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Un extraterrestre capitato per caso in Italia che leggesse i giornali di oggi si troverebbe davanti a uno spettacolo surreale. Al centro, trionfale dichiarazione di Silvio Berlusconi: “Questo risultato elettorale è il miglior riconoscimento per l’attività svolta dal governo “. A destra, le dimissioni di Raffaele Fitto da ministro per gli Affari regionali, per via della sconfitta alle regionali in Puglia di Rocco Palese, uomo scelto dall’ex governatore, in disaccordo con il premier Berlusconi. A sinistra, il ministro fantuttone Renato Brunetta, il signore dei tornelli, trombato a Venezia, la capitale del trionfo del centro destra alle regionali, dove correva certo di diventarne sindaco. Sopra, Berlusconi che dice: “l’alleanza tra Pdl e Governo Premiato Governo premiato, Ministri bocciatiLega è una robusta forza di cambiamento nelle Regioni più importanti, garanzia del rinnovamento e della modernizzazione del Paese“. Sotto, Brunetta che tuona contro la ”scarsa cultura della coalizione nell’elettorato della Lega nord, una sorta di miopia degli elettori che quando devono votare il loro candidato non hanno dubbi ma quando devono votare un candidato della coalizione, hanno qualche difficoltà”. Ma caro ministro Brunetta, se lei fosse stato a Milano, al convegno “Lenti a contatto – Benessere della vista” saprebbe che il 51,8% della popolazione italiana presenta problemi alla vista, che corregge utilizzando occhiali oppure lenti a contatto. Legga i giornali, s’informi. Scoprirebbe che, a proposito di governo premiato, a Lecco, città lombarda che più lombarda non si può, là dove è nato anche il quadri presidentissimo Roberto Formigoni, dove correva per la carica di Sindaco il vice ministro Roberto Castelli, hanno vinto i “comunisti”. Se è un problema di miopia, sono in molti lassù ad esser miopi. E per risolverlo, prima delle prossime elezioni, il governo faccia un bel decreto legge per incentivare le rottamazione di occhiali e lenti a contatto.

Sempre a proposito di governo e di ministri, Roberto Calderoli, il ministro per la semplificazione, quello che ha fatto il provvedimento taglia enti con il milleproroghe di fine 2009 (peccato che il Sole 24 Ore abbia scoperto che nessun ente è stato soppresso, perché – fatta la legge, trovato l’inganno – tutti si sono riorganizzati e salvati), ha detto, conversando con i cronisti a Montecitorio che “E’ ora di cambiare la legge elettorale”. L’autore di quella che lui stesso ha definito la legge porcata, ha trovato il rimedio. “Per combattere l’astensionismo” . Propone Calderoli “si allineino tutte le elezioni a quelle europee, e si facciano ogni cinque anni”. Chissà se è parente di quello stesso Roberto Calderoli che proprio un anno fa si è battuto come un leone per non far fare l’election day a giugno 2009 che accorpava europee ed amministrative con il referendum per abrogare parti della sua Legge porcata, per far fallire il quorumastensione? Purtroppo siamo un paese senza memoria, e nessuno glielo ha ricordato. E poi, problemino: in caso di crisi di governo, che si fa? Il ministro Calderoli, abituato a semplificare, ha pronta la risposta: “si aggiusta quello che si deve e si va avanti”. Insomma, una legislatura dura comunque 5 anni, anche se gli alleati non vogliono più stare insieme. Già. Peccato che se si fosse fatto così a gennaio 2008, ora a Palazzo Chigi ci sarebbe ancora Prodi. E il governo Berlusconi, oggi, non sarebbe stato premiato dal voto delle regionali. E la Lega nord, nemmeno. Bocciato anche lui. spingendo la gente ad andare al mare, quindi all’

A proposito di paese senza memoria. Anche se c’azzecca poco con il resto del pezzo, vale la pena di ricordare che il 31 marzo 1945 Annelies Marie Frank detta Anne, in Italia nota come Anna Frank, quella del diario, moriva nel campo di prigionia di Bergen-Belsen. Era una ragazzina di 16 anni  con tutta la vita davanti, una vita spezzata dalla bestia umana. Oggi è uno dei simboli della Shoah perché è grazie al suo diario scritto durante i 2 anni in cui visse nascosta con la sua famiglia in cui ha descritto con considerevole talento le paure causate dal vivere in clandestinità, i sentimenti per Peter, i conflitti con i genitori, e la sua aspirazione di diventare scrittrice, lasciandoci una testimonianza di quel terribile orrore che è stato il nazismo e la persecuzione degli ebrei e l’olocausto. Provate a vedere se qualche giornale se n’è ricordato. Il nostro extraterrestre, sì.

