You are currently browsing the tag archive for the ‘disuguaglianza’ tag.

Fiumi di parole sulle tragedie dei migranti nel canale di Sicilia. Fiumi di parole e lacrime di coccodrillo. Perché, diciamocela tutta: finchè i migranti morivano in mezzo al deserto, prima di imbarcarsi sulle navi della morte, inosmma quando il “controllo dei porti”, il lavoro sporco, lo facevano Gheddafi e gli altri, a nessuno (a pochi) importava un piffero. Ma anche ora, si parla tanto, e si piange tanto, ma si fa finta di ignorare il vero problema.

migranti

Eh già. Potremo criticare le operazioni Triton e Poseidon, potremo prendercela con Renzi o con l’Unione Europea. Potremo invocare maggiore solidarietà nella gestione delll’emergenza dall’Europa, dagli USA, da chi vi pare. Potremo persino dire che servono progetti di aiuto concreto, oltre alle misure di “contenimento”. Ed avremo pure ragione. Ma fingeremo di non sapere che questi sono, e saranno sempre, palliativi.

Perchè la vera soluzione alla questione della marea montante ed inarrestabile dell’immigrazione la spiega la  Banca mondiale (non proprio un’organizzazione di educande vetero marxiste): nel Mondo ci sono 800 milioni di persone che vivono in condizioni di fame e di stenti, con meno di 1,85 dollari pro capite al giorno. Per queste persone provare a scappare dalle loro realtà e cercare fortuna in paesi più ricchi (anche se in declino, come il nostro) non è una scelta, è un obbligo. perché tutti vogliono viaggiare in prima. Anche loro.

Finchè non ci decideremo a guardare le cose da questo punto di vista – e scegliere di conseguenza una gigantesca operazione di redistribuzione del reddito tra ricchi e poveri del Mondo – tutto il resto saranno, appunto, palliativi. Accompagnati da inutili lacrime di coccodrillo.

La domanda è: siamo pronti per questo, e per ciò che significa, ovvero, mettere in discussione lo “sviluppo” economico così come lo conosciamo? Se non lo siamo (ed io temo che non lo siamo) almeno, evitiamo le chiacchiare al vento. Facendo finta che ce ne importi davvero qualcosa, o magari sperando che tornino dittatori che si accollano il lavoro sporco lavandoci la coscienza. E chissà che verrà dopo; o, se preferite, what comes neXt.

Pubblicato (anche) su neXt quotidiano

Annunci

L’Expo 2015 sarà un evento straordinario per discutere di cibo, sostenibilità ambientale, equità. E sarà una grande vetrina per l’Italia. Sabato, all’hangar bicocca, si è cominciato a discuterne nel merito. Dicono ci fosse un sacco di gente: più di 1.500 tra politici, giornalisti, esperti. Persino il Papa. E dicono che si sia discusso di tutto: del mondo che ha fame, del rischio di penuria d’acqua, di educazione alimentare, di squilbri, delle cose da cambiare. Tanti bellissimi discorsi, confronti, idee. Poi, ovviamente, è arrivato il momento del buffet.

Expo2015

Che, come si conviene in occasioni così importanti, è stato bellissimo. Fantasmagorico. Rutilante. Stupendo. I più di 1.500 si sono messi in fila e, tra un discorso e l’altro, hanno preso piatti, forchette e bicchieri di plastica e si sono abbondantemente serviti. Insomma, se so’ messi tutti a magnà. E, per la cronaca, hanno spazzolato (quasi) tutto. Perché siamo ecosostenibili, e nun se butta via gnente!

Chiedo scusa. Sarò un moralista, ma quelle scene nella mia testa si sono sovrapposte ad altre: quelle dei bambini africani denutriti in fila per un po’ di cibo, che spesso non c’é, continua a non esserci e (temo) non ci sarà neppure dopo il diluvio di discorsi, eventi, occasioni e dibattiti dell’Expo2015.

Perché, se da tempo sappiamo che il cibo che viene prodotto nel mondo sarebbe sufficiente già adesso per sfamarci (bene) tutti, se coesistono da decenni parti di pianeta in cui vivono milioni di persone denutrite (o peggio) accanto a altri pezzi di mondo con milioni di obesi, la questione dev’essere un po’ troppo complicata per esser risolta con eventi che ripetono i nostri (stanchi) riti di convegni, eventi, kermesse dove, continuando a parlare di cambiamento, tutto continua a restare sempre e comunque come prima.

Expo 2015 che sta errivando, tra qualche mese passerà. In Africa si stanno già preparando: nessuna novità. E chissà che verrà dopo; o, se preferite, what comes neXt.

