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Sta per uscire uno scandalo che forse sarà il più grande della storia della Repubblica. Il terribile annuncio lo ha dato il premier Silvio Berlusconi parlando di intercettazioni in un comizio,  riferendosi all’archivio di Gioacchino Genchi, consulente dell’ex pm di Catanzaro Luigi De Magistris, titolare dell’inchiesta Why Not. Come spesso gli succede, il presidente Berlusconi ha ragione. Di fronte alla gravità di questi presunti tabulati in possesso dell’ex funzionario della Polizia, le stragi di Piazza Fontana e di Brescia, l’attentato alla Stazione di Bologna e il mistero di Ustica diventano bagatelle di quartiere: quisquilie, bazzecole, pinzillacchere. Ma chi volete che se importi delle connivenze tra Stato e terrorismo che insanguinarono gli anni ’70? Non parliamo poi di insignificanti sciocchezzuole come l’occupazione di mezza Italia (e forse pure dell’altra mezza) da parte di mafia, camorra, ‘ndrangheta, sacra corona unita, che “fatturano” 90 miliardi di euro all’anno. E delle connivenze tra potere politico ed economico con queste mafie. Sono solo barzellette,  buone per farsi una risata sorseggiando un caffè. Mentre è gravissimo ed inaccettabile che in Italia un sacco di gente sia sotto intercettazione. Secondo i sondaggi del proprietario di Mediaset sarebbero circa 12 miliardi di persone. E’ gravissimo, e la gente ha paura persino di parlare nei parchi pubblici: perché p chiaro che i nemici sono dappertutto. Ma Berlusconi non è abituato starsene con le mani in mano. E punta dritto alla fine delle intercettazioni. Perché possiamo tenerci la mafia, la camorra, la devastazione del territorio, le tangenti, la corruzione, i pedofili, il Grande Fratello e persino Maria de Filippi. Ma le intercettazioni proprio no. E’ indispensabile una normativa più severa, bisogna fare le riforme, ripete ossessivamente Berlusconi da mesi ai suoi alleati, all’opposizione e anche al Quirinale. D’altronde, è innegabile che il problema della giustizia sia serissimo. Lo ha detto anche il ministro Alfano nella sua relazione sullo stato della Giustizia, snocciolando i dati su lentezze, inefficienze, ritardi dell’amministrazione della giustizia. Le riforme sono indispensabili. Per risolvere questi problemi, e rassicurare tutto il popolo italiano che resta con il fiato sospeso ecco pronto il rimedio:  l’emendamento è pronto. Non quello sulle riforme dei codici e delle procedure, sull’innovazione nell’organizzazione della giustizia, sulle maggiori risorse umane e finanziarie. Ovviamente si faranno, ma dopo. Per ora, si risolve la vera grande emergenza, lo scandalo degli scandali: la riforma delle intercettazioni . La durata infinita dei processi, una maggiore equità per vittime dei reati e per gli imputati possono aspettare ancora un po’: 50 o 70 anni. La vita, si sa, è fatta di priorità. Quando finalmente si potrà mettere un argine allo scandalo, e le uniche intercettazioni possibili saranno quelle sui novantenni accompagnati dai genitori, tutta l’Italia degli onesti potrà tirare un respiro di sollievo. Sarà l’ennesima grande riforma di questo governo, che renderà più felici gli italiani, soprattutto la criminalità  che potrà far crescere ancora il suo fatturato. E alleati, opposizione, insomma tutti applaudiranno il nostro adorato primo ministro, che ha sempre ragione. Pensandoci un momento, però, su una cosa, caro Silvio, hai torto. Perché è vero che le intercettazioni sono sicuramente un fatto gravissimo, un’emergenza nazionale, uno scandalo enorme, molto più grave delle stragi di Stato e della massiccia infiltrazione mafiosa nei partiti, istituzioni, economia. Ma non è il più grande scandalo della storia dell’Italia. C’è un altro scandalo ancora più grave: il fatto che tu sia il capo del governo di una delle più grandi nazioni del mondo, che molta gente non si accorga di che razza di persona tu sia, e del fatto che a te non c’è al momento nessuna alternativa credibile. Questo, caro Silvio, è uno scandalo davvero più grave di qualsiasi altro.

Buon tutto!