Il post è stato originariamente pubblicato su Giornalettismo

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Oggi, e non poteva essere diversamente, tutti si dedicano ampiamente a dati, risultati e commenti della sbornia elettorale. Tutti si chiedono chi ha vinto e chi ha perso. Scorrendo giornali e agenzie, la risposta sembra meno nebulosa di quanto non appaia affogando tra percentuali, numero di regioni o comuni conquistati.

VVincitori Vinti Vincitori e vinti dItalia, oltre le elezioniincono di sicuro i supermanager italiani, e uno su tutti: il Sole 24 ore ha aggiornato il pay watch dei manager delle società italiane quotate, di cui qualche anticipazione era stata data nel week-end. Ed è con gioia che leggiamo che, accanto a Paolo Scaroni, Luca Cordero di Montezemolo, Sergio Marchionne, Cesare Geronzi e Giovanni Puri Negri, entra – anzi, rientra – al sesto posto anche Corrado Passera, amministratore delegato e direttore generale di Intesa Sanpaolo. Nel 2009 ha guadagnato 3,5 milioni al lordo delle tasse, compreso un bonus, il premio correlato ai risultati, di 1,5 milioni di euro. Un aumento del 27% rispetto all’anno predente e senza considerare i “benefici non monetari“, le somme versate a suo favore dalla banca per polizze assicurative e previdenziali o altri “benefit”, che sono altri 311mila euro. Aumento meritato grazie al miglioramento dei risultati del gruppo bancario, il cui utile netto nel 2009 è stato di 2.805 milioni di euro, un +9,9%. La banca è tornata anche a distribuire un dividendo (8 centesimi per ogni azione ordinaria) dopo la magra del 2008, dove – nonostante le difficoltà del gruppo Intesa – Passera aveva ottenuto comunque un bonus di 750mila euro. Lo stipendio del banchiere comasco è tornato così al livello del 2007. Certo in quell’anno i risultati di bilancio, furono  decisamente migliori di quelli 2009: l’utile netto del gruppo fu di 5.811 milioni e il dividendo per le azioni ordinarie di 38 centesimi. Ma chi se ne frega, tanto pagano gli azionisti. Il merito va premiato, o no?

E’ bello sapere che, mentre ci sono centinaia di migliaia di persone che perdono il lavoro, imprenditori costretti a chiudere strangolati dal credit crunch, ci sono persone come Passera, che se la passano bene. Speriamo che questa notizia serva anche a consolare Giuseppina Virgili, una signora di 51 anni di Empoli che a causa di una serie di problemi finanziari non è più in grado di mantenersi e di mantenere la figlia di 20 anni. Come riporta l’Ansa, la signora ha inviato una mail a una decina di grandi ospedali italianiScrivo per mettere a disposizione i miei organi, compreso il cuore perchè non so più come vivere, né io e nemmeno mia figlia di 20 anni, la quale mette in vendita solo i propri reni”. La donna spiega ai sanitari la sua storia così: ”purtroppo dopo tre anni di calvario, avevamo una piccola ditta, oggi ci troviamo costrette a ciò, per vivere anche se sembra un controsenso. Abbiamo già fatto annunci di questo genere su internet, ma purtroppo ancora non ci ha contattato nessuno e quindi l’idea di rivolgersi agli ospedali. Vendiamo al miglior offerente, così almeno potremmo saldare i nostri debiti e ritrovare un minimo di dignità”. di tutta Italia in cui dice: ”

Cara Giuseppina, in Italia c’è chi vince e c’è chi perde. E non solo quando si tratta di voti e di elezioni.

Buon tutto!

