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Da un po’ di tempo si parla spesso di sprechi. Sprechi “pubblici”: soldi succhiati dalla casta, appalti truccati, auto blu. O più semplicemente, soldi che vengono spesi troppo allegramente. Tanto, si dice, non sono i “loro”. Però non ci si interroga mai se siamo tutti davvero senza peccato.

LO SPRECO NELLA MENSA – Il sindaco di verbania, Marco Zacchera, un ex An ora del PdL, ha raccontato cosa si è trovato di fronte in uno dei suoi periodici giri di “ispezione” nelle mense scolastiche della sua città. A proposito di una delle sue ultime ispezioni ha scritto qui : “Quando i ragazzi sono tornati in classe lo stato della sala non solo sembrava un campo di battaglia, ma si potevano notare una gran quantità di panini appena sbocconcellati come tante fette di torta (buonissime) avanzate dopo un rapido assaggio. Qualcuno si era perfino divertito con le punte della forchetta a forare il index.8 Sacrifici  pubblici, sprechi privaticoperchio dei budini-monodose che quindi, pur non usati, andavano buttati.” In questo caso, quindi, non si tratta di un politico corrotto, di un imprenditore “furbetto” o di un funzionario distratto o di un dipendente fannullone. Ma di ragazzini che crescono senza rispetto per nessuno. Convinti che lo spreco sia cosa normale.

UN’AMARA RIFLESSIONE – Continua il sindaco del PdL: “Resta la consapevolezza che per questi cittadini ormai prossimi a diventare adulti il senso del sacrificio non esiste. Constato, non giudico: sarà colpa delle famiglie, della scuola, della società, delle istituzioni… Fatto sta che i nostri figli (o nipoti) crescono troppe volte così, sedotti da ideali che non reggono, abituati allo spreco senza minimamente rendersi conto di come sia dura la vita per centinaia di milioni di loro coetanei in tante parti del mondo e quindi senza neppure provare la gioia e la felicità del godere quello che hanno”. E’ una riflessione amara, ma molto veritiera. Viviamo in una società dello spreco: lo testimoniano le tonnellate di rifiuti, di cibi non consumati buttati via, di un uso non sempre attento delle auto, dell’energia elettrica. E di molto altro. Ma mentre siamo pronti a gridare – giustamente – allo scandalo per un uso disattento del denaro pubblico non prestiamo attenzione ai nostri comportamenti “privati”

SOBRIETA’ PUBBLICA E PRIVATA – Certo, si obbietterà, non è la stessa cosa: un conto è sprecare denaro che non è il nostro, ma di tutti: come nel caso della spesa pubblica. Un altro è buttare via cose che ci appartengono. Mica tanto giusto, però. Come dice ancora il sindaco di Verbania: “Interroghiamoci sui cattivi esempi che diamo e se non sia il momento che tutti – ma proprio tutti – ci si imponga una seria riflessione su questi argomenti, perché la crisi la si combatte tagliando gli sprechi, ma anche insegnando uno stile di vita più sobrio, rispettoso, economico. Forse quando si parla tanto di crisi e della necessità di fare “tagli” per contenere la crisi economica e finanziaria dovremmo anche ricordarci di queste cose.” Sarà pure un po’ moralista, ma è davvero difficile non essere d’accordo.

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Dopo la sberla elettorale di Venezia, qualche sberleffo interno e memorabili “incomprensioni” con Tremonti, Renato Brunetta finalmente torna a farsi sentire e parte all’attacco delle auto blu. Ma non con la furia iconoclasta riservata a quei fannulloni dei dipendenti della Pubblica amministrazione. Eroe popolare all’incontrario, forte con i deboli e debole con i forti, il nostro si affretta a spiegare di aver voluto censire le auto blu italiane non per tagliare sprechi e spese inutili ma solo per “fare chiarezza sulla questione delle auto della Pubblica Amministrazione, contrastando leggende metropolitane spesso propagandate senza statistica metodologica”.

Le auto blu non sono 600 mila, come si è detto sulla stampa, ma appena 90 mila. Anzi 10 mila blu blu per i politici, 20 mila blu per i dirigenti e le altre “grigie”, a guida libera per le missioni e i dipendenti, dice il signore dei tornelli. E’ un monitoraggio adffidato al Formez, che ci dice anche che il costo di queste auto nel 2009 avrebbe sfiorato 88 milioni di euro, e il personale impegnato è stato pari a circa 40 mila unità. Piccolo insignificante dettaglio: gran parte delle amministrazioni consultate non ha ancora risposto. I risultati presentati oggi rappresentano le stime sul parziale di 2.221 centri (il 26%) sulle 9.199 amministrazioni consultate.

