cui il vento ti soffia più forte in faccia e hai solo voglia di sdraiarti e dormire, magari per l’eternità. Non ce la fa più, Dorando. Ma c’è chi lo aiuta, lo sostiene, lo sorregge, mentre i 75 mila dello stadio assistono impietriti in un assordante silenzio. Cade, ma lo tirano su, perché bisogna rialzarsi, correre, arrivare al traguardo. Vincere. Finalmente, Dorando spalanca gli occhi, esala un forte respiro, e passa il traguardo, stendendosi a terra, mentre tutti felici battono le mani. Dorando ha vinto. Quel piccolo uomo italiano ha corso più veloce di tutti. Ha vinto, e a nulla servirà l’invidia dell’americano sconfitto, che otterrà la squalifica di Dorando e prenderà la medaglia al suo posto. Tutta quella fatica, quella sofferenza, quel dolore nel petto non svaniranno nel nulla. No, Dorando ha vinto, anche se non gli daranno mai quella medaglia. Ha vinto come vincono i piccoli uomini: in silenzio, senza medaglie, tornando a casa, un giorno dopo l’altro, mentre la vita scivola silenziosamente verso il traguardo, verso la porta dell’infinito. Quel traguardo che Dorando ha varcato, a Sanremo, in una fredda notte di febbraio del 1942. E chissà se può ancora correre lassù, tra le nuvole, felice come in quella giornata di sole in cui si mise a inseguire il vento, in quei giorni di primavera in cui tutto sembra ancora poter accadere.
Buon tutto!

“To Pietri Dorando – In remembrance of the Marathon pace from Windsor to the Stadium – July. 24. 1908 – Queen Alexandra.”

Dedicato anche a Shizo Kanakuri, che corse la sua maratona mettendoci 54 anni, e ad Abebe Bikila,il più grande di tutti.

In Italia negli ultimi tempi si è affacciata nuova generazione di politici. Vengono da quella splendida regione che è il Veneto. Sarà un caso, ma le cose sono visibilmente migliorate: si respira un’aria nuova, in questo paese lassista e sprecone. Il merito è dei due profeti di questa rivoluzione, due veneti doc: il Ministro Renato Brunetta e il Presidente della Regione Giancarlo Galan. Il Ministro Brunetta in meno che non si dica ha travolto quei fannulloni dei dipendenti pubblici. Ministeri, Regioni, Province e soprattutto le Aziende Sanitarie Locali sono stati rivoltati come un calzino: spariti i fannulloni, la gente va a lavorare anche se ha la polmonite. E poi, chi raggiunge i risultati viene premiato, gli regalano l’abbonamento a Tv sorrisi e canzoni. Il Ministro brunetta, dall’alto del suo scranno, può essere soddisfatto. Il Presidente Giancarlo Galan è un uomo talmente intelligente da essere soprannominato Gianni e Pinotto; egli ha reso il Veneto la Regione più efficiente e produttiva d’Italia. Al confronto, l’Alitalia pare un successo. Ma questi grandi uomini veneti hanno vinto la loro guerra soprattutto grazie alla Lega Nord, il partito che ha fatto della lotta agli sprechi e al parassitismo di Roma ladrona il suo cavallo di battaglia. La Lega, il partito che ha tra le sue fila il Ministro Roberto Calderoli, che tutti considerano ormai un vero piccolo statista, un vero piccolo padre della patria, un vero piccolo creti. La Lega, il partito che pretende il federalismo, cioè la responsabilità e il potere tutto nelle mani dei governi regionali e locali, perché è la risposta giusta contro l’inefficienza e gli sprechi. E i risultati si vedono. I fatti parlano. I direttori generali delle Aziende sanitarie Locali del Veneto, ad esempio, sono diventati tutti bravissimi, lo dice Galan. Anzi geniali. Nonostante siano pochi (appena 24, e dire che volevano farne uno per ogni campanile di Venezia) e sotto pagati (solo 154 mila euro annui a testa), sono uno più bravo dell’altro. Per questo sono stati premiati, ricevendo un premio extra di 40 mila euro per ciascuno. Circa 960 mila euro pagati dalla Regione e quindi versati dal contribuente. Ma sono schivi, e pure modesti: non volevano farlo sapere a nessuno. Il premio gli è stato consegnato proprio sotto ferragosto, a uffici praticamente chiusi. L’assessore che ha consegnato loro il premio è naturalmente un esponente della Lega Nord, Sandro Sandri, da poco Assessore alla sanità. Ha controllato gli obiettivi fissati a questi manager, ha verificato cosa avevano fatto, ha scritto una delibera in cui afferma “che non hanno completamente raggiunto gli obiettivi loro assegnati” e ha deciso quindi di dar loro il meritatissimo premio. Qualche mugugno, a fronte di quella frase “non completo raggiungimento degli obiettivi” c’è stato. Un consigliere regionale ha detto che “questo regalo di ferragosto non è mica tanto meritato. Il lavoro ad oggi è scadente. In questi anni c’è stata una gestione politica dei primari dei reparti” Si tratta del Consigliere Daniele Stival, un noto comunista curiosamente  iscritto (per sbaglio?) al Gruppo della Lega Nord. Eppure, i risultati di questi manager straordinari, tutti promossi dalla Regione Veneto, la regione dell’efficienza, la regione dei Galan, dei Brunetta, della Lega Nord di Calderoli, è sotto gli occhi di tutti: le Asl hanno una brillantissima gestione, 284 milioni di euro di passivo. I servizi offerti sono di qualità straordinaria: si aspettano circa 420 giorni per una mammografia o per una visita oculistica. E poi, l’Assessore Sandro Sandri è fresco di nomina, non ha colpe. Prima era consigliere regionale, ma è stato dichiarato decaduto, perché si era candidato nonostante fosse incompatibile, perchè presidente di Veneto innovazione. Un altro comunista travestito da esponente della Lega Nord,  Emilio Zamboni, gli ha fatto causa, e lo ha fatto destituire. Ma siccome era una brava persona, e un buon padre di famiglia, Galan gli ha trovato subito un altro posto, dove continua a fare il bene del Veneto. E adesso è pronto, immaginiamo per la gioia di Brunetta, di Galan, di tutti i federalisti, a continuare la sua opera contro gli sprechi e per aumentare l’efficienza. Non si capisce proprio perché l’ottimo Daniele Stival (ohi che mal) si lamenta. Quando gli daranno finalmente  il federalismo, e il Veneto sarà finalmente tutto in mano ai Veneti, di storie del genere ne potrà vedere parecchie.
Buon tutto!