L’articolo è stato originariamente pubblicato su Giornalettismo

Davvero, non c’è più religione. Dopo le notizie che rimbalzano dal Washington Post, che parla di due corti federali in Oregon e in Kentucky che hanno ammesso la possibilità di azioni legali contro il Vaticano per dei casi di abusi sessuali, Joseph Ratzinger, nel corso dell’omelia della Domenica delle Palme, è passato all’attacco. Nel corso dell’omelia ha detto che “rifiutando la verità del Vangelo l’uomo può anche scendere verso il basso, il volgare e può sprofondare nella palude della mIntimidire Ratzinger, Polverini e le intimidazionienzogna e della disonestà“. Speriamo che lo abbiano ascoltato attentamente tutti i prelati, dal parroco di campagna ai vescovi, arcivescovi e cardinali, che sulla triste vicenda degli abusi pedofili nella Chiesa in questi anni hanno tenuto un atteggiamento a dir poco omertoso, e che anche negli ultimi giorni hanno preferito dedicarsi alle denuncie di complotto, di intimidazione, o a praticare la giustificazione del “così fan tutti”. Più d’uno ricorderà anche che lo stesso Joseph Ratzinger, citato in giudizio quando era ancora Prefetto per la Congregazione della Dottrina della Fede per intralcio alla giustizia nell’ambito di un processo, in Texas, su tre casi di abusi su minori commessi da un seminarista colombiano, si avvalse dell’immunità diplomatica in quanto nel frattempo era diventato Papa.

Cose del passato. Oggi Benedetto XVI contrappone a questo riprovevole atteggiamento “il coraggio che non si lascia intimidire dal chiacchiericcio delle opinioni dominanti“. Il cardinal Carlo Maria Martini, in un articolo sul quotidiano austriaco Die Presse ha detto che “l’obbligo del celibato per i preti dovrebbe essere ripensato” aggiungendo che “Le questioni di fondo della sessualità vanno ripensate alla base del dialogo con le nuove generazioni”, spiegando che “dovremmo porci delle questioni di base per riconquistare la fiducia perduta”. Chissà se Joseph Ratzinger lo ascolterà. Di sicuro, se è vero, come dice sul Corriere della Sera il cardinale Walter Kasper, alla guida del Pontificio consiglio per l’unità dei cristiani e il dialogo con gli ebrei, che il pontefice “è il primo che già da cardinale ha sentito la necessità di regole nuove, più severe, che prima non esistevano”, bisognerà continuare a ricordare che – fino ad ora – le vittime non sono state il Vaticano, la Chiesa, i vescovi. Ma i ragazzini oggetto di abusi. Tanto per la precisione.

A proposito di intollerabili intimidazioni. Tutti i giornali segnalano la crescita dell’astensionismo: alle ore 22, la percentuale di affluenza alle urne si è attestata intorno al 47%, in calo di circa 9 punti rispetto alle regionali del 2005. Ma l’Ansa in una sua nota fa notare che anche ieri, durante il voto, molti politici hanno violato la regola del silenzio elettorale. Loro potevano, i terremotati de L’Aquila – a cui il prefetto ha negato la possibilità di manifestare con le loro carriole – no. Ma il caso più grave lo ha rivelato la candidata del centro destra nel Lazio, Renata Polverini. La leader dell’Ugl non si è fatta intimidire dalla soverchiante forza mediatica della sua rivale Emma Bonino (quella che non si è fatta intimidire dalla “dichiarazione di voto del cardinal Bagnasco, uno dei più fulgidi esempi di correttezza e di non ingerenza cha si ricordino). E l’ha accusata di una gravissima scorrettezza: avere violato il silenzio elettorale per la partecipazione, sabato, ad una trasmissione di Radio radicale. “Radio Radicale ha smentito anni di storia con una caduta di stile”, ha detto la Polverini. La risposta di Emma è stata lapidaria:”Renata ha idee confuse sulla legalità, Radio Radicale può trasmettere essendo un organo di partito”. E ha proposto un “buono scambio” alla candidata di centro destra “se vuole facciamo cambio, lei si accomoda a Radio Radicale e io vado al Tg1, Tg2, Tg3, Tg4, Meteo..”‘. E’ proprio vero, cardinal Bagnasco: non c’è più religione!

Buon tutto!

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Finalmente, ci siamo. Dopo un mese brutto, che più brutto non si può, passato tra sconfinamenti istituzionali, censure neppure tanto velate e anche di peggio, la parola passa al corpo elettorale. Il popolo sovrano sceglierà 13 presidenti di Regione, 4 presidenti di Provincia e diversi Sindaci, tra cui quello di Venezia. Sono elezioni amministrative ma, come ha giustamente sottolineato in più occasioni Silvio Berlusconi, il rilievo sarà senza dubbio politico, visto che votano 41 milioni di elettori sui 48 totali.

