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A San Giuliano di Puglia c’era una volta una scuola: bella, grande, piena di bambini gioiosi. Un giorno come tanti ma più brutto degli altri, mentre il sole alto nel cielo guardava e sembrava sorridere agli affanni degli uomini, la terra si mise a tremare.

I bambini avevano un po’ paura, ma poi scrollarono le spalle e pensarono: è solo un’altra scossa; solo un po’ più forte. Perché i bambini, che sono immortali come i sogni e le favole, la paura la battono. Invece, quel giorno come tanti, ma più brutto degli altri, quando la terra tremò, la scuola venne giù e, all’improvviso, si sbriciolò. Come un biscotto della nonna venuto male.

Un biscotto sbriciolato che ricoprì i bambini e i ragazzi della scuola Francesco Jovine di San Giuliano di Puglia. Coperti come i fiori, quando il cielo d’inverno spara la sua neve giù dalle montagne. 27 figli dell’Italia migliore, fiori appena sbocciati, recisi dal vento.

A San Giuliano c’era una volta una scuola. E c’è ancora, ricostruita sulle macerie di un biscotto sbriciolato, venuto male, sopra 27 fiori di primavera che la neve ha coperto, recisi dal vento. Uccisi dall’Italia peggiore, quella delle violazioni, degli abusi edilizi, che se ne infischia di leggi e normative.

Sarebbe bello poterli rivedere giocare nel vento; fiori sbocciati, alberi che crescono, frutti maturi della vita. Non è possibile. Possiamo solo ricordarli, ricordare.

E lottare perché non accada mai più.

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Pare che Berlusconi sia preoccupato, per una volta, non per se stesso e i suoi casi personali, ma per il futuro del Pdl, il “partito dei moderati”. Incapace, a suo dire, di capire la “pancia” del Paese. Un elemento che quindi dovrebbe secondo lui esser decisivo per guidare l’Italia.

Forse ha ragione; ma questa sua “idea” di leadership, che probabilmente molti sottoscriverebbero – confondere un grande leader con un demagogo ci è accaduto spesso, da Mussolini a Grillo passando per Craxi, Berlusconi e Bossi – rappresenta invece il principale motivo del nostro declino.

Perché il demagogo parla alla “pancia” della gente; dicendo – spesso, urlando – proprio quello che ci piace sentirci dire, infiammando le platee a colpi di retorica, promesse, giustificazioni. Un buon politico invece parla al cervello, snocciolando fatti, evidenze, circostanze, scelte ineluttabili.

Un leader invece, un grande leader, sa dire con semplicità cose difficili, affronta la realtà e cerca soluzioni, anche sgradevoli; pensa alle future generazioni e non al consenso immediato. Ma riesce a mobilitare il popolo. Perché sa parlare al “cuore”.

Alfano – come tutti i politici di oggi – non è un leader. E neanche Monti. Ma, nell’attesa di qualcuno che mi scaldi il cuore, mi accontenterei del minore dei mali; tutto, meno che altri vent’anni di demagogia.

Lo dico con la pancia, con il cervello e con il cuore.

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L’Italia, lo sanno tutti, sarebbe un bel Paese; anzi è “il” Belpaese. Potremmo usare questa risorsa – unica, irripetibile, irriproducibile – per lo sviluppo economico, tutelando e valorizzando il nostro paesaggio e il nostro territorio.

Invece, non lo facciamo, “rubando” ogni anno con cemento e urbanizzazioni selvagge e quasi sempre inutili 250 mila ettari l’anno. Tutti uguali: Destra, Centro e Sinistra. E i super tecnici del governo Monti?

Niente cambia: i ddl su semplificazione e consumo di suolo agricolo hanno sposato il principio che l’edilizia sia il principale motore per rilanciare l’economia del Paese; tutte le scelte in materia di edificabilità su aree tutelate e suoli agricoli spetteranno a “sportelli unici” istituiti presso ciascun Comuni, che – grazie ai continui tagli – vedono negli oneri di urbanizzazione l’unica risorsa rimasta.

Il governo più centralista” che si ricordi, decide di adottare un federalismo spinto proprio in materia di tutela del Paesaggio e del suolo.

I nostri nipoti, che sono i veri proprietari dell’Italia, ringraziano.

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Non so se Mario Monti finirà per diventare il leader dei moderati, come piacerebbe a molti. Forse anche a Casini (e dunque al Vaticano), Montezemolo (l’eterno establishment dei salotti che contano) e Berlusconi (il vecchio che avanza o il nuovo avanzato, a piacere). Non so se a lui piacerebbe e non so se potrebbe riuscirci.

So però (lo ha riconosciuto lo stesso Monti, ieri) che questo Paese non ha bisogno di politiche moderate, ma di radicali riforme strutturali: in materia di giustizia, lavoro, ambiente; e in politica economica. E via seguitando.

