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La crisi economica vi spaventa? Vi sentite impotenti davanti alle sue minacce? Avete paura che  sconvolga per sempre il vostro lavoro, le vostre abitudini, le vostre vite? Vi comprendiamo. Perché la crisi colpisce tutti. I ricchi e (soprattutto) i poveri. I belli e (soprattutto) i brutti. I vecchi e (soprattutto) i giovani. E anche se sembra che nulla possa fermarla, i nostri governi, i nostri capitani coraggiosi, in tutto il mondo, affilano le spade, sfoderano le pistole, caricano i cannoni per sconfiggerla. Perché la crisi è un nemico indomabile. Da sconfiggere. Da distruggere. E non servono nuove regole per i mercati finanziari, un nuovo modello di sviluppo che non confonda il consumo con lo spreco. Non servono nuovi modelli di [[welfare]], la green economy, il deficit spending. Quelli sono solo specchietti per le allodole. Che infatti, i governi più seri ed avveduti, come quello italiano, si guardano bene dall’usare. Perché il nemico non si sconfigge con le carezze, o mettendo dei fiori nei nostri cannoni. Per vincere questa guerra, per sconfiggere la crisi economica, questo mostro che vuole strapparci alle nostre esistenze quiete, serve qualcosa di più solido. E i governi di tutto il mondo lo sanno. Quello italiano lo sa meglio di tutti. Non servono ammortizzatori sociali e neppure aumenti del reddito disponibile. Ci vogliono delle vere armi: fucili, pistole, cannoni, mitragliatrici, cacciabombardieri, missili terra-aria. Ma i governi di tutto il mondo, avveduti e attenti, e il governo italiano che è il più avveduto e il più attento di tutti, non si sono fatti trovare impreparati. Ce lo rivela il Sipri, lo Stockholm International Peace Research Institute, uno dei più prestigiosi istituti di ricerca di politica internazionale del mondo, che come ogni anno ha pubblicato il suo rapporto sulle spese militari. L’istituto ci racconta che, anche se purtroppo “il 2008 ha visto un incremento delle minacce alla sicurezza, alla stabilità e alla pace in quasi ogni parte del globo” e se la crisi ha preso il sopravvento colpendo tutta la terra, i governi si sono dati molto da fare per combattere. Come? Ma è ovvio: aumentando le spese militari, che sono cresciute nel 2008 del 4% rispetto all’anno precedente, portandosi ad un livello record dalla fine della Guerra Fredda, toccando la cifra di 1.464 miliardi di dollari (il 2,4% circa del Pil del mondo). Precisamente, una spesa di 217 dollari per ogni abitante della terra. In dieci anni l’aumento è stato del 45%. Certo, non tutti i paesi sono stati ugualmente virtuosi nel combattere la crisi con l’unico mezzo possibile: il cannone. Ci sono governi più flaccidi,  che pensano che la crisi vada affrontata con le riforme economiche, con un aiuto per chi resta indietro, con robuste iniezioni di welfare. Pacifisti schifosi. Il nemico più è cattivo più si combatte con le armi in pugno. A costo di espandere i propri deficit di bilancio comprando cannoni e missili intercontinentali. E l’Italia non è solo un paese di navigatori, di santi e di poeti.……

Se vuoi leggere la conclusione del Post, vai su Giornalettismo

Buon tutto!

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Sono passati 4 anni. Sono 1.460 giorni che non ti vedo. 35 mila ore che non sento la tua voce. 2,1 milioni di minuti che penso a te. 126,1 milioni di secondi che mi manchi. No, amore mio, non smettere di leggere. Non voglio né farti piangere né far piangere nessuno. Non ho mai voluto. E non me lo avresti mai perdonato. Stai tranquillo: non scriverò dell’assurdo senso di vuoto che provo ogni volta che entro nella nostra casa, né dell’inesprimibile dolore che da 4 anni è incluso nell’arrampicarsi nei piccoli dispiaceri e nelle piccole gioie quotidiane della mia esistenza. Non servirebbe. E poi non interessa a nessuno. Scriverò invece di quello che sei per me. Ieri, oggi, domani, sempre. Lo sei in ogni gesto, ad ogni passo. Ad ogni rinuncia, ad ogni scommessa. Tu sei il mio pensiero felice. Ecco l’ho scritto. Il mio pensiero felice. Felice, perché quando la notte ad occhi aperti osservo il soffitto respirare al semibuio sento i tuoi piedi nudi calpestare veloci il pavimento e gettarsi dentro il letto e sorrido. Felice, perché quando picchio i polpastrelli della tastiera rimirando alla finestra quel che resta del giorno sento la tua voce cantare nel vento le canzoni che ti piacciono tanto. Felice, perché quando sono sotto la doccia ripenso alle tue risate sguaiate in riva del mare mentre dai calci alle onde sul bagnasciuga. Felice, perché quando la malinconia avvolge quelle sere d’inverno in cui il caminetto sputa fuoco rivedo i tuoi disegni colorati  affastellati sul tavolino. Felice, perché quando ascolto il silenzio della tua stanza vuota risento le domande profonde della tua voce curiosa. Felice, perché quando rivedo nelle foto il tuo incredibile sorriso di bimbo rapito troppo presto dal vento mi sembra di sentire una brezza accarezzare le mie lacrime. Così, anche quando il dolore mi assale a tradimento e la voglia di urlare si fa più forte, rivedo i tuoi occhi muti di rimprovero e il pianto diventa riso, il dolore trascolora in dolcezza e la tua assenza che pesa sul cuore diventa leggera come la piuma di un uccellino uscito dalla gabbia. Proprio come te, piccolo usignolo che non smette di cantare neppure quando è scesa la notte più nera. Perché tu mi hai insegnato che dopo la notte c’è sempre il giorno. E io e te sappiamo che non c’è niente da capire, che questa vita non ha un senso ma che domani arriverà lo stesso. Io e te, anche ora, siamo sicuri che nonostante tutto anche qui, in questo mondo imperfetto dove vivere fa male e le nuvole gonfiano di lacrime il cielo, anche qui, in qualche modo, riescono ad arrivare gli angeli. Anche adesso, che l’estate non sembra più estate, loro ci sono. Ma non volano, non profumano di sole. Gli angeli camminano tra di noi, tra me e te separati per sempre da un velo opaco che gli altri non possono e non vogliono vedere. Ed è proprio quell’Angelo che sorride inconsapevole ai miei sguardi gonfi d’amore che ha scavato nella notte ed è riuscito a portarmi il tuo potente messaggio. Io l’ho raccolto, e lo tengo stretto accanto al cuscino, appoggiato vicino alle foto di un piccolo bambino che era un grande uomo. E così mentre la mia sera s’avvicina in silenzio, io sono qui. Cammino, con tanta stanchezza nel cuore ma tanta voglia di continuare a cantare. Lo so che mi ascolti. E anche se il tuo canto talvolta mi fa male io riesco ancora a sentirti, anche da qui.