Molte le cose da osservare. Prima di tutto, chi vincerà la conta dei voti assoluti tra maggioranza ed opposizioni, indipendentemente dal numero di regioni conquistate. Ma non è così semplice: bisognerà vedere quanti voti otterrà la coalizione di centro destra che governa il Paese rispetto alle europee del 2009 e alle politiche del 2008. E quanti andranno alle opposizioni in confronto con il passato. Per vedere chi sale e chi scende. Bisognerà soprattutto vedere il peso dell’astensionismo, spettro che agita in queste ore soprattutto Berlusconi e il PdL: mobilitare il proprio elettorato, che molti dicono sfiduciato e disilluso, potrebbe davvero segnare la differenza tra vittoria e sconfitta per il maggiore partito italiano e forse persino per lo stesso governo.

Bisognerà vedere anche gli equilibri interni alle coalizioni: l’annunciato sorpasso della Lega Nord sul PdL potrebbe avere effetti dirompenti, ad esempio sul versante del “federalismo fiscale”. Tant’è che qualche maligno dice che molti esponenti berlusconiani non piangerebbero per una sconfitta in Piemonte. Lo stesso vale per l’altra parte: non è indifferente per il futuro quali saranno i pesi specifici di sinistra radicale, IdV, Udc e Partito democratico. Naturalmente conterà anche il numero di Regioni vinte, un tema che non è solo simbolico: in gioco c’è la maggioranza della Conferenza Stato Regioni, organo poco conosciuto ma molto importante per diverse questioni, dove avere o meno una maggioranza “omogenea” con il governo nazionale non è cosa da poco. Inoltre, conterà molto anche il “peso” delle diverse regioni vinte: senza offesa per nessuno, l’Umbria non è il Lazio e le Marche non sono il Piemonte.

Ma il brutto è che, comunque vada, sarà un insuccesso. Un insuccesso del Paese, che sta annegando, apparentemente senza speranza, nella gelatina del crepuscolo berlusconiano: un leader che avrà di sicuro ancora gli anni contati, ma che – è palese a chiunque abbia occhi per guardare – ha completamente esaurito la sua spinta propulsiva ed ampiamente dimostrato di saper vincere bene le elezioni ma di non essere poi in grado di governare i problemi, che sono purtroppo tanti, vecchi e nuovi. All’orizzonte, però, si vede solo un acerbo localismo leghista, un neo corporativismo tremontiano che sembra peggio del berlusconismo, un Fini in cerca d’identità, un’opposizione senza numeri e senza idee.

Ecco perché qualsiasi opzione (voto al centro destra, al centro sinistra, astensione), al di là di qualche buona candidatura che pure c’è qua e là, sembra sbagliata. Colpa di tutti: politici, media, e anche di cittadini troppo spesso svogliati o aggrappati ad un miope “particulare”. In questa mancanza di prospettiva, in quest’aria che ristagna sotto il cielo plumbeo, andiamo incontro a quelle che sembrano davvero le peggiori elezioni della nostra vita. Sperando che la nottata passi presto.

Buon tutto!

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Ci sono storie che sembrano inventate. Come questa. Il 24 marzo 1944, il giorno dopo l’attacco contro l’11a compagnia del III battaglione dell’SS Polizei Regiment Bozen in via Rasella a Roma, dove restano uccisi 31 militari tedeschi e 2 civili (altri 10 soldati moriranno nei giorni successivi), per ordine di Adolf Hitler viene decisa una rappresaglia di 10 italiani per ogni tedesco ucciso.

Ci sono storie che sembrano incubi. Come questa storia di belve con sembianza umana, che parlano tedesco e dicono: “Punizioni esemplari”. La Convenzione di Ginevra del 1929 fa esplicito divieto per gli atti di rappresaglia nei confronti dei prigionieri di guerra. Ma al comando tedesco non importa. Ci si aggrappa ai codici di diritto bellico nazionali che consentirebbero la rappresaglia. Ma si violano anche quelli: non si aspettano le 24 ore di rito perché i responsabili si consegnino, non si indaga su eventuali responsabilità, non si risparmiano civili innocenti, non si fanno avvisi alla popolazione. Ci vuole una punizione esemplare, una rappresaglia.

