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I due medici di Messina, quelli della lite in sala parto. Pensi che può succedere. A chi non capita di avere colleghi che ti stanno sulle balle? Certo, ma per un medico dovrebbe essere diverso. Ma la cosa che lascia più perplessi, non è il vergognoso litigio davanti ad una donna che sta per partorire. E neppure le disastrose conseguenze, anche perché andrà accertato che tra le due cose ci sia un nesso. Senza dimenticare che c’è un bambino la cui vita potrebbe essere stata gravemente compromessa dall’emoragia della madre.

Ma, anche ammettendo che la lite non c’entri nulla con la tragedia successiva quello che proprio non si capisce è il continuare a polemizzare tra loro, attraverso i giornali, anche adesso, a freddo.  Dopo che il fatto è accaduto. Qualunque sia la vostra responsabilità, ma non vi sembra sia il caso di tacere e di interrogarvi sulla vostra etica, sulla vostra deontologia, sulla vostra umanità?

Ippocrate si rivolterebbe nella tomba. E anche noi, pure se siamo vivi.

Buon tutto!

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Per il sud c’è un piano. Lo avevano detto Tremonti e Fitto prima della pausa estiva nel corso della conferenza stampa in coda al CIPE. Lo ha scritto Berlusconi nel programma d’agosto, quello per mettere con le spalle al muro i finiani. E adesso lo ribadisce lo stesso Fitto. 100 miliardi di euro. Un piano monumentale.

UN ANNO DI ANNUNCI – Di un piano straordinario per il mezzogiorno il governo aveva già parlato un anno fa. Dopo che Gianfranco Micciché aveva minacciato di fondare un Partito del sud, prima delal diaspora che ha portato alla rottura della maggioranza in Sicilia, Berlusconi aveva annunciatoOra stiamo lavorando con i ministri delle Infrastrutture, dello Sviluppo e dell’Economia, dell’Ambiente e delle Regioni per mettere a punto un Piano innovativo per il Sud”.  Poi il Piano era slittato a marzo 2010, poi era stato annunciato per giugno un Piano da 250 miliardi di euro. Poi c’è stata la già ricordata conferenza stampa di Tremonti e di Fitto, e siamo arrivati ai giorni nostri. Molti annunci, per un governo che si autodefinisce del fare. Ma poco importa. Ammettiamo che sia la volta buona. D’altronde, “Piano piano si fece Roma”, no?

CHI VA PIANO NON FA IL PIANO – Stavolta, Fitto dixit, ci siamo. Con la Delibera Cipe del 30 luglio scroso si sono fatte tutte le ricognizioni, e sono uscite risorse ingenti. Ma di quali risorse parla il ministro Fitto? Secondo lui, al Piano dovrebbero essere destinati i 22 miliardi rimasti alle 8 regioni meridionali dopo i ripetuti scippi del governo nazionale, a cui si aggiungono i 18,5 miliardi destinati, sempre per il sud, alla gestione ministeriale. A questi andrebbero aggiunti i 31,5 miliardi dei Programmi regionali finanziati con i soldi dell’Unione europea. E siamo a 72 miliardi. Che, per inciso, non sono risorse nuove. Ma risorse già previste per il mezzogiorno, inserite in programmi già approvati dall’Europa o presentati da mesi allo stato nazionale, che con sapiente melina non li ha ancora approvati. Per i quali, insomma, quello che serve è non la ri-programmazione, ma l’attuazione. E gli altri 30 miliardi di euro? Qui entriamo nella pericolosa spirale del contenzioso in atto da due anni tra il governo più federalista del mondo e le regioni. Sono soldi da anni disponibili per le 8 regioni meridionali, o perché derivanti dalla precedente stagione comunitaria o dai soldi del vecchio FAS 2000-2006. Su cui però non c’è accordo. Per Fitto sono risorse mai utilizzate o di dubbio utilizzo, ma per le Regioni sono risorse su cui in parte esistono impegni giuridicamente vincolanti assunti con terzi, sotto forma di bandi per le imprese o progetti infrastrutturali già approvati o in corso di esecuzione. Una materia spinosa, su cui lo stesso Fitto ammettequalche contrasto”. Ma sia come sia, il dato di fondo è un altro. Lo Stato riprogramma risorse già esistenti e in gran parte già programmate.

