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Abortire in un ospedale italiano, come sanno bene le donne che vi ricorrono, non è un’impresa semplice, nonostante sia previsto da una legge dello Stato. La causa risiede nella diffusa tendenza all’obiezione di coscienza da parte dei medici.

Lo diventerà ancor di più dopo un nuovo parere del Comitato nazionale di bioetica che riaffermerà la legittimità della “disobbedienza” per ragioni di coscienza anche di fronte ad una legge che riguardi diritti inviolabili dell’uomo e questioni come nascita, morte, malattia.

Il parere, in teoria, viene espresso a tutela di chi decide di “disobbedire” senza che questo divenga motivo di “discriminazione”. In pratica, è diventato un modo per impedire la facoltà – anch’essa tutelata dalla legge – di interrompere una gravidanza indesiderata. Finendo quasi per discriminare i non obiettori, che a volte hanno persino problemi di carriera.

Così, la pratica è che in molti ospedali italiani non si trovano proprio medici non obiettori. In quel caso, chi prevale? Una legge dello Stato o il diritto alla disobbedienza? Tanto per cambiare, in pratica prevale costringere i cittadini a disagi e pellegrinaggi, solo per far valere un loro diritto. E vengono i brividi pensando alle tante delicate questioni – eutanasia, trattamento sanitario dei malati terminali, ecc… – che potrebbero scatenare altre massicce obiezioni di “coscienza”.

Fatta la legge, trovato l’inganno. I vecchi detti sono noiosi, ma spesso purtroppo ci azzeccano.

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La diatriba sulle legge elettorale sicuramente interessa gli italiani all’incirca come la crisi politica del Congo. Eppure, dovrebbe. Non perché lo strumento con il quale si traduce il consenso elettorale in rappresentanza parlamentare sia particolarmente interessante in sé.

Ma perché – ce lo insegna la storia recente – esso ha ripercussioni sulla nostra vita di tutti i giorni molto più di quanto si pensi. Ad esempio, quanto avrà inciso il “porcellum” deciso da Berlusconi e Bossi e tradotto in legge da Calderoli sulla paralisi decisionale che ha avvinto l’Italia dal 2006 in poi?

Quella legge – fatta apposta per “avvelenare i pozzi” dall’allora maggioranza parlamentare Lega-Pdl, sicura di perdere le successive elezioni 2006 – ha provocato l’ingovernabilità dell’ultimo governo di centrosinistra ma è stata poi, nemesi della storia, anche una palla al piede per il centrodestra che l’aveva apposta concepita.

Adesso ci riprovano. Sempre loro, Berlusconi con i suoi complici padani. Un alta legge elettorale “ad personam”, pensata apposta per “avvelenare i pozzi” alla futura maggioranza che verrà. Un atro capolavoro di quello statista della domenica di Silvio e dei suoi amici.

E’ ancora lui, il “fattore B.” a condizionare – pro domo sua – la nostra vita. Non è un caso che le cancellerie di tutto il mondo, da ultimo l’ambasciatore USA, guardano all’Italia con stupita preoccupazione al pensiero che quest’uomo possa davvero ricandidarsi e condizionare – se non addirittura vincere – la futura competizione elettorale.

Cavarcelo definitivamente dai coglioni ci farebbe guadagnare, c’é da scommetterci, 300 punti dci spread. Lo capiremo, prima o poi?

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Un vento caldo spazza il quartiere Tamburi, a Taranto, Puglia, Italia. Porta una polvere rosa dallo stabilimento Ilva poco lontano. C’è gente sui balconi che guarda verso il tramonto, in un quartiere dove si muore più spesso che nel resto della città, una città dove già si muore più spesso che nel resto d’Italia.

Lo stabilimento dell’Ilva è là, poco lontano. E’ grande due volte più grande della città, è la città stessa accartocciata sul bisogno dei suoi undicimila dipendenti, una città dove si muore troppo spesso e dove in troppi non hanno lavoro, anche nei quartieri Borgo e Tamburi. Una città che in guerra.

Sono anni che si combatte, tra chi pensa al rischio salute per l’inquinamento dello stabilimento dell’Ilva e a chi pensa al rischio lavoro se chiude lo stabilimento dell’Ilva. Sono anni che la città muore, per risolvere il dilemma se è maglio un lavoro senza vita o una vita senza lavoro.

Ora la guerra esplode, tra operai che non vogliono morire di tumore ma neppure di fame e cittadini che non vogliono morire e basta, sotto un ricatto ignobile e subdolo di “signori” distratti a guardare altrove. Taranto è lì, attonita, che aspetta, aspetta invano. Qualcosa o qualcuno che fermi questa guerra tra poveri, nella quale tutti, tranne i soliti noti, perderanno.