Già, perché si parla tanto di continuità; ma all’Italia serve discontinuità. Quella che proprio Monti ha fatto intravedere i primi tempi – al di là di scelte a volte discutibili – per poi tornare al solito tran tran: vecchi progetti, idee fritte e rifritte, provvedimenti fotocopia del passato usciti dai gabinetti delle impantanate burocrazie ministeriali.

La “moderata mediocritas” è il vero male dell’Italia, quello che l’ha portata dov’é. Purtroppo non si vede in giro nessuno e niente che possa garantire la discontinuità: chi perché non è all’altezza del compito, chi perché non gli interessa, chi perché sarebbe un rimedio peggiore del male.

Per questo quando penso al futuro dell’Italia, nonostante il saltuario soccorso dell’ottimismo della volontà, affogo spesso nel pessimismo della ragione.

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C’è grossa crisi in Europa. Più che il vento degli spread e delle incertezze tattiche di bassa lega dei super vertici, è l’idea di “Nazione europea” che sembra sul punto di dissolversi; altro che premio Nobel. Tra i tanti esempi, c’è il rischio concreto che venga chiuso per mancanza di fondi il progetto “Erasmus”, nell’indifferenza generale.

L’Erasmus da 25 anni fa passare i giovani studenti europei un po’ di tempo in un’università straniera. L’hanno fatto in 25 milioni. Giovani che hanno respirato altre arie, conosciuto posti e costumi diversi. Si sono incontrati, amati, sposati: tedeschi con spagnole, greche con francesi, polacchi con portoghesi. Un milione di bambini europei è nato da coppie create dall’Erasmus.

Questo formidabile strumento di integrazione, questa macchina per costruire l’Europa dei popoli costa 90 milioni di euro all’anno. Tanti? Sicuramente meno dei 180 milioni di euro che servono a mantenere la doppia sede del Parlamento di Bruxelles e Strasburgo. Ma vuoi mettere la periodica gita in Alsazia di documenti, faldoni, parlamentari a cui la Francia – in nome di un incomprensibile “grandeur” – costringe l’Europa con l’utopia concreta di milioni di giovani europei che s’incontrano?

Da giovani, sì; quando hai ancora quella voglia di guardare l’altro nel profondo degli occhi, di leggergli dentro, capire, imparare, amare. Giovani che s’incontrano, si conoscono si capiscono e assieme, piano piano, creano una “Nazione”.

L’Erasmus è il vero simbolo dell’Europa. Salvarlo è continuare a sperare nel sogno. Come salvare le notti d’amore. Lo stanno uccidendo, e stiamo tutti zitti.

C’è grossa crisi, in Europa.

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Secondo il Governo la legge di stabilità è giusta e fa bene all’Italia. Per i partiti che lo sostengono è una legge sbagliata, che fa male alla crescita e pesa sulle famiglie. Per il Governo è una legge che mette i conti dell’Italia in sicurezza. Per Bankitalia invece in primavera “potrebbe essere prudente prevedere contenute misure correttive”.

Per il Governo – spalleggiato dall’Istat – la Legge avrà effetto positivo (ergo, meno tasse) sul “99% dei contribuenti”. Per la Corte dei Conti il mix “meno Irpef più Iva” previsto dalla legge “appare sfavorevole per i contribuenti Irpef collocati nelle più basse classi di reddito, 20 milioni di soggetti fino a 15mila euro”.

Per il Governo è una manovra a saldo zero. Per le opposizioni è un ulteriore stretta sui conti pubblici. Per qualche economista (che ha fatto i conti) invece fa aumentare l’indebitamento di un miliardo e mezzo. Per il Governo è la legge fondamentale, della svolta. Per qualche commentatore è una legge “inutile”.

Questo, solo dalla lettura dei giornali di ieri.

Finalmente ho capito perché la chiamano “legge di stabilità”.

La stabilità di questo nostro Paese nel fare molte chiacchiere a vanvera, e pochi fatti concreti e supportati da evidenze certe, è incrollabile.

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La ministro Fornero era partita bene: quella voce commossa mentre spiegava la riforma pensionistica era il segno della consapevolezza che si chiedevano sacrifici a milioni di italiani “non ricchi”. Una novità comunicativa e di sostanza.

Poi però qualcosa è cambiato: provvedimenti un po’ così, scivolata micidiale sugli esodati, e una serie di esternazioni fuori luogo. L’ultima, ieri, con l’esortazione ai giovani di non essere “schizzinosi” in attesa del posto ideale; meglio buttarsi sul primo lavoro che capita per poi guardarsi intorno da “dentro” il mondo del lavoro. Insomma: giovani, accontentatevi.

