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La storia di Brittany Maynard si è conclusa, come avrete letto qui. La storia di Lauren Hill è ancora in corso, invece. Lauren è una ragazza malata di tumore senza più speranza di sopravvivere; aveva un sogno: giocare nella Wnba, la massima lega femminile di basket.

Lauren Hill

Per permetterle di realizzare – almeno in parte – questo sogno, la Ncaa ha anticipato l’apertura della stagione, e Lauren ha giocato ed è andata a canestro con la squadra del suo college di terza divisione, il St. Joseph in Ohio, in un tripudio di folla.

Non so se tutto questo siano belle storie commoventi per i media che passeranno (perché tutto passa e va). Non so se ci sia una riposta, perché forse non c’é neppure una domanda. So solo che, grattata la superficie dell’evento, delle campagne stampa o di quelle social restano persone. Esseri umani che come noi faticosamente si muovono su questa terra; come noi, legate ad un filo sottile che può spezzarsi in qualunque momento, alla ricerca di un senso che non c’é.

Eppure, se penso a Brittany Maynard che se n’é andata e a Lauren Hill e al suo canestro, un senso provo ad intravederlo. E penso che è vero che la vita è una battaglia da combattere quotidianamente, senza arrendersi mai, ma solo fino al giorno in cui è degna di essere vissuta. Questo insegnano Brittany e Lauren. Così lontane, così vicine a noi.

Pubblicato (anche) su neXt quotidiano

In realtà, faccio il tifo per la Juventus (be, nessuno è perfetto, no?). Ma stasera faccio il tifo per Abidal. Ma sì, Abidal. L’ex nazionale francese, l’ex idolo del grande Barcellona di Guardiola, quello che adesso allena il Bayern e ieri sera ha matato la Roma (capita). Abidal che, dopo un tumore, il ritorno, la ricaduta, adesso è tesserato dell’Olimpiacos di Atene. Quella Atene dove la Juve ha lasciato una Coppa già vinta, tanti anni fa, Abidal forse neanche se lo ricorda, che aveva solo 5 anni ma io me lo ricordo bene.

Abidal-Olympiakos

Abidal che ormai gioca poco, ma, come dice lui, sa che “ogni partita è un regalo”. Come ogni giorno che passiamo, andando avanti con fatica tra i piccoli dolori del quotidiano. Un regalo è ogni giorno, ogni partita in cui giochi come sai, a volte vinci a volte perdi, ma comunque ce la metti tutta. Come Abidal, che ha vissuto in un sogno per tanti anni – le folle, le vittorie, le gioie – e poi è caduto nell’incubo del male, degli ospedali, dei chirurghi, di quelle terapie che ti consumano il corpo e l’anima.

Perché siamo tutti Abidal, prima o poi. Nella gioia e nel dolore, andando a tentoni nei campi da gioco, a volte soli e volte in compagnia. Tutti con un viaggio da vivere, una partita da giocare, e ognuna è un regalo, come dice Abidal.

Abidal, che forse stasera gioca o forse no. Abidal, che forse tornerà al Barcellona e chiuderà la sua carriera, o forse no. Abidal, che forse avrà una lunga e felice vita o forse no. Abidal, che forse regala un dispiacere alla Juventus, e pazienza se accadrà. Sì, stasera faccio il tifo per Abidal, che la mia Juve mi perdoni. Perché il calcio è come la vita, e la vita è così. E chi sa solo di calcio, non sa nulla di calcio (Mourinho dixit).

Pubblicato (anche) su neXt quotidiano

C’è Zahira di un villaggio berbero nel Marocco: cammina sola, un velo nero in testa e uno zainetto sulle spalle in una montagna arida, sognando di diventare poliziotto per difendere i diritti delle donne e dei bambini; c’è Samuel della Baia del Bengala: figlio di pescatori, ha contratto la poliomielite da piccolo e percorre 8 chilometri su una sedia a rotelle sfidando piogge, sassi e buche. E poi c’è Carlito della Cordigliera delle Ande: fa 25 chilometri con la sorellina in groppa ad un cavallo; c’è Xiao Qiang sulle colline della città-prefettura di Yibin, provincia del Sichuan: disabile, percorre 9 miglia al giorno in groppa alle spalle del padre.

