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La festa del Pd che si sta svolgendo in questi giorni a Genova è perduta, per sempre. Con il solito autolesionismo, tipico della sinistra moralista e bacchettona che ci ritroviamo, gli unici momenti di alta politica a cui avrebbero potuto assistere i partecipanti alla festa sono svaniti, per colpa di una  frase galeot­ta dell’organizzatore Lino Paga­nelli. Che, rispondendo a chi gli chiedeva come mai alla festa fossero stati invitati numerosi esponenti del centrodestra e del governo, ma non il primo ministro Silvio Berlusconi, ha risposto: “Perché è una festa, mica un festino

 

Una frase tanto offensiva non poteva lasciare insensibili i ministri del governo Berlusconi. Il Cavaliere non si tocca, neanche con una battuta. E così il ministro della Difesa Ignazio La Russa, dopo aver meditato sulla sua indignazione per oltre 24 ore (stava decidendo se farsi una risata o inviare l’esercito a Genova e renderla bella e superba come ai bei tempi del G8 del 1994) ha incitato tutti i ministri PdL a disertare la festa. E così, Franco Frattini ha declinato l’invito. Poi Alte­ro Matteoli, e ancora Giorgia Meloni e infine si è allineata Mara Carfagna. Che, con una metafora degna dei sui nobili trascorsi , ha detto: “La sinistra ha perso il pelo ma non il vizio”. Tutti hanno detto che, a meno di scuse o marce indietro, loro non parteciperanno alla festa.

 

L’idea di perdersi le dichiarazioni di Frattini, di Matteoli, della Meloni e soprattutto della Carfagna ha gettato tutti coloro che avevano intenzione di andare alla festa nel più profondo sconcerto. A nulla sono valsi i consigli di “farsi una bella ri­sata e prendere la frase per quella che è, una battuta e andare tutti alla festa”. Ormai, la decisione è presa. Il fatto che alla festa partecipino altre decine di artisti, politici, giornalisti, intellettuali, i due Presidenti di Camera e Senato non ripaga della grave perdita di non poter sentire e vedere la Carfagna. 

 

E’ un brutto colpo anche al dialogo tra maggioranza e opposizione. Una frase come quella di Paganelli getta una luce (ovviamente) sinistra  sulla reale natura del Pd, un partito pieno di odio e che incita all’odio. Niente a che vedere con le soavi dichiarazioni degli esponenti del PdL, come ad esempio il capogruppo del Pdl al Senato, Maurizio Gasparri, che ieri ha gentilmente definito il segretario del Pd Franceschini “un disperato, un miserabile, uno sciacallo”. Parole educate, amorevoli, che testimoniano delle differenze esistenti tra i due schieramenti.

 

E così, il Pd si vendica. Il segretario ha ordinato a tutti gli esponenti del Pd di confermare le loro partecipazioni in massa alle feste del PdL alle quali erano stati invitati. Un dispetto enorme per il PdL: vuoi mettere una sfilata delle ragazze del Grande Fratello con un dibattito con Rosy Bindi?

 

Ma tutta questa vicenda non sarebbe mai nata se Lino Paganelli, l’organizzatore della festa, il colpevole della mancata defezione di questi importantissimi personaggi che abbassano il livello del dibattito politico di Genova in modo irreparabile, avesse saputo del famoso detto che andava di moda nell’antica Grecia: “Al satiro non piace la satira”. Preferisce le escort.

Buon tutto!

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Dopo essere stati alla deriva per più di venti giorni, incrociando almeno dieci imbarcazioni, senza che nessuno, a parte un pescatore fermatosi per dare loro un po’ di cibo e di acqua, un gruppo di 78 esseri umani, partiti dall’Eritrea, è finito quasi completamente distrutto. Solo 5 si sono salvati, sbarcando a Lampedusa, mentre 73 sono morti. Senza soccorso.