Tra le macerie di quest’umanità del terzo millennio, che affoga nei reciproci egoismi e nelle paure, che si sbrana come gli schiavi nell’arena, mentre “signori” assistono divertiti allo spettacolo, seduti sulle loro comode poltrone.

Il sole tramonta e la polvere rosa sale nel cielo della città; la gente guarda attonita gli operai gridare la loro rabbia e i cittadini piangere le loro paure sulle macerie di Taranto, che oscillano lievi al triste vento.

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Nella vicenda che ha portato alla tragica morte del neonato Marcus De Vega all’ospedale San Giovanni ci sono cose che fanno accapponare la pelle: l’imperdonabile errore dello scambio delle flebo che ne avrebbe causato la morte. Ma anche l’aver nascosto per ore, pare persino al medico di turno, l’errore che era stato compiuto.

Ma fa accapponare la pelle anche altro: la “presenza di incubatrici datate ed inadeguate” nonostante le ripetute richieste alla Regione Lazio di dispostivi più moderni. Il numero limitato del personale medico e sanitario rispetto ad una dotazione organica “adeguata”. L’accumulo do ore di straordinario del personale paramedico per sopperire alle carenze di organico.

Sia chiaro: non ci sono scuse per un errore tanto grave, oltretutto macchiato dall’omissione dei fatti e che potrebbe aver ulteriormente aggravato la situazione. Ma la “cupio dissolvi” dei tagli lineari, i mantra su una “spesa pubblica cattiva a prescindere” che molti imbecilli belano senza sapere di cosa parlano hanno un prezzo da pagare.

Un prezzo che Marcus ha pagato: alla stupidità e all’imperizia di un individuo – che speriamo paghi come merita per quello che ha fatto – ma anche alla stupidità e all’imperizia di un “sistema”, di un mondo, di una pseudo teoria economica che viene proposta a interi continenti, Europa in primis, nonostante sia un evidente fallimento.

Un prezzo che potrebbe essere pagato altre volte: dai passeggeri di autobus guidati da autisti frustrati e”spremuti”, da cittadini indifesi da polizie sottopagate e sotto dimensionate, da pazienti in ospedali senza risorse tecnologiche ed umane qualificate, e da molti altri ancora.

Un prezzo di cui nessuno chiederà il conto: com’è successo alla agenzie di rating, tra i principali responsabili della crisi che viviamo, e che pontificano dando “pagelle” non sempre obiettive, decidendo i destini di Paesi, continenti, governi.

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Alla Perugina, gloriosa azienda italiana che produce i famosi “Baci”, svenduta circa vent’anni fa agli svizzeri della Nestlé, la proprietà ha offerto ai dipendenti un “patto generazionale per favorire l’occupazione giovanile”. Che tradotto in italiano significa l’offerta di assumere il figlio a quei dipendenti che ridurranno il proprio orario di lavoro (e relativo stipendio) da 40 a 30 ore settimanali.

Per alcuni un’offerta seria responsabile e coraggiosa per combattere la disoccupazione giovanile. Per altri una proposta che crea due precari al posto di un dipendente stabile. “Lavorare meno lavorare tutti” era uno slogan della sinistra radicale, un tempo. Ma era sottinteso che fosse a parità di stipendio. Aumentare l’occupazione va bene, ma la precarietà – finalmente ci sono arrivati anche i “liberisti” – è un male.

Alcuni fanno notare che in uno stabilimento di 900 dipendenti (di cui quasi 300 part time) in cui l’età media del personale è 35 anni ad essere interessati alla proposta saranno si e no una ventina di persone; chissà che c’è sotto. E’ pur vero che meglio un’azienda che assume che una che licenzia.

Il dibattito è aperto. Resta il fatto che chi produce, sia l’azienda o i suoi dipendenti, si deve arrabattare per sopravvivere, nei paradisi fiscali di mezzo mondo giace una ricchezza – spesso frutto di illeciti o di evasione – pari sembra all’intero Pil degli USA.

Un giorno, mentre riflettiamo sulle proposte di uscita dalla crisi, bisognerà pur ricordarselo. Magari sbocconcellando un Bacio Perugina, se ancora esisteranno.

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Una volta in Europa c’era la guerra. Sembra una favola, invece era solo ieri. Si combatteva per il carbone, per l’acciaio, per il pane. Il sangue scorreva a fiumi sul continente messo a ferro e a fuoco da odi, egoismi, nazionalismi ciechi.