Ciao, figlio mio. Se vuoi, quando vuoi, come vuoi, io sono qui.

Con infinito amore, papà.

 

“Voglio trovare un senso a tante cose anche se tante cose un senso non ce l’ha”

(Vasco Rossi)

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Siamo qui per difendere, senza se e senza ma, il povero Silvio Berlusconi. Vittima di “strumentalizzazioni e processi mediatici che non hanno nulla a che vedere con l’informazione” come ha detto l’Augusto santissimo e reverendissimo direttore del Tg1, Minzolini. Il povero Silvio, vittima di “chiacchericci trasformati in notizie da prima pagina nella realtà virtuale dei media, per strumentalizzazioni politiche o per interessi economici”. Che però non lo distolgono dalla sua unica e vera missione. L’unico motivo per cui è sceso in campo: il bene dell’Italia. Soprattutto sul versante dell’economia il nostro premier si è impegnato fino alla spasimo, con risultati eccezionali, sotto gli occhi di tutti: il più grande crollo del Pil degli ultimi ottant’anni, il peggiore tra tutti i paesi del mondo, esclusa la Repubblica delle banane, che ci batte per qualche decimale di punto. Il crollo della produzione industriale. Il crollo dell’occupazione. Questi eccezionali successi hanno una spiegazione, che grazie alle nostre riservatissime fonti – il tabaccaio di Ferro di Cavallo, per quei 2 o 3 dei nostri 36 piccoli lettori che non lo sapessero – siamo in grado di rivelarvi. Lui ha la ricetta. Berlusconi, dopo aver consultato tutti gli esperti del suo staff (Lucia, Noemi, Serena, Mariangela, Gabriella, Mara, Maria, Lorena, Susanna, Francesca, Valeria, Alessandra) ha convocato, circa 8 mesi fa, il ministro Giulio Tremonti per dargli le direttive di politica economica. Silvio gli ha detto: “Giulio, ma com’è questa congiuntura economica?” Il minisitro si è fatto serio e gli ha detto: “CaVo Silvio, la situazione è teVVibile. Non abbiamo un euVo in tasca, i consumi cVollano, la produzione non va, il debito pubblico è un disastVo. Questa congiuntuVa non tiVa, non c’è niente da fare”. Silvio ha sorriso: “ Giulio, non preoccuparti: ghe pensi mì! Il mio staff si è riunito ieri sera. Abbiamo fatto le 3 di notte, ma abbiamo la soluzione. Se la congiuntura non tira, diamogli il Viagra. Vedrai che benefici effetti”. Tremonti è rimasto interdetto. “Non cVedo che funzioneVà” Silvio, prontamente: “Fidati! Distribuisci una bella Viagra card a tutti gli italiani. Vedrai che la congiuntura riprenderà a tirare”. Tremonti è uscito poco convinto, ha fatto diligentemente quello che ha detto il premier. E proprio una settimana fa è tornato a Palazzo Chigi, per riesaminare la situazione. Tremonti è arrivato all’incontro alle 21 circa, dopo una giornata passata a dannarsi l’anima per trovare le coperture finanziarie per gli ammortizzatori sociali, per la ricostruzione dell’Abruzzo, per il sostegno alle imprese in difficoltà. Secondo il nostro tabaccaio di Ferro di Cavallo, Berlusconi lo ha accolto con la solita cordialità, gli ha offerto un cocktail alla frutta, ha chiamato Apicella per cantargli “Mare chiaro”. Tremonti ha mostrato a Berlusconi l’andamento dell’occupazione, i dati della cassa integrazione, il crollo dell’Export. E ha detto a Berlusconi che la sua ricetta non funziona. Berlusconi, stavolta un po’ bruscamente, gli ha detto: “Eh no, Giulio! Questa volta mi offendo io, scusa. Certo che non ha funzionato, tu mi hai frainteso, come fanno tutti. Se tu dai il,Viagra ai pensionati, cosa vuoi che succeda? Perché avesse successo, dovevi stimolare gli “animal spirits” sopiti dei nostri imprenditori. Una bella legge, una tremonti-ter, per la detassazione delle spese per l’acquisto di Viagra, ovviamente dietro presentazione di regolare ricetta medica. E vedrai che l’economia tirerà di nuovo. Datti da fare, e portami risultati entro un paio di settimane”. Dicono che Tremonti stavolta non ha avuto nemmeno la forza di replicare. Se n’è andato scuotendo la testa, mentre Silvio canticchiava “O surdato ‘nammorato”. Uscendo, ha incrociato Patrizia D’Addario che entrava a Palazzo Grazioli. Il sole era calato da un pezzo, e la luna proiettava ombre lunghe e sinistre per le strade. Qualcuno pare abbia visto Giulio Tremonti piangere. Il Tg 1 questa notizia non la darà mai. Perché non ha le nostre fonti riservate, e soprattutto perché si tratta di indiscrezioni non confermate, “chiacchericci trasformati in notizie da prima pagina nella realtà virtuale dei media, per strumentalizzazioni politiche o per interessi economici”. Loro sono giornalisti seri.