 

Questo tragico evento rende possibile una cosa che credevamo incredibile. Per una volta, siamo totalmente d’accordo con l’Avvenire, il quotidiano dei vescovi italiani. Che, in prima pagina, a firma di Marina Corradi, dice: “c’è almeno un equivoco in cui non è ammissibile cadere. Nessuna politica di controllo dell’immigrazione consente a una comunità internazionale di lasciare una barca carica di naufragi al suo destino. E questa legge ordina: in mare si soccorre. Poi, a terra, opereranno altre leggi: diritto d’asilo, accoglienza, respingimento. Poi. Ma le vite, si salvano". Quel barcone vuoto che galleggia carico di disperati ignorati da tutti ci racconta che si fa avanti una "nuova legge del non vedere: come in un’abitudine, in un’assuefazione. Quando, oggi, leggiamo delle deportazioni degli ebrei sotto il nazismo ci chiediamo: certo, le popolazioni non sapevano; ma quei convogli piombati, le voci, le grida, nelle stazioni di transito nessuno li vedeva e sentiva? Allora erano il totalitarismo e il terrore, a far chiudere gli occhi. Oggi no. Una quieta, rassegnata indifferenza, se non anche una infastidita avversione, sul Mediterraneo. L’Occidente a occhi chiusi". "Così è stata violata una legge antica, che minaccia le nostre stesse radici. Le fondamenta. L’idea di cos’è un uomo, e di quanto infinitamente vale". Anche queste parole, che riecheggiano quelle di Primo Levi, fanno rabbrividire.

 

Oggi non c’è nulla di cui sorridere. Forse c’è molto su cui riflettere, in un paese nel quale si è creato oggettivamente un clima di caccia all’immigrato che la stessa Chiesa ha spesso stigmatizzato.

 

Ieri il ministro Calderoli, polemizzando con il presidente della Camera Fini che diceva parole di accoglienza nei confronti di chi viene da paesi lontani nel nostro paese in pace ed in cerca di felicità, gli ha detto:”Dica qualcosa di destra”.

Oggi noi diciamo a lui, senza nessuna polemica: Signor Ministro, di fronte a quest’ennesima tragedia, ascolti i vescovi: dica qualcosa di umano.

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E’ ora di smetterla con questa persecuzione. Povero Silvio, non bastava il quotidiano La Repubblica, punta di diamante di quella sinistra moralista e bacchettona che giustamente campioni del liberalismo come Angelo Panebianco rimproverano di scarsa “duttilità”. Ora ci si mettono anche i Vescovi, che cadono – come sua moglie e come tutta la stampa estera – nel tranello delle calunnie contro di lui, parlando di uno stile di vita che li mette a disagio. In fondo, lo ha detto lui per primo di non essere un santo

 

E’ ora di dire basta. E lui lo ha detto, una volta per tutte, da grande comunicatore qual è, su un settimanale di proprietà del presidente del Milan, specializzato nel gossip: il miglior giornale possibile per parlare di politica, discettare di etica e dare lezioni di moralità esistente in Italia.

Ripetiamolo anche noi, assieme a lui:

 

Il povero Silvio non ha mai intrattenuto relazioni con minorenni. Casomai con non maggiorenni.

Il povero Silvio non ha mai partecipato a festini. Ha solo preso parte a piccole feste, cene certamente simpatiche.

Il povero Silvio “non ha mai invitato consapevolmente a casa  persone poco serie”. Ci sono venute da sole, ed erano note escort.

 

Insomma, il povero Silvio non dice bugie. Dice solo mancate verità.

Buon tutto!

 

Un piccolo sorriso a Fernanda Pivano. Ti sia lieve la terra, e chissà insieme a Fabrizio che belle chiacchierate ci saranno d’ora in poi, in qualche punto sperduto di questo sogno senza fine

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Come molti sanno, i Comicomix e in primis il Mister X che scrive queste brevi note sono dei convinti sostenitori del federalismo e delle identità regionali. Per questa ragione siamo totalmente d’accordo con il Ministro delle Riforme Umberto Bossi sulla sua recente proposta di introdurre lo studio obbligatorio del dialetto a scuola. Il ministro ha spiegato che il dialetto dovrebbe essere insegnato attraverso la musica e lo studio delle canzoni popolari per renderlo piacevole. L’idea di insegnare gli usi e i costumi popolari e gli idiomi locali secondo noi è assolutamente geniale. Gli idiomi locali a scuola, gli idiomi totali Ministri: questo sì che è un bel futuro per l’Italia! Già sogniamo i futuri imprenditori veneti, lombardi o romagnoli, o i manager delle imprese grandi e piccole, trattare con i loro colleghi cinesi, indiani, tedeschi e spagnoli parlando un fluente veneziano, o un magnifico gallaratese, o uno splendido perugino.