UNA STORIA GIA’ VISTA, ANZI PEGGIO – Perché, come ha detto Tremonti, “le risorse disponibili troveranno adeguate forme di impiego. Non saranno disperse in mille rivoli, come è avvenuto finora, ma concentrate su opere fondamentali per il Sud’‘. Il nuovo piano per il Mezzogiorno, ha riferito Tremonti, prenderà forma a ‘’settembre-ottobre” quando ”apparirà in forma diversa una serie di strumenti nuovi coordinati da Palazzo Chigi’. Più che un Piano, un furto. Lo spiega bene il Presidente della regione Basilicata, Vito De Filippo: “Dopo aver utilizzato i Fas come il bancomat per finanziare varie altre attività, il governo ora ha deciso di svaligiare direttamente la cassa, mettendo su un tormentone estivo fondato su approssimazioni e malevole inesattezze che mira ad accreditare le Regioni come incapaci di spendere quei soldi’‘. In pratica, il Piano per il Sud rischia di essere un vero e proprio esproprio di risorse a danno delle Regioni, giustificato dalla loro “inefficienza” nel programmare e nello spendere le risorse stanziate. Ma le cose stanno davvero così? A dispetto dell’evidenza – ovvero di percentuali di realizzazione effettivamente modeste – sembra proprio di no. Per molte ragioni.

DUE PESI E DUE MISURE – L’obiettivo di disincagliare i fondi bloccati è sacrosanto. Ma Fitto e Tremonti non spiegano come mai, quando le Regioni hanno proposto la costituzione di un fondo unico alimentato dalle risorse regionali e nazionali provenienti dalla ricognizione sul mancato utilizzo da impiegare mantenendo il vincolo della destinazione territoriale con l’intesa in Conferenza-Stato Regioni, il governo ha detto di no. E non chiariscono perché come ricorda ancora Vito De Filippo, “si accanisce a verificare le percentuali di realizzazione per revocare quanti più fondi possibili alle Regioni, mentre a livello di Ministeri e direzioni centrali si accontenta di verificare l’esistenza dei soli impegni di spesa a cui, spesso, non è seguita alcuna attività”. La capacità di spesa risulta essere un vincolo per la riprogrammazione dei fondi solo quando l’incapace non risiede a Roma. E la melina che il Cipe fa da due anni con ttute le regioni, anche quelle “efficienti del centro nord, sui fondi Fas, mai sbloccati? E le risorse accantonate per il Fondo infrastrutture, Fondo ammortizzatori sociali e Fondo economie reale scippate, come abbiamo già raccontato qui, dai fas regionali e ricondotte alla gestione di palazzo Chigi di cui non risultano progetti approvati dopo più di un anno?

MEGLIO LE GRANDI OPERE? – Ma c’è dell’altro. Oltre che essere un gigantesco esproprio di risorse dal livello regionale a quello centrale, giustificato solo in parte dall’inefficienza delle regioni meridionali, questo nuovo piano rischia semplicemente di vanificare gli sforzi di programmazione sin qui fatti e di farci persino perdere le risorse di Bruxelles. E già, perché se le risorse nazionali – ammesso che ci siano – del Fas possono essere spese più o meno quando ci pare, quelle dell’Unione europea sono soggette al capestro del cosiddetto disimpegno automatico. Quello che gli stessi Fitto e Tremonti fanno valere come giustificazione per “commissariare” i programmi regionali. Ma l’utilizzo di quei fondi dovrà passare per i defatiganti negoziati con i funzionari della Commissione europea, che dovranno vagliare i nuovi interventi proposti, stabilirne la coerenza con le regole europee e con i programmi regionali già approvati. Cose che, come sa bene chi si occupa da vicino di questi “adempimenti burocratici” possono portare via mesi. E nel caso di una riprogrammazione monumentale come quella che s’annuncia, anni. Senza contare che, poi, le grandi opere vanno attuate. E nulla lascia pensare che – senza interventi sull’organizzazione della Pubblica amministrazione, delle regole per gli appalti pubblici, dei meccanismi di erogazione degli aiuti alle imprese, cose davvero necessarie – l’attuazione di questo nuovo Piano sia più semplice e più rapida di quelli regionali in ritardo. Rischiando che la montagna del Piano per il sud partorisca il topolino della non spesa di risorse cruciali. E il loro ritorno a Bruxelles. Un bel piano, non c’è che dire.