SCUOLA:TAR LAZIO,NO CLASSI-POLLAIO ORA PIANO MINISTERO

Dove vanno? A scuola, in classe: a scrivere e far di conto, come tutti i bambini del mondo: o meglio, non proprio come tutti, ma come tanti: bambini di Kenya, India, Patagonia, che si alzano presto e attraversano strade e fiumi, pianure e montagne, per andare a studiare. Per crescere e diventare adulti migliori.

Storie semplici, di quotidiano sacrificio, raccontate in un film di Pascal Plisson, “Vado a scuola”. Storie di un altro mondo, lontane; eppure vicine, perché appena 60 anni fa erano storie anche di casa nostra, di Bergamo, di Pesaro o di Avellino. Storie che ricordano che la scuola non è importante: la scuola è tutto, se vogliamo davvero un mondo migliore. Se vogliamo essere migliori. Perché, come ricordava Don Milani, “Quando avete buttato nel mondo di oggi un ragazzo senza istruzione avete buttato in cielo un passerotto senz’ali.”

Zahira, Samuel, Carlito, Xiao Qiang lo sanno. Noi, forse, lo abbiamo dimenticato. Abbiamo voltato la testa, mentre la scuola veniva stuprata, offesa umiliata: da politici incapaci, da media distratti, da sindacati ottusi. E abbiamo smesso di guardare al futuro. E si vede.

Ecco un buon modo per guardare al futuro: non dimenticare che cosa significa, davvero, andare a scuola. Ieri, oggi e domani. Ricordiamolo, quando accompagniamo i nostri figli la mattina nel traffico. E anche dopo, nella nostra vita, nel nostro andare a tentoni come punti sperduti in questo mondo, quando leggiamo di come la scuola è mal trattata, e voltiamo la testa dall’altra parte.

E anche quando andiamo a votare; spesso – forse ci avrete fatto caso – lo facciamo proprio dentro una scuola.

Pubblicato (anche) su Giornalettismo

Lunghi e complessi studi di ricercatori americani e tedeschi hanno scoperto che lo stress fa male alla salute, causando tra l’altro il mal di testa; proseguendo in questa sagra dell’ovvio, il rimedio sarebbe prendersi il tempo per  se stessi, “valutando se ciò che si sta facendo, il modo in cui si sta vivendo, ci rende veramente felici”.

Riflessioni

La terapia, suggerita da Paola Vinciguerra, psicoterapeuta presidente dell’Eurodap, Associazione Europea dei Disturbi da Attacchi di Panico Basterebbero, è quella di riflettere; su noi stessi, la nostra vita, i nostri veri bisogni e desideri. Basterebbero, dice, 3 minuti al giorno.

Riflettere su noi, sulla vita, sul mondo che ci circonda, con le sue bellezze e le sue contraddizioni? Vaste programme. Però sarebbe bello, e forse pure utile. Forse non servirebbe a far passare stress e mal di testa, anzi; ma non farebbe male né a noi né al mondo. Forse ci aiuterebbe pure a migliorarlo, fermarsi e riflettere 3 minuti al giorno.

La questione è se ne siamo ancora capaci.

Pubblicato (anche) su Giornalettismo

Silvia dalla finestra della sua casa di Berlino guarda il cielo grigio. Da due anni vive in Germania, dove l’Università ha finanziato un suo progetto di ricerca, affidandole budget, personale, fissandole risultati da raggiungere in 36 mesi. Si è trasferita dopo aver bussato, inutilmente, alle porte di almeno dieci Università ed istituti di ricerca nazionali. Le è costata fatica, e dolore, perché il “suo” Antonio è dovuto rimanere in Italia, dove lavora a tempo indeterminato per millecinquecento euro al mese, perché sua madre vedova non ce la fa ad andare avanti da sola.

Capitale-umano

Silvia guarda il cielo grigio tingersi di nero nell’argento della sera. Non sa se ridere o piangere, perché da qualche giorno sa di aspettare un figlio e non l’ha ancora detto ad Antonio. Ma sa che dovrà farlo presto, perché il suo Direttore proprio oggi le ha proposta un contratto a tempo indeterminato. E quel cielo ormai nero sembra lo specchio riflesso dei suoi sogni, delle sue speranze, dei suoi anni perduti.

Silvia guarda verso il cielo, mentre alla Tv un canale in italiano celebra la vittoria ai Golden globe di un film sulla miseria e nobiltà del nostro strano e bellissimo Paese. Su un altro canale, un gruppo di gente ben vestita blatera di tutto e di niente, fino a che un tizio più elegante e sorridente degli altri inizia a parlare dell’importanza del capitale umano.