 

Nell’attesa di cantare a squarciagola nelle classi scolastiche O Mia bela madunina, O’ surdato ‘nnammorato o Sciuri sciuri vogliamo ringraziare il ministro Bossi regalandogli una bella sequenza di definizioni di Ministro nei diversi dialetti della grande Padania:

 

In idioma piemontese: Balengo

In idioma genovese: Belìn

In idioma lombardo: Bauscia (o, alternativamente, Pirla)

In idioma veneto: Mona

In idioma toscano: Bischero

In idioma perugino: Begio

 

Buon tutto!

(E meno male che è ferragosto!)

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La Banca d’Italia ha recentissimamente pubblicato le consuete statistiche sul fabbisogno e sul debito delle Pubbliche amministrazioni, con il quale rende noti i flussi di incassi e pagamenti dello stato. Come spesso capita, i principali organi d’informazione si sono soffermati su un aspetto “secondario”, senza andare al nocciolo della faccenda. Tutti i media si sono concentrando infatti sulle entrate fiscali, mettendo in evidenza il loro calo. Nel primo semestre 2009 esse sono state pari a 179,8 miliardi, contro i 185,9 miliardi dello stesso periodo dello scorso anno. La riduzione effettivamente c’è stata. Ma il fatto non è così eclatante, anche perché, come ha spiegato la stessa Banca d’Italia, a cui ha fatto seguito il ministero dell’Economia, “la dinamica del mese di giugno ha risentito anche dello slittamento delle scadenze fissate per il versamento delle imposte per i contribuenti soggetti agli studi di settore e quindi il dato non è confrontabile con quello del corrispondente mese del 2008”.

 

Una cosa interessante nei dati di Bankitalia però c’è, ed è sul versante delle spese: le spese correnti passano da 185,2 miliardi di euro del primo semestre 2008 a 201,3 miliardi di euro del primo semestre 2009, un aumento dell’8,7%, pari a oltre 16 miliardi. Crescono anche le spese per investimento (1,4 miliardi di euro). Il disavanzo calcolato sui primi 6 mesi è di -23,1 miliardi rispetto ai -7,5 del primo semestre 2008. Una vero e proprio buco.

 

Il disastro però si legge soprattutto confrontando le entrate tributarie  e le spese correnti, quello che viene chiamato saldo di parte corrente, il vero segnalatore di una sofferenza finanziaria profonda dei nostri conti. Esso rappresenta la capacità dello Stato di far fronte alle sue spese “correnti” (acquisto di beni e servizi, salari e stipendi,  pensioni, ecc…) con le proprie entrate fiscali. A seguito dell’aumento incontrollato della spesa corrente,  questo saldo – che nel primo semestre 2008 (Governo Prodi in carica) era POSITIVO per 0,8 miliardi di euro – diventa NEGATIVO attestandosi a -21,4 miliardi di euro. Anche considerando lo slittamento delle entrate indicato da Bankitalia e Tesoro, che vale circa 3 miliardi di euro, è un dato pesantissimo.

 

Come faccia il ministero dell’Economia a chiudere il suo comunicato con un giudizio positivo (sulla “tenuta” delle entrate) senza prendere in considerazione la voragine delle spese correnti non stupisce neppure più. Come faccia la pubblica opinione, i giornali e l’opposizione a non accorgersi di nulla e a non chiedere conto di cosa sta avvenendo alla spesa corrente (evidentemente fuori controllo) è un mistero che comincia a farsi inspiegabile.

Ma è ferragosto, o quasi. E quindi, chissenefrega. Ne riparleremo fra qualche mese, quando arriverà il conto da pagare.

Buon tutto!