C’erano una volta i democristiani: Piccoli, Storti e Malfatti. Comandavano l’Italia con il pugno di latta nel guanto di lanetta. Fanfani, Rumor, Colombo: erano soldati e generali della Balena Bianca. Avevano occupato le istituzioni, le banche, le imprese pubbliche. Costruivano clientele e si mangiavano tutto. Infatti li chiamavamo i forchettoni. Poi arrivarono anche i socialisti e il confine della decenza fu solennemente varcato. Ma all’inizio degli anni ‘90, dalle brume nebbiose ed operose delle valli del Veneto e della Lombardia è arrivata la razza padana guidata dal suo leader Bossi: Umberto I, l’imperatore dei Celti. La musica da allora è cambiata. Via gli arrivisti, i corrotti, i lottizzatori, le clientele, la corsa alle poltrone, i posti assegnati a parenti e amici, tutti svaniti come la nebbia al sole. Basta con Roma ladrona. Basta, adesso tocca a noi! L’aria nuova s’è vista subito con la maxitangente Enimont per Umberto Bossi e Alessandro Patelli. Poi c’è stato l’antico rito celtico dello “scambio delle mogli“, quelle dei deputati Ballaman e Balocchi, assunte nei rispettivi staff a spese del contribuente. Poi l’infaticabile Corrado Callegari che da anni  fa il doppio lavoro (e doppio stipendio, circa 30 mila euro mensili): parlamentare e di amministratore unico di Veneto Agricoltura. E poi l’aria si è fatta vento: parlamentari, amministratori locali, portaborse, bancari e banchieri, dirigenti Rai, amministratori Alitalia. Un vento impetuoso che ha spazzato via la nebbia da Malpensa, e che si è fatto uragano  per l’Expo 2015. Il condottiero Umberto I alla conquista della Fiera di Milano. La presidenza della Fondazione Fiera, la vera cassaforte del gruppo, dove ora c’è Luigi Roth, un fedelissimo del Governatore Formigoni. Un democristiano, insomma. Mentre il condottiero lì vuole sieda un vero padano. Per questo ha fondato l’Osservatorio sulla trasparenza e l’efficacia del sistema fieristico lombardo. L’assessore regionale Davide Boni dice che serve a garantire che in Fiera le cose vadano tutte nel senso giusto: “Interverremo nei procedimenti di nomina degli amministratori: siamo un partito con una classe politica e amministrativa di tutto rispetto, è arrivato il momento di fare grandi cose”. Per fare grandi cose servono proprio dei veri padani: intelligenti, coraggiosi, fidati. L’Imperatore Umberto I dispone di uomini di indubbia intelligenza e di cui si fida come di se stesso: Maroni, Calderoli, Borghezio, Pippo, Pluto, Paperino. Altro che i forchettoni democristiani: gente così non si vedeva dai tempi di Franceschiello di Borbone. Ma lui guarda sempre avanti, lui è più oltre. Per l’Osservatorio ci vuole il meglio: uno con talento, classe, cultura. Un vero cavallo di razza padana, anzi un delfino, anzi una trota: suo figlio Renzo Bossi. Giovanissimo, ma già esperto e navigato: partecipa da tempo ai vertici ristretti a Palazzo Grazioli, fianco a fianco al padre e a Berlusconi. Le scelte fondamentali di quei vertici partono dal cervello di Renzo. E si vede. Insomma, Renzo Bossi, il  piezz’ e’ core, il delfino, la trota dell’Imperatore Umberto I, ha le carte in regola, è  uno dei più grandi geni padani. Uno più oltre, talmente più oltre che, come tutti i geni, non è compreso dai suoi contemporanei. Per questo, è stato bocciato alla maturità nel 2007 in un liceo di Varese. Per questo l’anno dopo si è ripresentato a Tradate, in un istituto religioso privato, con una tesina straordinaria su Carlo Cattaneo, in cui pare si sostenesse che Dio c’è e vota Lega, è stato bocciato una seconda volta all’esame di maturità, scatenando il ricorso al TAR del padre-imperatore e la sua ira funesta contro gli insegnati “terroni“. Ma siccome geni si nasce e trote si diventa, e i geni sono sempre incompresi, e infine non c’è due senza tre, Renzino è stato bocciato una terza volta. Ma questo non mette in discussione il suo indubbio valore. Renzo la maturità e l’esperienza ce l’ha nel sangue: la maturità del delfino (anche se con lo sguardo da trota) e quindi non gli servono esami. Anche perché, come dicono i suoi amici su Facebook,Dopo il Tar la Corte di Cassazione. Nessuno è maturo fino alla sentenza definitiva. E lui è il figlio del vento del nord che tutto cambia, il piezz ‘e core dell’imperatore Umberto I. Non è mica figlio di un forchettone democristiano: loro ai vertici con Kissinger, con Nenni o con Malagodi non portavano i figli, ma solo una forchetta nascosta sotto la giacca. Quindi Renzino, non ti curar di loro, ma guarda e passa (ricordati che non è un canto celtico, ma un passo della Divina Commedia). Vai all’Osservatorio, fai il tuo dovere di padano: vigila sulla futura maxi trota (pardon, torta) di appalti per l’Expo 2015. Pensa a Cattaneo, alla mamma e al futuro della Padania e dell’Italia. Non ti servono esami. E vedi di tenerti pronto: in barba a tutti gli invidiosi che ironizzano su di te, grazie alla logica meritocratica padana che spazza via la nebbia democristiana dalle valli del Veneto e della Lombardia, sei ormai maturo per diventare Presidente. Qualcosa si troverà. O forse ancora meglio: Ministro della Pubblica Istruzione.

Buon tutto!

