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Siamo al (penultimo) redde rationem sull’Italicum? Una sfida all’Ok Corral tra Renzi e le opposizioni, ma anche (soprattutto?) tra Renzi e le sue minoranze interne. Una guerra – scusino tutti i sofisti della politica – che si fa fatica a capire. Dove torti e ragioni sono obiettivamente equamente distribuiti.

Italicum

La prova di forza di Renzi, forzature istituzionali incluse, non si capisce. L’ostilità precostituita delle opposizioni, nemmeno. La giravolta di Forza Italia, non ne parliamo. La resistenza ad libitum delle minoranze dem, che forse andava esercitata su questioni più comprensibili per l’elettorato “di sinistra”, tipo job act o altro, neanche. Tutto s’inquadra nell’ennesima prova di forza, nell’abuso – perverso e pervicace – che la nostra classe politica fa della “lotta del potere per il potere”.

Non perché questa non sia fisiologica della lotta politica: solo anime belle o educande possono far finta di non sapere che la politica è anche e comunque “sangue e merda”. Ma, almeno ogni tanto, altrove si fa finta di lottare anche (anche!) per questioni sostanziali, o almeno per il merito delle questioni. Condito delle solite giravolte improvvise ed improvvisate, opinioni che cambiano come aliti di vento, dichiarazioni altisonanti in libertà e vane parole al vento che non lasciano traccia ma un triste “rumore di fondo” che sa di cattivo e che incarognisce sul nulla persone e schieramenti, annebbiando le idee.

Ed in cui però, anche stavolta – e non è la prima – si dedica anche Renzi, l’uomo nuovo al comando. Mentre queste prove di forza, (o di debolezza), siano renziani o minoranze dem, siano forzisti o grillini o chissà chi altro, sanno di vecchio e sono quindi un errore. L’ennesimo errore. Che spiana la strada sempre più all’antipolitica, alla perversione del “tutti uguali” del “tanto peggio tanto meglio”, che un Paese ancora in gravissima crisi economica, sociale, culturale, non può e non deve permettersi. Con l’incubo del Grexit e del domino che ne può derivare che ancora incombe sulle nostre teste, ad esempio.

Spiace ripetersi: stiamo affondando, e voi ballate. Tutti. Errare è umano, perseverare è diabolico. E chissà che verrà dopo; o, se preferite, what comes neXt.

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In questa legislatura, ci ricorda openpolis, ci sono stati 250 cambi di casacca che hanno riguardato 196 parlamentari. Alcuni, anche 4 volte. E non sono stati solo giri di valzer tra partiti “amici”; spesso, si tratta di veri e propri salti della quaglia. Con parlamentari come Barabara Saltamarini nati Pdl, passati a Ncd, poi al misto ed infine alla Lega di Salvini, di cui la stessa Saltamarini un anno fa diceva “Non abbiamo niente in comune”.  O altri, come Michelino Davico, passati dalla Lega all’Idv (ma esiste ancora?). E’ una moda non passeggera, ma che in questa legislatura sta per battere anche i record, non invidiabili, delle precedenti.

Onorevoli voltagabbana

La cosa vi indigna? Vi sconcerta? Vi stupisce?

Scusatemi, ma non dovrebbe essere così. Perchè l’Italia è piena di voltagabbana, di gente che cambia continnuamente opinione su tutti e tutto. Esempi? Il calcio: vinci una partita e sei un campione, perdi quella successiva e sei un brocco, da cacciare, fischiare, esonerare. Gli affari: sei un “capitano d’industria”, come si diceva una volta, che imbrocchi 3-4 business ben fatti? Sei un genio; sbagli un affare e non sei più nessuno. Spettacolo: fai uno due tre film di successo e sei meglio di Fellini, ne sbagli uno e ti evitano come la peste. In politica: quanti sono passati dall’essere comunisti a Forzitalioti; e quanti dopo aver idolatrato Di Pietro e la magistratura milanese saltarano sul carro di Berlusconi? Banalmente, in un condominio, quanti fieri oppositori alla sostituzione delle verande diventano improvvisamente e senza un (apparente) perché dei combattenti per la loro modifica?