Ma il ministro non intende fermarsi a questo già utilissimo sondaggio, del quale ci piacerebbe sapere se e quanto è costato all’erario. Brunetta promette infatti nuove regole contro l’abuso dei lampeggianti sulle auto blu. “Sto cercando di riscrivere una regolazione per questi bulbi luminosi che disturbano la popolazione. Vogliamo capire, ha aggiunto, chi ha diritto a usare i lampeggianti e chi no”.

Nel mentre combatte questa fondamentale battaglia, ci piacerebbe sapere se ha intenzione di spiegare i motivi per i quali non ha battuto ciglio quando la “sua” riforma della PA, quella che doveva premiare i bravi e bastonare i fannulloni, millantata come capace far risparmiare 20 miliardi di euro all’anno nei documenti di finanza pubblica del 2008, è stata praticamente abrogata in quattro e quattr’otto dal decreto legge sulla manovra finanziaria. Un altro avrebbe detto: va bene, ragazzi, torno a fare il professore. Ma lui no, è troppo impegnato a limitare l’uso dei lampeggianti della auto blu: questa sì che è una riforma urgentissima.

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Adesso di anni ne sono passati 5. Il tempo vola. Sono 1.825 giorni. 43 mila ore che non ti vedo, non sento la tua voce. 2,6 milioni di minuti, 157,7 milioni di secondi che ti penso e che mi manchi. No, amore mio, stai tranquillo: neppure stavolta parlerò a chi passa da queste parti per caso dell’assurdo senso di vuoto che provo ad ogni passo di questo arrampicarsi nei piccoli dispiaceri e nelle piccole gioie quotidiane dell’esistenza. So bene che non interessa a nessuno. Mi basta ricordare anche quest’anno che tu  sei il mio pensiero felice. Ieri, oggi, domani, sempre. Lo so che nessuno può capirlo. Neppure chi dice di farlo. Eppure, ogni volta che la stanchezza prende il sopravvento, ogni volta che la vita con le sue pieghe dolorose  noiose e a volte allegre mi chiama, continuo a sentire la tua voce che canta nel vento,  rivedo i tuoi disegni colorati  affastellati sul tavolino. Non posso nascondertelo: quando ripenso al tuo sorriso di bimbo rapito troppo presto dal vento piango. Ma quando il dolore mi prende allae spalle mentre faccio finta di preoccuparmi del tempo che vola via e la voglia di urlare si fa più forte, rivedo te. I tuoi occhi muti di rimprovero. E il pianto diventa riso e la tua assenza che pesa sul cuore come una montagna diventa leggera come la piuma di un uccellino uscito dalla gabbia. Tu, piccolo usignolo che non smette di cantare neppure ora, che da un tempo che comincia a sembrare infinito è scesa sul mio cuore la notte più nera. Sorrido, con il tuo stesso sguardo. Perché da te – proprio da te – ho imparato che dopo la notte arriva il giorno. E così, anche se so che non c’è niente da capire, anche se mi è chiaro che questa vita non ha un senso e che viviamo in un mondo senza memoria e senza amore, anche qui, in qualche modo, riescono ad arrivare gli angeli. Anche adesso che l’estate non sembra più estate, sono qui. Camminano accanto a noi, tra me e te separati per sempre da un velo opaco che gli altri non possono e non vogliono vedere. Accanto a me – lo so che lo sai – c’é  un Angelo che sorride inconsapevole ai miei sguardi gonfi d’amore. Anche lui cammina accanto a noi, e presto gli parlerò di quelle foto, di un piccolo bambino che era un grande uomo. Caro amore mio, mentre la mia sera s’avvicina sempre più in fretta, io  continuo a camminare, con tanta stanchezza nel cuore ma con la voglia – ancora per un po’ – di cantare. Perché so che mi ascolti. E anche se il tuo canto talvolta mi fa male io riesco ancora a sentirti, anche da qui.

Ciao, figlio mio. Se vuoi, quando vuoi, come vuoi, io sono qui.

Con infinito amore, papà.