Buon tutto! 


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L’Italia non è solo un paese di santi, navigatori e poeti. Ma è anche il paese della famiglia. Il paese di mamma ce n’è una sola. Ed è il paese dei figli: i figli so pezz’ e core. L’Italia è il paese dove i bambini fanno Ohh, come dice una famosa canzone. Adorabili bambini, sono il futuro. Li dobbiamo curare, vezzeggiare. Il nostro domani. Però questi bambini a volte non sono così adorabili. Quando stanno all’aria aperta, nei parchi pubblici, o nei cortili dell’asilo e si mettono a giocare, ridendo e saltando, a volte strillando, con quei timbri alti, allegri, acuti che hanno i bambini, ammettiamolo: danno davvero fastidio. Magari uno se ne sta stravaccato in poltrona, davanti ad un interessantissima trasmissione tv (La ruota della fortuna, il pranzo è servito, la prova del cuoco) e sente quel vociare rompi timpani, interrompere dei magnifici spot pubblicitari, e si irrita. Va bene che ci sono anche i rumori dei clacson, del traffico, delle marmitte truccate. Ma quelli non danno fastidio. Non più. Invece, quel vociare stridulo, è insopportabile. Per questo un giudice di pace di Stradella, comune di 11 mila abitanti vicino Pavia, ha condannato i bambini della scuola materna "Gavina" a giocare in silenzio, intimando agli insegnanti di impedire ai bambini di avvicinarsi al cortile dell’asilo che si trova di fronte a un palazzo dove i condomini si sono lamentati del “disturbo loro arrecato dai giochi dei piccoli”. Quei bambini, dispettosi, preferivano giocare proprio lì. Per dare meglio fastidio a quella brava gente. Non perché è lì che si trovano le altalene, gli scivoli, il parco giochi. Insomma, i bambini facessero pure i loro Ooh, ma lontani dalle case di chi vuole ascoltare in santa pace il telegiornale ad ora di pranzo. E poi, diciamo le cose come stanno, questi piccoli mostriciattoli armati di ciuccio, pannolino e occhi da cerbiatto hanno davvero stufato. Vogliono giocare a palla nei parchi, vogliono fare merenda nella aiuole, vogliono – che sfrontati! – costruire castelli di sabbia in riva al mare, o raccogliere sassi, conchiglie. Dando tanto tanto disturbo ai passanti. Insopportabili mocciosi! Meno male che c’è sempre un solerte amministratore comunale, un integerrimo giudice di pace, un vigile urbano con grande senso del dovere che è lì, pronto a intimare loro di stare zitti e buoni, a mettere un bel divieto. Di non dare fastidio alle gente perbene. In fondo in questo splendido mondo in cui hanno avuto la fortuna di nascere, a questi marmocchi i divertimenti non mancano: istruttivi programmi in TV, da guardare in silenzio divorandosi gli oltre 33 mila magnifici spot all’anno fatti apposta per loro. Videogames ultima generazione, a trazione anteriore. Ma che altro vogliono? Ma così, dice qualche pedagogo da 4 soldi, smettono di comunicare, di confrontarsi tra loro. Ma chi l’ha detto? Basta un bel telefono cellulare, ultimo modello: molti bambini più fortunati ce l’hanno già a 5, 6, 7, 10 anni. Chissà perché ci sono dei cattivi genitori che non glieli comprano, e magari mandano i loro figli in cortile a giocare a nascondino o al pallone, dando fastidio alla brava gente che vuole ascoltare in silenzio il Tg 4 di Emilio Fede. Invece, è giusto che i bambini e le bambine stiano chiusi in casa. Non danno fastidio, e almeno si possono trasformare i parchi verdi in utilissimi parcheggi per le automobili, non costruire le piste ciclabili che costano un mucchio di soldi, non lasciare inutili spazi verdi nei cortili delle scuole rubando spazio alle strade per le auto e i motorini. Molto meglio: così questi pestiferi rompiballe non escono per giocare, con gli amici, o da soli, facendo insensate corse a perdifiato sui prati a rincorrere il vento. Perché i bambini hanno il maledetto vizio di strillare, di rotolarsi sul prato, di sporcarsi con la terra. Di esplorare, guardare, domandare. Di varcare il confine. Tutte cose fastidiose per i loro vicini di casa, e pericolose per loro e per la società. Meno male che ci sono adulti intelligenti ed avveduti che mettono divieti, costruiscono recinti, e creano città che non sono mai a misura di bambino. Non come nella Baviera dove a rotazione vengono chiuse alcune strade e consegnate ai bambini con le loro bici e i loro skateboard. E allora, come una volta ha detto qualcuno, questi altri bambini e bambine, prigionieri nelle loro case stracolme di giocattoli, un po’ obesi e imbottiti di merendine, perdono lentamente e silenziosamente, giorno dopo giorno, quella luce speciale negli occhi, quello stupore curioso che gli fa fare Ooh, quell’anima di fanciullino che li rende poeti dello stupore mentre guardano le cose del mondo strillando e saltando senza ragione, e dando anche fastidio a chi sta chiuso in casa e non ha voglia di pensare. In questo paese dalle culle vuote, che invecchia scendendo il colle del declino in un mare di melma schifosa, tra pedofili impuniti, politici che forse vanno con minorenni, sembra di vederli: bambini e bambine, con gli occhi opachi, chiusi nelle loro gabbie dorate, senza più quella profonda logica illogica che li porta nell’abisso della verità. E questo stupore che scolorisce nei loro visi fa smarrire anche ai più grandi, agli adulti, quel “cantuccio dell’anima di fanciullino presente in ognuno, quel fanciullino che resta anche quando ingrossiamo e arrugginiamo la voce, anche quando – nell’età più matura – siamo tutti occupati a litigare e a perorare la causa della nostra vita e siamo meno disposti a badare a quell’angolo d’anima”. E fa mettere divieti che sanno di ridicolo, ma che invece, a pensarci bene, sono tragiciE così, in questo tempo e in questo spazio, quello stupore evapora e svanisce nel nulla, per grandi e piccini. Ma tra queste macerie dell’anima, i bambini perdono la voglia di fare Ooh, e smettono di ruzzolare per terra, giocare, saltare. E i grandi mettono divieti e perdono la voglia di ascoltarli, di ascoltare. Di confrontarsi e di pensare. Un popolo di ebeti quieti, davanti a tv che anestetizzano il pensiero. Senza cortili, senza parchi, senza culle. Senza futuro.
Buon tutto!