Siamo un Pase che, la storia insegna, nuotando nell’effimero, crogiolandosi nel detto “solo i cretini non cambiano mai idea” è immerso in una sorta di ideologia del voltagabbana. Da noi i “surfisti” del cambio di opinione sono tendenzialmente – se non spudoratamente – ammirati. Ancora una volta, siamo coerenti nell’adorare il nostro ripudio per la coerenza. E il Parlamento è come al solito, lo specchio per nulla deforme dei nostri vizi.

Smettiamola di fare finta di indignarci per queste (sia chiaro, cattive) abitudini. E, magari, cominciamo a cambiare. A partire dai noi stessi. E chissà che verrà dopo; o, se preferite, what comes neXt.

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Finita la direzione del Pd, raccolti i cocci, un povero cristo che guarda – interessato ma non appassionato – fa fatica a capire. Tra Renzi & c. da una parte e minoranza (pardon, minoranze) dem dall’altra, chi ci capisce è davvero bravo.

Pd

Perché?

Primo, l’oggetto del contendere. Difficile capire perché si rompe un partito su una legge elettorale e non su temi sensibili (lavoro, welfare, giustizia, ambiente). Difficile non pensare a (futuri?) regolamenti di conti sulla compilazione delle liste.

Secondo, l’evidente mancanza di volontà di trovare un’intesa. Di Renzi & C., colpisce la mancanza di volontà di ascolto e il non voler capire che è onere del “capo” non solo decidere (giusto) ma anche “fare la sintesi”; delle minoranze dem, la strana idea di democrazia mirabilmente espressa da Francesco Boccia (“La direzione? E’ inutile, perchè tanto decide la maggioranza”…Francè, guarda che si chiama così mica a caso, eh)

Terzo, la scarsa coerenza “politica” sul punto: da un lato, è difficile pensare che sia impossibile un accordo tra Renzi e una parte del suo partito per mancanza di fiducia mentre per Renzi a lungo Berlusconi e Verdini sono stati “affidabili”. Dall’altro, è difficile capire l’ostinata negazione dell’Italicum delle minoranze dem, anche perché passare da una porcata in cui non potevi scegliere nessuno ad una in cui puoi scegliere qualcuno si fa un passo avanti, non uno indietro; e perché non pare proprio che il dilemma preferenze sì preferenze no sia un tema “di sinistra”. Anzi.

Il regolamento di conti puzza solo di “politicume” da lontano un miglio. La “ditta” deve essere di tutti, caro Renzi. Ma la “ditta” è ditta anche quando non ne sono io il capo, cari Bersani, D’Alema, Fassina. E’ triste questa guerra “a chi ce l’ha più lungo” totalmente priva di agganci ai contenuti.Triste e scoperta.

Se finirà con un ennesimo compromesso al ribasso, con nuove elezioni, con trattative di bassa lega su un posto da ministro, o nella sguaiata scissione con incerti approdi dei renziani verso un vero e proprio partito di centro destra e delle minornaze dem verso l’ennesimo triste contenitore di nostalgici travestiti da “vera sinistra” lo vedremo.

Di sicuro, l’ennesima botta (l’ultima?) alle speranze che un vero partito riformista di sinsitra nasca in Italia. E dio sa quanto ce ne sarebbe bisogno (e non da oggi). E chissà che verrà dopo; o, se preferite, what comes neXt.

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Ora non che non ci si dorma la notte, ma quando ca…spita sarà questo benedetto electionday, il giorno in cui saremo chiamati a votare per 8 regioni e per molte amministrazioni comuali?

ELEZIONI 2013: SEGGI ELETTORALI A ROMA

L’intento dell’electionday è nobile: risparmiare soldi e, anche, aumentare le probabilità che la gente si rechi a votare. Però a furia di cercare una data utile, si sta esagerando. In origine le elezioni regionali dovevano tenersi a marzo. Poi, con l’idea dell’electionday, sono state posticipate a maggio: tutti insieme appasionatamente, amministrative e regionali in tutta Italia, il 17 maggio. Benissimo. Poi però si è annunciato che la data sarebbe stata anticipata al 10 maggio. Adesso voci attendibili parlano di un nuovo spostamento, il 31 maggio.