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Le analisi della Corte dei Conti recentemente pubblicate mostrano il crescente peso del debito da parte degli enti locali: per i comuni siamo ormai a oltre 70 miliardi di euro, una cifra che supera persino il totale delle loro entrate correnti. E che, accompagnandosi ad un costo del debito spesso superiore al “risultato economico” delle amministrazioni municipali, mette a rischio di dissesto finanziario diverse amministrazioni.

La tentazione di dare la colpa a sindaci e assessori che hanno utilizzato oltre ogni limite la facoltà loro concessa di indebitarsi sul mercato con la finanza creativa è forte. Forse in parte giustificata. Ma c’è dell’altro e di più: la politica  del iperfederalista Tremonti. Un federalismo all’incontrario fatto di tagli ai trasferimenti agli enti locali, accompagnati – tanto per gradire – dal blocco dell’autonomia impositiva. E per non farsi mancare nulla, da un patto di stabilità interno tra Stato ed Enti locali basato su tagli lineari talmente stupidi che molti sindaci veneti e lombardi lo ha sistematicamente denunciato, perché strangola chi ha razionalizzato e agevola chi ha continuato a spendere.

A questi capolavori di centralismo ora si cerca di rimediare con i decreti attuativi che istituiscono l’imposta municipale unica, che però rimandano le vere decisioni sulle cifre ad altri decreti che – con questi chiari di luna della politica – chissà quando e soprattutto se verranno: Ma che non toccano la vera ciliegina sulla torta: la famigerata abolizione dell’Ici sulla prima casa, confermata di fatto con l’esenzione prevista anche dall’Imu.

Scelta certamente pagante elettoralmente ma che – come nota Gilberto Muraro su La voce.info, “ci differenza dal resto del mondo, trasformando un’estesa minoranza di cittadini in non contribuenti, i quali avranno tutto l’interesse a chiedere più spesa comunale, che altri pagheranno” Che, per chi non lo sapesse, è l’esatto contrario della coincidenza tra elettore, contribuente e beneficiario di spesa pubblica. Ovvero il principio cardine del buon funzionamento del federalismo fiscale.

Il trend è quindi probabilmente destinato a proseguire, a meno di una sterzata davvero federalista che non sembra all’orizzonte. Anche perché, proclami demagogici a parte, l’esperienza insegna che i dissesti dei municipi vengono coperti prima o poi dal governo nazionale. Per evitare i rischi di bancarotta i comuni hanno sin qui usato anche la svendita del territorio, l’edificazione selvaggia fatta solo per far cassa. Sempre più difficile, con la crisi dell’immobiliare. Ma forse la “quadra” i comuni la troveranno. Con il federalismo demaniale: uno scempio annunciato, dove si valorizzano ad esempio le cime dolomitiche a prezzi di saldo, trasferendone anche la “proprietà” agli enti locali (ma non erano patrimonio dell’umanità?) che potranno, appunto, “valorizzarli”. Vengono i brividi, a pensarci.