Pubblicato (anche) su neXt quotidiano

Una ricerca del National Bureau of Economics ci conferma che la disuguaglianza aumenta nel mondo. Grandi disuguaglianze crescono, come dicevamo qui. La ricerca conferma non solo che esiste la disuguaglianza, e che essa aumenta (ormai lo abbiamo capito), ma che essa tende ad aumentare in modo esponenziale.

Disuguaglianza

Perché se siamo tra i fortunati ad avere un lavoro “normale” (sì, oggi per molti già questa è una “fortuna”) nell’arco della nostra vita lavorativa il nostro reddito crescerà all’incirca del 38%. Se apparteniamo alla cerchia dei “privilegiati” quei pochi che già sono (quasi) ricchi, l’aumento nell’arco della vita lavorativa sarà del 230%. Ma se siamo tra i Paperon de’ Paperoni, la crescita del reddito arriverà a percentuali del 1450%. Wow!

Dunque, non solo le condizioni di partenza non sono uguali per tutti, ma se si parte già in vantaggio si corre più veloce. E si va più lontano. Anche ammettendo che esista un livello di disuguaglianza “accettabile”, anche ammettendo che per certi versi sia un “sano” stimolo a migliorarsi, una “spinta” al progresso del mondo, così pare davvero un po’troppo: certifica la sostanziale assenza dell’ascensore sociale, e una situazione che finisce per “avvitarsi” su se stessa. Un danno per l’economia, un’ingiustizia sociale, una cosa inaccettabile.

La domanda allora nasce spontanea: ma se questo è ormai assodato, se ricerche su ricerche ce lo confermano, se brillanti economisti ne spiegano anche gli effetti perversi (ad esempio, essere la vera causa della crisi da domanda che sta attanagliando il mondo) perché il 95% delle persone – poveri, ceto medio e anche benestanti sempre più “arrancanti” – non s’incazzano davvero? No perché ci si incazza per molte questioni, anche giuste: per il lavoro che non c’é, per i politici che rubano, per la crisi che non passa, per le politiche di austerity, e via dicendo. Ma sulla crescita esponenziale della disuguaglianza ci si incazza poco, se ne parla poco; e comunque sempre “a latere”. Come se non sia la “chiave” del problema

Sembra quasi che la disuguaglianza piaccia a molti. O che ci si sia rassegnati a “subirla” senza fiatare.

Magari chissà, se c’incazziamo un po’, qualcosa finisce per cambiare. E chissà che verrà dopo; o, se preferite, what comes neXt.

Pubblicato 8anche) su neXt quotidiano

Gli italiani sono poveri: c’é la crisi, la disoccupazione, il reddito disponibile delle famiglie è sempre più basso, la quota di italiani in situazione di povertà cresce anno dopo anno. Ma no, gli italiani sono ricchi: il recentissimo rapporto di Bankitalia mostra che, anche se in leggerissimo calo (a causa della riduzione dei prezzi delle case) la ricchezza delle famiglie italiane contiuna ad essere enorme, oltre 8.700 miliardi di euro, circa 8 volte il reddito lordo disponibile, più o meno come francesi e britannici e ben sopra tedeschi e statunitensi. E il risparmio è tornato a crescere. Ma allora, gli italiani sono poveri o sono ricchi?

italiani poveri ricchi

Una parziale spiegazione è che la ricchezza l’abbiamo accumulata in anni passaati di vacche grasse, e adesso – lentamente – la stiamo perdendo. Ma non basta a spiegare cifre così rilevanti. No, il fatto è un altro. Se si legge il rapporto, il mistero si svela: gli italiani sono più ricchi di molti altri paesi, ma sembrano più poveri per effetto di una doppia distorsione nella distribuzione della ricchezza. La prima è che da noi la ricchezza viene spesso e volentieri messa da parte, immobilizzata per periodi lunghissimi, in investimenti immobiliari (che sono prevalenti) o in investimenti mobiliari, anzichè essere inserita nel circuito dell’economia reale, come accade altrove. La seconda, è che essa è molto più concentrata in poche famiglie: il 10% di esse ne detiene poco meno del 50%. E questo vale sia per la ricchezza immobiliare (case) che per quella mobiliare (azioni ed obbligazioni).

Un paradosso, anzi un doppio paradosso. Come ne usciamo? Viene facile pensare che servono provvedimenti, anche fiscali, che incentivino a rimettere in circolo questa massa di ricchezza immobilizzata e concentrata in poche mani. Forse servirebbero, forse sono solo residui ideologici. Molti pensano anche che si arriverà prima o poi ad un trade off tra il nostro elevatissimo debito pubblico (specie ora che è tornato in gran parte in mani italiane) e la ricchezza privata. Ma forse non si arriverà neanche a questo: troppi interessi “forti” contrari.