Poi un gruppo di uomini non guardò alle future elezioni, come fanno i politici, ma alle future generazioni. Non erano dei, non erano geni. Solo uomini di buona volontà, persone con pregi e difetti, limiti e dubbi. Ma che, guardando le macerie del Belgio, dell’Italia, della Germania, della Francia si dissero: “mai più guerre tra noi, mai più guerre su questi suoli”.

Uomini come Adenauer, De Gasperi, Monnet, Spinelli. Uomini come Robert Schumann, un francese di origini tedesche, che il 9 maggio del 1950 disse che “il contributo che un’Europa organizzata e vitale può apportare alla civiltà è indispensabile per il mantenimento di relazioni pacifiche”.

Sapevano che non era facile. Sapevano che sarebbe stato un cammino lungo e faticoso, perché “l’Europa non potrà farsi un una sola volta, né sarà costruita tutta insieme; essa sorgerà da realizzazioni concrete che creino anzitutto una solidarietà di fatto.” Sapevano questo, e molto altro.

C’era una volta in Europa gente come loro. Forse c’è ancora, nascosta tra i piccoli uomini e donne di oggi, troppo preoccupati delle future elezioni per pensare alle future generazioni. Ciechi, sordi, muti di fronte al rischio che quello che è stato possa davvero tornare.

Non lasciamoglielo fare.

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La vicenda dell’accorpamento delle province è forse la più evidente dimostrazione che nel nostro Paese la situazione – come diceva Flaiano – è grave ma non è seria. Ci hanno scaramellato gli zebedei per anni sulla loro inutilità, sul loro costo, sui magnifici risparmi che si sarebbero realizzati dalla loro dipartita. Forse esagerando anche un po’.

Ora che dopo decenni di letargo un governo decide non di abolirle ma di sfoltirle, ci si sarebbe aspettati un plauso generale, ad eccezione della “casta” dei politici ed amministratori che si vedono sfilare la poltrona. E invece?

E invece. Perché “siamo tutti cittadini del mondo” ma siamo soprattutto dei “provinciali”. Ed ecco che la “società civile” scopre improvvisamente l’importanza del campanile, con un fiorire di iniziative e prese di posizione, da nord e sud, da est a ovest.

Gente comune accanto a insospettabili economisti fautori del rigore come Giacomo Vaciago (ex sindaco di Piacenza) riscoprono improvvisamente quanto sia importante per le comunità “riconoscersi” dietro la bandiera provinciale. In fondo non si risparmierebbe poi tanto, dicono. E comunque, meglio spendere un po’ che finire sotto “quelli là” (che siano udinesi, parmensi, perugini, avellinesi o baresi poco importa).

Ma sì, salviamole queste benedette province. E salviamo anche le municipalizzate, salviamo anche le comunità montane, le circoscrizIoni, le sedi di prefettura, i tribunali, tutte quelle bandierine che ci rendono orgogliosi e fieri di essere fieri del nostro paesello. Chiudiamo invece gli ospedali, gli asili, togliamo i servizi ai disabili, lasciamo con le pezze al culo gli esodati.

L’importante sarà farlo sventolando il gonfalone della nostra provincia.

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Un altro giorno è passato, tra caldo, sudore e noia senza fine. Nella casa di fronte dove Anna vive sola da quando suo marito se n’è andato nel sonno, una bella sera di aprile di sette anni fa è buoi e silenzio. Anna non è più tanto giovane, che è quel modo un po’ ipocrita del mondo di oggi per definire una vecchia signora di ottantadue anni con le spallette curve.

A volte l’ho vista annaffiare i fiori dal balcone di fronte, gli occhi azzurri nascosti nella piega amara del viso. A volte si siamo messi a parlare, e non riuscivo a farla smettere i suoi racconti della vita di un tempo, degli acciacchi di oggi e dei figli che non chiamano mai. Anna è una vecchia signora un po’ noiosa, ma simpatica. Sola, come soli sono molti anziani di oggi nella vita convulsa delle nostre città.

Sono giorni che non la vedo annaffiare i suoi fiori, la finestra è sempre chiusa nonostante il caldo che fa, ho chiesto in giro ma nessuno sa niente. A chi vuoi che importi di una vecchia signora che attacca bottone a parlarti della sua giovinezza, dell’Italia del boom quando tutto era da fare, dei nipotini che le piacciono tanto ma che vede solo ogni tanto perché “ormai il mondo va di fretta e io a correre non riesco proprio più, caro signore”.