 

Tre cose ci sono rimaste del Paradiso: le stelle, i fiori e i bambini

Dante Alighieri


Questo post è stato pubblicato originariamente su Giornalettismo

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Una vita da Papino
con il Viagra sul comodino
e Noemi sul cuscino
poi rimetti il pannolino
Una vita da Papino
con il trucco e il parrucchino
a far festa nella villa
viene pure la Brambilla

sempre lì
lì nel mezzo
finchè c’hai i voti stai lì

Una vita da Papetto

minorenni dentro il letto

e poi rompersi i coglioni
con La Russa e con Maroni

Una vita da Papetto

con un sogno nel cassetto

ah, cantar con Apicella

e la vita è tanto bella


sempre lì
lì nel mezzo
finchè c’hai i voti stai lì

Una vita da Papaccio

Lodo Alfano sotto il braccio

e l’aereo che non parte

e truccar tutte le carte

Una vita da Papaccio

pallido come uno straccio

c’è l’Abruzzo che si sfascia

molto meglio una bagascia

 

Una vita da Papone
a difendere il Biscione
per salvarsi il sedere

serve pure uno stalliere
una vita da Papone
povero e perseguitato
per estinguere il reato
c’è Ghedini l’avvocato

sempre lì
lì nel mezzo
finchè c’hai i voti stai lì
stai lì

Una vita da Pappone
a cantare una canzone
a indossare le bandane
poi andarsene a puttane
una vita da Pappone
a trombare a profusione
paga il contribuente
tanto a te non frega niente

sempre lì
lì nel mezzo
finchè c’hai i voti stai lì
stai lì
sempre lì
lì nel mezzo
finchè ce n’hai
finchè ce n’hai
stai lì

 

Dedicato a tutti i mediani di sinistra e a tutti i mediani di destra con un consiglio: Finché siamo in tempo, salviamo il salvabile.

Buon tutto!

 

Ah, per quei 2 o 3 che non lo sanno “Una vita da Mediano”, che abbiamo indegnamente saccheggiato, è una splendida canzone di Luciano Ligabue