Questo post è stato pubblicato anche su Giornalettismo

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Il trasferimento del fuoriclasse brasiliano Ricardo Kakà dal Milan al Manchester City, accordo già scritto e firmato che prevedeva poco meno di 130 milioni di euro per il Milan e un ingaggio tra i 18-20 milioni di euro al giocatore (più un sacco di optional tra cui una poltrona in pelle umana), è improvvisamente saltato. Le nostra riservatissima fonte  d’informazione, il tabaccaio di Ferro di Cavallo ce ne ha svelato i retroscena. Non si è trattato di una scelta dettata dal cuore, e neppure di un’indicazione del padreterno, come ha dichiarato lo stesso fuoriclasse brasiliano (dio, se c’è, dovrebbe avere qualcosa di meglio da fare). Si tratta invece di un’oscura trama di Gianfranco Fini e Giulio Tremonti che, quando Berlusconi ha detto che  il suo successore non sarà uno di loro due, ma uno dei giovani di belle speranze del centro destra, hanno perso la testa. Perché è dura competere con geni politici come Mara Carfagna, Angelino Alfano e soprattutto Daniele Capezzone (quello attualmente in pole position). Così, in preda all’ira, Fini ha somministrato a Berlusconi un potente farmaco per bloccare l’evacuazione intestinale. A piccole dosi, giorno dopo giorno, durante le trattative che vedevano il nostro presidente trattare con il Manchester City per la cessione del calciatore brasiliano, il farmaco ha reso Berlusconi completamente stitico. Il povero Silvio era disperato, sembrava Massimo D’Alema costretto a sventolare una bandiera rossa: svogliato, depresso, gonfio come dopo un’iniezione di collagene al centro Messegué. E le conseguenze politiche della vicenda si facevano di ora in ora più drammatiche: i precari licenziati erano arrabbiatissimi: naturalmente, per la perdita del grande campione brasiliano. I leader della Lega nord gridavano al tradimento della Padania, in seguito a voci messe in giro ad arte da Fini su un imminente acquisto della Roma da parte di Berlusconi. Per fortuna 2 eroi hanno scoperto l’intrigo, preso le contromosse e sventato il complotto. Il primo è stato Emilio Fede che,  mentre scodinzolava in un angolo, ha visto Fini allungare le mani sul bicchiere di Berlusconi e ha cominciato ad ringhiare finché il secondo, Gianni Letta, non si è accorto quello che Fini stava mettendo in quel bicchiere. Purtroppo però non era sufficiente: ormai il danno era fatto. Silvio sembrava bloccato per sempre, il Manchester aveva in tasca il cartellino del giocatore e i consensi del governo crollavano sotto il peso delle contestazioni di miliardi di operai cassintegrati, abilmente camuffati da tifosi del Milan. A quel punto Gianni Letta ha dato – da fine stratega politico qual è  – il consiglio giusto a Berlusconi: “Presidente, si renda conto che non può restare a lungo senza Kakà. E per questo, deve fare uno sforzo”. Silvio, come si fosse svegliato da un incubo, ha cominciato sforzarsi come un ossesso: rantolava e sbuffava, come Roberto Calderoli in visita a Napoli. Niente da fare, e anche Gianni Letta sembrava rassegnato. Ma Emilio Fede è un uomo dalle mille risorse. Sfoderando la lingua come sa far lui ha lubrificato il deretano presidenziale, mentre Gianni Letta gli accarezzava amorevolmente il parrucchino dicendogli “Spinga! Presidente, Spinga! Forza, che ci siamo! Si vede già la testa! Forza, un ultimo sforzino!” E alla fine Berlusconi si è sbloccato: dal suo didietro presidenziale è finalmente fuoriuscito Giulio Tremonti proprio come mamma l’ha fatto. I due cattivi sono stati puniti come meritavano: a Fini è stato somministrato dell’ottimo olio di ricino (che a lui però piace perché gli ricorda la sua Giovinezza) mentre Tremonti è stato mandato  a studiare una materia che non capisce, l’economia. Berlusconi aveva di nuovo ripreso Kakà, le contestazioni sono rientrate, i consensi hanno ripreso a salire. Kakà era salvo. Il Milan era salvo. Berlusconi è salvo. L’Italia va a rotoli, ma chissenefrega.

Buon tutto!

 

Un sorriso libero, libero come un uomo, al Signor G., che ieri avrebbe compiuto 70 anni.

“Ma io ti voglio dire che non è mai finita, che tutto quel che accade fa parte della vita”

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Cari 36 piccoli lettori dello Scarabocchio…

Nel mondo in questi giorni stanno accadendo tante cose: alcune belle altre molto meno. C’è gente che ride, gente che piange. Gente che nasce e gente che muore. C’è chi chiude le finestre per ripararsi dal freddo e dalla pioggia che cade, e chi vede filtrare, oltre il vetro, guardando verso l’orizzonte, un timido raggio di sole. Tante cose si potrebbero dire. Barak Obama diventa Presidente degli Usa, dando a un pezzo di mondo una nuova frontiera e una nuova speranza, mentre a gaza, in Darfur, in Congo e in mille altri posti del mondo la gente continua a piangere, soffrire. Morire. Ieri, oggi, domani, non manca mai qualcosa che può farci riflettere di quanto avviene in questa pazza palla di fango e di cielo.

Oggi, però, noi non siamo qui per commentare – a modo nostro, in punta di piedi, cercando sempre di regalare un sorriso – qualche episodio si cronaca, di attualità e di politica. Si potrebbe dire qualcosa sul ddl sul Federalismo fiscale, o sulla vicenda Milan-Manchester City-Kakà. Lo faremo presto. Molto presto. Per la precisione, da lunedì. Oggi, per una volta, vogliamo solo ringraziarvi tutti dell’incredibile affetto che ci avete regalato in questi giorni, che per i Comicomix e il loro scarabocchio sono stati…i giorni dell’Angelo.

Insomma: Torniamo lunedì. Se vi va.

Buon tutto!

