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Silvio Berlusconi che fa il bunga bunga assieme a qualche altro signore attempato e sporcaccione – sia esso un giornalista o un ministro – e ad un gruppo di donne giovani e belle – siano esse ministre, escort, giornaliste o subrettes – fa sinceramente pena, più che rabbia. Un uomo al tramonto, in preda a passatempi ridicoli, più che laidi.

La rabbia, in questa storia che sembra uno di quei film sexy pecorecci degli anni ’70, viene invece pensando alle gerarchie vaticane, sempre pronte ad intromettersi nelle vicende italiane, sempre sul pulpito in difesa della morale, dell’etica, della spiritualità. Sempre contro la deriva materialista, ma sempre al fianco di un premier che “ama la vita e le belle donne” e passa le sue serate “distensive” tra e orge e baccanali.

La rabbia viene anche pensando alla Lega nord e ai suoi uomini, allineati a coperti dietro l’uomo del bunga bunga. La mano destra impugna la clava della tolleranza zero verso extracomunitari, clandestini e ladri in nome della sicurezza degli italiani, mentre la sinistra applaude uno che ferma la Polizia che arresta un’extracomunitaria per furto, la fa rilasciare e prelevare dalla sua avvenente igienista dentale, promossa a Consigliere regionale.

Il corpaccione di un Paese svilito e disilluso sicuramente se ne frega delle orge; anzi, molti diranno “beato lui”. Pochi noteranno il volgare spregio fatto alle tante persone in difficoltà nel nostro Paese a cui nessuno fa regali costosi, né una telefonata “per dare una mano”. Il Papa e il Vaticano tuoneranno sulla sacralità del matrimonio e della famiglia, Bossi seguiterà a ringhiare contro gli immigrati, e Berlusconi sarà a braccetto con loro. E come nelle migliori repubbliche delle banane – dove il bunga bunga è di casa – nessuno ci farà caso più di tanto.

Pubblicato su Giornalettismo

Meno di un anno fa, il ministro Tremonti annunciava trionfalmente l’approvazione bipartisan della Legge n.196, la nuova legge sulla contabilità e la finanza pubblica. Un provvedimento, diceva allora il ministro “rivoluzionario”, che avrebbe fatto da volano per rendere l’Italia un paese finalmente europeo.

LA RIVOLUZIONE ANNUNCIATA – Secondo la legge, il quadro macroeconomico di riferimento, l’evoluzione economico-finanziaria internazionale, i dati tendenziali e gli interventi di correttivi di finanza pubblica, gli obiettivi programmatici di politica economica, l’articolazione soldi1 Tremonti: così si uccide la programmazione economicadella manovra necessaria al conseguimento degli obiettivi e i conseguenti provvedimenti finanziari e legislativi avrebbero dovuto essere contenuti della Decisione di Finanza Pubblica, la DFP. Essa, i cui indirizzi avrebbero dovuto essere discussi entro il 15 luglio con le Regioni e gli Enti Locali, avrebbe dovuto essere varata dal Governo entro il 15 settembre di ciascun anno, e sarebbe stato il supporto “politico” alla nuova Legge di stabilità, che sostituiva la Legge finanziaria, da presentare al Parlamento il 15 ottobre. Le cose però non sono andate così. Con la scusa – in parte giustificabile – dell’emergenza finanziaria, Tremonti se ne è infischiato delle regole ed ha fatto una manovra correttiva straordinaria in estate. Pazienza, si è detto. Ora, con la DFP, tutto tornerà a posto. Anche perché, messi in sicurezza (Tremonti dixit) i conti pubblici, ora toccava alla politica. Che poteva esprimere i suoi programmi per lo sviluppo dell’Italia appunto nella nuova DFP.