L’Italia è un paese meraviglioso, soprattutto da un 2 mesi. Il mondo già ci invidiava il nostro sole, il nostro mare, i nostri monumenti. Ora ci invidia il nostro Governo, il migliore del mondo. E poi i nostri Sindaci, i più belli, i più bravi, i più buoni.L’invidia è una brutta bestia: così un famoso giornale inglese ha attaccato la nostra amata Italia, accusata di essere il paese dove tutto è vietato. Sindaci italiani che finalmente si danno da fare per far tornare sicurezza, ordine, decoro, pace e pulizia. Il merito è del Ministro Maroni, un uomo dall’intelligenza nello sguardo, che ha ampliato i poteri dei sindaci, incaricandoli della vigilanza “su tutto quanto possa interessare la sicurezza e l’ordine pubblico, informandone preventivamente il prefetto” La sicurezza e l’ordine pubblico erano davvero a rischio, e l’Italia era diventata una terra pericolosa: Mafia che rialza la testa, il paese con la più alta mortalità sul lavoro, corruzione diffusa, strade affollate e poco sicure, servizi pubblici inefficienti. Ma per fortuna ora alla nostra tranquillità ed incolumità ci pensano i nostri sindaci-sceriffi. Ad esempio, il tagliaerba, strumento pericoloso che alcuni scalmanati usano, minacciando la nostra sicurezza. Adesso, a Forte dei Marmi, questi facinorosi sono stati sistemati. Purtroppo, solo nel fine settimana. E i proprietari di cani? Quei delinquenti che attentano all’incolumità della gente perbene? Li ha sistemati il sindaco di Sirolo, dove i cani non possono entrare. E che dire di quei mascalzoni che nonostante gli avvisi di polizia, carabinieri, esercito, si ostinano a fare i castelli di sabbia sulle spiagge? E’ intervenuto il sindaco di Eraclea, e questi delinquenti hanno le ore contate. Ma anche i Sindaci nelle città più grandi non stanno con le mani in mano. A Genova, chi osa attentare alla sicurezza acquistando una bottiglia di vino e di birra ed esce in strada  viene assalito da orde di vigili urbani per alla sicurezza e al decoro cittadino. Anche se cerca di scusarsi, dicendo che è un regalo per un amico. A Novara chi distrugge la quiete pubblica osando sedersi in più di due persone su una panchina dopo le 11 di sera, viene punito a dovere. Sono stati così neutralizzati orde di pensionati che osavano addirittura giocare a carte nei parchi pubblici nelle fresche sere estive. Purtroppo in altre città le forze del male vincono: a Vicenza, dopo aver emesso una sacrosanta ordinanza che vietava ai cittadini-criminali di sdraiarsi sull’erba di un prato, il comune ha deciso inspiegabilmente di rimuoverla, mettendo di nuovo a rischio l’incolumità degli acari e delle formichine. Speriamo che alle prossime elezioni gli onesti cittadini di Vicenza puniscano come merita questo sindaco amico dei delinquenti. Ma per fortuna a riscattare il bene che avanza c’è il nostro vecchio amico Flavio Tosi. A Verona, il sindaco eroe ha stroncato quei pericolosi criminali (quasi tutti travestiti da bambini, i peggiori) che mangiavano un panino davanti a un monumento. E’ riuscito con un abile stratagemma ad eliminare i pericolosi delinquenti travestiti da barboni che dormivano sulle panchine, mettendoci in mezzo i braccioli: le signore perbene possono stare più comode. Un eroe, un mito, un esempio per tutti i sindaci sceriffi. Lui è un vero sindaco-sceriffo! Ma, come tutti gli eroi, è un puro e non vuole essere lodato. I sindaci hanno tante cose a cui pensare, ha detto. Ecco che, con il genio che gli è proprio, Tosi indica qualcosa per cui non serve il divieto: pensare. Non perché pensare non sia pericoloso, anzi: è pericolosissimo. Ma per fortuna, da un po’ di tempo, non c’è neppure bisogno di vietarlo. Viene così naturale…
Buon tutto!