Ci sono incubi che sono storia. Una punizione esemplare, una parola che mette i brividi, una regressione per la bestia umana che anima il nazismo già agonizzante. Hitler vorrebbe far saltare in aria un intero quartiere di Roma  con tutti quelli che lo abitano, e per ogni poliziotto tedesco ucciso vorrebbe far fucilare da 30 a 40 italiani. Himmler dà ordine di cominciare ad organizzare la deportazione di tutta la popolazione maschile dei quartieri più pericolosi, famiglie comprese rastrellando le persone dai 18 ai 45 anni e solo motivi logisitici. Alla fine la decisione: 10 italiani per ogni soldato. Se sono partigiani prigionieri bene, sennò pazienza. Ebrei, comunisti, detenuti comuni, gente rastrellata per caso, testimoni scomodi. L’importante è che la belva umana sia sazia.

Ci sono incubi che durano da 66 anni. Herbert Kappler, ufficiale delle SS e comandante della polizia tedesca a Roma, già responsabile del rastrellamento del Ghetto di Roma e delle torture contro i partigiani nel carcere di via Tasso, comanda le operazioni, coadiuvato dal capitano Priebke. Un plotone di soldati tedeschi blocca l’accesso alla cava di arenaria, 4 camion portano 335 persone all’incrocio di via Fosse Ardeatine e via delle sette chiese. Arrivano 5 auto piene di SS armati di tutto punto. Scendono lentamente, molti di loro sono stati torturati. Le SS li spingono dentro la cava, cominciano le esecuzioni. I soldati lanciano bombe a mano nella cava, e si infierisce senza pietà anche sui corpi senza vita. Poi due serie di mine servono a nascondere o almeno a rendere più difficoltosa la scoperta di quest’eccidio. Anche le belva provano vergogna.

Ci sono storie che fanno orrore. Finita l’esecuzione, i tedeschi affiggono pure nelle vie di Roma un manifesto in cui il comando tedesco promette che se vengono consegnati gli attentatori non ci sarà nessuna rappresaglia. Per coprire le loro colpe. Ma anche la terra ha orrore, si ribella: i corpi senza vita emanano un odore così forte che i tedeschi sono costretti a tornare, il 25 marzo, per far saltare ancora la cava. E la voce si sparge sulle strade di Roma. In molti sanno cosa c’è lì sotto, alle Fosse Ardeatine. In molti fingeranno di non saperlo.

Ci sono storie che sembrano un sogno, un incubo, un orrore che non riesce a spegnersi dopo 66 anni. Ma è storia, sono accadute, proprio qui davanti ai noi. Ci sono 335 persone innocenti massacrate per vendetta, in mezzo all’assurda guerra dove milioni di uomini finirono in un camino solo perché ebrei. Storie di cui si è persa la memoria, che si preferisce non raccontare, perché ormai è passato. Storie di un passato che bisogna lasciarsi alle spalle.

E’ vero che tanto tempo è passato. E’ vero che altri incubi disumani compiuti da tanti compongono quest’assurda storia dell’uomo che si fa belva, parlando tedesco, italiano, russo, turco, inglese, serbo, arabo, israeliano e chissà quale altra lingua di questo mondo. Sarà. Ma anche per questo io resto qui, davanti a questa strada, e mi sembra di vederli tutti lì, i martiri delle Fosse Ardeatine.  Antonio, Umberto, Aldo, Ilario, Cesare, Ugo, Giacomo, Enrico, Carlo  e tanti altri. Muti davanti a noi. Il vento continua a soffiare su questa storia.

24 marzo 1944 – 24 marzo 2010. Per non dimenticare

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Più passano i giorni e più c’è una cosa che non mi va giù. E’ una delle tante promesse fatte dal nostro presidente del Consiglio Silvio Berlusconi nel corso del suo discorso durante la manifestazione di sabato scorso. Ed è la promessa che il suo governo sconfiggerà il cancro entro tre anni.

 

Non voglio dire che il cancro lo sconfiggeranno i medici ed i ricercatori (come i mafiosi li arrestano i poliziotti e i magistrati e non i governi). Non voglio neppure dire questo governo brilla – più o meno come molti altri – per il totale disinteresse verso la ricerca, alla quale vengono destinati fondi irrisori, indegni di un paese che si proclama avanzato come il nostro.