 

L’articolo è stato pubblicato originariamente su Giornalettismo (privo di vignetta e lievemente diverso)

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Nel paese di balocchi, durante la lunga estate caldissima, si scaldano i motori per il futuro che verrà. Sarà un futuro di pace e di prosperità, per tutti gli uomini e le donne (e i somari) che popolano questa magnifica terra di sole, di cielo e di mare. Dopo aver risolto tutti i problemi dell’universo con la Robin Tax (Robin che?) dopo aver guarito tutti i mali del paese con la legge delega sul federalismo (per l’attuazione non c’è fretta: bastano mille anni?), i nostri ottimi governanti si sono accorti che qualche problemino ancora in Italia c’è. Non è la mafia, e neppure la crisi economica. In un primo momento sembrava fosse la scuola italiana, e già i nostri governanti, senza perdersi d’animo, avevano trovato il rimedio, seguendo gli approfonditi studi di due grandi intellettuali, Bepi il mona e Giuan il pirla. Per la scuola serve solo una cosa: gli esami di dialetto e di usanze locali per gli insegnanti. Che così la smettono di favorire gli studenti meridionali! Ma ecco che un complicato studio econometrico di Banca d’Italia, che ha ricordato ciò che tutti sanno da almeno 345 anni, cioè che i prezzi al consumo sono più alti nel nord che nel sud, ha scatenato i nostri ottimi governanti nella vera battaglia per la giustizia, la libertà e la civiltà: il  grande problema da risolvere ora sono le gabbie salariali. Lo ha detto il capo del governo, Umberto Bossi. E il suo rappresentante, Silvio Berlusconi, ha subito accettato. Il fatto che la Confindustria e tutti i sindacati, nonché molti altri esponenti del governo non siano d’accordo è un trascurabile dettaglio. Il progresso non si ferma. Il nostro capo del governo, Umberto Bossi, è abituato a imprese ben più ardue, come la bevuta della acque del Po. Troverà di certo la quadra, com’è abituato a fare. Adesso però si mangerà un bel piatto di polenta taragna, lascerà che se ne parli un po’ fino a ferragosto. Poi si troverà di sicuro qualche altro idiota pronto a proporre qualche altro rimedio miracoloso contro un’altra emergenza che affligge l’Italia. Cose tipo i segnali stradali di colore rosso (comunisti!), l’uso del carattere ARIAL nei documenti di posta elettronica, o il rumore dello zampillare dell’acqua delle fontane. Per occuparsi dell’Italia, c’è sempre tempo. Almeno fino a che non affogherà.

Buon tutto!

 

Oggi è il tuo compleanno, amore mio. Ovunque tu sia, un abbraccio infinito e un sorriso combattente. Papà

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E’ l’8 agosto 1956 a Marcinelle, vicino a Charleroi, in Belgio. E’ una mattina d’estate, e come sempre a frotte arrivano in miniera gli uomini per la loro giornata di lavoro. In tanti, hanno lasciato la loro casa. Dal dopoguerra, circa 180 mila sono venuti fin quassù, in Belgio, molti con le loro mogli e i loro figli, in cerca della speranza di un futuro migliore. E’ duro lavorare laggiù, in miniera. In questi anni, ogni tanto ci è scappato il anche il morto, e già più di 600 italiani sono morti in una miniera belga.  Quella mattina, per caso,Questa mattina, per caso, un ascensore a gabbia si ferma a meno 975 del metri dal pozzo di areazione. Non dovrebbe essere lì, ma l’addetto di turno carica lo stesso su quell’ascensore i vagoncini pieni arrivati dai cantieri. A causa di un freno difettoso, i carrelli si posizionano male, sporgono dall’ascensore. E L’ascensore, così come s’era fermato, improvvisamente riparte, portando con sé i due vagoncini che sporgono e che risalendo tranciano una condotta d’olio, i fili telefonici e due cavi dell’alta tensione e le condotte dell’aria compressa che servono per gli strumenti di lavoro usati in fondo alla miniera. E si scatena l’inferno, proprio nel pozzo di entrata dell’aria, spargendo il fuoco e il fumo in ogni angolo della miniera, anche per colpa delle tantissime strutture in legno. 262 minatori, di cui 136 italiani, restano intrappolati. Muoiono. Tutti. La tragedia fu provocata soprattutto dalle incredibili condizioni in cui queste persone erano costrette a lavorare. La vergogna di Marcinelle suscitò una forte reazione, anche in Italia. L’impressione fu enorme.