 

“Voglio trovare un senso a tante cose anche se tante cose un senso non ce l’ha”

(Vasco Rossi)

Se fossimo stati ancora nel 1982 sarei stato uno dei 500 mila ragazzi che ieri hanno affrontato la prova d’italiano all’esame di maturità. E avrei trovato la traccia sul ruolo dei giovani nella storia e nella politica. Anche io, come la ministro Gelmini avrei fatto “quello”. Sorpreso per la citazione di un discorso di Mussolini. E non tanto la scelta del responsabile di un ventennio di dittatura, dell’abolizione delle libertà fondamentali, delle leggi razziali, della tragedia della guerra accanto al nazismo di Hitler, stonata accanto a persone come Moro e Giovanni Paolo II.

Ma sorpresa soprattutto per la scelta di “quel” discorso di Mussolini: l’intervento in Parlamento del 3 gennaio 1925. Il “discorso sul delitto Matteotti” con cui il duce di fatto rivendicava quell’assassinio e il fascismo, dopo la crisi apertasi con l’assassino del deputato socialista, si consolidava come regime e diventava compiutamente una dittatura. All’interno del quale risuona la tragica eco di “quel” passo inserito nella traccia: “se il fascismo non è stato che olio di ricino e manganello, e non invece una passione superba della migliore gioventù italiana”.

La “meglio gioventù” del fascismo era quella che marciava su Roma, bruciava i libri per strada, riempiva di botte ed olio di ricino gli oppositori. Tra i tanti, oltre a Giacomo Matteotti, i fratelli Rosselli, Antonio Gramsci e Piero Gobetti. Piero Gobetti fondò la sua rivista, “La Rivoluzione liberale” nel 1922, quando aveva 21 anni, e scrisse lo splendido saggio omonimo nel 1924, a 23 anni. Morì in esilio, a 25 anni, anche in seguito alle percosse, aggressioni e violenze più volte subite in Italia – dove si ostinò a restare da perseguitato – perché soffriva di scompensi cardiaci.

Piero Gobetti nel saggio “La Rivoluzione liberale” aveva scritto che “il problema italiano non è di autorità, ma di autonomia: l’assenza di una vita libera fu attraverso i secoli l’ostacolo fondamentale per la creazione di una classe dirigente, per il formarsi di un’attività economica moderna e di una classe tecnica progredita”. Quella classe dirigente che porta, oggi come allora, persone da poco a grandi responsabilità: capi del governo e ministri per l’Istruzione.

Piero Gobetti scrisse nel famoso articolo “Lettera a Parigi” pubblicato il 18 ottobre 1925, pochi mesi prima di morire, che “bisogna amare l’Italia con orgoglio di europei e con l’austera passione dell’esule in patria per capire con quale serena tristezza e inesorabile volontà di sacrificio noi viviamo nella presente realtà fascista”. La stessa passione e lo stesso amore con cui i ragazzi del 2000 devono ancora ostinarsi ad amarla oggi, nonostante questa gente che – indegnamente – la rappresenta al governo e in Parlamento.

Questo avrei scritto, su quella meglio gioventù di allora. In quest’Italia senza memoria che affoga per colpa di una classe dirigente che si crogiola nella sua ignoranza storica e nella sua mediocrità politica, affogando il futuro della migliore gioventù di oggi. Lo avrei scritto se fossi stato seduto su quel banco, come nel 1982. Ma non siamo più nel 1982. E almeno, quell’anno lì, abbiamo vinto i mondiali di calcio.

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“Le manovre di aggiustamento dei conti pubblici non possono basarsi esclusivamente sui tagli di spesa. Può essere necessario anche aumentare le tasse”. Non l’ha detto un ultrà dell’estrema sinistra, ma Pier Carlo Padoan, vice segretario generale e capo economista dell’Ocse. Un’ovvietà che in un mondo dove occorre spesso puntualizzare l’ovvio sembra una battuta rivoluzionaria. Che non a caso è passata nel silenzio generale. Invece sarebbe il caso di rifletterci.

In molti paesi europei, anche se non è stato messo in rilievo, questi ritocchi ci sono già stati o sono in procinto di essere varati: in Gran Bretagna, dal conservatore Cameron. In Germania, dalla conservatrice Merkel. Si è aumentata o si sta per aumentare l’aliquota massima dell’imposta sul reddito. In Italia, dove è di moda la mistica del “non metteremo le mani nelle tasche dei cittadini”, scriverlo pare una bestemmia. Da noi tra l’altro più che un aumento delle aliquote basterebbe recuperare un po’ della scandalosa evasione fiscale, almeno 120 miliardi di euro, 5 manovre finanziarie come quella attuale.