 

Voglio dire solo che ai politici si perdonano le promesse vane. Fa parte della loro natura. Almeno di quelli da 4 soldi, come la stragrande maggioranza di quelli italiani. Ma anche nel promettere ci vuole un briciolo di decenza. E questo limite, caro Presidente Berlusconi, lei lo ha varcato davvero.

 

Andando oltre l’irrimediabile stavolta. Sarà che il cancro l’ho conosciuto, come molti, e mi ha portato via ciò che avevo di più caro al mondo. Ma stavolta ho pensato che in un paese civile, per questa frase, l’avrebbero dovuta prendere a pomodorate. Non batterle le mani.

 

E mi stupisce anche perché Lei il cancro lo ha conosciuto, lo ha combattuto e per fortuna lo ha vinto. Dovrebbe ricordarselo. E chiedere scusa. Almeno stavolta.

E c’è chi dice che in Italia i lavoratori non sono tutelati. Mica vero. Dopo un eroica lotta durata circa due anni Felice Crosta, avvocato alto dirigente della Regione Siciliana, si è visto riconosciuto dalla Corte dei Conti il diritto a ricevere una pensione di 496 mila euro all’anno, 41.600 euro al mese, 1.369 euro al giorno – naturalmente lordi – per i servigi resi, invece della più modesta cifra di 219 mila euro annui che l’Ufficio del personale gli aveva assegnato. Una cifra che l’eroico lavoratore si era guadagnata per i servigi resi reggendo per quasi un decennio gestendo l’emergenza rifiuti in Sicilia. Un grande successo: gli Ato, organismi che dovevano assicurare il servizio di raccolta e smaltimento, che hanno accumulato oltre un miliardo di debiti. La gara per i termovalorizzatori annullata dall’Unione europea. La Sicilia sepolta dalla spazzatura.

Ma la legge è legge. Come quella che, nel 2005, quando venne istituita l’Agenzia per i rifiuti e le Acque nel 2005, mentre Salvatore Cuffaro governava a Palermo, stabilì per il direttore generale dell’Agenzia il diritto a calcolare la sua pensione in base all’indennità. E guarda caso, a direttore fu nominato l’allora vicecommissario ai rifiuti Felice Crosta, che – sempre guarda caso – 4 mesi dopo de ne andò in pensione. Maturando il “diritto” a godere della pensione milionaria di oggi. La legge è legge. Il fatto che i Siciliani hanno la monnezza sotto le finestre non conta, purtroppo. E neppure il fatto che nessuno, né gli ex governatori di Banca d’Italia, né gli ex Presidenti di Corte Costituzionale abbiano simili indennità di pensione. E neppure il fatto che il tetto ai trattamenti previdenziali “obbligatori” posto nell’ormai lontano ottobre del 2003 dal consiglio dei ministri è di 516 euro al giorno, il vecchio milione di lire.

Insomma, in Italia i lavoratori sono tutelati, eccome. Certo, non tutti. Non i cassintegrati o quelli in mobilità. E neppure i precari che qualcuno ha pure il coraggio di chiamare bamboccioni. Ma gli altri sì. Ad esempio, Felice Crosta servitore fedele di Totò vasa-vasa Cuffaro, che sta nel partito di quel Casini che sdegnosamente ricorda a tutti che lui è l’unico che si preoccupa dei problemi della gente. O quel Riparbelli addetto al palco di Berlusconi – il capo del governo che si preoccupa soprattutto di Annozero e delle intercettazioni – che viene candidato in Lombardia facendo rischiare a tutti di essere esclusi dal voto. E tanti altri, chi più chi meno, purtroppo in tutti i partiti presenti in parlamento. Quelli che hanno le amicizie giuste, i protetti dei politici, i servitori fedeli dei potenti. Per quelli, nel paese delle leggi ad personam che si approvano in quattro e quattr’otto, della meritocrazia all’incontrario, c’è sempre un diritto da tutelare. La legge è legge, e dicono che è uguale per tutti. Ma in questa Repubblica delle banane  per alcuni, la cronaca ce lo ricorda ogni giorno, è più uguale che per gli altri.

Buon tutto!