E ora? Sono passati più di cinquant’anni, c’é un museo che ricorderà adeguatamente questa storia, sono stati fatti film (alcuni anche piuttosto belli), qualche giornale si ricorda dell’evento, si fanno le commemorazioni. Resta però un senso di vuoto, pensando a quelle persone, a molti italiani come noi, che in quell’agosto di poco più di cinquant’anni fa finirono incendiate mille metri sotto terra, a moltissimi chilometri dalle loro case, dalla loro terra, semplicemente perché volevano una vita migliore, più dignitosa, per le loro famiglie, per i loro figli. Dovremmo ricordare che dobbiamo a loro, e a milioni di persone come loro, il nostro comodo benessere di oggi. E dovremmo anche sapere che tutt’ora, nel mondo, a anche da noi in Italia, ci sono persone come noi che muoiono senza un perché, come gli eroi di Marcinelle. E che in tanti, in tutto il mondo, e molti anche da noi in Italia, attraversano in condizioni spesso inumane un lembo di mare cercando la fatica quotidiana del sopravvivere e del provare a costruire un futuro meno vuoto per loro e per i loro figli.

 

Ci sono ancora tanti, troppi, in questo mondo e in questo tempo che brucia nel vento, che non hanno nessun diritto. E tanti, troppi, che pensano agli altri come semplici pezzi di carne da sfruttare e non come ad altre persone, compagni di strada e di viaggio da rispettare e con cui camminare, fianco a fianco, liberi e uguali. Nel ricordare questa storia, nel rendere omaggio ai tanti emigranti italiani che sono stati costretti a costruire il loro futuro lontani da casa, ricordiamoci di tutti gli emigranti (italiani e non) che fanno, con dignità ed onestà, altrettanto. Se non è troppa fatica, anche sotto l’ombrellone.

Buon tutto!

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La Innse di Lambrate non è solo un episodio di cronaca. E’ una questione nazionale, che rischia di diventare sempre più drammatica. Una questione di fondo che da molti anni è sostanzialmente ignorata. La questione della sicurezza sociale ed economica delle persone. Perché è inutile girarci intorno: se un sistema economico non è in grado di garantirla, è destinato a crollare. Fu l’evidente arretratezza economica rispetto all’occidente, unita a regimi che negavano la libertà di pensiero e di espressione, a far collassare il blocco sovietico. Ora, come accadde già nella  crisi del ’29, questa minaccia grava su di noi. Probabilmente non con le stesse dinamiche, non con la stessa forza distruttrice, ma è un pericolo che c’è, soprattutto nei paesi più fragili  come l’Italia.

 

Anche in Italia alcuni ce l’hanno chiaro, a destra e a sinistra, anche alcuni del governo, al di là delle dichiarazioni ottimistiche di facciata. Il problema è lì, sullo sfondo: ci lancia le prime avvisaglie come nel caso della Innse di Lambrate e ci aspetta probabilmente tra settembre e gennaio. Per anni è stato fatto credere che la soluzione per lo sviluppo, la competitività e il benessere fosse la flessibilità del lavoro. Una “mano invisibile” avrebbe comunque “trovato la quadra” tra chi cerca un lavoro e chi lo offre e i meccanismi virtuosi del mercato avrebbero portato, grazie alla facilità in entrata e in uscita dal posto del lavoro, alla prosperità delle imprese e all’aumento del benessere complessivo,  garantendo quella sicurezza di fondo che l’epoca – tramontata e probabilmente irripetibile  – del “posto fisso” aveva regalato.

 

Invece, il sogno si è spezzato: quei meccanismi funzionano male, portando una precarietà diffusa tra le categorie meno protette (giovani e donne in primis), anche nei periodi di espansione, quando la congiuntura “tira” perché aumentano indubbiamente la quantità di persone che lavorano ma non ne sviluppano le prospettive di lungo termine (stabilità, sicurezza, aspettative di carriera). Ma vanno drammaticamente in crisi quando la congiuntura non tira, perché mentre una merce invenduta non si lamenta e non soffre, un lavoratore che perde il posto lo fa. E se a perdere il lavoro sono in tanti, ne risente tutta l’economia, perché la gente non consuma, le prospettive peggiorano e le imprese non investono, in una perversa spirale  negativa che rischia di avvitarsi su se stessa.