Sia come sia, vedere questa nostra italia, “un paese povero pieno di ricchi” come dicono molti all’estero, dibattersi in mezzo ad una crisi che sembra non riuscire a finire mentre molti italiani prosperano sguazzando come tanti Paperon de paperoni in una ricchezza “morta” senza sbocchi, che ci accompagna verso il declino, fa male. Anzi, fa proprio rabbia. Una rabbia che forse, un giorno o l’altro, finirà per esplodere. A pensarci, davvero, viene un po’ di paura. E chissà che verrà dopo; o, se preferite, what comes neXt.

Pubblicato (anche) su neXt quotidiano

Ma dov’è questa crisi? Te lo chiedi leggendo che gli ordini di iPhone 6 e iPhone 6 Plus hanno superato quota 4 milioni nelle prime 24 ore. Si annunciano code; come sempre, più di sempre. Per degli aggeggi che costeranno più di 700 euro. Mentre l’Ocse sforna previsioni fosche su mezzo mondo. Ma come si spiega?

crisi

SI spiega, si spiega. Primo: la crisi morde in molte parti del mondo, ma non dappertutto. Secondo: picchia duro con molte persone, ma non con la maggioranza. Terzo: la crisi colpisce alcuni settori merceologici molto più di altri. Lo dicevamo – e lo dicevano in tanti, inascoltati – già 2-3 anni fa: questa crisi sarà asimmetrica, sarà senza ripresa occupazionale, e dunque provocherà un aumento delle asimmetrie (dunque, della disuguaglianza) come mai era accaduto prima. Bisognava capirlo, e attrezzarsi per tempo. Invece, niente.

Il brutto di noi italiani è che siamo nell’occhio del ciclone ma, dopo aver perduto sostanzialmente vent’anni, continuiamo a ciurlare nel manico, occupandoci di piccole questioni congiunturali e non sostanziali senza prendere il toro per le corna. Eppure, niente è scontato: sempre guardando alla telefonia, la Nokia, che vent’anni fa guidava la rivoluzione dei telefonini, sta per scomparire fagocitata dalla competizione senza quartiere fra i giganti delle nuove frontiere della comunicazione globale.

Le cose evolvono in fretta e – mettendosi al lavoro per un progetto comune e condiviso – l’Italia può farcela, eccome. La vera crisi, quella che si vede benissimo camminando per le strade di questa nostra Italia del (non) miracolo, è che non ci crediamo, noi per primi.

E chissà che verrà dopo; o, se preferite, what comes neXt.

Pubblicato (anche) su neXt quotidiano

In Europa ci sono 11 milioni di case sfitte, spesso neppure mai utilizzate, figlie del boom edilizio pre crisi; ne basterebbero la metà per dare una casa ai senza tetto dell’intero continente. Nel mondo si sprecano ogni anno circa 1,3 miliardi di tonnellate di cibo, un terzo di quello prodotto; si contano 850 milioni di persone che muoiono di fame, mentre gli obesi sono 1,3 miliardi. Le 85 persone più ricche del mondo possiedono una ricchezza pari a quella dei 3,5 miliardi di persone più povere.

ingiustizia

Sono solo alcuni esempi, i più significativi -casa, pane e soldi – delle ingiustizie in cui viviamo. E mentre dedichiamo attenzione a quelle piccole che ci attraversano al strada ogni tanto(arbitraggi sfavorevoli, vicini invadenti, code alla posta e tanto altro ancora), siamo sostanzialmente indifferenti a quelle enormi che accompagnano la nostra esistenza. Forse è perché siamo troppo affascinati dalla banalità della cronaca per accorgerci dell’enormità della storia.

O, più semplicemente, perché sprechiamo così tanta indignazione per le ingiustizie da 4 soldi da essere troppo stanchi per combattere l’ingiustizia con la i maiuscola.

Pubblicato (anche) su Giornalettismo

Bankitalia fotografa reddito e ricchezza delle famiglie italiane. In Italia c’è una forte disuguaglianza del reddito: il 10 per cento dei più ricchi guadagna il 26 per cento del reddito nazionale. E c’è una forte disuguaglianza della ricchezza: il 10 per cento dei più ricchi possiede quasi metà (il 46 per cento) della ricchezza nazionale. Disuguaglianze forti, e che crescono da vent’anni.

ricchezza-famiglie

Le famiglie con capofamiglia lavoratore dipendente sono molto meno ricche ed hanno redditi inferiori di quelle con capofamiglia un lavoratore indipendente (imprenditore, commerciante, professionista). Niente di nuovo, come non è nuovo che le dichiarazioni dei redditi raccontano un’altra storia e da anni nessuno fa nulla. Infine, le famiglie con capofamiglia anziano aumentano la loro ricchezza in modo molto più sensibile di quelle con capofamiglia più giovane.