L’eroe dei popoli padani uscì di casa che erano già sera. Una brezza fresca accarezzava i monti intorno Ponte di Legno. C’era gente, e musica, e canti, e balli. L’eroe dei popoli padani vide un tricolore appeso ad una finestra per festeggiare le medaglie olimpiche della giornata e disse “Mettettelo al cesso!”. Tutti intorno risero. Un gruppo di ragazze in costume verde da miss gli si fecero intorno, abbracciandolo e baciandolo. Alcune, con evidente commozione. L’eroe dei popoli padani dette alla più carina una bella pacca al sedere e le disse: “Sei più bella di una mucca frisona!”. La ragazza sorrise, confusa da quelle parole dense di poesia, allontanandosi e mischiandosi tra la gente. L’eroe scese in piazza, accendendosi un Garibaldi e si divertì a bruciarlo lentamente, seduto al bar. La gente invocava il suo nome, in un crescendo parossistico di eccitazione. Si mangiava Polenta Taragna e si beveva Franciacorta a volontà. L’eroe sorrise compiaciuto, avvicinandosi al palco per il suo discorso, mentre agitava il medio sul viso, per un fastidioso prurito. Appena salito sul palco, chiamò i popoli a raccolta, dicendo “Noi ce l’abbiamo duro”. La folla applaudiva freneticamente, le donne con un occhio alla pancia gonfia di vino e polenta del marito, e con l’altro rivolto ai camerieri mediorientali e palestrati, a cui facevano un inequivocabile occhiolino. L’eroe dei popoli padani cominciò il suo discorso solo quando il suo luogotenente, il dentista di Bergamo, diede il segnale. “Popolo della Padania, ascolta!” La gente tacque di colpo, presagendo la solenne importanza del momento. “Un governo centralista e ottuso, per strangolare i comuni della Padania governati dai nostri uomini ha deciso di abolire la principale tassa dei comuni, l’ICI.” Il silenzio si fece teso. “Bene, noi non staremo con le mani in mano a farci prendere per i fondelli da questo Governo liberticida” La folla taceva ancora, il tempo sembrava sospeso. “Ora io vi dico: Basta! E vi prometto che io rimetterò l’ICI, perché ogni comune abbia i mezzi per mantenersi!” Dopo un silenzio di un attimo che parve infinito, la folla scattò in piedi, in un applauso senza fine. C’era chi piangeva, chi urlava, chi si spellava le mani. Solo un tipo in mezzo alla folla restava fermo. Cercava di ricordarsi dove fosse l’eroe dei popoli padani, e il suo luogotenente, e gli altri del nord, in quel pomeriggio di primavera quando il governo di cui l’eroe faceva parte aveva abolito l’ICI. Ma – forse per colpa del Franciacorta – le idee gli si annebbiarono, e si convinse ben presto che forse faceva confusione: erano stati gli altri, i cattivi, Romano e i suoi prodi a soffocare il grido di libertà che dalla Padania intera si levava compatto. E anche quel tizio, senza più freni, si mise ad applaudire. L’eroe dei popoli padani concluse il suo discorso tra un grappino ed un rutto, mentre la gente s’avvicinava, lo toccava, gli baciava le mani. Molti piangevano. L’eroe dei popoli padani si allontanò, dirigendosi a casa, stanco ma soddisfatto. Già vedeva i commenti, le polemiche, gli editoriali sui giornali. Entrò in casa che il telefono già squillava. Sapeva che dall’altra parte c’era il Presidente del ConSilvio. Alzò la cornetta, e sentì la voce preoccupata del suo caro amico dire: “Cribbio, Umberto, ma che caspita hai combinato?” “Mo non preoccuparti, Shilvio..E’ tutta una tattica per tenere alta la guardia e far parlare di me. Mo lo shai che shono tuo amico…” Il Presidente del ConSilvio, ancora perplesso, disse: “Ma Umberto, cos’hai? Non ti senti bene? Hai uno strano accento…” L’eroe dei popoli padani lo rassicurò. “Mo no, non ti preoccupare, mo sharà la linea disturbata. Dormi tranquillo, amico mio, Lo shai che sharò sempre tuo fedele compagno…volevo dire amico.” E riattaccò. Da lontano, sentiva l’eco della voce del suo luogotenente, che spiegava ai giornali che avevano frainteso: l’eroe non voleva rimettere l’ICI, quella tassa brutta e cattiva abolita un mese e mezzo prima. Ma solo istituire una nuova tassa comunale sulla casa. L’avrebbero chiamata Pippo, o Paperino, o Val Brembana. O Sciur padrun da li beli braghi bianchi. Il nome si sarebbe deciso poi. Ma non ICI, questo era sicuro. L’eroe dei popoli padani sorrise. Si tolse quella buffa maschera da Umberto Bossi. La luce della luna illuminò allo specchio il viso sornione di Romano Prodi.
Buon tutto!
Dopo lunga assenza, tornano gli aggiornamenti su Comicomix. Se vi va, trovate un’illustrazione di nella Galleria Jolly: Amore e Psiche