 

Certo, è impensabile – e sarebbe un rimedio peggiore del male – tornare al dirigismo statalista o a relazioni industriali contraddistinte da bizzarre teorie come quella del “salario variabile indipendente”. E il capitalismo avrà pure i “secoli contati”, ma per molto tempo sarà difficile trovare di meglio. E nell’attesa, senza una vera prospettiva di sviluppo per questo paese, una politica industriale “nuova”, riforme profonde su molti versanti (welfare, fisco, liberalizzazioni, efficienza e semplificazione Pa) l’ Italia non avrà speranze per una  sicurezza economica e sociale  duratura e sostenibile. E in questo paese asimmetrico e diseguale, senza il ritorno di una vera politica economica regionale (sgombrando il terreno dal secessionismo mascherato da federalismo e dal meridionalismo confuso con l’assistenzialismo) l’Italia è destinata ad un rovinoso declino. La pesante rottura di ieri tra governo e regioni da questo punto di vista non è un bel segnale.

 

Non c’è molto tempo, anzi il tempo è scaduto. L’Italia oscilla tra un governo con una maggioranza numericamente solida ma politicamente sfaldato (e non solo da oggi, al di là della facciata), privo di credibilità internazionale e che sta  “tirando a campare” e un’opposizione incapace persino di opporsi (figuriamoci di governare!).  E un corpo sociale e produttivo spesso "vecchio", corporativo, con lo sguardo rivolto al passato. Ma ci sono anche tante energie "nascoste" e represse, che aspettano solo di essere liberate.  Sonnecchiano, mentre servirebbe davvero che si mettessero in moto. Lo abbiamo scritto un anno e mezzo fa, lo ripetiamo oggi: “Svegliati, Italia!

Buon tutto!

 

Il post è stato originariamente pubblicato su Giornalettismo

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L’Italia ha un febbrone da cavallo, frutto di malattie antiche e di nuove consuetudini: la febbre da Jackpot del Superenalotto. Un grande amore degli italiani, che come tutti i grandi amori fa un po’ soffrire e si fa desiderare. Infatti anche questa volta non è uscito! Una febbrone che ha contagiato tutti, belli, brutti, uomini e donne, sinistra o destra. Una febbre che è venuta anche ad alcune amministrazioni comunali alle prese con i cronici problemi di bilancio. Ha giocato il comune di Anguillara Sabazia, ridente cittadina dell’entroterra romano, gravata di debiti e governata da una maggioranza di centrodestra guidata dal sindaco Antonio Pizzigallo del Movimento per le autonomie, autotassando i consiglieri di maggioranza di 5 euro per giocare al Superenalotto.  Lo ha fatto un comune del messinese, Ficarra,  retto da una maggioranza di centro sinistra, il cui sindaco Basilio Ridolfo ha deciso di prelevare dalle indennità che spettano agli assessori 115 euro per sfidar la sorte con il Superenalotto. E un’iniziativa simile è stata presa dal comune di Varallo Sesia in Piemonte, con il sindaco Gianluca Buonanno, parlamentare della Lega Nord che, assieme ai suoi assessori, giocherà 100 euro per ognuna delle prossime tre estrazioni della lotteria.

Sono iniziative “provocatorie”, argute, simpatiche. E di nobili intenzioni: il ripiano dei debiti in un caso, il finanziamento di progetti già approvati e la distribuzione agli abitanti in un altro, la riduzione delle tasse e il sostegno ai mutui per la prima casa nell’ultimo. Certo si poteva evitare di far debiti, oppure lavorare sodo per trovare in qualche modo i fondi di bilancio necessari per finanziare opere utili, o il benessere dei cittadini. Ma non è molto più piacevole aggrapparsi alla speranza di un “miracolo”, un evento che in un colpo solo risolve tutti i problemi? Chi di noi non ha mai accarezzato questo sogno? Questi sindaci del nord, del centro e del sud, di destra e di sinistra sono simpatici. Ci assomigliano un po’, e ricordano il protagonista di uno dei più bei romanzi della letteratura mondiale, Pinocchio del grande Carlo Collodi, con il suo sogno del campo dei miracoli, in cui seminare 5 monete d’oro zecchino e veder crescere in poche ore l’albero della cuccagna.