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La ministro Gelmini è una grande innovatrice. Lei fa grandi riforme. Lei guarda al futuro. Telefona al suo consulente, il Dottor Emmet Brown, prende a braccetto il suo amico Marty McFly, bacia la foto di Silvio Berlusconi, inforca gli occhiali, entra a bordo della Delorian e…via! Il ritorno al futuro è compiuto! Un passo avanti dopo l’altro, senza sosta. Ha iniziato l’anno scorso. Consapevole della non eccelsa qualità dell’apprendimento degli studenti,  la ministro ha varato una grande riforma, pochi mesi fa. I soliti disfattisti senza fantasia avrebbero aumentato le risorse disponibili, incentivato un ricambio generazionale del corpo insegnante, riorganizzato la scuola. Ma lei è più avanti. Guarda al futuro anzi al Ritorno al futuro. Ed ecco la soluzione: tagli al personale, tagli alle risorse, tagli di orario, il ritorno del 7 in condotta, il maestro unico alle elementari, il grembiule a scuola. La qualità dell’apprendimento si migliora così. I soliti disfattisti  hanno osato insinuare che la logica degli interventi normativi fosse solo quella di tagliare la spesa pubblica nell’Istruzione anziché fare un’effettiva riforma del sistema scolastico, coerente e con specifiche finalità pedagogiche di fondo. Ma la Gelmini, forte del consenso del 400% di docenti e famiglie, un consenso forte, evidente, netto, a bordo della sua Delorian, non si è fatta intimidire. Di fronte al grande gradimento che le sue innovative idee hanno avuto tra studenti, genitori ed insegnanti, la ministro si è però spaventata un po’. Troppa innovazione, non si deve esagerare. Così ha fatto un mezzo passo indietro, un nuovo ritorno al futuro: ha trasformato da obbligatorio a facoltativo il ritorno del maestro unico alla scuola elementare, ha confermato il tempo pieno con due insegnanti per classe e ha congelato l’incremento del numero degli studenti per classe. Ma nonostante questo, chi ha potuto ha deciso di iscrivere i suoi figli all’estero, nelle scuole slovene. E i risultati già si vedono. Sull’apprendimento? Ma no, sciocchini! Dalla circolare ministeriale dello scorso 2 aprile sono emersi tagli all’organico. Nelle scuole elementari e medie sono state tagliate, 37 mila cattedre: 5.645 in meno in Campania, 3.646 in Puglia, oltre 5 mila in Sicilia, 2.492 in Calabria, 3.999 in Lombardia. Circa 9 mila cattedre eliminate nel solo Nord italia. E negli asili o scuole materne, secondo i dati della Gelmini, c’è stato un boom di richieste del tempo pieno del 47% da parte delle famiglie, che richiederebbe 10.037 nuove classi, mentre al contario (siamo furbi noi italiani!) sono stati tagliati lo stesso 11.767 maestri. Quando ricomincerà l’anno scolastico, a settembre, le famiglie saranno felici come non mai. I tagli – pardon, le riforme –  non toccavano le scuole superiori. Una lacuna grave, nel disegno riformatore della ministro Gelmini. Ma Marty McFly e il Dottor Emmet Brown hanno chiamato Maria Stella a fare altri passi avanti: il ritorno al futuro non può attendere! Ed eccolo, il nuovo ritorno al futuro: la riforma dei licei, varata venerdì dal Consiglio dei ministri. Una riforma anch’essa profondamente innovativa: prevede la soppressione di tutte le novità degli ultimi 50 anni: via tutti gli indirizzi sperimentali, via le ore in più, via le cattedre e i docenti. Solo sei tipi di licei, il ritorno del semplice Liceo Classico e del Vecchio Liceo Scientifico. Geniale! La riforma è completata da un’altra grande innovazione: la soppressione di molte ore di scuola. Perché, com’è facilmente intuibile, per colmare la distanza che abbiamo dagli standard educativi e di apprendimento degli altri paesi, per farsi davvero strada nella vita, la soluzione non è studiare di più. Quello è da sfigati secchioni. La soluzione innovativa è studiare di meno, o non studiare affatto: basta chiedere a Del Piero, a Borghezio, alla stessa Gelmini. I soliti disfattisti hanno fatto notare che, se si esclude il liceo musicale, la novità di questa riforma è un ritorno alla scuola anni ‘30. Come sanno bene tanti amici della Gelmini (La Russa, Gasparri e Meloni per esempio) l’era una belle epoque per l’Italia. La gente era ignorante, non studiava. Pensava poco, non protestava, non faceva domande, non rompeva le scatole. E se qualcuno insisteva, una bella scampagnata, due manganellate e tutto finiva lì. Altri bastian contrari hanno ricordato che in tutto il mondo avanzato le risorse per la scuola vengono aumentate anno dopo anno, mentre il nostro è l’unico paese al mondo che fa riforme tagliando soldi, cattedre, insegnanti, classi, ore di scuola. Perché si sa, noi italiani siamo i più furbi di tutti! Ma il capolavoro d’innovazione della riforma Gelmini dei Licei sta nel testo del regolamento che prevede che la riforma partirà dall’anno scolastico 2010/2011, e riguarderà le prime e le seconde classi. Cioè, varrà anche per i 500 mila ragazzi e le ragazze  che a settembre 2009 inizieranno il primo anno della scuola superiore. Che si faranno il primo anno secondo il vecchio sistema (licei e relative sperimentazioni, ma anche istituti tecnici e professionali vecchio stile) e dal 2010 avranno orari, materie e organizzazione nuovi. Un grande passo avanti. Innovativo, anzi geniale: da tutto il mondo arrivano commenti ammirati per questo colpo di genio. Complimenti, ministro Gelmini! E così, ecco che dopo la scuola dell’obbligo, ora la grande riforma è compiuta: la scuola non è pre-gentiliana e neppure pre-sessantottina. E’ avveniristicamente pre-istorica. A questo punto resta solo l’ultimo passo. Maria Stella, intelligente com’è, riuscirà a fare anche quello: la riforma del nome del suo Ministero. Una riforma nel suo stile, che coniuga il passato e il futuro in un presente radioso da incubo. Il suo ministero non si chiamerà più Ministero della scuola e dell’Istruzione, ma più semplicemente Ministero della Distruzione della scuola. E sarà l’apoteosi, il trionfo di Maria Stella. Uno straordinario passo avanti. E dopo, il futuro della scuola sarà ancora più radioso. Per chi potrà permetterselo ci saranno ottime scuole private, dove basterà versare una retta modesta (10 o 20 mila euro), in gran parte pagata con i soldi che lo Stato generosamente elargirà a questi probi cittadini, togliendoli dalle tasche dei docenti precari a cui non rinnoverà le cattedre. Per tutti gli altri, cioè la maggior parte della gente normale, impiegati, artigiani, piccoli commercianti, l’educazione e l’istruzione saranno comunque garantite dagli ottimi programmi culturali sulle reti Mediaset: il Bagaglino, Sentieri, Passaparola, La ruota della fortuna e molti altri.

Un brillante avvenire ci attende. Un altro passo in avanti: proprio laggiù, in fondo al burrone.

Buon tutto!

 

Il post è stato pubblicato ieri qui su Giornalettismo.

