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Nessuno l’ha proclamato, ma ieri c’è stato uno sciopero. Lo sciopero degli elettori; per il momento limitato a due regioni, Emilia Romagna e Calabria. Poi, si vedrà. Ed è perfettamente riuscito.

sciopero-elettori

E’ stato uno sciopero generalizzato. Anche se, come è spiegato qui, qualcuno (Beppe Grillo) evidentemente poco avvezzo a far di conto ne ha pagato un prezzo più caro di tutti. Ed anche se qualcuno non ne ha risentito (Matteo Salvini), anche se non può cantare proprio vittoria, com’é invece spiegato qui.

Ma, con buona pace del premier e segretario del Pd (Matteo Renzi) a cui auguro di riuscire davvero a cambiare l’Italia che ne ha un gran bisogno, che certo ha vinto le elezioni ma perso metà dei suoi voti di qualche mese fa, com’é spiegato ancora qui, c’è poco da cantare vittoria per il 5 a zero e dire che l’astensionismo è un “problema secondario”. Perché quando c’é, se c’é, uno sciopero generale, anche se riesce, non è che debbano cadere i governi.

Ma quando c’é uno sciopero degli elettori, che sembra perfettamente riuscito (e che ha molte ragioni spiegabili, non tutte ascrivibili all’attuale governo – la questione non è vincere o perdere un Presidente o una Regione. La questione è che cade proprio la democrazia: #PensaciMatteo. E chissà che verrà dopo; o, se preferite, what comes neXt.

Pubblicato (anche) su neXt quotidiano

Il mito dei tagli indolori alla spesa pubblica è duro a morire. Prova a spiegare che il 75% è fatto di pensioni, sanità, scuola, stipendi, investimenti. Cose comprimibili solo con scelte dirompenti su quantità e qualità dei servizi erogati ai cittadini. Ci sarà sempre qualcuno – un editorialista di fama, un commissario straordinario della Spesa, un supermanager gratificato a dispetto dei risultati aziendali o un Presidente del Consiglio, che pure firma il Def dove queste cose sono scritte – che favoleggerà di grasso che cola da eliminare, di sprechi per decine di miliardi e tagli indolori, e altre menate.

Tagli-indolori

La gioiosa macchina da guerra del pressapochismo e della superficialità è sempre efficiente, e noi sempre avidi di berci queste favole da bar. Poi ci lamentiamo se in Europa ci trattano come un Paese da operetta e non si fidano di noi. Perché lì sanno contare, e sanno che riforme e tagli vanno fatte; ma saranno dolori, altro che grasso che cola e tagli indolori

Finché tutti – politici, media, opinione pubblica – faremo finta di ignorarlo, ci rideranno dietro; alimentando la macchietta dell’italiano adorabile mascalzone, simpatico ma totalmente inaffidabile. Un taglio, questo, il più difficile da fare.

E chissà che verrà dopo; o, se preferite, what comes neXt.

Pubblicato (anche) su neXt quotidiano

Secondo sondaggisti esperti – e anche il comune buon senso – a meno di spettacolari rimonte berlusconiane, sempre possibili visto l’uomo e i suoi “avversari” (che di dargli il colpo di grazia non ne vogliono mai sapere) le prossime elezioni europee saranno caratterizzate dal dualismo Renzi  vs. Grillo, con Renzi che incarnerebbe il “sistema” e Grillo l’antisistema. Sarà così, non sono un esperto sondaggista, né politologo né sociologo.

casaleggio-grillo

Sono anche consapevole che gli italiani siano – non sempre a torto – incazzati contro il “sistema”. Ma ci sono due domande che mi frullano in testa: la prima, è chi avrebbe costruito questo benedetto “sistema”. Perché ho l’impressione che noi tutti ne abbiamo una certa “colpa”,  se non altro per avere poco vigilato negli anni quando gli “altri” (ma gli altri chi?) ci “scippavano” l’Italia.

Ma la seconda, e più importante, è che non capisco cosa i Casalgirillini abbiano sin qui fatto per scardinare questo benedetto sistema. Perché a me pare che in questo anno si siano dimostrati degli antisistema un po’di cartone: cioé non abbiano fatto niente, se non abbaiare sterilmente alla luna, su questioni spesso anche secondarie, perdendo pure buone occasioni per incidere e soprattutto quello slancio di “novità” iniziale che aveva fatto sperare più di uno, anche tra quelli meno inclini a sopportare le belinate del loro “semplice portavoce”. Mostrando, tra l’altro, una certa idiosincrasia per il dissenso verso i non pochi in gamba che dentro quel movimento ci sono: vedi da ultimo il caso Pizzarotti (uno che se fossi di Parma avrei votato); e l’antipatia per il dissenso è una cosa che dovrebbe sempre allarmarci, la storia insegna.