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Il 2009 è stato un anno indimenticabile. Un anno che ci ha dato poco, è vero. Ma in compenso, ci ha tolto molto. Ne sono successe di cose, di cotte e di crude. A pensarci, non sembrano neppure accadute davvero. L’anno si è aperto il 20 gennaio, con un piccolo evento di provincia, l’insignificante insediamento del presidente USA Barak Obama, di cui l’unica cosa che si ricorda è l’assenza dell’unico grande  protagonista della politica mondiale Silvio Berlusconi. Senz’altro più importante la nascita, il 27 marzo, del Partito delle Libertà, il PdL, seguita in tutto il mondo, Thaiti compresa. Un partito vero, con gruppi dirigenti scelti democraticamente. Come voluto fortissimamente da Fini, lo statuto infatti non prevedeva l’elezione del presidente Berlusconi per acclamazione. Silvio ha scelto – più sobriamente – di farsi solo incoronare imperatore. Anche se poi,  sorprendendoci come solo lui sa fare, ha preferito direttamente autoincoronarsi. Nessuno può dimenticare la commozione e l’entusiasmo di quel giorno. Un entusiasmo mondiale, che si è fatto irrefrenabile quando  la grande conferenza di pace del G20, riunitasi il 24 aprile alle Bahamas sotto la presidenza di Barak Obama e la regia di Hillary Clinton, ha impresso una clamorosa svolta alla definizione di un nuovo ordine mondiale. Dopo tanti discorsi e pacche sulle spalle, finalmente un comunicato che lanciava al mondo un grande messaggio, già entrato nella storia:  “State buoni se potete“. Un successo il cui merito va soprattutto all’ Italia, come ha sottolineato il presidente Berlusconi. Successo non scalfito neppure dal piccolo incidente capitato al ministro degli esteri Franco Frattini, picchiato dalla polizia dell’isola  perché scambiato per un maggiordomo dell’albergo intrufolatosi alla riunione plenaria, e che si è difeso dicendo: “I’m on holiday, I’m only a tourist”. Sono in vacanza, sono solo un turista. Un evento altrettanto indimenticabile è la fiaccolata che si è svolta il 13 maggio in Lombardia, a Gemonio, Varese, e giù giù fino alla Val Seriana, Val Trompia e Val Sabbia, organizzata dalla Lega nord con la partecipazione di 47 miliardi di lombardi per festeggiare il trionfo in parlamento della Legge Calderoli che ha approvato i principi generali del Federalismo Fiscale. Umberto Bossi aveva gli occhi pieni di lacrime mentre ha annunciato alla folla commossa che la Lega era riuscita ad ottenere, nero su bianco nel testo della legge,  l’attuazione del federalismo in appena 52 anni (salvo complicazioni): entro il 2061. Dopo il grandissimo successo della difesa di Malpensa, un vero trionfo. Mancava Roberto Maroni, cacciato dal governo e dal partito quando si è scoperto che il suo vero nome era Robert Maromba, che non è di Varese ma è nato a Nairobi, in Kenia, da padre africano e madre siciliana: aveva falsificato i documenti e non era in regola con il permesso di soggiorno. Lo hanno espulso dall’Italia, come ricorderete tutti, il 28 aprile. E ricorderete tutti anche il 4 giugno, il giorno che il ministro Tremonti – dopo aver ascoltato il Governatore della Banca d’Italia Draghi nelle considerazioni finali snocciolare tutti i dati sul crollo della produzione industriale, dei consumi, dell’occupazione, del Pil – ha sfoggiato il suo colto aplomb istituzionale a metà tra Colbert e Toqueville con influenze di “Er Monnezza” e ha dichiarato ai suoi colleghi in una riunione a Bruxelles “Quello lì è una gVandissima testa di cazzo, pVima o poi lo tVonco“. E ha poi proseguito, a metà tra Adam Smith e il Mago Otelma, commentando il fatto che le entrate fiscali fossero in caduta libera e le spese lievitassero come “un semplice  incidente astVologico. Il Governo, comunque, non stava con la mani in mano: con decreto legge, subito convertito con la fiducia del parlamento, l’espressione “avanzo primario” era stata proibita, cancellata dal dizionario e chi la pronunciava sarebbe stato incatenato nelle segrete di Arcore assieme a Tommaso Padoa Schioppa. Pochi giorni dopo, il 6 e 7 giugno, come ricorderete si sono svolte le elezioni europee e amministrative, con risultati che hanno fatto scalpore. La Lega Nord, grazie anche ai successi già ricordati su Malpensa, federalismo fiscale e lotta all’immigrazione, ha ottenuto dal nord Italia riconoscente il 44,44% dei voti. Pare che Berlusconi non stesse nella pelle dalla gioia, quel giorno. Ma le elezioni saranno soprattutto ricordate per l’incredibile risultato elettorale del Partito democratico, il Pd, che ha raggiunto una percentuale di voti mai vista prima: – 15, meno quindici, come Santa Caterina Valfurva in pieno inverno. Un risultato che ha fatto gridare al principale esponente dello schieramento avverso alla sinistra italiana, un raggiante Walter Vetroni: “Distruggere il patrimonio storico dell Pci e della sinistra italiana? Yes, we can!“ Purtroppo però c’è stato anche qualche momento brutto. Il 29 settembre Roberto Villari è stato costretto a lasciare la presidenza della Commissione Vigilanza Rai, dopo che anche sua moglie e suo figlio lo avevano pubblicamente sfiduciato. Era affranto, e aveva ragione, poverino, visto che il suo posto è ancora vacante, maggioranza e opposizione non riescono ad accordarsi sulla rosa di candidati, scelta personalmente da Berlusconi, Veltroni, Di Pietro e Casini: Qui, Quo oppure Qua. Un altro momento difficile è stato il 12 ottobre, quando – dopo l’ennesimo crollo in borsa e l’ispezione aperta da Banca d’Italia per eccessiva esposizione debitoria – il CdA del più grande istituto di credito italiano con alla testa Cesare Geronzi ha deciso di licenziare l’amministratore delegato Alessandro Profumo, mettendo al suo posto il semisconosciuto Mauro Puzza, e ha modificato anche il nome della banca da Unicredit a Unidebit. Ricorderete poi tutti il mercoledì nero, il 25 novembre, quando lo spread tra i nostri Btp decennali e i bund tedeschi è salito a 225 basis point, il debito pubblico ha sfondato quota 1.800 miliardi di euro e le aste dei nostri titoli di stato sono andate quasi deserte, appena una settimana dopo che il Fondo monetario internazionale ci aveva negato gli aiuti richiesti, dopo averli invece concessi a Grecia, Irlanda e Portogallo. Ma per fortuna, c’è Tremonti! Quel genio ha tirato fuori dalla sua lampada il colpo d’ala che ha salvato l’Italia dalla bancarotta e dalla fuoriuscita dall’euro: ha dato in leasing la Repubblica italiana ai Fondi sovrani degli emirati arabi. I  mercati internazionali hanno mostrato subito di gradire il commissariamento di Tremonti e del governo Berlusconi e la loro sostituzione con Alì Babà e i 40 ladroni: nelle situazioni di emergenza, si sa, servono i professionisti.  E l’Italia, anche stavolta, si è salvata. Il nostro paese, infatti, come ha ricordato ancora ieri mattina, il 30 dicembre, nella consueta conferenza stampa di fine anno, il presidente Berlusconi ha un’economia dalle fondamenta solidissime, proprio come il Colosso di Rodi“. Insomma possiamo continuare a stare tranquilli, va tutto bene, tutto come sempre: i gattopardi continuano a regnare, ovviamente accompagnati come sempre dalle iene. Bisogna proprio che tutto cambi perché tutto resti come prima. Perciò, cari amici, libiamo ne’ lieti calici, ed aspettiamo le poche ore che ci separano dal capodanno 2010 in fiduciosa attesa. D’altronde, come diceva la politologa Rossella O’hara, da cui trae ispirazione ogni classe dirigente che si rispetti:  “Domani è un altro giorno