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Mentre in Parlamento si svolgeva – meglio tardi che mai – il dibattito sulla crisi economica, la Commissione europea ha esaminato l’aggiornamento del programma di stabilità economica e finanziaria dell’Italia. Nel suo linguaggio felpato la Ue ci è andata pesante, ritenendo “a rischio gli obiettivi di riduzione di disavanzo e debito espressi dal governo italiano”, perché alla base ci sono ipotesi macroeconomiche giudicate molto favorevoli e perché mancano dettagli sulla manovra prevista per 2011 e 2012 con cui l’Italia intende ridurre il deficit. Il nostro Paese deve tenersi pronto ad adottare “ulteriori misure” per raddrizzare i conti pubblici nell’eventualità che una crescita economica inferiore a quella – molto ottimistica, il 2% all’anno nel biennio 2011-2012 – prevista dal governo italiano metta a rischio il raggiungimento degli obiettivi di risanamento del deficit.

L’Europa teme anche che le entrate effettive si rivelino comunque inferiori al previsto, soprattutto per quanto riguarda lo scudo fiscale, e che le spese possano risultare superiori a quanto indicato, per effetto del federalismo fiscale. Ma soprattutto la Commissione ha detto che gli obiettivi di riduzione del deficit indicati da Berlusconi e Tremonti sono effettivamente molto rigorosi, ma che nel programma italiano non è spiegato come il Governo intenda ottenerli. Non dà alcuna soddisfazione ricordare che l’avevamo detto. E che avevamo anche avvertito sulle prospettive poco tranquillizzanti di crescita per l’Italia, sulla natura più virtuale che reale dello scudo fiscale, sui possibili effetti finanziari negativi del federalismo fiscale dei gattopardi. No, nessuna soddisfazione. Solo preoccupazione, aggravata dal discorso di Tremonti di ieri pomeriggio in Parlamento.

Non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire: il ministro non ha dato – al contrario di quanto promesso – alcuna indicazione su come intende impostare la pesante manovra di rientro promessa a Bruxelles e le misure per rilanciare l’economia, preferendo dispensare frasi ad effetto come “Non siamo stati immobili sulle cose da fare, ma siamo stati irremovibili sulle cose che non si dovevano fare” evitando di “essere la causa e l’epicentro della crisi”. A parte il fatto che – anche se l’Italia non è la Grecia – sull’efficacia della strategia di Tremonti di “messa in sicurezza dei conti pubblici” c’è molto da dire, la sberla della Commissione europea avrebbe meritato un accenno di risposta.

Invece, niente. Da Tremonti un discorso debole e di retroguardia. Il ministro è sembrato un malato che anziché guardare in faccia la malattia e iniziare la dolorosa terapia verso la guarigione preferisce continuare a far finta che va tutto bene, prendendo in giro gli italiani, i mercati e l’Europa. E noi siamo costretti a ballare sull’orlo del vulcano assieme a lui, all’unico che “ha capito in anticipo l’arrivo della crisi”, al miglior ministro del mondo del miglior governo del mondo. Aspettando la prossima sberla, sperando che non sia più forte delle altre e non ci butti dentro il vulcano. E’ ora di smettere di ballare e cominciare a risalire. Ma non si può perdere altro tempo.

Buon Tutto!

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Renato Brunetta ne ha pensata un’altra. Il signore dei tornelli ha lanciato l’idea di un programma dall’immaginifico nome: “Vinca il migliore”, con il quale si offrirà “chiavi in mano”  a tutte le pubbliche amministrazioni, grandi e piccole, centrali e periferiche, un servizio completo – svolto da un’agenzia “esterna” – per la realizzazione dei concorsi pubblici. Secondo il ministro sarebbero così eliminate le raccomandazioni che non premiano il merito, e la procedura per le assunzioni nella Pubblica amministrazione diventerebbe più semplice, più veloce e meno costosa. L’idea che in Italia comincino a vincere i migliori è stuzzicante, ma purtroppo la proposta  di Brunetta è solo stravagante, per varie ragioni.

In primo luogo c’è una differenza non marginale tra un concorso per dirigente alla Regione Lombardia o al Ministero delle finanze e quello per usciere al comune di Canicattì: è difficile standardizzare valutazione dei titoli e del curriculum professionale, prove scritte ed orali  per i concorrenti. Poi, pensare che tutti i concorsi pubblici che si svolgono in Italia siano seguiti da un’unica struttura significa creare l’ennesimo ente elefantiaco, si chiami Formez, Università Bocconi o Pinco Pallino. Ancora, solo un ingenuo – o un furbacchione in malafede – può credere che le raccomandazioni si eliminano affidando all’esterno l’espletamento del concorso: come il ministro dovrebbe sapere bene, se è raro che un dirigente o un funzionario pubblico non obbediscano alle “invasioni di campo” del politico di turno, è proprio impossibile che a farlo sia un’agenzia o un consulente “esterno”, per prestigioso che sia: è pagato proprio per fare ciò che il politico vuole.