E dunque? Mi piacerebbe – non è uno scherzo, né una provocazione – che qualcuno riuscisse a spiegarmi come CasalGrillo e le loro proposte in economia, esteri, giustizia, fisco, eccetera incarnerebbero un’ “alternativa” reale e concreta di “governo” al cosiddetto “sistema”. Uno che mi tolga il dubbio che non si tratti purtroppo dell’ennesimo ritorno di quella malattia tipica degli italiani, sempre pronti a distruggere anziché a costruire, scaricando sugli “altri” colpe che sono spesso soprattutto loro. Lo dico, a scanso di equivoci, da elettore profondamente scettico (e deluso) dai “partiti” e molto confuso sul da farsi.

Astenersi perditempo e insultatori di professione, please.

Pubblicato (anche) su Giornalettismo

La violenta lotta contro la burocrazia è l’ultimo mantra del premier Matteo Renzi. E’ una lotta sacrosanta: ieri, oggi e domani. Ma come si riduce la burocrazia? Qualcuno pensa che bisogna diminuire i dipendenti pubblici. Al di là dei miti popolari, in Italia non sono poi tanti: meno che in Regno Unito e in Francia, ad esempio, sia in assoluto che in rapporto al totale degli occupati. Casomai sono mal distribuiti tra amministrazioni e nel territorio, sono mediamente più vecchi, e sono anche meno qualificati per titolo di studio.

Burocrazia-italiana

Altri pensano che basti ridurne lo stipendio. Difficile che si lavori meglio guadagnando meno; e poi, sempre confrontandosi con gli altri, non guadagnano più dei loro omologhi europei, anzi. La sperequazione con i privati è perché in Italia sono questi ultimi a guadagnare meno dei loro omologhi europei. E casomai in Italia sono i dirigenti a guadagnare mediamente più dei loro colleghi d’oltralpe, pur essendo proporzionalmente più numerosi.

Alcuni credono che basti razionalizzare (riducendoli) i livelli istituzionali: abolire le Province, accorpare le Regioni riducendone anche le competenze. Ad occhio, così si crea solo tanta gente che non ha istituzionalmente nulla da fare, a meno di non pensare a licenziamenti di massa, o mobilità forzate di massa.

Nonostante quel che pensa Luca Ricolfi, e a rischio di cadere nel “benaltrismo”, la via per ridurre la burocrazia è sfoltire e rifare leggi, norme e procedure che regolano il funzionamento della macchina amministrativa pubblica, nazionale e locale. E’ evitare di pensare che si combatta la burocrazia creando altre leggi, altre procedure, altre burocrazie.

E’ la più difficile, la meno “spettacolare”, quella che richiede lo sforzo maggiore, più pazienza, più umiltà, più ascolto. E, magari, un’alleanza con chi la burocrazia prova a combatterla da “dentro”. Probabilmente darebbe i veri risultati.

E qui sta la vera questione, cari Matteo Renzi e Luca Ricolfi: quest’ultima via al momento è non pervenuta. Non solo: nessuno, finora, ci ha mai davvero provato. Tentare non nuoce; anche perché, davvero, non c’è strada alternativa.

Pubblicato (anche) su Giornalettismo

Mentre aspetiamo i fatti, è difficile non essere d’accordo con alcune delle cose annunciate nel Def del governo Renzi: ridurre il carico fiscale per diversi milioni di lavoratori dipendenti è una buona mossa, e non solo elettorale. Trovare parte delle coperture con alcuni mirati interventi alla spesa pubblica, anche: alzi la mano chi è contrario all’allineamento degli stipendi dei dirigenti pubblici alle medie europee, al taglio ai budget degli organi costituzionali, alla riduzione della spesa per acquisti di beni e servizi razionalizzando la pletora di stazioni appaltanti e le evidenti storture dei costi tra amministrazione ed amministrazione.

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E’ meno facile esser d’accordo sul grande assente (almeno negli annunci) della politica economica del Governo Renzi: la lotta all’evasione ed elusione fiscale. E’ arcinoto che in Italia è un fenomeno diffuso, che fa mancare all’appello decine di miliardi di euro di entrate, mica pizza e fichi. Certo, è un capitolo che non va utilizzato per far cassa, ed è anche comprensibile che sia trattato con cautela. Ma è difficile comprendere l’oblio.

Per essere un paese che “cambia verso” c’è tanta strada da fare; e passa anche da una riduzione dell’evasione fiscale a livelli “fisiologici”, magari unita alla semplificazione tributaria.

Per il momento, è non pervenuta. Peccato.

Pubblicato (anche) su Giornalettismo

Nelle polemiche di questi giorni su riforme istituzionali e costituzionali, alimentate da alte cariche dello Stato, politici, editorialisti e tuttologi vari, risuona alta la sirena dei se e dei ma: lo scetticismo di chi vede nelle scorciatoie del renzismo una deriva semi autoritaria o, comunque, un branco di “dilettanti allo sbaraglio” che sta buttando il bambino assieme all’acqua sporca.