Silvia spegne la tv e prende il cellulare mentre una lacrima le riga il viso. Ha deciso. Prima di chiamare Antonio, scrive un Sms al suo Direttore. Accetterà l’incarico.

Pubblicato (anche) su Giornalettismo

Eccomi. Sono ancora qui, nei quartieri dove il sole del buon dio non dà i suoi raggi. Sono qui, stranito e confuso come chi ha perso l’amore, la perla più rara, come in quei giorni freddi in cui te ne vai triste come chi deve e il vento ti sputa in faccia la neve. Qui, a Genova. Guardo lassù, verso quel cielo dove le nuvole vanno e vengono, e ogni tanto si fermano. Passeggio lentamente tra i bar del porto e le sue meraviglie, ripensando a quei giorni perduti a rincorrere il vento, quei giorni in cui, ricordi? Sbocciavan le viole, con le nostre parole. Lo so che era solo una canzone, forse un sogno, venuto dal sole o da spiagge gelate. O forse era solo una storia sbagliata.

Una storia che sapeva di speranza: la speranza della buona novella.Ricordo che mia madre mi disse: non devi giocare con gli zingari nel bosco. Ma il bosco era scuro e l’erba già verde. E io andai: c’erano tutti i cuccioli del maggio. Erano tanti e lottavano così, come si gioca, i cuccioli del maggio: era normale. E a guardarli la fortuna sorrideva come uno stagno a primavera, spettinata da tutti i venti della sera. Così, chiamai i miei amici e sussurrai: dite a mia madre che non tornerò. volevo finalmente sapere senza un programma come ci si sente. Perché volevo con tutto il cuore una storia diversa per gente normale. O forse credevo solo in una storia comune per gente speciale.

Ma eravamo tanti, ci sentivamo forti. Qualcuno diceva ai passanti: com’è che non riesci più a volare? E un’altro chiedeva alle ragazze vestite a festa: continuerai a farti scegliere o finalmente sceglierai? Quei giorni di maggio sembravano davvero giorni di finestre adornate, di canti di stagione, di anime salve in terra e in mare. Giorni in cui davvero se non del tutto giusto quasi niente è sbagliato. E anche se il nostro maggio ha fatto a meno del vostro coraggio, anche se poi nella domenica delle salmeseppellito il cadavere di Utopia in una pace terrificante, cari signori benpensanti, che siete a Rimini tra i gelati e le bandiere, spero non vi dispiaccia se ho continuato a seguire quella voce, quella musica, quel sogno sulla cattiva strada. Quella stessa strada dove Marinella scivolò nel fiume a primavera.

E in questi miei anni ho camminato tanto. Ho offerto la faccia al vento, la gola al vino e mai un pensiero: non al denaro, non all’amore né al cielo. E anche se qualcuno ha detto che i ladri e gli assassini e i tipi strani sono gente da scacciare, io ho risposto che se non son gigli son pur sempre figli vittime di questo mondo. Perché ora lo so che dai diamanti non nasce niente e dal letame nascono i fior. Ricordo che ero qui, in Via del Campo, quando all’improvviso ho visto Nina volare tra le corde dell’altalena. E poi, con la tristezza nel cuore, ho visto anche bambini che ora dormono sul fondo del Sand Creek. E ho ascoltato un valzer per un amore. Un amore che ci stringe e ci fa male, un amore avanti e indietro da una bolgia di ospedale. Non sono cose che dimentico: perché allora ho capito che sarei sempre stato con quelli che han vissuto con la coscienza pura.Inizia la mia sera e vorrei dirti ora le stesse cose. Ma tu sai bene Qui a Genova, all’ombra dell’ultimo sole s’è assopito un pescatore. Ora il cielo è tutto rosso di nuvole barocche, quelle stesse nuvole che vengono, vanno, ritornano. E quella musica, quel sogno sembra quasi svanito, perduto in novembre o col vento d’estate. In questo tempo confuso si son presi il nostro cuore sotto una coperta scura, e a noi non resta che qualche svogliata carezza e un po’ di tenerezza per quelle stanche parole troppo gelate per sciogliersi al sole. E l’aria sa un po’ di rimpianto per quei fiori appassiti al sole di un aprile ormai lontano.