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23 agosto 1927. Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti, finiranno la loro esistenza su una sedia elettrica. Accusati di aver compiuto una rapina a mano armata, uccidendo due persone. Ma non è vero. Il processo è stato truccato. Nicola Sacco ha 36 anni, viene da Torremaggiore (FG). Bartolomeo Vanzetti ha 39 anni e viene da Villafelletto (CN). Sacco e Vanzetti, Nick & Burt come li chiamano tutti qui, saranno uccisi non per un crimine che non hanno commesso, ma per dare un esempio. Saranno uccisi perché sono due stranieri, due immigrati. E perché sono sovversivi. Sono dei rossi, degli anarchici. La loro vita verrà spezzata. Di loro, ai loro cari, resterà il ricordo di due brave persone, due umili italiani, un ciabattino e un pescivendolo, che partirono in cerca di fortuna e trovarono il carcere e la morte. E su loro calerà l’oblio. E’ una notte stellata qui a Charleston, nel Massachusetts. C’è una brezza leggera che accarezza dolcemente i rami. Tutto è pronto per l’esecuzione. Nick  & Burt, piccoli granelli di sabbia, saranno presto sepolti. I loro cuori smetteranno di battere. In queste ore, le loro ultime ore, scrivono, Nick & Burt. Si vedono i lumi delle loro celle accesi. Scrivono una lettera ai loro cari. Forse non ne sono del tutto consapevoli, ma stanno anche scrivendo una piccola frase, per tutti gli altri. Un piccolo scarabocchio sul grande muro bianco dell’esistenza. Una frase, poche parole, che tutti noi possiamo leggere. Oggi come ieri. E se vorranno potranno leggerla anche gli uomini che abiteranno il futuro: basterà ricordarsi di loro, della loro storia, del loro esempio. Ora sotto questo cielo muto, mentre l’ora finale s’avvicina, il pensiero va a quando Nick & Burt, partirono dall’Italia, a bordo di una nave, assieme a tanti altri. Era il  1908, Nick aveva 17 anni, Burt 20. Ricordiamoli così: due giovani cuori che battono, gonfi di speranza per un mondo migliore, più libero, più giusto, un mondo dove tutti gli uomini sono creati uguali, come dice la Costituzione degli USA, quel paese che ora li manda a morire innocenti. Giovani uomini e donne che attraversano il mare guardando le stelle brillare. Milioni di Nick & Burt che vivono, lottano e a volte, purtroppo, muoiono in questo strano sogno che è la vita. Anche sotto i nostri occhi  indifferenti e talvolta ostili. Per un futuro migliore per tutti. Here and There. Everywhere.
Buon tutto!

Here’s to you Nicola and Bart
Rest forever here in our hearts
The last and final moment is yours
That agony is your triumph!

Vi rendo omaggio Nicola e Bart
Per sempre restino qui nei nostri cuori
Il vostro estremo e finale momento
Quell’agonia è il vostro trionfo!
(Joan Baez e Ennio Morricone)

I nostri più affezionati lettori si saranno accorti che questa è la rivisitazione di un nostro vecchio post. Uno dei pochi che ci piace ricordare.

Non invitare Roberto Cota, Presidente in carica della Regione Piemonte alla festa nazionale del Pd che si terrà a Torino perché “oggetto di un ricorso sulla validità della sua elezione e quindi per evitare polemiche” è un’enorme sciocchezza. E non perché su quell’elezione non gravi più di un dubbio su alcune liste minori che si sono presentate forse “truccando” le carte. Ma perché a decidere se quell’elezione va invalidata oppure se è regolare ci penserà la magistratura, e fino ad allora Cota è il Presidente in carica.

La ritorsione di Tremonti e dei leghisti Maroni e Calderoli di non partecipare ai dibattiti a cui erano invitati per via dell’”atteggiamento antidemocratico e irresponsabile degli organizzatori perché non accettano il voto popolare e neppure rispettano le istituzioni” è una sciocchezza di uguale portata. Intanto, puzza di scuse per evitare di partecipare a dibattiti che potrebbero rivelarsi politicamente imbarazzanti in un momento tanto delicato per la maggioranza di centro destra.

Calderoli ad esempio, l’autore della legge porcata, approvata da una maggioranza che sapeva di perdere le future elezioni proprio per “avvelenare i pozzi” della democrazia a chi sarebbe venuto dopo – che ora, ironia della sorte, si trova a pagare analogo prezzo – non può certo mettersi in cattedra. E può farlo un centrodestra che qualche anno fa in Molise fece invalidare l’elezione del presidente di centrosinistra eletto dal voto popolare proprio per un vizio di forma nella presentazione di alcune liste.