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Piazza dei Frutti, Padova, 7 giugno 1984. E’ una bella serata, ed Enrico sale sul palco. Sono tanti anni che gira l’Italia. E’ una cosa che lo appassiona, ma è anche molto dura. Quella sera l’aria è fresca, ma Enrico si sente strano. E’ stanco, molto stanco. Però sa che tanta gente è lì per lui, lo aspetta. E allora, anche se avrebbe voglia di sdraiarsi su un letto, di dormire qualche ora, sale sul palco. La folla applaude, grida, lo incoraggia. Enrico inizia a parlare. La testa ronza e fa sempre più male. Ma lui continua. Parla, parla, e gli tornano in mente, i visi, le voci, le vittorie, le sconfitte. Le piccole gioie della vita quotidiana, gli amori e le amicizie, gli uomini e le donne, le tante battaglie per un mondo da cambiare. Gente semplice e gente famosa, impiegati, operai, attori e scrittori. Gli tornano in mente i ricordi. Come quella volta che a Mosca, era il 1969, si rifiutò di firmare la relazione finale predisposta dai “fraterni amici” dell’Unione sovietica. O come quella volta, nel 1976, che il sogno sembrava tanto vicino, quasi si poteva toccare. E quella terribile primavera del 1978, quando quell’uomo fu rapito e poi ucciso, e il sogno si allontanò, perso nell’orizzonte. La luce è fioca, ma gli fanno male gli occhi. Barcolla. Qualcuno gli dice di smettere, ma lui non si vuole fermare. Enrico non si può fermare, perché c’è ancora tanta strada da fare, tante ingiustizie contro cui lottare. Ci sono quelli che pensano che un uomo può morire senza un lavoro, o senza il pane. Che non c’è niente di male a intascare qualche soldo di nascosto “per le piccole spese”, che si può vendere l’anima per un po’ di gloria, o di denaro o di potere. La sua voce risuona nella piazza con un’eco strana. Ma Enrico non si ferma. Ricorda le tante amarezze, quei figli che crescono e non li riesci mai a vedere, la vita che ti corre accanto e non la puoi fermare, la stanca amarezza per un mondo da cambiare ma che non si riesce a cambiare. La testa gira sempre più forte. Enrico ha finito. Smette di parlare, si volta, la gente grida e batte le mani. L’ospedale, e l’attesa di attimi che sembrano senza fine, fino all’11 giugno 1984. E’ un giorno tiepido. Enrico è nella stanza, dorme un sonno senza più sogni. All’improvviso scende un buio freddo. Una notte lunga, senza fine. E passano i mesi, gli anni. Il mondo cambia, corre sempre più forte. Cambiano visi, voci, bandiere, tutto cambia. Ora tutti ricordano come merita  quell’uomo dal sorriso mite, dagli occhi buoni, che voleva cambiare l’Italia, il mondo e la vita. E anche se adesso quel sorriso si è spento, anche se non tutto era bello o giusto neanche allora, restano sempre nell’infinito scorrere delle cose del mondo, la voglia e il bisogno di cambiare. Perché anche se tutto è diverso, tutto resta uguale. Le stesse ingiustizie, le stesse speranze, lo stesso dolore e la stesso sogno. E anche se adesso uomini piccoli e senza spessore hanno disperso nel vento tutto quello di buono che c’era allora, caro Enrico, sappiamo tutti che là fuori c’è il mondo ad aspettare. Un mondo bellissimo pieno di cose orribili, un mondo carico d’odio e gonfio d’amore. Un mondo pieno di donne e di uomini stanchi e tristi, che ha bisogno di tutti gli uomini e di tutte le donne che hanno ancora voglia di cambiare. Quelli che si portano addosso, ora come allora, quella stessa voglia di volare, quello stesso sogno. Lo slancio di andare oltre il confine della stanchezza quotidiana, un infinito ed inesauribile desiderio di cambiare le cose. Di cambiare davvero la vita. Enrico non c’è più, il sogno si è rattrappito. Ma la vita non si ferma. E non è mai finita, fino all’ultimo giorno, fino all’ultimo istante.

Buon tutto!

 

"Compagni, lavorate tutti, casa per casa, strada per strada, azienda per azienda"  (E. Berlinguer, Padova, 7 giugno 1984)

 

Qualcuno era comunista perché Berlinguer era un brava persona  (G. Gaber)