Ma ecco, guardami: io sono ancora qui. Ora siedo sul letto del bosco che ormai ha il tuo nome. Io non so se c’è un dio lassù, in mezzo a nuvole finte, che si mettono lì tra noi e il cielo per lasciarci soltanto voglia di pioggia. Ma penso che se c’è ha fatto il suo bel paradiso soprattutto per chi non ha sorriso. Ed ora ho capito che c’è amore un po’ per tutti e tutti quanti hanno un amore, sulla cattiva strada. Per tutti: anche per voi, signori benpensanti. Perché, per quanto voi vi crediate assolti siete per sempre coinvolti.

Per questo, anche se incontro sempre qualcuno che mi spiega che penso, continuo a credere che presto la notte se ne andrà con le sue stelle arrugginite in fondo al mare. Sono sicuro che presto passerà questa pioggia sottile, come passa il dolore. E passerà il freddo, perchè la neve morirà domani, e l’amore ancora ci passerà vicino. Perché domani sarà un giorno lungo e senza parole, ma sarà anche un giorno incerto di nuvole e sole.

Ed è per questo che sono qui, a Genova, e ascolto la tua voce che ormai canta nel vento. E penso dolcemente a te, amico fragile, che sei morto come tutti si muore, come tutti cambiando colore. Qualcuno dice che non è servito a molto perché il male dalla terra non fu tolto. Può darsi. In ogni caso, mentre penso a te che dormi sepolto in un campo di grano, immagino che dall’ombra dei fossi ti fan veglia mille papaveri rossi. Sorrido tra le lacrime e continuo a camminare a testa alta. In direzione ostinata e contraria, sempre sulla cattiva strada.

Bacan d’a corda marsa d’aegua e de sä che a ne liga e a ne porta ‘nte ‘na creuza de mä..

Ciao, Fabrizio…che come tutte le più belle cose vivesti solo un giorno come le rose

Pubblicato (a suo tempo) sia qui che su Giornalettismo…ma vale sempre la pena di ripubblicarlo.

Un uomo solo è al comando della corsa. La sua maglia è bianco celeste. Il suo nome è Fausto. Fausto Coppi. Sale su, tra strade polverose e cime innevate, in quell’Italia di mezzo secolo fa che ancora arranca in bicicletta, alla vigilia del boom economico. Un’Italia che non ha ancora dimenticato che salire, migliorarsi, vivere è un’impresa dura, faticosa, selettiva; una conquista quotidiana e difficile, che non si compra a prezzo di costo, magari partecipando a un talent show.

Fausto-Coppi

Fausto Coppi sale con la faccia al vento, in quell’Italia di mezzo secolo fa con alle spalle ancora l’odore delle macerie, della guerra e della povertà, che sa cosa sono la miseria e la fame. Una fame che diventa determinazione, voglia di vincere, riscatto. Una voglia che diventa tristezza: tante vittorie senza mai alzare le braccia al cielo, Fausto che anche quando ride ha gli occhi tristi, chiusi in una smorfia che sembra di dolore.

Fausto Coppi, eroe forte e fragile, bello e maledetto. Il padre e due sorelle morti di cancro, il fratello Serse che muore per una banale caduta dalla bici. E poi la storia con Giulia, la dama bianca, in quell’Italia di mezzo secolo fa, bigotta, ipocrita e ignorante, che non perdona e non perdonerà.

Fausto Coppi se n’è andato all’improvviso così, “come un piccolo soffio di vento spezza il filo di ragno coperta di brina, là, sulle siepi invernali del suo paese di campagna”; svanito nel vento come quell’Italia di mezzo secolo fa, con le sue biciclette nascoste in cantina, in una livida mattina di gennaio.

Un uomo solo, come siamo tutti. Un eroe forte e fragile di quell’Italia con poche automobili e piena di biciclette. Eppure, guardando bene, sembra quasi di vederlo ancora volare nel vento, in questa livida mattina di gennaio, con la sua maglia biancoceleste che si confonde tra le nuvole e il cielo.

Un uomo solo al comando della corsa. In un’Italia che forse ha ancora – nascosta da qualche parte in cantina – la voglia di risorgere.

Pubblicato (anche) su Giornalettismo

Ci risiamo. Un altro anno è andato, un altro arriverà. Eccoci qui, tutti travolti da un rito di plastica in un mondo di plastica, tutti a far finta di essere sani per non sentire le spine piantate nel fianco. E via con bilanci, buoni propositi, promesse, auguri. Migliaia, milioni, miliardi di parole al vento.

calendario

Quest’anno che sta arrivando sarà speciale e diverso e speciale da tutti gli altri, ma una cosa in comune con tutti quelli che l’hanno preceduto e con tutti quelli che lo seguiranno ce l’ha: tra un anno passerà. Perché anche questo lo sappiamo bene: tutto passa. E sappiamo anche che l’importante è, appunto, come passerà.