Ma il discorso è un altro. Nessuno può più dare lezioni di democrazia. In quest’Italia malata di un bipolarismo muscolare in cui la delegittimazione reciproca, l’insulto, la demagogia sono diventati la regola, producendo una danza immobile di urla sterili che si specchia nel declino politico, nella crisi economica e nel deserto civile. Una deriva di cui Berlusconi porta certo una grande responsabilità. Ma che ha trovato terreno fertile in tutti i partiti e in tutti gli schieramenti. Uscire da questa trappola, come mostrano le convulsioni da fine impero della maggioranza e queste manifestazioni di stupida intolleranza rigorosamente bipartisan, sarà molto difficile.

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In questo strano Paese è spesso necessario puntualizzare l’ovvio. La storia di Gianfranco Fini cacciato dal PdL, che forse ha in qualche modo favorito il cognato nell’acquisto di una casa a Montecarlo, tiene banco su tutti i media. Oscurando totalmente la condanna in appello per mafia del Senatore del PdL Dell’Utri, o il procedimento per camorra con richiesta di arresto al coordinatore regionale della Campania del PdL Cosentino, o le inchieste su pressioni per condizionare gli incarichi di magistrati da parte della cricca della cosiddetta P3 nel quale sarebbe coinvolto Dennis Verdini, coordinatore nazionale del PdL.

E allora, puntualizziamo l’ovvio: la storia dell’appartamento di Montecarlo non è bella, ma è al massimo una bagatella, imparagonabile per dimensione e gravità alle altre, specie a quella di Dennis Verdini e del Credito Cooperativo Fiorentino di cui Verdini è stato Presidente fino a un paio di settimane fa. Ora un’ispezione della Banca d’Italia – fonte un po’ più autorevole e meno sospettabile di parzialità del quotidiano di famiglia di Berlusconi – mostra per il coordinatore del PdL un conflitto di interessi per 60 milioni di euro, evidenziando “una forte concentrazione dell’erogato per settore economico e per singolo prenditore” ovvero fidi facili concessi a costruttori amici, che hanno notevolmente contribuito a rendere molto elevata “l’esposizione al rischio del credito” della banca, mettendo a repentaglio i depositi dei clienti ignari.

Elettori del PdL, ma voi comprereste un’auto usata da Dennis Verdini? E andreste a cena con Nicola Cosentino? Perché essere di destra non è assolutamente un peccato, anzi. Ma è difficile digerire un partito che caccia Fini mentre continua ad avere come coordinatore della Campania uno su cui pende una richiesta d’arresto e come coordinatore nazionale uno che gestisce una banca in modo così “disinvolto”. Uno a cui le procure hanno trovato 2,6 milioni di euro sui propri conti personali della cui provenienza Verdini non si è disturbato a fornire spiegazioni neppure minime: altro che i portaombrelli di Fini e Tulliani!

Ai moralizzatori pelosi del Giornale, ai garantisti a senso unico di Libero, ai milioni di brave persone che voterebbero ancora il PdL, perché sono conservatori o anche reazionari, una domanda: ma se Fini si deve dimettere che dovrebbe fare Verdini? La risposta potrebbe averla il grande giornalista Vittorio Feltri. Appena ottenuta la testa di Fini potrebbe lanciare un’altra petizione popolare, proponendo Verdini – che edita l’edizione toscana del suo Giornale – come nuovo presidente della Camera dei Deputati: l’uomo giusto al posto giusto, in quest’Italia da basso impero.

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L’estate sta finendo. Anche se siamo ancora dentro il tempo sospeso di quei giorni che passano pigri e che lasciano in bocca il gusto del sale, cullati da brezze leggere che accarezzano i monti e scuotono le onde, è già tempo dei bilanci. Chissà cosa resterà di questa strana estate. Sfogliando i giornali o immersi nel web pare ne siano accadute di cotte e di crude. Scandali veri o inventati, lotta politica che diventa guerriglia di dossier, bagatellle su appartamenti monegaschi gonfiate a mega scandalo che fa scomparire dalle cronache indagini su corruzione diffusa delle cricche dagli appalti d’oro. Chiodo schiaccia chiodo.