Roma è invasa dai barbari. Ma non preoccupatevi: non sono arrivati i cosacchi in Piazza San Pietro, come molti temevano negli anni 50. E non è in atto uno sbarco di extracomunitari: da quando si è insediato il migliore governo dell’universo non ci sono più. Non sono  – ovviamente – spariti, ma se ne stanno rintanati a debita distanza dalle telecamere dei Tg o delle penne dei giornalai (pardon, giornalisti). Ma Roma è invasa lo stesso: da qualche mese, sono arrivati gli alemanni. Hanno conquistato la città eterna, con virile ardore. Alla loro testa c’è il Sindaco, Gianni, l’alemanno. Uno che sa il fatto suo: in questi mesi – tutti i romani possono testimoniarlo – Roma è completamente cambiata. Niente più code sulla Salaria e sulla Nomentana, tutti parcheggiano gratis, niente cartacce sulle strade del centro, pure il ponentino sembra più gradevole. E i romani, che non è affatto vero che detestano gli stranieri, sono felici, più ottimisti, anche se la frutta è sempre più cara. I Commercianti sprizzano gioia da tutti pori, anche se le vendite per i saldi crollano. Gli anziani e i disabili hanno perso l’assistenza, ma battono le mani. Tutti sono contenti, basta che si voltino a guardare lassù verso il Campidoglio, dove il loro sindaco osserva la città e lavora senza sosta: anche se è uno straniero, la gente è contenta. In fondo, Franza o Alemannia, basta che se magna. Ma al Sindaco non basta essere accettato. Vuole essere Amato. Amato per sempre. Per questo ha deciso di cambiare Roma, come Nerone. Per rifarla più bella e più superba che pria. Il Sindaco alemanno su Roma e il suo futuro, ha grandi idee: solo che non se le ricorda. Per questo ha deciso di istituire una Commissione che gliele rammenti. Qualcuno si chiede a che servano i partiti, Storace il federale si è chiesto a che servano, a questo punto,  i consigli comunali e le assemblee elettive. Oltre che, naturalmente, a dare qualche stipendio a funzionari di partito e portaborse, quelli di Storace compresi. Il Sindaco straniero per scegliere il duce (pardon, il Presidente) della commissione si è guardato intorno, tra tutti gli alemanni schierati a Piazza Venezia. Ha visto fior di economisti, architetti, giuristi, intellettuali: Lando Buzzanca, Luca Barbareschi, Ignazio La Russa, Er Pecora. Troppo genio. Il Sindaco si è spaventato, e ha deciso di ripiegare su un nome più modesto: L’ex  Ministro dell’Interno del Governo Prodi, quello di quei tipacci brutti sporchi e cattivi. L’alemanno è scaltro, lo sa che quel tipo non vale nulla. Ma lui è buono, e vuole essere il Sindaco di tutti. Lo dice sempre: tutti i romani sono romani, ma alcuni romani (i tassisti e i palazzinari) sono più romani degli altri. Ma l’alemanno ha le idee chiare, anche se non le ricorda: questa commissione, presieduta da un autorevole esponente della sinistra e in cui siedono alcune delle migliori menti della sinistra, dovrà sanare i ritardi delle giunte di sinistra. Chissà perché a sinistra qualcuno non l’ha presa bene (quelli di Sinistra sono disfattisti e nemici della patria, basta pensare a Bossi, Calderoli e Borghezio). Ad esempio la Lanzillotta, erede del famoso cavaliere della tavola rotonda, che ha criticato l’Amato presidente dell’alemanno Sindaco, dicendo che a questo punto “perché  il centrosinistra non chiama Tremonti ad elaborare un progetto di riforma dell’economia?”. Bella domanda, forse D’Alema e Veltroni, per una volta d’accordo, ci stanno già pensando. Complimenti alla Lanzillotta. E’ bello che ci sia ancora qualche politico con un minimo di coerenza. Infatti, anche se il marito della Lanzillotta farà anch’egli parte della Commissione per Roma, è evidente che non è la stessa cosa. In questa triste storia, il povero Presidente (ex  Ministro) del centrosinistra, abituato a sentirsi amato, si è accorto di non esserlo più tanto e ci è rimasto male, vorrebbe essere giudicato sui fatti. Poverino, non riesce a capire perché ci sia qualcuno a sinistra che pensa  sia sbagliato aiutare un sindaco di destra a smerdare quello che ha fatto (bene o male) la sinistra in 20 anni a Roma.. Poi si è dato una spiegazione: la sinistra è cieca. Complimenti, se n’è accorto per tempo. Speriamo che amando l’alemanno l’Amato si accorga che invece, la destra ci vede benissimo..
Buon tutto!
Ai nostri 36 piccoli lettori, Buon ferragosto…ci si vede, per chi vuole, la prossima settimana!