Ora, ovviamente che si voti una settimana prima o una dopo può sembrare irrilevante. Ma – a parte che non è detto che lo sia per tutti e dappertutto – c’è un problema di garantire un minimo di decenza istituzionale ad un gesto (le elezioni, appunto) che dovrebbero essere la massima espressione di democrazia.

Senza facili ideologie, ma un governo così “decisionista” come mai è così indeciso sulla cosa più semplice del mondo, ovvero la data delle elezioni? E chissà che verrà dopo; o, se preferite, what comes neXt.

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Il caso De Luca e l’atteggiamento del premier Renzi sono un capolavoro da applausi: si fanno le primarie e le vince, appunto, De Luca; che, com’è spiegato qui, è un candidato illegale. Inoltre, a prescindere dalle sue qualità, dal suo essere più o meno “scomodo” o “presentabile”, dalle sue capacità amministrative, certo non è proprio una bandiera della rottamazione di cui si vanta il nostro Presidente del Consiglio nonché segretario del Pd.

De Luca

Ma è fuori di dubbio che De Luca sia il candidato del Pd in Campania, ovvero, in una delle due regioni dove più incerta è la lotta e dove un’eventuale vittoria del Pd sarebbe più “importante”. Tra tutte le scelte possibili di Renzi e del suo enturage (revisione della Severino, sconfessione del candidato, al limite perfino ignavia) si è scelto di “fare campagna elettorale per il Pd, ma non per De Luca”. Geniale.

Ma la legge elettorale regionale non elegge un Presidente di Regione? E dunque, la qualità intrinseca del candidato non è un fatto determinante? E non siamo dentro, in questa “terza repubblica”, ad un sistema politico fortemente “leaderistico” (di cui il nostro premier è sicuramente eccellente interprete)? E dunque votare per un partito non significa anche votare anche per un leader, a meno di non fare un’improbabile campagna per il voto disgiunto?

Nell’era renziana si è scelto di rottamare; ed era ora. Purtroppo, non è al momento in agenda la rottamazione dell’ipocrisia. E chissà che verrà dopo; o, se preferite, what comes neXt.

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Che la povertà sia aumentata rispetto a qualche anno fa è un dato di fatto, talmente scontato che non si dovrebbe neppure ricordare le  statistiche Istat  che parlano di oltre 10 milioni di poveri, non molto meno del doppio rispetto agli anni che hanno preceduto l’espoldere della crisi.

povertà

Sarà scontato, ma non è che se ne parli molto. Non è una priorità per molti, e meno che mai per i governi che si sono succeduti negli ultimi anni, nè tantomento pe ril parlamento italiano. Un rapporto di Actionaid mostra che su oltre 35 mila atti presentati durante questa legislatura (iniziata a marzo 2013), solo 286 si occupano di inclusione sociale e disagio economico. Nei diversi disegni di legge, appena il 6 % contiene norme in favore di cittadini in condizioni di disagio economico, e di questi appena il 2,7% sono stati approvati.

Non è dunque un caso se l’Italia è priva di una misura nazionale contro la povertà, ed è assieme alla Grecia l’unico Stato membro dell’Unione Europea a non aver adottato alcuna forma di reddito minimo garantito. In compenso, confermiamo gli impegni per l’acquisto di F35, non adottiamo incisivi provvedimenti anticorruzione, rinviamo sine die alcune scelte in materia di revisione della spesa che potrebbero, con la centralizzazione degli acquisti piuttosto che con degli accorpamenti di partecipate nazionali e locali, per non parlare poi della lotta all’evasione fiscale, per trovare le risorse che ci permetterebbero di finanziare provvedimenti di giustizia ed equità sociale.

Nessuno, neanche quei partiti che agitano demagogicamente ogni tanto queste questioni, ha mai fatto una vera battaglia politica (o, almeno,  mediatica) sul tema.