Tutto vissuto a cento all’ora, sempre sull’orlo di una crisi di nervi. Come i trionfanti annunci di successi nella lotta all’evasione che celano il bubbone delle centinaia di miliardi di euro rubati allo Stato da furbi e furbetti,o come il pazzo clima che brucia la Russia cancellato dalla notorietà senza talento dei Corona e delle Belen. Chiodo schiaccia chiodo. Ma sia come sia, questo fiume impetuoso di notizie e di fatti, veri o inventati, scorre.

Però ques’estate raccontata dai media sembra una stanca danza immobile che scivola sotto il sole che splende più forte. Stesi al sole, o a passeggio sui monti, il frastuono del mondo sembra sempre più lontano e sembra possibile fermarsi a cercare ragioni e motivi di questa vita. Ma in un’epoca che sembra davvero fatta di poche ore il tritacarne ti risucchia. Ed ecco che le esternazioni equine della ministro Brambilla hanno più spazio delle cime dolomitiche svendute a prezzi di saldo, e gli Sms volgari di Sgarbi soffocano le inondazioni devastanti del Pakistan.

In questo strano paese da sempre alle prese con il fascino indiscreto della demagogia, fuggire dal diluvio di chiacchiere mediatiche non si sa se sia sconfinata saggezza o indifferenza senza speranza. Forse è solo la lucida consapevolezza che siamo davvero come foglie portate da una lenta brezza verso il nostro destino, granelli di sabbia spazzati dalle onde confuse del mare.

Per questo anche questa lunga estate finirà nel dimenticatoio, come le altre, via distrattamente. La cappa dell’afa viene spazzata via da un acquazzone che annuncia l’imminente autunno, gravido di nubi e di freddo, tra una crisi che non accenna a passare nonostante gli agit-prop cerchino di dimostrare che va tutto ben madama la marchesa.

Però, in questo tempo spesso distratto e pure un po’ cialtrone, una cosa resta e resterà di quest’estate di merda. La foto di un passeggino doppio accartocciato. Schiacciato in una via di Palermo dalla carambola di un’auto impazzita che corre troppo veloce senza un vero perché. Il destino spezzato dei due bambini di pochi mesi, due gemelli separati per sempre mentre forse andavano al mare, in un giorno caldo di vacanza. Uno scoppio di riso che diventa pianto e poi orrore, nel rumore di fondo dell’indifferenza di una natura matrigna e di un dio che non c’é. In un modo troppo occupato a correre verso il nulla parlando del niente.

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Luca Ricolfi su La Stampa ha parlato dei veri nemici del federalismo, identificati in Fini-Casini-Rutelli-Lombardo, contrari per la difesa di miopi interessi “meridonalisti”. Federalismo invece fortemente voluto dalla Lega nord, le cui istanze autonomiste sono state rese compatibili grazie al PdL e – in questa occasione -persino al Pd.

Ricolfi ha ragione: il federalismo è un’occasione da cogliere e non un mostro da combattere. Ed ha effettivamente molti nemici. Meno male che ha anche tanti amici, in Parlamento. In tempi non sospetti la legge Calderoli fu approvata alla quasi unanimità del Parlamento. Era un buon compromesso, anche se somigliava curiosamente al ddl del Governo Prodi fatto naufragare dalla stessa Lega nord nel 2007.  Ma si trattava di una scatola vuota, da riempire con i decreti attuativi, sciogliendone i nodi, dall’“adeguata perequazione” alla definizione del “federalismo istituzionale”, ovvero le competenze, il chi fa cosa tra i diversi livelli di governo.

Nodi che però sono rimasti tutti lì. Dopo l’approvazione della Legge manifesto, tutto il complesso meccanismo si è inceppato e le varie commissioni tecniche e politiche che dovevano riempirlo di contenuti sono rimaste ferme. Di decreti attuativi, neppure l’ombra. Mentre il codice delle autonomie, la seconda gamba del federalismo che doveva ridisegnare l’assetto istituzionale dello Stato, dalle funzioni da svolgere dai diversi livelli  di governo alla dimensione ottimale degli stessi, è sparito nel nulla.