Tutti i nostri 36 piccoli lettori conoscono la simpatia e la stima che abbiamo per Roberto Calderoli. E’ senza ombra di dubbio, il Ministro più rappresentativo del Governo Berlusconi. Un signore dai modi squisiti, dal pensiero politico raffinatissimo. Ultimamente però, il nostro eroe stava perdendo dei colpi. Dichiarazioni misurate, equilibrio istituzionale, una proposta  di legge sul Federalismo Fiscale equilibrata e sobria. Quasi condivisibile. Praticamente identica a quella di quel delinquente di Romano Prodi. Cominciavamo a preoccuparci, avevamo un forte prurito al dito medio, come il Ministro Bossi nelle sue giornate migliori. Non sapevamo se il nostro eroe si fosse ammalato o se semplicemente fosse stato rapito e sostituito con il suo sosia, un signore di Agrigento di nome Carmelo Zappalà, noto esponente di Rifondazione Comunista. Ma per fortuna, possiamo tirare tutti un sospiro di sollievo: Roberto Calderoli è tornato! In uno splendido intervento concesso al Corriere della Sera, di cui nel web sono scomparse le tracce (ma noi lo abbiamo ritrovato: eccolo), il nostro eroe ha illustrato il verbo federalista al mondo, spiegando che la sua proposta non è la copia carbone di quella di Romano Prodi ma che è stata ispirata, niente popodimeno dal grande nobel per l’economia Wuhan. Un genio dell’economia, che neppure coloro che assegnano il Nobel hanno mai sentito nominare. Non pensate ad un errore, o ad uno strafalcione. Roberto Calderoli non sbaglia mai. Il fatto è che il nobel per l’economia lo assegna Calderoli in persona: il sig. Wuhan esiste, viene dalla più popolosa città della Cina centrale, ed è il ragazzo di bottega nello studio dentistico che il nostro eroico Ministro ha dalle parti di Orio al Serio, che subito sarà ribattezzato – in onore di Calderoli – Orio al Pirla. Il grande Calderoli ha spiegato che ha elaborato il suo magnifico progetto lavorando fianco a fianco con le teste pensanti del Partito Democratico. Immaginiamo lo scintillare di neuroni, il guizzare di sinapsi, il fiorire di pensieri di quei momenti. Viene quasi da piangere. Ma ormai senza più freni inibitori, finalmente tornato il nostro eroico Ministro preferito, Roberto ha anche fatto un’importante rivelazione al mondo: ha spiegato il vero motivo del calo del prezzo del petrolio. Non, come tutti pensano, una riduzione legata al calo del dollaro. Ma la maniera grandiosa con cui Tremonti e Berlusconi hanno affrontato il problema. Questa dichiarazione è passata sotto silenzio per colpa della stampa italiana, tutta notoriamente di sinistra e nemica del premier, soprattutto Libero e il Giornale. Siamo riusciti a recuperarla per miracolo, rubandola dalle tasche di Vittorio Feltri, che la stava bruciando. Questa dichiarazione ha fatto il giro del mondo, provocando un ondata di risate che ha quasi distrutto l’intera costa del Fiume Azzurro e del Fiume Han (quelli da dove arriva il famoso nobel Wuhan. Che uomo questo calderoli! Che ministro, che classe, che temperamento! Mentre passeggiavamo nella terra dei cartoni animati, là dove solo i Comics (comix) possono entrare, abbiamo visto Titti, il canarino di Gatto Silvestro, che in quel mondo (ma forse anche nel nostro) è uno dei più importanti esponenti della maggioranza di Governo, che ci ha detto: “LobeLto CaldeLoLi è il miglioLe di tutti. Il più gLande, senza ombLa di dubbio!”
Buon tutto