Intendiamoci, tagli alla spesa pubblica sono sempre possibili, le sacche di spreco non mancano e non solo in Italia. Ma se fossero eccessivi finirebbero per mettere eccome le mani nelle tasche dei cittadini: in quelli dal reddito medio basso, ed avrebbero così un effetto recessivo, molto di più di manovre sul versante delle entrate. Stavolta equità e crescita potrebbero andare a braccetto. Molti economisti hanno stigmatizzato il fatto che la bolla finanziaria all’origine di questa crisi fu creata – guarda caso – per sostenere la domanda del ceto medio americano in un paese dove decenni di politiche “neoliberiste” avevano aumentato le disuguaglianze. Le manovre depressive non servono: se i ceti medi soffrono, difficilmente le economie riprenderanno fiato, a parte fiammate di breve durata.

C’è poi un ragionamento per così dire ideologico, da sfatare una volta per tutte: privato non è sempre bello, pubblico non è sempre spreco. Lo dice il buon senso, oltre che uno come Padoan, che di certo non può essere iscritto a leader della sinistra mondiale. Quindi, affrontiamo il tema: per risollevare le economie europee e quella italiana in primis – impresa comunque piuttosto complicata – ci vogliono i tagli di spesa (dove servono e come servono) ma anche aumenti di entrata (dove servono e come servono). Chiunque affermi il contrario, Berlusconi in testa, ha torto.

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Aspettavamo il sostituto di Claudio Scajola come ministro per lo sviluppo economico. Con la crisi, i fondi per lo sviluppo e la ripresa da gestire. Invece dal cappello a cilindro il mago Berlusconi ci ha regalato Aldo Brancher, bellunese ex sacerdote e poi manager Fininvest, suo fedelissimo e uomo di raccordo tra il Pdl e la Lega nord. Ministro per l’attuazione del federalismo.

Ministro de che? Già c’è il ministro per i Rapporti con le Regioni Raffaele Fitto. Poi c’é il ministro per la semplificazione Roberto Calderoli che si occupa di federalismo a tempo pieno: ha firmato persino la legge delega che porta il suo nome. E poi c’è il senatur in persona, Umberto celoduro Bossi, ministro delle Riforme per il Federalismo. Che poi sarebbe quello seppellito – Formigoni dixit – dalla manovra prefettizia di Tremonti. Una tripla anzi quadrupla poltrona. Di cui si capisce immediatamente l’utilità. Un capolavoro.

Si chiedono sacrifici ai cittadini. Si parla di sprechi. Si dice di voler tagliare i costi della politica. Ed ecco un ministro nuovo di zecca: se ne sentiva davvero la mancanza. Un ministro dal brillante passato: arrestato ai tempi di Tangentopoli e attualmente imputato nell’ambito del processo Antonveneta con l’accusa di appropriazione indebita perché avrebbe ricevuto versamenti in contanti da Giampiero Fiorani, er furbetto del quartierino. Processo mai decollato perché le udienze vengono rinviate a causa di legittimi impedimenti del neo ministro. Che adesso, c’è da scommetterci, aumenteranno.

Aridatece Scajola. Per favore.

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Ha la barca più bella dei Caraibi, la villa alle Bermuda, la villa ad Antigua. Potrebbe godersi la vita. Potrebbe riempirsi il tempo di vacanze, belle donne, canzoni con chitarra e mandolino. Potrebbe vivere come a noi comuni mortali non è concesso neppure nel più impossibile dei sogni. Stiamo parlando – lo avrete capito – di Silvio Berlusconi, e delle dichiarazioni riportate in un articolo accorato di Salvatore Dama su Libero. Libero 17 06 10 Perché Berlusconi resiste e non se ne vaE invece, che fa? Anziché godersi gli anni – speriamo tanti – che ancora gli restano, si è fatto impantanare nello stillicidio del governo: mediare con Formigoni che gli rompe le palle per la manovra finanziaria, Bossi che prima gli intima di fare un passo avanti e subito dopo fa lui due passi indietro. Tremonti che gli scrive la manovra senza neppure consultarlo e non perde occasione per tentare di fargli le scarpe. E questi sono gli amici.