Ma c’è di più: se la Pubblica amministrazione che Brunetta ha così brillantemente riformato in questi 20 mesi, come il nostro ha sostenuto recentemente anche polemizzando con Luca Montezemolo, non viene ritenuta ancora in grado neppure di selezionare da sola il suo personale, significa davvero che dietro le dichiarazioni del ministro c’è il nulla. E soprattutto, quest’ennesima rivoluzione annunciata dal ministro fantuttone non è obbligatoria, ma facoltativa. Le Pubbliche amministrazioni saranno libere di fare quello che credono: farsi i concorsi da sole o rivolgersi all’agenzia che – forse – verrà creata.

Ora, da che mondo è mondo, i provvedimenti facoltativi non scatenano rivoluzioni. La raccomandazione del politico che fa promuovere i “servi” anziché i bravi non si combatte offrendo la “facoltà” di ricorrere all’esterno. La pubblica amministrazione non si riforma con i titoli sui giornali o con opzioni facoltative. Purtroppo, come al solito, a Brunetta interessa solo spararla grossa, raccogliere l’attenzione di media e opinione pubblica, e sentirsi al centro dell’attenzione. Così a vincere continuano ad essere sempre i peggiori.

Buon tutto!

L’articolo è stato originariamente pubblicato su Giornalettismo

La corte di Cassazione, con la sentenza n.5856 del 10 marzo 2010 ha confermato l’espulsione decisa dalla Corte di Appello di Milano di un immigrato albanese, con moglie in attesa della cittadinanza italiana e due figli minori. L’uomo aveva invocato, per evitare l’espulsione,  il diritto a “un sano sviluppo psico-fisico” dei due figli. I Giudici hanno invece replicato che è consentito ai clandestini di restare in Italia solo in nome di “gravi motivi connessi con lo sviluppo psicofisico del minore se determinati da una situazione d’emergenza“, tra cui non rientrerebbe il caso in oggetto, ritenendo che la tutela della legalità delle frontiere prevalga anche sul diritto allo studio dei minori. La sentenza mette anche in guardia contro il rischio di strumentalizzazione dell’infanzia da parte dei clandestini. E’ curioso che il 19 gennaio 2010, con sentenza n.823, la stessa Corte aveva acconsentito alla richiesta di restare in Italia di un genitore extracomunitario, stabilendo che “il permesso di soggiorno va rilasciato perché l’allontanamento del genitore costituisce in ogni caso un pericolo per lo sviluppo psicofisico del minore, specie se in tenera età“. Ci saranno sicuramente ragioni validissime, che sfuggono a menti semplici e poco avvezze ai complicati codicilli del diritto, per giudicare in un modo una cosa due mesi fa e in modo totalmente opposto oggi. E certamente la Corte di Cassazione avrà validissime ragioni giuridiche per emettere certe sentenze.

Però la Corte di giustizia europea, riferendosi ad altre ragioni giuridiche, che dovrebbero essere altrettanto valide, con la sentenza C-540/03 del 2006 ha stabilito che in tema di diritto al ricongiungimento, anche in caso di espulsione, va considerano centrale l’interesse del minore. Ragioni giuridiche valide le avrà avute anche la Corte europea dei diritti dell’uomo, quando ha sanzionato “gli Stati che assumono comportamenti contrari a quanto previsto dall’articolo 8 della Convenzione sul rispetto della vita privata e familiare”. Ci saranno ragioni giuridiche valide anche nella direttiva comunitaria 2004/83, che ribadisce “il potere discrezionale degli Stati in fatto di espulsione ma individua un limite proprio nel diritto al ricongiungimento e nella tutela della famiglia.”

Insomma, la Corte di Cassazione avrà pure ragione da un punto di vista giuridico, nonostante il diritto internazionale e quello comunitario affermino cose diverse. Ma l’idea che nel nostro ordinamento giuridico venga ritenuto “legittimo” separare un padre dai propri figli perché “clandestino”, infischiandosene di quello che possano provare quei bambini,  ci fa un po’ vergognare di essere italiani.

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