A ferragosto, ci saremo, per chi è interessato…Un sorriso caloroso!

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In questo pomeriggio caldo in cui l’aria è come panna e il tempo sembra impigliato nell’orizzonte, sto seduto sul bagnasciuga e guardo verso il mare. Lo faccio da quando sono un bambino, e quell’orizzonte ignoto che da sempre stuzzica il cuore e la mente degli uomini e delle donne in ogni parte del mondo, esplode nel luccicare del sole tra le onde, in tutta la sua accecante bellezza. Penso a tutti questi posti davanti al mare, con questi cieli sopra il mare, ai 7.375 chilometri di litorale che accarezzano quest’Italia smarrita in questi tempi confusi. E penso che, secondo l’Unep, il piano ambientale dell’ONU, in Italia il 60 per cento delle coste è stato occupato da interventi antropici. Un oceano di cemento e di ombrelloni, oltre 1.850 chilometri di costa sono occupati da più di 7 mila stabilimenti balneari, rendendo anche difficile, in molte zone d’Italia, l’accesso pubblico al mare. Così, in quest’Italia sul declinare del tramonto, il lungomare è diventato lungomuro, cambiando non solo i paesaggi da guardare ma la visione delle cose, i colori, gli odori. Solo qui, sulla riva del mare, afferri ancora il sussurrare delle onde, ora placido ora selvaggio, in cui si confondono le passioni e le inquietudini delle anime che partirono in viaggio verso la paura e la speranza di nuovi mondi, bellezze, ricchezze, persone, incontri. Ora invece c’è il rassicurante gridare delle radio, le ordinate costruzioni di cemento, le strade, le case che coprono l’orizzonte, lo strusciare dello shopping, mentre sempre meno spesso ci si affaccia a guardare verso il mare. Anzi, magari ci si rifugia in rassicuranti parchi acquatici, sparsi per l’Italia, dove per qualche decina di euro tutto è ordinatamente stabilito, nella sua rassicurante artificialità. Onde finte, sabbia di plastica, panorami cangianti di cartapesta, e noi tutti in fila sugli scivoli e sulle attrazioni, come polli d’allevamento. E le anime inquiete restano sospese tra le onde di cemento e il loro caos regolare, senza sorprese e senza sogni. Ma l’illusione di questa superficiale tranquillità da 3 per 2 si paga: si paga vendendo i tuoi sogni e il tuo sguardo perso nell’infinito dove non è più tanto dolce naufragare. Si paga questo mare inventato, senza sorprese ma senza più sogni. Si paga con un orizzonte di superficie, dove il giorno è meno giorno e la notte non è più notte: tutti comodi e in fila, ognuno al suo posto nel proprio recinto. Senza sorprese. Così, abbiamo recintato l’infinito e restiamo a bagno ognuno nella nostra pozzanghera privata scambiandola per l’oceano. E anche i sogni e i pensieri restano a galleggiare nel tempo confuso, in quella pozzanghera di melma profumata in cui tutto sembra cambiare e andare a velocità vorticosa, mentre invece è fermo, immobile come quest’aria di panna. E così, in questi posti dove dietro una curva non spunta più improvvisamente il mare, cambia la prospettiva, la struttura stessa dei pensieri, che non vanno più a perdersi nel mare del futuro. Perché il mare è profondo, come il pensiero. E il pensiero spesso dà fastidio. E chi comanda non è disposto a fare distinzioni poetiche: il pensiero è come l’oceano, non lo puoi bloccare, non lo puoi recintare. Così stanno bruciando il mare, così stanno uccidendo il mare, così stanno umiliando il mare, così stanno piegando il mare.

Buon tutto!