Anche su questo, di parole al vento se ne dicono tante, ma la migliore resta quella di Antonio Gramsci: “Voglio che ogni mattino sia per me un capodanno. Ogni giorno voglio fare i conti con me stesso, e rinnovarmi ogni giorno”. Impresa difficile, ma tentare non nuoce. Più facile a dirsi che a farsi. Ma sarebbe bello almeno provarci, immaginare che sopra di noi ci sia solo un cielo azzurro, tutti quanti vivere solo per l’oggi, tutta la vita in pace. Cose da sognatori, cose che non restano, parole nel vento.

E allora, mentre il cielo si tinge sempre più di blu e cresce la tentazione di fare un tuffo giù, proviamo almeno a capire che quel che resta dell’anno, quel che resta dei nostri anni è la cosa più preziosa che possediamo. Per noi e per chi ci sta intorno.

E proviamo a vivere, anziché guardare la nostra vita passare, tra riti di plastica in un mondo di plastica.

In fondo, It’ easy if you try.

Pubblicato (anche) su Giornalettismo

E così, eccoci qua. Anche quest’anno si accendono le luci di Natale. Brillano un po’ meno, in quest’Italia del declino, avvolte anche da un velo di nebbia che abbraccia boschi, colline e pianure, nella nostra piccola vita da futuro incerto. Si accendono e si spengono, tra buoni propositi e messaggi d’auguri avvolti da un velo d’ipocrisia, opache nella notte che pare infinita e annacqua di malinconia anche i giorni più lieti.

nebbia_natale

Così, anche quest’anno le luci che si accendono e si spengono illumineranno un giorno che vorremmo sospeso nel tempo, da trascorrere in case immerse in un’aria di festa che scaccia i brutti pensieri, le beghe quotidiane e i problemi che ci aspettano ancora, tutti lì, quando tra qualche giorno ricominceranno i nostri tran tran giornalieri.

Si accendono e si spengono, punti sperduti avvolti nella nebbia e nella sera che avanza, in questo giorno che vorremmo perfetto ma che è, come tutti gli altri, solo un altro giorno che passerà; e che sarà come noi riusciremo a farlo essere, bello o brutto non importa, ma che sia nostro per davvero.

Le luci di Natale arrivano, si accendono e svaniscono come la nebbia sulle colline nella nostra piccola vita dal futuro incerto. Non porteranno nulla che già non sia dentro di noi. Per questo è bello guardarle, con un sorriso vero, anche se velato di malinconia, alla ricerca di un domani che sarà come noi riusciremo a farlo essere. L’importante è che sia nostro per davvero.

Pubblicato (anche) su Giornalettismo

Non so perché (o forse lo so bene) ma oggi riesco a pensare solo a Brooke Greenberg, la bambina che non invecchiava mai, perché affetta da una sindrome rarissima che blocca la crescita. Brooke è morta a vent’anni, avendo l’aspetto, la mente e il comportamento di una bambina di circa 4 anni. Non mi interessa il clamore che si farà attorno al suo patrimonio genetico, al contributo che potrebbe darci per la scoperta di meccanismi biologici, terapie mediche e niente altro di scientifico.

Brooke_Greenberg

No. Penso alla sua lunga vita di eterna bambina, e penso all’infinita bellezza dell’infanzia, che è bellezza proprio quando è una condizione che ci fa evolvere verso il futuro e l’età adulta, e non quando diventa una trappola da cui è impossibile fuggire. Penso che Brooke è stata costretta dalla sua malattia mentre tanti altri crescono con il corpo ma non riescono (forse, non vogliono) a crescere con la mente e i comportamenti. Penso all’infinita dolcezza di tanti piccoli angeli che ho conosciuto e che malattie impronunciabili hanno rapito nel vento.

Penso che questo tempo che ci passa svelto come un temporale d’estate dobbiamo afferrarlo, comprenderlo, viverlo. Per non essere eterni bambini imprigionati non da una trappola biologica ma dalla loro vigliaccheria emotiva. Per cambiare noi stessi, il mondo, la vita.

Ti sia lieve la terra, Brooke.

Pubblicato (anche) su Giornalettismo

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