Finché poche settimane fa dal cappello a cilindro del Consiglio dei ministri sono spuntati dal nulla i primi decreti di attuazione. Una delusione se non proprio una presa in giro:  senza dati, senza scelte, un mecanismo di rinvii ad altri decreti ministeriali e l’incarico alla Sase di elaborare i fabbisogni standard.  Chicchiere, bandierine piantate nel mare del federalismo, carta che produce altra carta.

Ma durante il governo Berulusconi-Bossi-Tremonti i fatti ci sono stati, eccome: l’abolizione dell’Ici sulla prima casa, balzello forse odioso ma anche molto federalista, il blocco dell’autonomia impositiva di Regioni e Comuni, la riesumazione di un Patto di stabilità “stupido”  con regioni ed enti locali, che con i suoi tagli lineari ha punito gli enti virtuosi e premiato gli scialaquatori. I provvedimenti “ad municipium” per il ripiano del bilancio dissestato a Roma, Catania e Palermo. Fino all’ultima manovra “prefettizia” di fine luglio, che ruba tutte le risorse del federalismo amministrativo ex Bassanini alle Regioni tra le grida di dolore di Formigoni ed Errani e il silenzio di Zaia e Cota.

Certo, ci sono state anche le richieste di traferire qualche ministero a Milano, istituire lezioni in dialetto e gli esami di lingua locale ai professori. Un bel federalismo folkloristico.  Che nasconde forse l’incapacità di realizzare un disegno tanto complesso, o che tradisce il fatto che il federalismo per la Lega nord sarà come il comunismo per il PCI, una bella utopia solo da sbandierare, perché la sua realizzazione segnerebbe la fine della ragione sociale della Lega nord. Intanto, tanto per accelerare l’attuazione del “loro” federalismo, Bossi e i suoi chiedono le elezioni.

Caro federalismo, dagli amici ti guardi iddio…

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I quattro punti che il premier sta facendo preparare per la partita a poker che si appresta a giocare con Fini vorrebbero essere il rilancio del programma di governo. Ma rischiano di apparire un bluff. Il primo, il fisco, è l’eterna promessa di Berlusconi. Mai mantenuta, neppure in tempi di vacche grasse: figuriamoci ora che il bilancio dello Stato viaggia sempre sull’orlo del precipizio, mentre persino conservatori incalliti come l’ex governatore della Fed Greenspan esortano a non tagliare le imposte per non mettere le finanze pubbliche sotto stress. E comunque, difficile mettere in difficoltà Fini su questo fronte. Direbbe sì, senza se e senza ma. La patata bollente ce l’avrebbe in mano Tremonti.

Il piano per il Sud arriva dopo due anni di scippi continui dei fondi per il mezzogiorno e dopo un anno di promesse mancate. Da quello che si è capito, sarà l’ennesimo gioco delle tre carte: riprogrammazioni di soldi stanziati ma non spesi, da concentrare i 4-5 grandi progetti anziché in quelli di piccola e media taglia. Melina pura, dato che tutti sanno che se è difficile spendere in fretta soldi per i progetti piccoli, è impossibile farlo per quelli faraonici. Ma anche qui, Fini non avrebbe problemi: i veri guai sarebbero per Scopelliti, Caldoro, Lombardo e Vendola. Perché ancora una volta, i fondi sarebbero scippati alle Regioni mettendoli sotto la responsabilità di Fitto o di Tremonti. Alla faccia del federalismo!

Già, il federalismo. Qui Fini potrebbe avere delle rogne, se non fosse che fino ad ora il federalismo è rimasto una dichiarazione d’intenti, leggi delega che sono scatole vuote e rimandano a decreti attuativi che, quando vengono emanati, sono a loro volta scatole vuote che rimandano ad altri decreti. Carta che produce altra carta, un federalismo virtuale di roboanti slogan e nessun nodo vero sciolto. Lo diciamo da tempo, ora se ne cominciano ad accorgere anche altri. E l’ostacolo sino ad ora non è stato mica Fini: la Lega che predica bene e razzola male, perché tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare, le resistenze di tutto il Pdl a sud di Bologna a partire dai governatori del Sud. Lo stesso Tremonti, che teme – giustamente – che la quadra si troverà aumentando l’autonomia fiscale a nord ma anche aumentando i trasferimenti perequativi a Sud, con un costo aggiuntivo del governo centrale di fatto insostenibile, specie in questi tempi. Pare di vederlo, Fini, sogghignare di fronte alle proposte di Berlusconi: se sono penalizzanti per il Sud, gli regaleranno valanghe di voti nel mezzogiorno. Se no, non faticherà ad accettarle: il problema sarà di Bossi, mica il suo.