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Silvio Berlusconi si alzò dal letto. Si sentiva strano. “I postumi della notte brava con la velina bionda” pensò, sorridendo soddisfatto. Ma nel letto accanto a lui non c’era nessuno. Ebbe per un momento il dubbio che il Sondaggex, il nuovissimo ritrovato per mantenere a lungo l’elezione, di cui ultimamente faceva largo uso, avesse fatto cilecca. Ma il letto era intatto, e si rese conto di aver dormito da solo. “Devo sempre fare tutto da solo” pensò con una punta d’amarezza, asciugandosi con un fazzolettino che celava il cerone del trucco. Riemergendo dal sonno profondo della notte, avvertì la presenza della tv accesa, naturalmente su Rete 4. Il Tg di Emilio Fede che diffondeva le immagini del trionfo elettorale di Berlusconi, che alle elezioni europee aveva ottenuto 12 miliardi di preferenze. Berlusconi sorrise, anche se sapeva che non era vero. Sapeva che Emilio Fede aveva la serviliosi, una brutta malattia cronica che porta ad un ipereccitazione della lingua, che porta ad un insopprimibile bisogno di leccare. Niente di grave, basta trovare un padrone da servire, ed è fatta. E Silvio, buono e generoso con tutti, l’aveva accontentato. Ma quelle scemenze che tanto lo compiacevano di solito, quella mattina lo disturbavano. Prese il telecomando, e cominciò a fare un giro per le reti di mezzo mondo. Tutti mostravano quelle maledette foto di Villa Certosa, il premier Topolanek con le vergogne esposte, le ragazze in topless, e in mezzo lui a troneggiare. Sobbalzò quando sentì la Tv di stato cinese parlare di “Silvio BeLlusconi, il gLande”. Capì che il suo prestigio internazionale non era mai stato tanto vicino alla sua vera natura. Eppure, non era contento. “Forse” pensò “è colpa di Fini, del suo continuo mettersi in mostra, distinguersi, mettere i puntini sulle i”. E lo sentì abbaiare nel sottoscala. Gli gettò un osso, una presidenza di una Camera, e quello lo azzannò e si mise a fare le fusa, come un gattino sornione. Berlusconi aveva la bocca impastata, e solo allora si rese conto che nella villa non c’era nessuno. Anzi, non c’era proprio la villa. Qualcuno nella notte doveva averlo rapito. Pensò a Franceschini, ma l’occhio gli cadde sul Giornale appoggiato al tavolo del soggiorno, che lo descriveva già in fuga, rifugiato in qualche posto sperduto dell’appennino tosco-emiliano e scosse la testa. Ma dove lo avevano portato? Era forse un complotto? Le tapparelle erano abbassate, ma filtrava un silenzio tombale e tutto era avvolto da una fitta nebbia: sembrava di stare a Malpensa. Cercò un telefono, voleva chiamare Gianni Letta. Ma aveva il telefonino staccato. Chiamò Bonaiuti, ma gli rispose la segreteria telefonicaNon sono raggiungibile, per colpa di Franceschini che ha perso il contatto con la realtà e non ha capito che tutti gli italiani stanno con Berlusconi” Chiuse, ma poi gli venne il dubbio che fosse proprio Bonaiuti. Provò con Gasparri, con la Russa. Niente, il vuoto totale. Telefonò a chiunque abitasse in Sicilia, in Puglia, in Calabria. Niente. Tutti assenti, o forse astenuti. Non sapeva che fare. Si sentiva strano, disorientato. Chiamò il papà di Noemi, per chiedergli consigli sul futuro incontro con il Presidente Obama. Niente, astenuto pure lui. Era sconfortato, quando improvvisamente il telefono squillò. Finalmente una voce da ascoltare. Alzò la cornetta, disse “Pronto, cusa l’è che l’vole?” con una voce arrochita e impastata  che non riconobbe come sua. Il vino? Alzò lo sguardo accennando una smorfia di sorriso, e con sua somma meraviglia vide riflessa nello specchio la faccia di Umberto Bossi che sorrideva. Dalla finestra, un medico che aveva la faccia intelligente di Bobo Maroni e un infermiere con lo sguardo rassicurante di Roberto Calderoli sorrisero tranquillizzandolo: “Non si preoccupi, signor Berlusconi. La metamorfosi è perfettamente riuscita. Non vede come ce l’ha duro?”. Berlusconi guardò in basso, sorrise e si tranquillizzò. Se gli portavano una velina, magari minorenne, non avrebbe fatto brutta figura di sicuro. Anche senza sondaggex.

Buon tutto!

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Eccoci qua. Assistiamo attoniti al mezzo tonfo elettorale del popolo della libertà. E’ attonita la casalinga di Voghera, è attonito il commerciante di Ladispoli, è attonito il terremotato dell’Aquila, è attonito il picciotto di Corleone. E sono attoniti tutti i precari e le precarie d’Italia. Tutti uniti, dalle Alpi a Capo Passero, in attesa delle parole  del nostro grande leader, del nostro premier, del nostro imperatore: Silvio Berlusconi. Abbiamo assistito ai complotti internazionali, campagne di stampa orchestrate ad arte, calunnie vergognose. Convinti che il nostro premier dice sempre e solo la verità. Era vero che non conosceva Noemi, ma solo suo padre, la vera eminenza grigia di Forza Italia. Era vero che non era vero che era un’eminenza grigia, ma solo uno che incontrava per parlare di calcio, ma che mai aveva visto la figlia senza di lui. Era vero che non era vero che non aveva mai visto Noemi da sola, ma che invece l’aveva invitata alle sue feste private, ma erano cose innocenti. Era vero che non era vero che erano cose innocenti, che c’erano decine di ragazze seminude, ma lui non era mai stato da solo con lei e comunque nulla di piccante. Era vero che a L’Aquila tutti hanno già la casa. Insomma, era tutto vero: il premier non può mentire, mai. Se lo facesse, dovrebbe dimettersi. Lo sanno e ci credono le migliaia e migliaia di giovani ragazze e ragazzi: quelli che stanno nei call center per ore a telefonare a tizio e caio per vendere qualcosa, quelli che lavorano a progetto per la Pubblica Amministrazione, i co.co.co che si arrabattano di contratto in contratto, senza sapere se domani lavoreranno ancora, qui o altrove, i consulenti disperati e super sfruttati, insomma i giovani precari. Neanche loro volevano credere alle vergognose menzogne della sinistra, dei sindacati, della stampa straniera. Non volevano credere a chi diceva che l’articolo 19 del decreto legge 185/2008 stabilisca che l‘erogazione di una somma  a favore dei collaboratori a progetto che abbiano perso il lavoro sia una tantum, e che l’articolo 7-ter della legge 33/2009 determini questa una tantum in una somma variabile da 1.000 a 2.764 euro. Ovviamente, solo per il 2009 e rispondendo a determinati requisiti: il precario sia bello, ricco, proprietario di 3 case, di una Ferrari e sia fidanzato con una velina (o un calciatore). Non volevano crederci. Perché lui, Silvio, il capo, il premier, lo ha detto a Porta a Porta: i precari hanno la Cassa Integrazione. Doveva essere vero. E il Governatore di Banca d’Italia Draghi che pochi giorni fa ha affermato che ci sono un milione  e seicentomila precari senza nessuna copertura, è un falso: “La sua informazione sui precari non corrisponde alle cose che emergono dalla nostra conoscenza della realtà italiana” ha detto Berlusconi a Radio anch’io. Se lo dice lui è vero perché lui non può mentire. Poi lo sanno tutti che Draghi è un inguaribile comunista, un pessimista, uno che si fa influenzare dalla stampa estera o dalla propaganda del Pd, come la signora Veronica Lario. E non è vero neppure che Berlusconi ha detto pochi giorni fa che le considerazioni di Banca d’Italia erano “berlusconiane“. Ma non è vero, lui non mente mai. Tutti sono “potenzialmente coperti“, come ha ricordato il ministro Sacconi: lavoratori subordinati, contratti a termine, apprendisti, lavoratori interinali, dipendenti del commercio. Tutti potenzialmente coperti, a patto appunto che corrispondano ai requisiti richiesti, che i soldi siano sufficienti e che nevichi a ferragosto. Se molti restano  concretamente scoperti non è importante, non è mica colpa di nessuno. E i giovani precari sono sempre stati convinti che lui non dice mai una bugia. Casomai, “una mancata verità che prima o poi succederà“. Però forse cominciano ad avere qualche dubbio…….