Buon tutto!

E un buon 2009 ad un piccolo Angelo Comichino: Benvenuto, Raggio di sole!

Questo post è stato pubblicato anche su Giornalettismo. Giornalettismo che ha voluto anche per l’occasione regalarci questo dono prezioso:

Grazie a tutti!

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L’economia italiana sta sprofondando in una recessione lunga e durissima, con un Pil che quest’anno diminuirà addirittura del 2% (dopo un -0,6% l’anno scorso). E la dinamica, potrebbe essere ancora più negativa se prendessero corpo i rischi di un ulteriore indebolimento dell’economia mondiale. Andranno male i consumi, che saranno stagnanti nonostante il crollo dell’inflazione e per le famiglie i problemi saranno aggravati dalla frenata delle retribuzioni e dai debiti sempre più pesanti. Questo dice la Banca d’Italia, nel suo ultimo Bollettino economico. In tutti gli altri paesi del mondo i primi ministri si strapperebbero i capelli, e i ministri dell’economia sarebbero terrorizzati e studierebbero accuratamente e scientificamente soluzioni e provvedimenti per contrastare la situazione. Ma noi siamo in Italia: siamo fantascienza, non scienza. Silvio Berlusconi non si strappa mai i capelli: ha speso un patrimonio per trapiantarli, non è mica scemo! E poi, sa di poter contare su un uomo con una tempra eccezionale, un genio dell’economia. Anzi, un santo. Ma che dico santo, uno più grande: un santone! Ed ecco infatti San Giulio Tremonti, che citando Marx e la bibbia predica cosa fare per superare questa drammatica crisi in Usa, in Germania, in Kenya, in Argentina e pure nelle isole Faer Oer. Lui lo sa cosa devono fare questi paesi per risolvere i loro problemi. E in Italia? Ma l’Italia non ha bisogno di nulla, noi stiamo messi meglio degli altri. Chiedetelo alle centinaia di migliaia di precari che stanno perdendo il lavoro, ai milioni di famiglie che non riescono più ad arrivare alla fine del mese, ai lavoratori che stanno andando in cassa integrazione. Vi risponderanno, tutti in coro: “Noi stiamo meglio degli altri!” Ma com’è possibile questo nuovo grandissimo miracolo? Il rimedio Berlusconi e Tremonti, la coppia più bella del mondo, lo hanno già trovato e lo hanno detto in lungo e in largo: basta far girare la moneta. E allora ditelo! Ci voleva tanto? Ora si spiega perché, in giro, nonostante la crisi economica, si vede un sacco di gente che cammina frettolosa e, appena trova un tavolino o anche solo un muretto di fortuna, tira fuori dalle tasche una moneta da 1 euro (quelli più ricchi) o una da 50 centesimi o, quelli “meno abbienti”  con la social card (naturalmente, scarica) una monetina da un centesimo. E comincia a farla girare. I più bravi tenendola in equilibrio, gli altri semplicemente colpendola con l’indice e lasciandola girellare sul tavolo. Dopo aver ripetuto l’esercizio per 3-4 volte, questi signori e queste signore si rialzano con un sorriso smagliante, pieni di allegria e di ottimismo, e tornano in fretta alle loro attività: chi a casa a fare i conti all’osso per far quadrare il bilancio familiare, chi alla ricerca di un nuovo impiego, chi a occupare la fabbrica che chiude, chi a chiedere l’elemosina ai passanti. Girano, girano, girano. E’ il nuovo girotondo. Girano contenti e sereni, questi magnifici italiani con il sorriso anche mentre piove la recessione. Girano gli italiani, girano le monete, così Silvio e Giulio sono contenti. Anche noi non facciamo altro che far girare le nostre monete: lo facciamo dappertutto!. E allora su, lettore che per caso o per scelta passi da queste parti. Non fare il bastian contrario, non boicottare chi con tanto entusiasmo pensa al nostro bene: Fai girare la moneta anche tu: a casa tua, al bar, al lavoro, per strada. Ti sentirai meglio, le cose ricominceranno a girare tutte per il verso giusto. La moneta gira, la gente gira, tutto gira. Gira che ti rigira, cominceranno a girare un po’ anche le palle. Sarà un giramento lieve, piccolo piccolo. Quasi un sussurro. Come una moneta, sempre più piccola e più leggera, nel portafogli.

Buon tutto!