MAFIA:STRAGI '93; RENZI, SCONOSCIUTE A RAGAZZI, SERVE MEMORIA

Non è una riflessione peregrina: la retorica del cambiamento può partorire gattini ciechi, né più né meno della gatta frettolosa del noto proverbio. Non sfugge però che quasi sempre da questa schiera di saggi ed esperti non arriva una contro-proposta. Così, critiche e dubbi (legittimi e spesso persino condivisibili) divengono di fatto una difesa dello “status quo”.

Allora è un’ovvietà dire che (quasi) tutto è meglio per questo Paese dello status quo. Perché la retorica del cambiamento sarà anche rischiosa, ma il buonsenso del benaltrismo – oltre ad essere un regalo a conservatori e corporazioni – fa cadere l’Italia nella trappola dell’immobilismo.

Una trappola che conduce dritti al declino. Senza se e senza ma.

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Caro CasalGrillo, lasciamo stare il tradimento della volontà dei tuoi iscritti, che è sotto gli occhi di tutti; e anche l’ennesima occasione mancata per stanare il “potere cinico e baro” con proposte tanto più imbarazzanti quanto più incalzanti. E anche che hai trovato un altro modo per spaccare il tuo movimento, facendo un favore agli altri; contento tu…

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Caro CasalGrillo, dai pochi istanti di show, una cosa è inequivocabile: il non voler dialogare con nessuno a prescindere. “Non avevo una scaletta di cose perché non mi interessa colloquiare democraticamente con un sistema che voglio eliminare”; neanche per un minuto. Certo ti rendi conto che così non ti siederai mai e con nessuno ad un tavolo “democratico”: i “sistemi” si eliminano raramente con le carezze o con i voti. E’ un giochino che ti permetterà di tenere ancora per un po’ i tuoi elettori a bagnomaria, fino a che o si stancheranno di te o si stancheranno della democrazia.

Caro CasalGrillo, dammi solo un minuto: getta sul tavolo a brutto muso le istanze del tuo movimento, e tratta. Colloquiare con il Potere è faticoso, sporco e difficile; come giocare in trasferta con un arbitro a sfavore e le regole contro. Ma è l’unica maniera per cambiare le cose. E’ già accaduto, non è impossibile: basta aver voglia e capacità di farlo.

Caro CasalGrillo, stai scherzando con il fuoco. Ma ricordati che a bruciare sarà il Paese. Ci vorrà un minuto, se continui a buttarci benzina.

Pubblicato (anche) su Giornalettismo

Non c’è giorno che politici e media non si vergognino di qualcuno o di qualcosa. Sono ondate di indignazione: ieri per un motivo, oggi per un altro e domani per un altro ancora. Prima c’era stato il caso Mps, poi la vicenda Cancellieri, poi la storia delle mutande verdi, poi il caso Di Girolamo. Da ultimo, l’onorevole Fassina si è vergognato per l’incontro del segretario del Pd nella sede del Pd on il pregiudicato Berlusconi, anche se non risulta si sia vergognato di averci fatto un governo assieme.

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Il prossimo motivo di vergogna lo scopriremo solo vivendo. Adesso tutti (renziani, antirenziani, berlusconiani, antiberlusconiani, lettiani, alfaniani, bersaniani, leghisti, grillini) sono eccitati per un’altra ragione: mettersi d’accordo o scannarsi – dipende dal tempo, dall’umore e soprattutto dalla convenienza del momento – sul nuovo sistema elettorale: doppio turno di coalizione, proporzionale maggioritario, con collegio triplo come se fosse Antani con scappella mento a destra o sinistra o chissà.

Nel frattempo, in Italia falliscono due imprese al giorno; mezzo milione di lavoratori è in cassa integrazione a zero ore da almeno un anno. La disoccupazione è ai massimi storici. Centinaia di migliaia di giovani non trovano un lavoro, neppure precario ed indecente. E nessuno fa niente. E nessuno se ne occupa. E pochi ne parlano.

Di questo, però, nessuno si vergogna.

Pubblicato (anche) su Giornalettismo

Rimpasto significa “rimaneggiamento, rifacimento, ricomposizione”. In politica significa “mutamento parziale della composizione di un governo attraverso  scambio o sostituzione di ministri e sottosegretari, senza crisi governativa”. E’ una parola che sta diventando di moda, affiancandone un’altra che abbiamo sentito spesso: stabilità. Con la quale si indica, intuitivamente, l’essere fermo, solido, durevole, costante, inalterato nel tempo e nello spazio di un sistema dinamico.

rimpasto

Andiamo scrivendo, da tempo, che un Paese tanto malato, com’è l’Italia, ha bisogno di cambiamenti. Eppure, stabilità e, adesso, rimpasto restano due parole affascinanti, anzi le preferite dalla nostra classe dirigente; ora persino molti “renziani” – che del cambiamento dovrebbero essere i naturali sponsor – cominciano ad affezionarsi almeno alla seconda.

La stabilità – l’abbiamo scritto più volte – è perniciosa, con buona pace di Letta e di Napolitano; ma il rimpasto è forse peggio: perché, a chi vive nel Paese del Gattopardo, sembra la perfetta sintesi del famoso “bisogna che tutto cambi perché tutto resti come prima”.

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