 

Se vuoi leggere la conclusione del post, vai su Giornalettismo

Buon tutto!

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La vita è davvero ingiusta. La gente è cattiva e invidiosa. Più ti affanni a far del bene, a pensare al tuo prossimo, più ti tirano le pietre, ti insultano, ti boicottano. Ne sa qualcosa il nostro povero Presidente del Consiglio. Nonostante non passi un minuto senza lavorare instancabilmente per il bene dello Stato, tutti gli si rivoltano contro. Prima ci si è messa sua moglie, poi quel brutto pasticcio di Noemi Letizia & C.  E la stampa cattiva, soprattutto quella starniera, lì a dagli addosso. Ma che ha fatto di male, il povero Silvio? Ha solo detto una montagna di bugie, e che sarà mai! E poi la storiaccia delle fotografie. Cose senza importanza, insignificanti: un po’ di orgette organizzate a casa Berlusconi, mentre giurava sulla testa dei suoi figli di essere un uomo pieno di valori (in contanti, naturalmente). Festicciole settimanali, in cui agli uomini veniva passato il gelato e le donne si arrangiavano con quello che trovavano. Foto a Villa Certosa con donne (tra cui alcune giovanissime in abiti adamitici, foto di aerei militari che all’aeroporto Costa Smeralda fanno scendere un sacco di gente, esponenti della politica, con in prima fila Mariano Apicella, e Foto scattate al residence Il Country di Porto Rotondo, con donne in bikini e topless. Sciocchezzuole, cose normali. In fondo, che c’è di male? Siamo uomini no? Ma ancora non bastava. Qualche invidioso ha fatto notare che con l’aereo di Stato dovrebbero volare solo gli uomini di Stato per ragioni di Stato. Per andare a puttane, se proprio uno non trova di meglio, si può usare il mezzo privato. Ma che moralismo di quart’ordine! Che sciocchezze! Ma che male c’è? Povero Berlusconi, sempre perseguitato da tutti. La procura ha aperto addirittura un’inchiesta. Ma si tratta di una squallida manovra politica, destinata al fallimento.  Berlusconi non ha fatto nulla di illegale. Perché l’assurda legge introdotta dal governo Prodi, per limitare l’uso dei Voli di Stato alle sole cariche istituzionali era stata abolita e modificata dal Governo attualmente in carica. Un governo guidato – ma si tratta di una semplice coincidenza – dal Presidente del Milan o dal proprietario di Mediaset, se preferite. Non è la solita bugia di Berlusconi: c’è la Gazzetta Ufficiale del 22 agosto 2008, dove è pubblicata la nuova direttiva sul trasporto aereo di Stato varata il 25 luglio passato. Nessuno ne sapeva niente perché il governo pensa che durante l’estate la gente deve pensare a divertirsi e godersi le vacanze. Per questo della norma non ce n’è traccia né nell’indice analitico del sito http://www.governo.it, né nella rendicontazione del Consiglio dei ministri di quel giorno. Quella norma prevede che sugli aerei e elicotteri di stato si possa viaggiare a spese del contribuente. Nei primi 4 mesi del 2009 gli aerei hanno volato 1819 ore, mentre nel 2008 c’erano state 636 ore di volo. A maggio ci sono state centinaia di missioni vip con Airbus e Falcon impegnati fino ai limiti tecnici, e al ministero della Difesa dicono che se continua così a fine 2009 gli Stakanov del jet presidenziale potrebbero arrivare a bruciare oltre 5600 ore a spasso tra le nuvole. Più di 15 ore al giorno. Niente di importante, si spendono appena 180 mila euro al giorno, un’inezia. Si potrebbe volare anche con i voli di linea, magari addirittura con l’Alitalia dei patrioti dell’italianità. Ma che c’è di male a usare i voli militari? E’ più bello, più piacevole. E poi c’è più intimità. Pare che Berlusconi e Apicella facciano dei gradevolissimi concerti a bordo, mentre le amiche di Noemi ballano la Paranza e Marcello Dell’Utri serve il gelato alla panna assieme a Fede. Deve essere davvero piacevole, volare a spese dei contribuenti mentre si tagliano i soldi per i precari, per le scuole per gli ospedali, cantando, ballando e ogni tanto – chi ce la fa – facendo l’amore. Ma che male c’è? In fondo, siamo o non siamo un popolo di cantanti?

Buon tutto!

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