Molte conferme, e qualche suggerimento per l’agenda di governo: riequilibrare il peso del fisco tra reddito e ricchezza, una volta si chiamava lotta alle rendite. Riequilibrio del carico fiscale tra lavoro autonomo e lavoro dipendente; significa, se non è vergogna dirlo, lotta all’evasione. Infine, un diverso carico fiscale tra anziani e giovani, detto anche solidarietà intergenerazionale.

Tra una discussione per la legge elettorale, le nomine dei manager pubblici e i conflitti d’interesse, ci si potrebbe ragionare sopra e prendere qualche decisione. Ne potrebbero venir fuori ad occhio, pure una discreta ripresa dei consumi e forse persino una riduzione della pressione fiscale complessiva.

Siamo davvero incontentabili.

Pubblicato (anche) su Giornalettismo

In questi tempi di crisi nera, sfiducia, pessimismo, ci sono notizie che allargano il cuore. Ad esempio, sapere che la ricchezza dei 300 uomini più ricchi del mondo a fine del 2013 ammonta a 3.700 miliardi di dollari, l’equivalente del Pil dell’intera Germania. E che essa è cresciuta di 524 miliardi di dollari; un terzo del Pil italiano, l’intero Pil svedese. Un aumento del 16,5 per cento nell’anno della grande stagnazione.

miliardari

Sì, sono cose che allargano il cuore. Perché, mentre un miliardo di persone muore di fame e qualche altro miliardo si arrabatta per campare tra bollette, conti, e qualche soddisfazione, sapere di 300 nostri coinquilini di questo angolo di universo così ricchi, e con ricchezze crescenti fa bene al cuore.

Perché? Ma c’è da compiangerli, questi poveretti: per questo nessuno chiede loro un contributo per risanare i guasti di questo mondo disumano. Perché sono loro le vere vittime delle storture del mondo: per questo governi, banchieri, broker si accaniscono contro il nostro welfare o gli aiuti ai Paesi del terzo mondo, insomma contro di noi poveri diavoli. Perché noi siamo felici, ed è giusto pagare un prezzo per questa fortuna.

Loro, poverini, sono solo pieni di soldi. E i soldi, lo sanno tutti, non fanno la felicità.

Pubblicato (anche) su Giornalettismo

Anche se siete in vacanza in questo ferragosto, non vi sarà sfuggito che in Italia ci sono 100 mila persone che ci costano 13 miliardi l’anno: i percettori di pensioni d’oro, con buona pace dei milioni di pensionati da 500 euro al mese. Sono spesso il frutto (avvelenato) del metodo “retributivo” per il calcolo della pensione, quello che calcolava la pensione non sui contributi versati nella vita lavorativa ma sullo stipendio degli ultimi 5 anni.

Il sistema è stato infine superato dalla riforma Fornero, ma a questi signori sono stati lasciati i “diritti acquisiti”. Dicono che esistano metodi per poter sanare questa evidente ingiustizia. Il governo Letta, anziché abolire l’Imu, potrebbe fare questo, come priorità per l’Italia.

Ma comunque, smettiamo di chiamarli “diritti acquisiti”. Intanto perché non ci sono stati scrupoli nel calpestare quelli dei poveri cristi in almeno altre mille occasioni, inclusa la riforma Fornero.

E poi, perché le parole sono importanti: e le pensioni d’oro – specie se frutto di metodi di calcolo molto “vantaggiosi” – in italiano si chiamano privilegi.

Pubblicato (anche) su Giornalettismo

Carlo d’Inghilterra paga un’aliquota fiscale del 24 per cento. I suoi servitori, dall’autista al maggiordomo, sono tassati al 36 per cento. L’erede al trono può infatti scaricare tutte le spese personali e gode di tassazioni agevolate per la sua azienda agricola in Cornovaglia.

Gli americani con reddito medio pagano il 33 per cento delle tasse sulle loro entrate. I multimilionari come Warren Buffet pagano solo il 17 per cento, “meno di quanto hanno pagato i 20 dipendenti che collaborano al suo staff personale”, secondo quanto da lui stesso denunciato.

Si continua a non occuparsene, ma questo è il cuore della mancata soluzione alla crisi. Non si vuole chiedere alcun sacrificio ai ricchi e multimiliardari, in nome di non si sa quale regola economica, mentre si tagliano servizi essenziali come istruzione, scuola, assistenza sociale. O, peggio, si aumentano le tasse per i redditi medi, o sul consumo di beni a larga diffusione.

Gli Stati sono Robin Hood all’incontrario: rubano ai poveri per lasciare in pace i ricchi.

Non è ora di dire basta?

Pubblicato (anche) su Giornalettismo

Regala un sorriso

Associazione per la lotta al Neuroblastoma

Scarabocchiamo anche su…

Archivi

Abbiamo vinto il z-blog awards 2007

Un sorriso lungo un anno

In ricordo di Libero 83