Poi ci sono l’opposizione che – non si sa perché – si oppone, i giornali che pubblicano le notizie, Fini che gli tende una trappola al secondo anche se non prenderebbe neppure un voto, quel comunista del presidente della Repubblica che si ostina a mettersi di traverso, quei giudici impiccioni che vogliono ascoltare le conversazioni dei potenti birbaccioni. E lui, poveretto, non può né governare né campare tranquillo. Un onnipotente, unto dal signore, ma – dice lui – senza poteri. Un principe senza scettro. Per forza che poi, nonostante il grande amore che nutre per l’Italia e gli italiani, ogni tanto sbotta e si domanda, “ma chi me lo fa fare”, dicendo “torno a fare l’imprenditore o me ne vado in pensione”.

Già, perché Berlusconi non va in pensione? In fondo, i cimiteri sono pieni di gente indispensabile, e fare il nonno è sicuramente meglio che rompersi le scatole con questi omuncoli da quattro soldi. Qualche maligno dice che non lo fa perché è da presidente del Consiglio ostacolato che le sue aziende, in crisi, hanno ripreso vigore e adesso prosperano. Perché da primo ministro imbavagliato, come viene definito sempre su Libero dal direttore Maurizio Belpietro, ha varato qualche decina di leggi ad personam che gli hanno permesso di non essere condannato in diversi processi per corruzione. Malignità di qualche inguaribile comunista, s’intende. Noi siamo sicuri che non lo fa per un solo ed unico motivo: lo smisurato amore che ha per la gente. Gente che ha fiducia in lui e sa che troverà una soluzione ai loro guai. Gente che lavora e che produce. Gente come il presidente del Milan, il proprietario di Mediaset, il papà di Piersilvio e Marina.

Pubblicato su Giornalettismo   (anche se non se n’è accorto nessuno…)

Avevamo capito che, grazie al governo Berlusconi, pungolato dalla forza propulsiva della Lega Nord, partito di lotta e di governo, grazie alla legge che porta il nome di Roberto Calderoli, grazie alla grande vittoria alle regionali dei cavalieri Cota e Zaia, eravamo entrati nel paradiso del federalismo fiscale. Poi però è arrivata la manovra “prefettizia”, varata senza neppure consultare le regioni e le autonomie locali, in palese violazione proprio della legge Calderoli.

Una manovra che scarica il peso dei tagli di spesa pubblica per il 50% sulla finanza regionale, responsabile di appena il 7% della spesa complessiva al netto della spesa sanitaria. Senza contare che una parte dei tagli lineari previsti per i ministeri sarà scaricata indirettamente sulle regioni, come nel caso dei trasporti e della non autosufficienza. Che taglia in modo uniforme le risorse per tutte le regioni, colpendo di più chi ha già risparmiato in passato e non ha più nulla da tagliare, premiando chi finora ha davvero sprecato. Che taglia le risorse della riforma Bassanini, lasciando però alle Regioni le funzioni assegnate – dal trasporto pubblico locale alla difesa del suolo – senza i soldi per finanziarle, in palese violazione della Costituzione.

Questo paradiso federale somiglia tanto ad un inferno centralista. Le regioni sono in rivolta. Se n’è accorto persino Formigoni, che ha detto che questa manovra seppellisce il federalismo e viola la Costituzione italiana. Sarà in malafede pure lui, perché i cavalieri del federalismo, i due governatori leghisti Cota e Zaia, si preoccupano d’altro: inno di Mameli, uso dei dialetti, mantenimento della province e occupazione delle municipalizzate. Cota, come un democristiano d’altri tempi, riesce persino ad approvare il documento unitario delle regioni e poi a dire che la manovra del governo va bene. Ma forse siamo noi che ancora non abbiamo capito. E’ questo il vero federalismo: quello dei forchettoni in salsa padana.

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I bambini. Il futuro dell’uomo. Tutti li amiamo, o almeno diciamo di amarli. Li copriamo d’amore, o almeno di regali, di cose: merendine, vestiti, vacanze, biciclette, viaggi, giocattoli. Quest’ingorgo d’amore, questa bulimia di oggetti, ormai lo sappiamo, si mangia il loro futuro: sprecando energia, risorse naturali, riempiendo il pianeta di rifiuti biodegradabili. Ma non importa: qualcosa si troverà per risolvere questo problema. E se non si trova, pazienza.