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In Parlamento i vecchi quadri paludato-democratici che da 60 anni imbrattano le pareti e che rabbuiavano l’umore dei parlamentari, sono spariti. Al loro posto, passeggiando in Transatlantico, i deputati vedono un manifesto allegro e colorato, che mostra il viso sorridente del Presidente del ConSilvio e sotto una scritta a caratteri cubitali:  Berlusconi vuol dire fiducia. E’ stato un toccasana per i poveri onorevoli, che da anni si lamentavano per il troppo lavoro. Si dovevano documentare, a volte persino leggere e studiare carte e atti, ascoltare noiose audizioni e partecipare alle riunioni delle Commissioni parlamentari, talvolta addirittura scrivere gli emendamenti: una fatica improba. Ma, come dice la canzone, meno male che Silvio c’è. E lui la soluzione l’ha trovata: basta impegni, basta fatica, basta con le fastidiose incombenze che rendono deputati e deputate sempre cupi e tetri. Chi prende le decisioni per l’Italia deve essere allegro e ottimista, divertirsi e quindi  avere la mente sgombra. E tanto tempo libero per far shopping,  per stare con la famiglia, per fare l’amore con l’amante. Per tutto il resto, c’è Master Silvio. Pensa a tutto lui: le leggi se le scrive, se le rilegge, le riscrive (quando – molto di rado – s’accorge di avere fatto qualche sbaglio: nessuno è perfetto!). Purtroppo, ancora, non può votarsele da solo. Ma è abituato a far miracoli e prima o poi, con una bella riforma costituzionale, anche questo problema sarà risolto. Per ora però ha ancora bisogno dei parlamentari. Così, al momento giusto…Un sms sul telefonino, il deputato è costretto a interrompere i suoi impegni, e a  precipitarsi a Montecitorio. A quel punto, un bel voto di fiducia, e…zac! Il gioco è fatto! Ma i parlamentari, che in fondo in fondo (molto in fondo) sono brave persone, non si lamentano mai. Anzi, sono grati al presidente del ConSilvio, perché per loro da quando c’è lui le cose sono davvero migliorate. Per ora solo per loro, certo, ma prima o poi (più poi che prima), con un po’ di pazienza, verso il 2223 verrà anche il nostro turno. Sempre che qualcuno non guasti la festa, come ha fatto stavolta quel rompiscatole di Gianfranco Fini, che quando ha visto quei manifesti in Transatlantico, si è sentito profondamente offeso. Perché con Berlusconi c’era un preciso accordo: Fini doveva fare il presidente della Camera, lasciando fare a Berlusconi e a Bossi tutto quello che volevano mentre lui se ne stava buono e fermo, solo con il permesso di scodinzolare di tanto in tanto. Ma in parlamento, al posto di quei quadri noiosi, Berlusconi aveva promesso a Fini le foto osé della Carfagna. E Fini si è fidato, perché sa bene che Berlusconi vuol dire fiducia. Invece si è ritrovato il faccione di Silvio anche in Parlamento. Ed è sbottato. Però Gianfranco è anche un po’ingrato. In fondo, cosa pretende? Silvio prima gli ha permesso di unirsi a lui, fondando assieme il Partito della libertà (la sua, s’intende!). Lo ha anche fatto eleggere ad una carica importante, che Fini non se la sarebbe sognata quando, fanciullino con fischietto e moschetto, faceva il saluto romano sgambettando tra le gambe missine di Almirante. E invece ecco che proprio Gianfranco, fu alfiere del Presidenzialismo, si converte sulla via di Damasco della centralità del Parlamento a ballare il valzer del distinguo. Povero Silvio, quante ne deve sopportare! Per fortuna che, generoso come sempre, Berlusconi non solo non si è arrabbiato, ma ha lodato Fini per come svolge il suo ruolo istituzionale: in modo non partigiano. Un modo che Silvio apprezza moltissimo, perché anche lui – come Gianfranco – ha sempre preferito la repubblica di Salò, dove tra l’altro si mangia ottimo pesce di lago. E così ha gettato a Fini il solito osso e gli ha consigliato di dire tutto quello che vuole, basta che non rompa i Maroni (Roberto) a Bossi. Altrimenti, gli manda La Russa ogni notte a svegliarlo. Non la sorella sovietica della Carfagna: proprio Ignazio La Russa. Come spaventa la gente di notte lui non ci riesce davvero nessuno. Fidatevi. Berlusconi vuol dire fiducia.

Buon tutto!

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Quello di oggi è uno scarabocchio semplice e breve. Diverso dagli altri. E’ uno scarabocchio per dirvi semplicemente GRAZIE.  Grazie per i vostri sorrisi. Sì, ne abbiamo ricevuti proprio tanti. Li abbiamo ricevuti per le nostre due iniziative, destinate alla raccolta di fondi per la lotta al Neuroblastoma, un terribile tumore dell’infanzia che rappresenta una delle principali cause di morte in età pediatrica (questo è il sito internet per saperne di più) e per ricordare il nostro preziosissimo Alessandro, un piccolo grande artista che ci ha dovuto salutare 3 anni e mezzo fa. La prima iniziativa si chiama Regala un sorriso. Di cosa si è tratta? Semplice: chi voleva ci ha inviato un disegno, noi lo abbiamo pubblicato nel nostro sito. Nel 2008 ci sono arrivati 132 disegni, da grandi, da bambini, da scuole, da disegnatori famosi e non. La seconda iniziativa si chiama Un sorriso lungo un anno. Pensata dal nostro amico Adriano49, anch’essa molto semplice. Bastava scrivere un post dedicato al tema del sorriso, come modo per sostenere le proprie idee senza odio per quelle degli altri, ma anzi con la disponibilità di ascoltare le loro ragioni (e, se possibile) di capirle, prendendo spunto da una vicenda personale, o da un fatto di cronaca, oppure di politica. Nel 2008 sono stati scritti e comunicati alla nostra mail complessivamente 415 post dedicati a quest’iniziativa. Insomma, voi avete fatto la vostra parte. GRAZIE, GRAZIE, GRAZIE. Il resto, come promesso, lo abbiamo fatto noi:  abbiamo versato alla Fondazione per la lotta al Neuroblastoma l’importo di 1.094 euro, 2 euro per ogni disegno inviato e per ogni post segnalato. Trovate qui la copia del versamento (lo sappiamo che chi ci conosce si fida di noi, ma come si dice: fidarsi è bene, non fidarsi è meglio…). A partire da oggi comunicheremo comunque a tutti via mail questo post e ringrazieremo uno ad uno chi ha aderito a queste due iniziative. Grazie ancora, con tutto il cuore!