Ed ecco che alla fine, l’unico vero nodo è – tanto per cambiare – la giustizia. Ma qui tutto dipende dai contenuti. Se si mette in piedi una vera riforma della giustizia, specie di quella civile, una riforma per la gente, difficile che Fini sia in difficoltà. Se invece si pensa solo alle leggi ad personam e alla difesa dell’impunibilità delle cricche, ad essere messo in difficoltà di fronte al Paese sarà più Berlusconi di Fini, che non farà altro che continuare il gioco – sin qui perfettamente riuscito – del cane da guardia della legalità.

Insomma, se queste sono le carte, il rilancio sarà un semplice bluff. Non servirà a mettere Fini nell’angolo, gli basterà andarle a vedere. Sì, ne vedremo delle belle.

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La lunga estate calda della politica in preda alla quasi crisi “virtuale” seguita alla frettolosa “espulsione” di Fini e dei suoi seguaci dal PdL sembra avere un solo vincitore annunciato: Umberto Bossi, a cui la guerra fratricida dei co-fondatori sembra aver consegnato le chiavi del governo, a braccetto con l’amico Tremonti. Come prima, più di prima.

Ma siamo sicuri che sia così? Le prospettive elettorali sembrano effettivamente incoraggianti, anche se è bene ricordare che capita a chi entra in conclave da Papa di uscire cardinale. Ma le prospettive politiche sono meno rosee di quanto non possano sembrare ora. Nell’immediato, la consistenza parlamentare di Fini dà al Presidente della Camera un potere d’interdizione che finora era esclusiva del “senatur”, e rischia quindi di “rubargli la scena”: già si parla di un patto di legislatura da siglare con Fini, e già Calderoli lo ha promosso “interlocutore”. Siano veri approcci di pace o solo schermaglie per infinocchiare Fini, ora è lui il “centro” della politica.

Ma c’è di più: Bossi due anni fa ha puntato tutto su Berlusconi per avere il suo “federalismo”. La Lega prealtro mostra di avere sul tema idee confuse, ma a Bossi serve come il pane incassare qualcosa di concreto in questa legislatura: non quei decreti attuativi che rimandano a nuovi decreti, carta che produce altra carta, ben difficile da spendere tra le genti padane. Ma cose vere: soldi, autonomia, qualcosa insomma.

Ma il sentiero ora è stretto. Se non si vota a breve, Fini può ergersi a difensore del sud o del centralismo governativo, trovando sponde sia tra i suoi ex compagni di partito sia oltre tevere e bloccargli la strada. Se invece si votasse presto, oltre a dover spiegare di essere rimasto con un po’ di mosche in mano, Umberto sa bene che è difficile con questa legge anche in caso di vittoria avere la maggioranza al Senato. E dopo una campagna elettorale durissima, sarà difficile ottenere dalle future minoranze di far passare il federalismo in salsa padana. E a quel punto al Senatur resterebbe solo tornare ad abbaiare alla luna di un’impossibile secessione. E perdere pezzi.

Complicato anche spiegare a quelli della bassa che ancora urlano “Roma ladrona” alle adunate sul Po di essersi legati mani e piedi con i difensori senza se e senza ma di Cosentino da Casal di Principe e di Verdini della cricca. Più complicato ora che gli scricchiolii di un movimento che cresce e cambia pelle, diviso tra le correnti varesotta, bergamasca, veneta e piemontese, si sentono anche a sud del Po. Per quanto si ammanti ancora di “nuovo” e continui a definirsi vicino al popolo e contro i palazzi, qualcuno potrebbe ricordarsi che Umberto sono 18 anni che promette; ma di fatti, finora, se ne son visti pochi. Prima o poi gli chiederanno il conto.

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