La verità? Non frega niente a nessuno. Ma la verità ti fa male, lo so. COme la povertà. E chissà che verrà dopo, o se preferite, what comes neXt.

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La morte di Nicole poco dopo il parto avvenuto nella clinica privata Gibiino di Catania per una crisi respiratoria e per la successiva serie di eventi su cui, speriamo, la magistratura farà chiarezza lascia davvero increduli, come ha detto il presidente Mattarella. Soprattutto per lo squallido spettacolo di scaricabarile che ne è seguito. E sul solito buttare in pasto all’opinione pubblica “polvere negli occhi” e sviare l’attenzione da altre, non meno gravi, responsabilità.

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Perché è probabile – sarà la magistratura ad accertarlo – che, come ha detto il Procuratore Giovanni Salvi, “Le responsabilità penali sono dei singoli” e delle decisioni prese in quelle ore. Perché è possibile che anche alcuni aspetti dell’organizzazione del sistema dell’emergenza della sanità catanese abbia fatto cilecca. ma non basta a capire perchè quella bambina è morta.

Tutti fanno finta di dimenticare che da anni il sistema sanitario nazionale è sotto attacco: le risorse che diventano sempre più scarse, e questo significa ridurre il numero dei posti letto, quantità e qualità dei macchinari e delle attrezzature mediche, il numero delle strutture e la loro diffusione nel territorio. E questa politica oltre un certo limite non rimuove solo gli “sprechi” (che ci sono) ma finisce per ridurre, inevitabilmente, la risposta ai bisogni di salute, l’efficenza del sistema. E l’eventuale errore umano diventa più probabile.

Quando riduci le risorse del sistema, a lungo andare non ti puoi lamentare se i posti per la rianimazione neonatale non sono dappertutto, se i macchinari salvavita sono “tutti occupati” (a Catania, 38 posti per 12 mila nati all’anno), se il trasporto in elicottero “di notte non è attivo” perché altrimenti “costava troppo”. Se tagli le risorse al sistema pubblico sanitario, magari per favorire quel “privato” che poi ci si accorge non essere attrezzato quando arriva, perché ogni tanto arriva, l’emergenza poi devi farti qualche domanda.

Se il caso di Noemi servirà solo a “tagliare qualche testa”, come ha detto l’Assessore regionale alla Sanità siciliana, Lucia Borsellino, sia di medico o di direttore generale, o se servirà – come ha detto la Ministro Beatrice Lorenzin – solo a commissariare la sanità siciliana, non avremo come al solito capito nulla.

Se non ci domandiamo, una volta per tutte, quanto siamo disposti a pagare per mantenere una risposta adeguata del sistema sanitario nazionale, certo limitando gli sprechi, migliorando l’organizzazione ma smettendola di fare tagli indiscriminati, non avremo capito nulla. Nicole sarà morta invano. Perché, oltre che la malasanità, l’ha uccisa la malapolitica che adesso si batte il petto e proclama “giustizia”.

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E così Mattarella sarebbe il cavallo di Troia per scardinare il patto Renzi – Berlusconi, per disintegrare l’oscuro patto del Nazareno che da un anno intossica la politica italiana: il “compagno” Mattarella è l’anello per (ri)celebrare un “nuovo inizio” tra la “sinistra democratica” e la maggioranza renziana.

Riforma elettorale: Renzi tenta l’intesa con Berlusconi

Oddio, tutto può essere. Ma – a pensar male si fa peccato, ma ci si azzecca – il sospetto è che siamo davanti alla solita pantomima, il solito gioco delle parti a cui la politica italiana ci ha abituati, in perfetta continuità tra la prima, la seconda e la terza repubblica.

Sembra un po’ strano che il centrodestra non gradisca un “gentiluomo democristiano”, il cui unico peccato sembra essere l’aver detto no alla Legge Mammì; ma era uno o due secoli fa. Sembra anche strano che la sinistra democratica (che tra i grandi elettori è tutt’altro che minuscola) sia tutta felice di votare un “gentiluomo democristiano” anziché i non pochi cavalli di razza della “ditta”, che comunque avrebbero ricevuto il gradimento di Sel e dei cani sciolti che non vogliono andare a casa e che il Pd tutto avrebbe comunque il dovere di sostenere, né più né meno di Mattarella.