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La verità, come cantava una famosa canzone, il cui titolo ora ci sfugge, a qualcuno fa male. La verità può essere scomoda. Persino scandalosa. Per questo, a volte, conviene nasconderla, velarla. Oppure, censurarla, com’è successo a un quadro del Tiepolo, “La verità svelata dal tempo” riprodotto come sfondo alle conferenze stampa di Silvio Berlusconi, il nostro Premier. Nessuna censura, hanno spiegato i collaboratori del Premier. Solo un piccolo ritocco “a fin di bene”. Per l’esattezza, è stato detto (testualmente) “per non offendere gli spettatori”. Ecco, ora tutto è chiaro. Tutti noi cittadini italiani siamo degli spettatori. Stiamo assistendo ad un grande spettacolo, un film o un a commedia, forse una farsa. Titolo: “Il vizietto”. Quello di dire le bugie. Pardon, le non verità, che è più elegante e fa più trendy. Perché Berlusconi e i suoi, che ci vogliono bene e vogliono farci vivere in un mondo più sicuro, più bello, e sereno, hanno deciso di fare un ritocchino alla verità. Così, rispetto al quadro originale, le è stato coperto il seno. Meno nuda, meno cruda, meno preoccupante. Anche meno verità, ma questo è un dettaglio. Come per la sicurezza e il contrasto all’immigrazione. Dicevano che l’introduzione del reato di clandestinità avrebbe drasticamente ridotto i clandestini in Italia. Invece gli sbarchi aumentano giorno dopo giorno: siamo all’emergenza, i centri di accoglienza scoppiano. Ma non è il caso di rovinare lo spettacolo ai cittadini spettatori: un bel reggiseno et voilà, il gioco è fatto! E che dire dell’economia. Non erano finiti i tempi duri di Visco e Prodi, e cominciava l’era del bengodi? E invece, il quadro dipinto da Tremonti (buon pittore dilettante, come la sua sorellina) è a tinte fosche, sembrava dipinto da Padoa Schioppa. Soprattutto il calo dell’Iva, segno della crisi dei consumi o, forse, i primi effetti dello smantellamento della task force anti-evasione creata da Visco, che era tanto antipatico ma le entrate tributarie le garantiva tutti i mesi. E il nostro Premier ha dovuto ammainare la bandiera del “Tutto va bene, madama la marchesa” e ricordare che per la nostra economia “l’inverno dei tagli sarà lungo e rigido”, provocando un curioso sorriso sul viso della Ministro Carfagna. Ma non lo diranno a nessuno. Va tutto bene, anzi, stanno facendo molto per i poveri: i tagli alla scuola, alla sanità. Non è il caso di rovinare lo spettacolo ai cittadini spettatori: un bel reggiseno et voilà, il gioco è fatto! E sulla giustizia da riformare, per i processi interminabili, la mancanza di certezza della pena? Ecco pronto il provvedimento che tutto risolve: il Lodo Alfano, ispirato dalla nota politologa Caterina Caselli, quella della canzone. Ora il titolo lo ricordiamo: Nessuno mi può giudicare. Ma invece no, va tutto bene, presto riformeranno la giustizia, e i magistrati smetteranno di pretendere addirittura di giudicare. Intanto i tribunali non hanno neppure i soldi per comprare la cancelleria. Ma non è il caso di rovinare lo spettacolo ai cittadini spettatori: un bel reggiseno et voilà, il gioco è fatto! Perché Silvio Berlusconi, il nostro Premier, sa che la gente vuole sempre la verità. E Silvio non dice mai bugie, perché sa che le bugie hanno le gambe corte, come ricorda sempre il Ministro Brunetta mentre fustiga quei fannulloni dei donatori di sangue. E allora, eccola la verità, tutta la verità niente altro che la verità. Solo con un piccolo ritocchino. Un bel reggiseno et voilà, il gioco è fatto! Perché le bugie hanno le gambe corte, il naso lungo e ora anche il seno coperto. A fin di bene, s’intende. Per non turbare gli spettatori (pardon, cittadini) italiani. Ma qual è, questa nuda verità, quella che è stata velata (o censurata, o ritoccata) da Palazzo Chigi? Semplicemente questa: Silvio Berlusconi è il Presidente del Consiglio dei Ministri. Non è il Premier. Tutt’al più con il rialzo dei tacchi potrebbe essere un Terzier, forse addirittura un Quartier (Milano 2 per esempio). E non è neppure un imprenditore. Ma solo un impresario.

Buon tutto!

P.s.: Caro Silvio, un sorriso affettuoso. Ora, grazie al Lodo Alfano, nessuno ti può giudicare. Ma la verità ti fa male. Lo so.