E INVECE, NIENTE! – Ma Tremonti non è scienza, è fantascienza. Ed ecco che, con oltre quindici giorni di ritardo, viene pubblicata la DFP. E inizia subito con una sorpresa: “questo documento (“Decisione di finanza pubblica”) è insieme il primo e l’ultimo del suo genere. Il primo, perché la legge che lo prevede è entrata in vigore appena l’anno scorso. L’ultimo, perché già nelle prossime settimane è destinato ad essere sostituito da un diverso e più articolato apparato d documentazione di matrice europea.” Ecco fatto: la rivoluzionaria invenzione di Tremonti, la DFP, va in pensione dopo appena un anno. E la Legge 196/’09, non ancora stata applicata, va totalmente modificata. Si dirà: d’altronde, se l’Unione europea si dota di procedure omogenee e coordinate, tutti ci guadagneranno, soprattutto i Paesi più scavezzacollo come noi. Lasciando da parte l’obiezione che tanto valeva aspettare, visto che l’armonizzazione del quadro europeo non è piovuta dal cielo ma era cosa nota, andiamo a leggere questo fondamentale documento, che è alla sua prima e ultima edizione.

UNO SFREGIO ALLA DEMOCRAZIA – Chi si aspetta di trovare quanto indicato dalla Legge 196/’09, resterà profondamente deluso. Le 60 paginette contengono una disquisizione sul quadro macroeconomico mondiale, una revisione della RUEF di aprile 2010 con la quale si aggiornano le previsioni macroeconomiche, una lunga illustrazione dei provvedimenti varati con la Legge 122/’10 (la manovra straordinaria varata a luglio, in piena emergenza Grecia) e nient’altro. Non una parola sulle scelte che riguarderanno il 2011 il 2012 e il 2013. Nemmeno l’ombra di una “decisione”, né di finanza pubblica né di obiettivi ed interventi di politica economica. Un documento vuoto, altro che “decisione”. E’ incredibile che nessuno abbia fatto notare a Tremonti di avere fatto non solo una cosa fuori legge (nel senso di non rispettare i contenuti di un Legge peraltro da lui stesso varata) ma una cosa che pone l’Italia fuori dalle democrazie liberali, così come le conosciamo. E già, perché – per chi non lo sapesse – il bilancio pubblico e i documenti collegati non è una grazioso orpello per studiosi noiosi: ha una funzione di garanzia, perché  rappresenta la trasparente indicazione di cosa il governo ha intenzione di fare, con quali mezzi (soldi)  intende farlo e che risultati si aspetta di ottenere. Sempre per chi non lo sapesse, è stata una delle molle scatenanti il passaggio dagli stati assoluti alle democrazie costituzionali. La sistematica distruzione della sessione di bilancio, che Tremonti ha operato sin da quando è diventato Ministro per l’Economia nel 1994, significa privare i cittadini di uno dei principali strumenti di controllo democratico.

I SOLTI GIOCHETTI DI TREMONTI – GIà, ma a chi volete che importi, nell’Italia del 2010? Diamo allora un’occhiata a quel poco che c’è da leggere nella fu – Decisione di Finanza Pubblica. Tremonti ha rivisto le stime di crescita del Pil. Nel 2010 la crescita sarà lievemente più sostenuta (+1,2%) rispetto a quella indicata nella Ruef (+1%). Ma nel 2011 la revisione è al ribasso: dall’iniziale 1,5% ora il governo prevede per il 2011 un aumento del Pil dell’1,3%. Non viene invece rivista la previsione sul rapporto deficit-Pil, pari al 5% per il 2010 e che dovrebbe scendere al 3,9% nel 2011 e poi sotto il 3% dal 2012. Un po’ strano: perché in assenza di interventi (la DFP non prevede manovre correttive diverse da quella già approvata a luglio 2010) una riduzione di crescita comporta quasi certamente una riduzione delle entrate fiscali. E infatti, nella DFP si prevede che la pressione fiscale (entrate tributarie su Pil) si attesterà quest’anno al 42,8% per poi scendere nel 2011 al 42,4%. Senza ulteriori interventi correttivi sulle spese, questo significherebbe un aumento del rapporto deficit Pil e quindi una revisione degli obiettivi di finanza pubblica. Ma nel documento, non ve ne è traccia.