Che bello che è il nostro paese! Un paese che ha finalmente lasciato da parte la sua antica tradizione contadina, quella che ricorda che “la terra è bassa”, che i frutti del raccolto dell’estate vengono dalla fatica e dalla pazienza delle altre stagioni. Oggi le cose sono cambiate, oggi il “miracolo” è diventato una forma di governo, sia a livello nazionale che locale. E così, mentre intanto il Gatto e la Volpe raccolgono le 5 monete d’oro lasciate con fiducia nel campo dei miracoli, sembra già di scorgere nella sera che scende un mare di Pinocchi, fermi ad aspettare che passi la carrozza che li condurrà nel paese dei balocchi, dove non c’è scuola, non c’è lavoro, si gioca e si ride e si canta. Sembra anche di sentire il ragliare dei somari, solo qualche centinaio di metri più lontano.

Buon Tutto!

 

Il post è stato pubblicato, in forma lievemente diversa, anche su Giornalettismo

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La Camera dei Deputati ha definitivamente approvato il 30 luglio, subito prima delle ferie, l’assestamento al bilancio di previsione 2009. Il Senato lo aveva già approvato il 23 luglio. E’ un documento di natura eminentemente tecnica e non ha avuto la visibilità mediatica di tante interviste, dichiarazioni, commenti. Ma è un documento importante, perché è la versione “definitiva” della manovra finanziaria per il 2009, quella che secondo Tremonti avrebbe “messo in sicurezza i conti pubblici italiani”, approvata definitivamente dal Parlamento, come bilancio di previsione 2009, nel settembre dello scorso anno. Essa, liberamente scaricabile dal sito internet della Camera dei Deputati (qui il link) contiene dei dati che vale la pena di riportare, sia sul versante delle entrate che su quello delle spese.

In termini di competenza, ci sono 26,5 miliardi di minori entrate, di cui 29,8 di entrate tributarie. Una bella cifra. Giulio Tremonti scrive nella nota di accompagnamento: “La consistente variazione negativa trova motivazione nel fatto che, mentre le previsioni di entrata contenute nel disegno di legge di bilancio erano state formulate nel settembre 2008, considerando un tasso di crescita del Pil del +0,5% e del Pil nominale del +2,9%, i corrispondenti tassi di variazione inseriti nel quadro economico del Dpef 2010-2013 prevedono una variazione negativa del Pil reale del -5,2% e di quello nominale del -3,9%”. Si potrebbe discutere sull’elasticità rispetto al Pil delle entrate, e vedere che forse in quei 26,5 miliardi di minori entrate non c’è solo il calo del Pil, ma ci potrebbe essere anche un aumento dell’evasione fiscale. Ma diamo credito al ministro. Certo che per chi sostiene da mesi di essere stato l’unico ad aver previsto la crisi ed avere messo in sicurezza i conti dello Stato, si tratta di una bella “svista”. Non del tutto comprensibile: Giornalettismo, nel suo piccolo, aveva detto subito (il 12 settembre 2008) che ci sarebbe stato un buco nei conti pubblici per una sovrastima delle entrate.

Altrettanto interessante il riepilogo delle variazioni tra previsioni e assestato delle spese: rispetto alle previsioni, ci sono maggiori spese per  11 miliardi di euro, al netto degli interessi sul debito, di cui 5,1 miliardi di spese correnti aggiuntive. Non si tratta di una piccola variazione, è quasi una mini-manovra, ma Tremonti qui è molto più vago, parla solo di variazioni “connesse alle esigenze emerse dall’effettivo andamento della gestione”. Curioso che nessuno, a parte noi e il sito Lavoce.info, abbia fatto una domanda circostanziata sull’argomento al nostro ministro. Non risulta che, durante il dibattito parlamentare, Pierferdinando Casini, Dario Franceschini (o Pierluigi Bersani), Antonio Di Pietro, ecc… abbiano chiesto a Giulio Tremonti le motivazioni di questi scostamenti, né cosa il ministro intenda eventualmente fare, sia con riferimento al calo delle entrate che, soprattutto, con riferimento all’aumento delle spese. In un paese normale sarebbe scoppiato il finimondo. Ma forse c’erano da preparare le valige per le vacanze.

Buon tutto!

N.b.: L’articolo è stato pubblicato originariamente su Giornalettismo.

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