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Ci sono cose che voi umani non potete neppure immaginare. Così impensabili da sembrare inventate. Questa ci è stata raccontata al telefono dalla nostra riservatissima fonte d’informazioni: il tabaccaio di Ferro di Cavallo, che ci ha raggiunto mentre ce ne stavamo a prendere il sole sul bagnasciuga di Otranto. E’ una storia che parla di una battaglia di civiltà che viene combattuta, da anni, da un manipolo di eroici combattenti della libertà. Si tratta della santa battaglia per il finanziamento (pubblico) delle scuole private. Queste scuole, di ispirazione laica (molto di rado) o di ispirazione cattolica (molto più frequentemente) sono spesso migliori della schifiltosa scuola pubblica, fonte di ogni spreco e lordume (ogni tanto ci sono dirigenti scolastici che pretendono addirittura di aprire un laboratorio, o di rinnovare i banchi scolastici, che sfrontati!). Una scuola pubblica piena anche di insegnanti fannulloni, come direbbe l’altissimo, il Ministro Brunetta. Insegnanti che vivono con stipendi da nababbi, addirittura superiori a mille euro: che vergogna! Meno male che ci hanno pensato la bravissima Ministro Gelmini e il superlativo Ministro Tremonti a tagliare un po’ di fondi alla scuola pubblica: così imparano, questi mangiapane a tradimento!  Invece, le scuole private sono straordinarie: hanno la moquette, l’aria condizionata, i fari antinebbia e gli alzacristalli elettrici di serie, alcune persino qualche bravo insegnante. Ma hanno un piccolo difetto: per frequentarle ci vogliono un sacco di soldi. Così, solo pochi fortunati danarosi possono accedervi, e molti altri, per risparmiare, sono costretti a rivolgersi alla scuola pubblica (che schifo! Che vergogna!). Ma nell’Italia di oggi, grazie all’azione incessante e generosa del partito di cui sopra, e anche di molte associazioni benefattrici dell’umanità (da Comunione e Liberazione alla Conferenza Episcopale Italiana, tanto per non fare nomi) c’è chi combatte per consentire di far abbeverare alla fonte del sapere anche i figli del popolo, di quei poveri cristi che, altrimenti, dovrebbero accontentarsi di quei pidocchiosi professori della scuola pubblica. E così, per iniziativa di alcune regioni italiane, sono nati i buoni scuola. Si tratta in pratica di fondi pubblici assegnati a delle famiglie, con i quali queste famiglie di indigenti possono pagare  le salatissime rette scolastiche di queste meravigliose scuole private. Ovviamente, il beneficio viene concesso dietro presentazione di apposita domanda e la selezione è strettamente legata al reddito: solo quelli che hanno un reddito inferiore ad un impiegato di medio livello possono accedervi. Gli altri, giustamente, devono pagarsela da soli. Un’iniziativa lodevole, degna di quel nuovo corso che ispira la politica italiana, il corso Robin Hood, come pare verrà ribattezzata Via XX settembre a Roma, la sede del Ministero dell’Economia. Ma ecco che quel dispettoso del tabaccaio di Ferro di cavallo entra in scena, e rovina questa edificante favoletta. Perché, secondo lui, scorrendo i dati dei beneficiari di questi buoni scuola si scopre che essi non sono, ovviamente, i ricchissimi operai delle catene di montaggio, e neppure quei nababbi fannulloni dei dipendenti pubblici. Ma, com’è naturale, imprenditori, commercianti, ristoratori, avvocati, medici. Il popolo, insomma: gente indigente, che allega la propria dichiarazione dei redditi, in cui si certificano redditi annuali prossimi allo zero, o a 2 mila euro annui per i più fortunati, ma che non vuole giustamente rinunciare al meglio dell’istruzione scolastica per i propri teneri rampolli, e può pagare così rette di 7 mila o 8 mila euro per ciascun figlio. Il tabaccaio di Ferro di Cavallo – che è un tipo mite e gentile, ma un po’ malizioso – ci raccontava al telefono che non si può neppure accusare chi ha pensato al provvedimento in questi termini di non fare i dovuti controlli. Perché, leggendo i bandi, si scopre che il beneficio può essere concesso anche pagando il beneficiario con un assegno circolare, quindi senza accedere (se non con costosissimi e complicati controlli a campione)  ai conti correnti dei dichiaranti. La conversazione si è interrotta (la linea non è delle migliori) ma avremmo voluto dire al nostro amico Tabaccaio che solo un malizioso come lui potrebbe pensare che in questa vicenda ci sia qualcosa di poco chiaro. E comunque, se ci leggi, caro Tabaccaio di Ferro di Cavallo, tu che sei una persona semplice del popolo, che non hai studiato e ti guadagni da vivere vendendo giornali e sigarette e sprecando un po’ del tuo tempo facendoci queste telefonate mentre siamo sotto l’ombrellone a Otranto, a chi vuoi che importino queste storielle d’agosto?

Buon tutto!

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