La luce si accesa sulla finestra di fronte. Anna è morta, come spesso si muore in questo pezzo di mondo che una volta si chiamava belpaese: soli e dimenticati, con una pensione minima che non ti basta neanche per mangiare, senza nessuno che si ricordi che esisti che ci sei, che sei vivo e hai voglia ancora di sentire battere il cuore per il sorriso di tuo figlio, di tuo nipote.

Anna è morta, nel silenzio rumoroso di un condomino di città, tra vicini indifferenti e figli e nipoti distratti. Io oggi ho pianto, perché Anna – quella vecchia signora un po’ noiosa e triste con le spallette curve e gli occhi azzurri nascosti nella piega amara del viso mi sembrava mia nonna.

Quanto sarebbe bello, oggi, poterle dare una bella strizzata.

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Un’auto percorre lenta Via D’Amelio, a Palermo. Paolo si accende l’ennesima sigaretta, mentre pensa ai sui vent’anni, al giorno della sua Laurea in giurisprudenza, al sorriso di suo padre, morto pochi giorni dopo, a sua madre che vive in quel palazzo in fondo alla strada, ai suoi sacrifici di “unico sostentamento” della famiglia.

I ragazzi della scorta scendono. Paolo aspira la sigaretta, mentre ricorda la Kalsa, e a Giovanni bambino. Giovanni, lasciato solo a morire nell’”attentatuni” di poche settimane fa. Paolo scende mentre scorrono anni, indagini, visi e voci di colleghi, amici. Dei tanti nemici infidi che ti sorridono mentre ti accoltellano alle spalle. Che forse trattano in nome di quello Stato che solo tu hai deciso di difendere a ogni costo.

Paolo aspira la sigaretta e guarda i veicoli in sosta, pensando che da un mese chiedono alla Questura di farli rimuovere. Sorride pensando ad Agnese, Manfredi, Lucia, Fiammetta, al tempo che passa e chissà quanto ne resta perché “Convinciamoci che siamo dei cadaveri che camminano”.

Paolo con la sigaretta in mano suona il campanello. Un lampo, un boato. Paolo affoga in un buio freddo. Affoga, con Giovanni, Ninì e tanti altri, nel buio della memoria di un Paese distratto. Un buoi che va illuminato dal nostro cuore e dalla nostra mente, perché se “è sfortunato quel Paese che ha bisogno di eroi, più sfortunato è il Paese che se li dimentica”.

Paolo nel vento aspira un’altra sigaretta. Aspetta, con Giovanni e tutti gli altri. Come quelli di noi che aspettano verità e giustizia. Aspettiamo che finisca perché “la mafia è un fatto umano, e come tutti i fatti umani ha avuto un inizio e avrà anche una fine”. Aspettiamo, avvinghiati nelle nostre paure, senza capire che siamo, comunque, dei cadaveri che camminano.

L’importante è che la morte ci trovi vivi. Anche con una sigaretta in mano.

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Secondo la National Oceanic and Atmospheric Administration (NOAA) nel mese di giugno la Terra ha raggiunto un nuovo massimo nella sua corsa al riscaldamento: la temperatura media globale sul pianeta è stata la più elevata mai registrata.

Lasciamo stare se la colpa sia della scriteriata opera dell’umanità, come sostengono la stragrande maggioranza degli studiosi, o dei corsi e ricorsi della climatologia, come afferma qualche ultras del capitalismo selvaggio. Colpisce di più la totale indifferenza di tutti al fenomeno in sé. E ai suoi effetti.

Già, perché il caldo e la siccità non fanno solo boccheggiare chi non possiede un buon condizionatore. Ma colpiscono Europa, “Corn Belt” (il “granaio” del Midwest USA) Russia e Ucraina, riducendo il raccolto dei cereali; quest’anno, secondo il dipartimento dell’agricoltura Usa, la produzione sarà insufficiente a sfamare persino i soli “privilegiati” del mondo “satollo”.

I prezzi delle “commodities” agricole (grano, soia, mais) volano, con aumenti anche del 40 per cento. Il rischio fondato è che così continuando alimenti indispensabili per vivere, tipo il pane, finiranno per scarseggiare o per costare più cari dell’oro. Immaginate la scena: in confronto, il default dell’Euro potrebbe essere una quisquilia.

Meno male che ci sono Grillo, Berlusconi, la Minetti, le divisioni interne del Pd e varia umanità a distrarci un po’. Per preoccuparci delle cose serie, c’è sempre tempo.

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