LOTTA ALL’EVASIONE? NO, GRAZIE! – Ed è molto strano anche perché a pag. 19 la DFP parla esplicitamente del monitoraggio delle entrate fiscali, che mostra un andamento molto diverso da quello che ci si aspettava. Un paragrafo che prende correttamente atto dei dati, di fonte dello stesso Ministero dell’Economia, che hanno registrato un calo rispetto alle attese di oltre il 3,5%, e questo nonostante nel 2010 Tremonti mago Tremonti: così si uccide la programmazione economical’economia sia – seppur molto timidamente – ripartita. Detto più chiaramente, nonostante la “ripresina” di Pil e produzione, le entrate fiscali continuano a calare. Basta guradare anche la tabella di pagina 22 per rendersene conto. Il quadro di finanza pubblica che mostra le differenze tra le stime RUEF (aprile 2010, prima della manovra di luglio) e stime della DFP (che contengono gli effetti dei provvedimenti di luglio, con mirabolanti interventi anti-evasione) mostrano scostamenti NEGATIVI (sì, avete letto bene: negativi) sulle entrate dell’Irpef e dell’Irap, nel 2010, nel 2011 e anche nel 2012. Mentre assisteremmo ad un “miracoloso recupero”scostamento pari a zero rispetto alle stime della RUEF (ovvero, pre-manovra) per le entrate fiscali nel 2010 e nel 2011, mentre il recupero si avrebbe (e sempre solo per l’IVA) solo nel lontanissimo 2012. sull’IVA, poco spiegabile e oltretutto smentito però dall’andamento del gettito del primo semestre 2010. La risultante è comunque uno

L’ITALIA CON GLI OCCHI CHIUSI – Ma di nuovo: chi se ne importa, tanto nel frattempo ci saranno le elezioni, o no? A chi interessa che queste previsioni facciano a pugni con le ricorrenti dichiarazioni trionfalistiche dell’Agenzia delle Entrate, che ci raccontano la favola dei grandi sforzi fatti sul recupero dell’evasione? A chi volete che importi se sono in contrasto con uno dei capisaldi della manovra straordinaria di luglio, che prevede un consistente aggiustamento in positivo delle entrate fiscali grazie ai mirabolanti risultati (8 miliardi di euro!) sul versante della lotta all’evasione! E’  stupefacente che NESSUNO – con la sola eccezione di Tito Boeri – abbia messo in evidenza sfregi così macroscopici al buon senso, all’ economia, alla politica e alla difesa dei conti dello Stato. Tutti zitti, con gli occhi chiusi e la bocca tappata: sindacati, associazioni di categoria, opposizione. Davvero non si capisce cosa stiano a fare i vari centri studi delle diverse organizzazioni (con l’eccezione di quello di Confindustria, che ogni tanto tuona), dei partiti di opposizione, Pd in testa. La decisione di Finanza pubblica nasce già morta e mostra che si decide di non decidere. E quel poco che si farà, è bene non metterlo nero su bianco: meglio improvvisare. Davvero non invidiamo il povero disgraziato che raccoglierà le macerie lasciate da questo governo e da questo ministro.

Pubblicato su Giornalettismo

Soffrire fa male. Per gran parte delle persone, il vero problema di una malattia non è la malattia in sé, ma il dolore che essa porta con sé. Il dolore è un sintomo, certo. E i medici concentrano le loro attenzioni soprattutto sul curare la causa delle patologie. Eppure, esiste un bisogno assoluto, da parte di coloro che affrontano un percorso medico terapiadolore Cure palliative, linsostenibile disumanità del sistema sanitarioqualsiasi: Eliminare tutto il dolore evitabile. In tutto il decorso della malattia. E soprattutto quando la malattia che non risponde più a trattamenti specifici. Per questo essite la terapia del dolore, e per questo esistono le cure palliative. Di cui poco si parla, anche negli ambienti medico scientifici.