Ma questo presente che non guarda al futuro sta uccidendo anche il presente di molti di questi bambini, di questo futuro dell’uomo. In quei giocattoli che fanno sorridere i bambini di questo piccolo pezzo di mondo spesso c’è lo sfruttamento di milioni di bambine e di bambini.  Stop Child Labour – School is the best place to work, una campagna internazionale, ricorda che ci sono 215 milioni di bambini il cui lavoro è sfruttato e 115 milioni esposti a lavori rischiosi e alle peggiori forme di sfruttamento, tra cui quello sessuale.  In tutto, 306 milioni di bambini e bambine, ragazzini e ragazzine, quasi la popolazione dell’intera Europa. Strappati alla scuola, all’educazione e alla speranza di un futuro. Cifre impressionanti che non trovano spazio nei media e nell’attenzione della gente.

L’indifferenza verso questi temi non stupisce. Forse è colpa di questi tempi veloci, persi dietro ad un presente fatto di miliardi di piccole cose insignificanti. Ma forse c’è anche una lucida consapevolezza: è meglio voltare la testa dall’altra parte, perché se ci pensiamo bene tutto sommato questo sfruttamento di bambini e bambine ci fa comodo: è grazie a loro se quel giocattolo, quella t-shirt, quelle scarpe da tennis all’ultima moda sono tanti, belli, colorati e non costano poi tanto. Non importa che il loro posto sia sui banchi di scuola. Quei bambini dall’innocenza rubata sono un “danno collaterale”, necessari a quel piccolo pezzo di mondo che si mangia il presente e il futuro dell’uomo con bulimica voracità, mentre il presente di 300 milioni di quel futuro è fatto di stenti, botte, stanchezza ed occhi persi nel vuoto.

In questo grasso e pazzo mondo, che si nutre di disuguaglianze inaccettabili a meno di non voltare la testa dall’altra parte, continuiamo a rubare il presente al futuro dell’uomo. Far finta di non vedere questi bambini sperduti che vagano soli. Perché un bambino sa cos’è la solitudine, e forse per questo s’inventa una rosa, una stella su cui ammirare 43 tramonti in un giorno. E quei 300 milioni continuano a vivere, senza volare. In un mondo di grandi aggrappati ad un fatuo presente, astiosi ed indifferenti.

Tutti i grandi sono stati bambini, una volta. Ma pochi di essi se ne ricordano. Forse perché preferiscono voltare la testa dall’altra parte.

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Dopo i tagli ai supermanager pubblici e le farneticazioni sugli ingaggi ai calciatori, guarda caso dopo la sparata di Berlusconi a Ballarò contro Giovanni Floris, reo solo di avere fatto un po’ di normale informazione, ecco l’attacco ai conduttori Rai. D’ora in poi nei titoli di coda dei programmi ci dovranno essere i soldi presi da conduttori e cronisti, e i compensi di ospiti e opinionisti. Per la trasparenza. D’altronde c’era già – alla faccia della tutela della privacy – l’obbligo per tutti i dirigenti della Pubblica amministrazione di rendere pubblici i loro stipendi.

A parte il fatto, come osserva qui phastidio, che queste norme dal profumo di trasparenza sembrano fatte apposta per fomentare quell’invidia sociale di cui spesso si lamenta Silvio Berlusconi, e che sarebbe bene allora pubblicare anche il “rendimento” della trasmissione, ovvero i ricavi pubblicitari che da essa derivano, non c’è niente di male. Non è, come dicono alcuni, una “gogna mediatica”. Questa è un’operazione trasparenza. E noi siamo per la trasparenza.

Solo che, al contrario di altri, lo siamo sempre. Non si capisce perché, il diritto alla privacy dei potenti intercettati sia più importante della “trasparenza” per i cittadini di sapere cosa si dicono, ovviamente se la cosa ha una rilevanza “pubblica”. Farneticando di trasparenza, non si capisce perché non rendere pubblici – ad esempio, obbligando la loro affissione sulle vetrine dei negozi o allegate alle fatture emesse – le dichiarazioni dei redditi di molti commercianti, imprenditori, avvocati, notai che dichiarano redditi da fame e girano con la Ferrari. L’interesse pubblico c’è: darebbe una bella mano – altro che il federalismo! – alla lotta all’evasione fiscale.

Invece no: trasparenza sì, ma a corrente alternata. O pura demagogia. Se non è la scusa per regolare i conti con qualche conduttore scomodo, di certo è un altro bel modo per gettare polvere negli occhi dei cittadini sul fallimento di due anni di governo dell’economia. E di anni di aumento delle disuguglianze a cui si aggiunge una manovra che taglia ai poveri per non mettere le mani nelle tasche dei ricchi. L’Italia merita di meglio.

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