 

Per il 2009, noi Comicomix abbiamo deciso di riproporre l’iniziativa Regala un sorriso. Quindi, se vi interessa, basta inviarci un disegno, un fumetto, quello che volete. Per ogni disegno ricevuto noi verseremo 2 euro alla Fondazione per la lotta al neuroblastoma. Per saperne di più andate a questa pagina web, dove è spiegato tutto in dettaglio (e dove potete anche andare a vedere i tantissimi disegni che abbiamo raccolto nel 2006, nel 2007, e nel 2008. Aderire è molto facile. Basta inviare il disegno a questa mail, e noi lo aggiungeremo alla lista nella pagina web dedicata. Come al solito, VOI NON DOVRETE FARE ALTRO. I soldi li mette, come sempre, Comicomix. Se volete maggiori chiarimenti, potete consultare   la pagina dell’iniziativa Regala un sorriso. Oppure scriverci alle mail indicate.

Nel corso dell’anno, poi, qualcos’altro lo inventeremo di sicuro, da soli, in collaborazione con Giornalettismo  e/o con altri amici di web. E non mancheremo di farvelo sapere.

 

Se siete pigri o comunque non vi va di fare un disegno potete comunque darci una mano. Basta passare parola, dirlo a qualcuno che può essere interessato, segnalare la cosa, insomma. A scuole, ad amici, a chi volete voi. Se volete farlo dal vostro blog o sito, potete scaricare il banner,  andando alla pagina banner Regala un sorriso e linkare questo post oppure la pagina web dell’iniziativa, O comunque fate quello che volete. Non vi costerà nulla, e speriamo porti tanti altri sorrisi a chi sorrisi non riesce ad avere.


Grazie ancora a tutti. Da venerdì lo Scarabocchio torna alla sua forma abituale, sciocca e insulsa ma che incredibilmente continua a piacere ai nostri (per fortuna pochi: appena 36) piccoli lettori.


Ah, scusate il disturbo. Un sorriso, again and again and again…
Buon tutto!

Eccomi. Sono ancora qui, nei quartieri dove il sole del buon dio non dà i suoi raggi. Sono qui, stranito e confuso come chi ha perso l’amore, la perla più rara, come in quei giorni freddi in cui te ne vai triste come chi deve e il vento ti sputa in faccia la neve. Qui, a Genova. Guardo lassù, verso quel cielo dove le nuvole vanno e vengono, e ogni tanto si fermano. Passeggio lentamente tra i bar del porto e le sue meraviglie, ripensando a quei giorni perduti a rincorrere il vento, quei giorni in cui, ricordi? Sbocciavan le viole, con le nostre parole. Lo so che era solo una canzone, forse un sogno, venuto dal sole o da spiagge gelate. O forse era solo una storia sbagliata. Una storia che sapeva di speranza: la speranza della buona novella.Ricordo che mia madre mi disse: non devi giocare con gli zingari nel bosco. Ma il bosco era scuro e l’erba già verde. E io andai: c’erano tutti i cuccioli del maggio. Erano tanti e lottavano così, come si gioca, i cuccioli del maggio: era normale. E a guardarli la fortuna sorrideva come uno stagno a primavera, spettinata da tutti i venti della sera. Così, chiamai i miei amici e sussurrai: dite a mia madre che non tornerò. volevo finalmente sapere senza un programma come ci si sente. Perché volevo con tutto il cuore una storia diversa per gente normale. O forse credevo solo in una storia comune per gente speciale. Ma eravamo tanti, ci sentivamo forti. Qualcuno diceva ai passanti: com’è che non riesci più a volare? E un’altro chiedeva alle ragazze vestite a festa: continuerai a farti scegliere o finalmente sceglierai? Quei giorni di maggio sembravano davvero giorni di finestre adornate, di canti di stagione, di anime salve in terra e in mare. Giorni in cui davvero se non del tutto giusto quasi niente è sbagliato. E anche se il nostro maggio ha fatto a meno del vostro coraggio, anche se poi nella domenica delle salmeseppellito il cadavere di Utopia in una pace terrificante, cari signori benpensanti, che siete a Rimini tra i gelati e le bandiere, spero non vi dispiaccia se ho continuato a seguire quella voce, quella musica, quel sogno sulla cattiva strada. Quella stessa strada dove Marinella scivolò nel fiume a primavera. E in questi miei anni ho camminato tanto. Ho offerto la faccia al vento, la gola al vino e mai un pensiero: non al denaro, non all’amore né al cielo. E anche se qualcuno ha detto che i ladri e gli assassini e i tipi strani sono gente da scacciare, io ho risposto che se non son gigli son pur sempre figli vittime di questo mondo. Perché ora lo so che dai diamanti non nasce niente e dal letame nascono i fior. Ricordo che ero qui, in Via del Campo, quando all’improvviso ho visto Nina volare tra le corde dell’altalena. E poi, con la tristezza nel cuore, ho visto anche bambini che ora dormono sul fondo del Sand Creek. E ho ascoltato un valzer per un amore. Un amore che ci stringe e ci fa male, un amore avanti e indietro da una bolgia di ospedale. Non sono cose che dimentico: perché allora ho capito che sarei sempre stato con quelli che han vissuto con la coscienza pura. Inizia la mia sera e vorrei dirti ora le stesse cose. Ma tu sai bene come fan presto ad appassir le rose. Qui a Genova, all’ombra dell’ultimo sole s’è assopito un pescatore. Ora il cielo è tutto rosso di nuvole barocche, quelle stesse nuvole che vengono, vanno, ritornano. E quella musica, quel sogno sembra quasi svanito, perduto in novembre o col vento d’estate. In questo tempo confuso si son presi il nostro cuore sotto una coperta scura, e a noi non resta che qualche svogliata carezza e un po’ di tenerezza per quelle stanche parole troppo gelate per sciogliersi al sole. E l’aria sa un po’ di rimpianto per quei fiori appassiti al sole di un aprile ormai lontano. Ma ecco, guardami: io sono ancora qui. Ora siedo sul letto del bosco che ormai ha il tuo nome. Io non so se c’è un dio lassù, in mezzo a nuvole finte, che si mettono lì tra noi e il cielo per lasciarci soltanto voglia di pioggia. Ma penso che se c’è ha fatto il suo bel paradiso soprattutto per chi non ha sorriso. Ed ora ho capito che c’è amore un po’ per tutti e tutti quanti hanno un amore, sulla cattiva strada. Per tutti: anche per voi, signori benpensanti. Perché, per quanto voi vi crediate assolti siete per sempre coinvolti