IL DOLORE EVITABILE – Il controllo del dolore, di altri sintomi e degli aspetti psicologici, sociali e spirituali è fondamentale. Le cure palliative servono a garantire la miglior qualità di vita possibile per le persone affette da patologie gravi – e spesso, purtroppo, fatali – e per le loro famiglie. Interventi medici da somministrare sia nel decorso della malattia, in aggiunta al trattamento medico “curativo”, sia durante l’ultima fase della vita quando ormai non c’è più nulla da fare. Un problema che, seppur spesso ignorato per una sorta di incomprensibile tabù, riguarda molte persone. Anzi, secondo il dossier che il British Medical Journal ha pubblicato recentemente, sarà questo il tema centrale nelle agende delle principali economie del mondo nel prossimo futuro: le persone interessate saranno entro il 2030 più di 74 milioni, ben oltre l’intera popolazione italiana.

TERAPIE IGNORATE – Perché la vita media si allunga, crescono le patologie correlate all’età – tumori inclusi – e le cure palliative dovrebbero essere una delle strategie mediche centrali. Invece, poco se ne sa e poco se ne parla. Anche tra gli addetti ai lavori. Secondo la Worldwide Palliative Care Alliance, nel mondo “meno dell’8% di coloro che ne avrebbero bisogno riesce ad accedere alle cure palliative e all’assistenza medica“, che sia quella svolta nelle strutture dedicate (gli hospice) oppure quella domiciliare. Eppure le terapie anti dolore o le cure palliative servono. Uno studio pubblicato da The New England Journal of Medicine, che ha avuto vasta eco sulla stampa USA, mostra che i pazienti che ricevono anche un trattamento palliativistico, sin dall’inizio della diagnosi di malattia, conducono una vita più felice, meno soggetta a crisi depressive, e hanno una aspettativa di vita che va dai 2 ai 7 mesi in più rispetto agli altri pazienti curati solo con i soli trattamenti specifici medici.

RICCHI E POVERI, STESSA IGNORANZA – Il tema è ignorato non solo nei paesi poveri, ma anche in quelli più ricchi. Il centro studi the Economist Intelligence Unit ha condotto una ricerca per elaborare un indice utile a misurare la capacità di fornire assistenza di fine vita: una quarantina di Paesi è stata valutata attraverso 24 indicatori e l’ausilio di sociologi, economisti, medici e specialisti in cure palliative. La Gran Bretagna è il Paese in cui viene erogata la migliore assistenza, mentre l’Italia si piazza solo ventiquattresima, accanto a Danimarca, Giappone. Sotto accusa, soprattutto le politiche contraddittorie e l’accesso discontinuo alle terapie antidolore. “In Italia lo sviluppo delle cure palliative ha avuto una storia discontinua  Cure palliative, linsostenibile disumanità del sistema sanitariocon una mancanza di coordinamento e fino a tempi recenti un accesso inadeguato ai farmaci oppiacei” ha commentato David Clark, dell’università di Glasgow e fondatore dell’International Observatory on End of Life Care, l’osservatorio internazionale sull’assistenza di fine vita.

ITALIA FANALINO DI CODA – E’ vero: in Italia – forse anche per un antico retaggio di dichiarata vocazione al martirio – il problema è quasi ignorato. Eppure è un fenomeno rilevante: si tratta di circa 250 mila persone all’anno, di cui 160 mila malate di cancro e 90 mila affetti dalle malattie cronico degenerative. Una categoria, quest’ultima, che come si è già detto è destinata a crescere, per via del continuo invecchiamento della popolazione. Inoltre, in media 11 mila bambini (da 7.500 a 15.000) all’anno con malattia inguaribile e/o terminale (1/3 oncologica-2/3 non oncologica), hanno necessità di cure palliative pediatriche. Eppure, i medici per primi si disinteressano di questa branca della scienza medica, già quando sono semplici studenti universitari. Secondo uno studio condotto dell’ANTEA Associazione, dal 2004 al 2009 su un campione rappresentativo di studenti della regione Lazio, solo il 3,8% degli studenti di discipline sanitarie ha seguito un corso in Cure palliative, il 36% degli studenti non ha mai sentito parlare di Cure palliative e il 29% ne ha ricevuto solo una vaga nozione. E questo, nonostante ben il 76% degli studenti di discipline sanitarie durante i propri studi ha affrontato esperienze di dolore e di lutto.