La Ministro dovrebbe però sapere che in Italia da un po’ il lavoro non c’é proprio e quando c’è, è precario e sottopagato. E non per i primi tempi, ma per un bel pezzo; forse, per sempre. L’ennesima occasione persa per tacere, e a poco serve la successiva “precisazione”, degna di un Sacconi, Brunetta o Scilipoti qualsiasi, avvenuta dopo l’intervento pubblico.

Perché il problema dei giovani è proprio che si sono accontentati troppo. E, a furia di “accontentarsi”, in cambio della gabbia dorata offerta da famiglie iperprotettive, sono stati relegati ai margini di tutto, a non contare nulla. Con danni per loro. E per l’Italia.

Cara Ministro, il consiglio più saggio da dar loro è proprio l’opposto: arrabbiatevi. Anzi, incazzatevi.

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Renata Polverini, dimissionando Governatrice del Lazio di Fiorito & c., a bordo di enorme Suv con vetri oscurati e tanto di scorta, percorre contromano a tutta velocità Via del Corso a Roma, con la “complicità” dei vigili urbani. Il motivo: comprarsi un paio di (costosi) sandali. Leggi, e pensi che per l’Italia non c’è speranza.

Eh già: perché la paragoni ad Angela Merkel che fa regolarmente la fila al self service del suo albergo tre stelle in Alto Adige dove passa le vacanze; a Michelle Obama che cucina hamburger a un fast food per beneficenza, e Cameron che si paga il cappuccino in vacanza, i ministri francesi passeggiare gironzolare in bicicletta per Parigi.

Pensi che la distanza tra “la casta” dei politici italiani e il “popolo” è ormai incolmabile. Che solo gli indigeribili Beppe Grillo, il demagogo blaterante, e le sue 5 stelle o Renzi il rottmatore con amici che frequentano le Cayman possono essere la risposta.

Poi, ti ricordi della foto di Clio Napolitano, moglie del Presidente della Repubblica, qualche giorno fa alla Mostra di Vermeer alle scuderie del Quirinale: il borsellino in mano, in fila per acquistare il biglietto.

E allora sorridi speranzoso: anche in Italia un’altra politica è possibile.

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La ministro della Giustizia Severino se l’è presa con i “grilli parlanti” che, predicando il “meglio” (una vera legge anti-corruzione) e criticando il “bene” (il suo disegno di legge), ostacolano le riforme che servono al Paese.

L’immagine è azzecata: il grillo parlante è antipatico, sempre pronto a mettersi in cattedra criticando chi, poveretto, s’arrabatta per fare qualcosa, senza comprendere la fatica della mediazione “dentro” i Palazzi. E, come viene detto anche qui, qualcosa di buono nella “sua” legge c’é.

Certo, uno sforzo sul “falso in bilancio” si potrebbe fare, così come sul reato di “riciclaggio”; per non dire del “voto di scambio”, o della geniale trovata sul reato di concussione che porta di fatto ad una riduzione della pena e dei tempi di prescrizione per i reati più diffusi commessi in Italia. Ma queste sono appunto “prediche inutili” da grillo parlante.

Il grillo parlante è antipatico, signora Ministro. Specie nel paese di Pinocchio, il più adorabile bugiardo che la storia italiana ricordi: uno che in politica avrebbe fatto faville. Lei però, che è membro autorevole del “governo delle persone oneste”, faccia attenzione.

Con tutti i gatti e le volpi che stanno “dentro” quei Palazzi in cui avete faticosamente mediato per tirare fuori questo capolavoro di provvedimento, ci si può ritrovare con lo sguardo da allocchi, nel campo dei miracoli, con un pugno di mosche in mano.

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Capita che, mentre stai davanti al PC, ti torni in mente Bob. Quel Bob, Bob Beamon, solo in una giornata ventosa di pioggia, il 18 ottobre del formidabile 1968. Bob che dopo una notte insonne passata a bere Tequila ti stampa un salto ubriaco che diventa un balzo e poi un volo, così grande da arrivare oltre le nuvole e “distruggere uno sport”.

Pensi che in questo mondo che corre veloce come il vento, nessuno sembra più capace di fare un salto lungo verso il futuro, qualcosa che assomigli all’intenzione di un volo. E uno come Bob sembra uscito da una favola, il protagonista di un sogno. Il sogno dell’uomo che, solo in una giornata ventosa di pioggia, con le sue paure addosso, cambia in un istante la sua vita e la storia.

Bob, che adesso è rintanato da qualche parte in America a guardare l’orizzonte e a sentire il vento, non è più riuscito a saltare lungo, in quel balzo infinto che sembra un volo verso il futuro. Né lui, né nessun altro. Non conta neppure che, dopo un tempo infinito, qualcuno è andato più in là delle nuvole, oltre il volo di Bob.

Niente più salti lunghi come pensieri verso il futuro. Non ci si riesce, non ci riusciamo più. Neanche sognando, in una giornata ventosa di pioggia, di attraversare le nuvole. Al di là di un futuro che sembra ancora troppo lontano.

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