Forse è solo un (bel?) videoclip, questo “litigio” Renzi Berlusconi. Come la vecchia gag di VIanello-Mondaini, sulle note di Charles Aznavour. E sembra già di leggere i titoli di coda: continuiamo così, a farci perculare. E chissà che verrà dopo; o, se preferite, what comes neXt.

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Io non so per certo cosa succede alla Grecia e all’Euro con Tsipras. Lo scopriremo solo vivendo. Ed è bellissimo questo diluvio di applausi che da sinistra (e anche da destra, miracoli dell’Europa!) cala sul giovane primo ministro ellenico trionfatore alle elezioni. So però per certo che la “scommessa” del neo premier greco è sostanzialmente, di ridare fiato ai suoi concittadini – stremati da politiche di austerità assurde e da diktat della Troika indifendibili da chiunque sano di mente – sostanzialmente rinegoziando il debito che il suo Paese ha con il resto d’Europa. Ovvero con noi.

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Come ci viene spiegato minuziosamente qui, i contribuenti italiani sono tra i maggiori creditori della Grecia. Dunque, se Tsipras avrà successo, il rifiatare dei greci (che è cosa buona e giusta) verrà ottenuto scaricandone una parte non banale del costo sui contribuenti (anche) italiani.

Non so se anche questa sia una cosa buona e giusta: forse sì; ma forse anche no.

Ma una cosa la so: non è, non può essere, non sarà mai di sinistra. O, almeno, dell’idea di sinistra che io avevo in mente quando ero ragazzo. Io che mi sento (ancora) di sinistra. E chissà che verrà dopo. O, se preferite, what comes neXt.

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Guardare lo spettacolo dell’ennesima diaspora annunciata del Pd – che non si sa mai se stia per Partito democraticvo o per Partito disintegrato – non si sa se metta più tristezza o rassegnazione. Indipendentemente dai torti e delle ragioni di Renzi e i suoi neo democristiani o dei nipotini di quella che fu la “ditta” ex PCI. Ed anche dal fatto se, come spesso è capitato, una riaggiustata di facciata ai cocci ci sarà anche stavolta.

pd

Non si sa se fa più rabbia l’inutile esibizione “muscolare” della maggioranza renziana, che – al netto di retoriche evitabilissime di sindacalisti, reduci incalliti di una “sinistra ideale” che, diciamolo ai più giovani, non è mai esistita – sembra davvero più interessata a “vincere” che a “convincere”, facendo finta di non sapere che prima o poi se non si convince si finisce anche per “non vincere”, com’è accaduto all’ ex Bersani. O se fa più rabbia la “resisitenza umana” a prescindere della minoranza, di cui l’unica cosa che appare chiara è che per loro Renzi ha torto a prescindere, anche se dice e propone – e ogni tanto gli capita – qualcosa di giusto e addirittura di “sinistra”.

Non si può neanche dire che il Pd stia morendo; perché forse non è mai nato. Quello che lentamente muore nel (vano) ascolto di una discreta parte – forse, una maggioranza – di cittadini italiani è l’idea che possa esistere in Italia un partito moderno per una sinistra moderna. Perchè, cari amici e compagni del Pd, non so se tra una battaglia di posizione e l’altra ve ne siete accorti, ma ce ne sarebbe un grandissimo bisogno.

Perché le vecchie disuguaglianze (quelle care alla sinistra dei nostri padri e nonni) tornano di moda; quelle nuove, che magari non guardano solo ai “diritti acquisiti” ma alle “opportunità di futuro” crescono e si moltiplicano. Ma no, siete troppo distratti a regolare i vostri conti interni, a combattere le vostre (ridicole, se viste con gli occhi dei bisogni del “vostro” popolo) battaglie di “principio”; ultima, in ordine di tempo, quella ligure.

Chissà se cambierà. La primavere, intanto, tarda ad arrivare. E chissà che verrà dopo; o, se preferite, what comes neXt.

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