COSA SI STA FACENDO – La totale negazione del problema è stata sanata di recente dal legislatore, con la legge 15 marzo 2010, n. 38. Una legge che per la prima volta in Italia si occupa di tutelare e garantire l’accesso alle cure palliative e alla terapia del dolore nell’ambito dei livelli essenziali di assistenza. Ad esempio, per la prima volta nella cartella clinica vanno riportate caratteristiche del dolore rilevato e la sua evoluzione, le terapie adottate e i risultati conseguiti. Meglio tardi che mai, verrebbe da dire. E’ stata inoltre semplificata la complessa –alg hospice albronda Cure palliative, linsostenibile disumanità del sistema sanitario provare per chiedere a chiunque, e sono molti, ha dovuto passarci negli ultimi anni – la prescrizione dei farmaci oppiacei non iniettabili, che prima era soggetta a procedure complicate ed ora passa per la normale ricetta medica del medico di famiglia. Passi avanti, ma ancora troppo poco. Sul versante del personale dedicato – di cui va prevista un’adeguata formazione – e dell’assistenza ai malati, sia nelle apposite strutture (gli hospice) sia nella assistenza domiciliare, molto resta purtroppo da fare. Secondo il Libro Bianco degli hospice ad aprile 2010 erano solo 175 le strutture residenziali attive in tutta Italia, con un forte squilibrio – manco a dirlo – tra nord e sud. Anche l’assistenza domiciliare, di cui è in corso di definizione una mappatura promossa anche dal Ministero della Sanità, presenta ancora delle disparità tra regioni.

UNA CORSA AD OSTACOLI – Con una battuta potremmo dire che siamo ancora ai semplici palliativi per un problema molto grande e molto complesso, che incide nella carne viva del Paese, molto più dei dibattiti sulla casa di Montecarlo. Un problema che richiede prima di tutto una maggiore consapevolezza dei medici e degli operatori sanitari, e poi un investimento finanziario ed organizzativo da parte del sistema sanitario nazionale. Invece restano molti ostacoli. Il primo è frutto anche di un tabù culturale: in occidente la morte è stata “rimossa” medicalizzandola, è importante curare per guarire, non per far star meglio. In Italia poi, i retaggi di pregiudizi “religiosi” mal interpretati fanno il resto: il dolore viene visto addirittura come una sorta di passaporto per la salvezza. Un approccio superficiale fa confondere l’eutanasia con le terapie di sostegno e di accompagnamento verso la fine della vita e anche con la terapia del dolore vera e propria. Un’ignoranza che condiziona persino la facilità di accesso e la disponibilità di farmaci per controllare il dolore, questione “pratica” ma sostanziale.

TANTA STRADA DA FARE – Invece basterebbe capire che investire sulle cure palliative conviene. Un aumento dell’assistenza domiciliare e in hospice potrebbe ridurre il numero dei ricoveri ospedalieri e degli accessi al Pronto soccorso non giustificabili. In aderenza ad un principio sanitario spesso disatteso, quello dell’appropriatezza della risposta sanitaria, che porta al tempo stesso ad un minor disagio per le persone e ad un minor aggravio per le strutture sanitarie. Ci vuole coraggio a morire ed anche ad affrontare il dolore. E quando “non c’é più niente da fare, c’é ancora tanto da fare“. Potrebbe essere fatto molto meglio. Non si capisce perché il sistema sanitario, anziché venire incontro ai bisogni dei suoi cittadini, debba mettere degli ostacoli. In nome di tabù e pregiudizi stupidi, oltre che crudeli.

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