Leggi la conclusione del post su  Giornalettismo

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Mentre la pietà, la fratellanza e l’intelligenza tacciono in terra di Palestina, per fortuna c’è qualcuno nell’ombra agisce in silenzio per riportare un briciolo d’umanità e di pace in terra santa. Un uomo che si muove instancabile, operoso, generoso, facendo la spola tra le diverse parti in lotta, per far tacere le armi. Non si tratta del nostro brillantissimo e operoso ministro degli esteri Franco Frattini, che come un caro amico dalla penna che graffia ci ricorda, sa sempre dire la parola giusta al momento giusto. Lui è troppo impegnato a Cortina, in queti giorni, per risolvere la grave crisi scoppiata tra la cittadina turistica e la madrepatria Veneto, che Cortina vorrebbe abbandonare per passare all’Alto Adige. Stiamo parlando di un altro grandissimo uomo di stato. Un uomo che un tempo distrusse la sinistra agonizzante e nostalgica dei lavoratori, degli operai, degli umili, dei diseredati per aprire le porte al New Labour, alla nuova sinistra, alla terza via. Sì, stiamo parlando del nostro grande idolo Tony Blair, detto l’amico Tony o, se preferite, Friend Tony. E’ arrivato sabato notte a Gerusalemme, sistemandosi nello storico American colony, uno splendido e costosissimo albergo dove è installato il suo quartier generale, che da un anno e mezzo occupa l’intero quarto piano di quell’albergo, 12 suite di cui una attrezzata a palestra. Tony Blair è il negoziatore per la pace Israele-Palestina per conto del quartetto Usa, Russia, Onu e Ue, ribattezzato il quartetto cetra. Blair , detto Mr. Medio Oriente, è sempre lì: si è fermato a Gerusalemme addirittura per ben 7 giorni al mese, ovviamente estate esclusa: l’aria condizionata del Colony è difettosa, e a Gerusalemme fa molto caldo e c’è umidità. Il resto dell’anno il quarto piano è completamente vuoto, ma non perché Blair sia in ozio. Anzi: Friend Tony non si ferma un momento. Tiene conferenze per la modica cifra di 200 mila dollari l’una, viaggia dalla Cina agli Usa senza sosta, ha scritto un libro per un modesto contratto da un milione di dollari. E poi è diventato advisor della Assicurazioni Zurigo per la sua esperienza in campo internazionale, ha avuto una consulenza strategica per la Jp Morgan, è diventato visiting professor a Jale. Pochi mesi fa è stato a anche a Kyoto, in Giappone, assieme a molti esperti per mettere le basi alla firma di un nuovo accordo. Per forza che non riesce a passare più tempo a Gerusalemme. Forse per questo l’amico Tony è rimasto molto male quando il suo successore Gordon Brown, intervistato dal Daily mail che voleva sapere dove fosse Blair in questo momento drammatico per la terra santa, ha risposto: “Credo che sia in vacanza”. Tony non sa cosa siano le vacanze. Ad esempio, mentre il governo israeliano prendeva la decisione di bombardare gaza, Tony era a Londra. Lo hanno visto all’ importantissima inaugurazione di un negozio Armani a Knightsbridge, mentre telefonava. Pare che stesse chiamando il premier israeliano Olmert, per spiegargli la strategia da adttare per sconfiggere Hamas evitando uletriori massacri e spargimenti inutili di sangue innocente. Ma ha trovato il numero occupato. E che doveva fare, povero Tony? E’ tornato a mangiare tartine al salmone. Tony si è anche ripromesso di andare a dare un occhiata a Gaza. Perché da quando è stato nominato, a giugno del 2007, pare sia stato un paio di volte in Cisgiordania, ma non abbia mai messo piede a gaza. D’altronde, che ci andava a fare? Lo sa benissimo che lì a Gaza si muore lentamente in vano ascolto, come ci ricorda un altro amico che a Gaza invece c’è andato (si vede che ha molto tempo libero, e non aveva nulla di meglio da fare…) e ci racconta ogni giorno cosa succede laggiù. Tony, invece, non ha tempo da perdere con queste sciocchezze. Ci sono tante cose da fare, nell’ombra, in silenzio, dietro le quinte. I risultati di questa grande faticosa opera di mediazione di questo ultimo anno e mezzo, sono sotto gli occhi di tutti.

“Where have you gone, Tony Blair?” “On Holiday, of course…”

Buon tutto!

Regala un sorriso

Associazione per la lotta al Neuroblastoma

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