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Un’auto percorre lenta Via D’Amelio, a Palermo. Paolo si accende l’ennesima sigaretta, mentre pensa ai sui vent’anni, al giorno della sua Laurea in giurisprudenza, al sorriso di suo padre, morto pochi giorni dopo, a sua madre che vive in quel palazzo in fondo alla strada, ai suoi sacrifici di “unico sostentamento” della famiglia.

I ragazzi della scorta scendono. Paolo aspira la sigaretta, mentre ricorda la Kalsa, e a Giovanni bambino. Giovanni, lasciato solo a morire nell’”attentatuni” di poche settimane fa. Paolo scende mentre scorrono anni, indagini, visi e voci di colleghi, amici. Dei tanti nemici infidi che ti sorridono mentre ti accoltellano alle spalle. Che forse trattano in nome di quello Stato che solo tu hai deciso di difendere a ogni costo.

Paolo aspira la sigaretta e guarda i veicoli in sosta, pensando che da un mese chiedono alla Questura di farli rimuovere. Sorride pensando ad Agnese, Manfredi, Lucia, Fiammetta, al tempo che passa e chissà quanto ne resta perché “Convinciamoci che siamo dei cadaveri che camminano”.

Paolo con la sigaretta in mano suona il campanello. Un lampo, un boato. Paolo affoga in un buio freddo. Affoga, con Giovanni, Ninì e tanti altri, nel buio della memoria di un Paese distratto. Un buoi che va illuminato dal nostro cuore e dalla nostra mente, perché se “è sfortunato quel Paese che ha bisogno di eroi, più sfortunato è il Paese che se li dimentica”.

Paolo nel vento aspira un’altra sigaretta. Aspetta, con Giovanni e tutti gli altri. Come quelli di noi che aspettano verità e giustizia. Aspettiamo che finisca perché “la mafia è un fatto umano, e come tutti i fatti umani ha avuto un inizio e avrà anche una fine”. Aspettiamo, avvinghiati nelle nostre paure, senza capire che siamo, comunque, dei cadaveri che camminano.

L’importante è che la morte ci trovi vivi. Anche con una sigaretta in mano.

 

Ambrosoli11 luglio 1979. Giorgio guida nel silenzio della notte afosa di Milano. E’ stata una bella serata, con i suoi amici di sempre. Prima una pizza e poi tutti a casa per vedere l’incontro di boxe in Tv. Sì, proprio una bella serata d’estate, spezzata solo dal solito telefono che squilla e, dall’altra parte, la solita voce muta. Giorgio ha capito chi è, ma non gli importa. Ha rivolto un pensiero ad AnnaLori e ai suoi 3 splendidi ragazzi, che certo dormono. Ed è tornato a guardare l’incontro. Poi alla fine ha riaccompagnato i suoi amici ed ora sta tornando verso casa. E’ bella questa notte d’estate, pensa Giorgio. Ripensa a quel giorno di fine settembre di 5 anni fa, quando il governatore della Banca d’Italia chiamò lui, semisconosciuto avvocato milanese di “brutto carattere”, per fare il commissario liquidatore della Banca Privata Italiana. Forse per il lavoro fatto per il fallimento della Sfi una finanziaria milanese, o forse perché glielo aveva consigliato un suo amico, il banchiere Tancredi Bianchi. Un po’ strano, perché quella banca non era una banca qualsiasi: il proprietario era un uomo potente, un siciliano ammanicato, un tal Michele Sindona. Giorgio adesso sorride. Ricorda i giorni dentro la banca, la diffidenza e i rancori dei dipendenti, l’ostilità della “gente che conta”. La scoperta delle irregolarità, delle false scritture contabili, il suo voler andare avanti per tutelare azionisti e risparmiatori. Ricorda il disgusto della scoperta di intrecci e le connivenze traSindona, la Mafia, la P2, la finanza vaticana dello Ior, la Democrazia cristiana di Andreotti, gli ufficiali e i magistrati corrotti, i circoli americani reazionari. Ricorda le pressioni ricevute da ogni parte, per chiudere gli occhi, far finta di niente, che tanto avrebbe pagato tutto lo Stato. E le promesse di altri incarichi, soldi, carriera, successo. I tentativi di corruzione. Ricorda le prime minacce, quando tutti capirono che lui non si sarebbe mai fermato. Giorgio ha una piega amara sul sorriso quando ripensa all’isolamento, alla gente che gli toglie il saluto al caffè, a quella Milano ormai da bere, pronta a chiudere gli occhi e la bocca in cambio dei danè. Giorgio continua a guidare nella notte silenziosa, in mezzo alle luci gialle. Tra pochi minuti sarà a casa. E’ stanco, e il pensiero va ai suoi giorni di ragazzo, all’Unione Monarchica Italiana, le discussioni, i sogni, gli studi, il pensiero liberale, le speranze di far politica per il bene del paese e non per i partiti. E poi la profonda soddisfazione, a 40 anni, di avere finalmente avuto – chissà perché – l’occasione di fare qualcosa di bello, di grande, di utile. Nell’interesse del paese. Per il bene comune. Giorgio, mentre già intravede le luci di casa sua in lontananza, pensa ai sacrifici, ai sogni spezzati. S’illumina pensando ad AnnaLori e ai 3 ragazzi. Sa che, qualunque cosa succeda, loro ce la faranno. Cresceranno con quei valori in cui hanno sempre creduto: il rispetto per se stessi e gli altri, l’onestà, la libertà, Dio, la famiglia. Sorride pensando al piccolo Umberto che sta crescendo ed è orgoglioso di lui, e ripensa a quando per caso ha ascoltato spaventato le telefonate minacciose di quell’uomo, che qualche tempo fa gli ha detto che l’avrebbero ammazzato. E che ora ha smesso di chiamare, lasciando il posto a quel silenzio muto. Come stasera.

Giorgio è quasi arrivato a casa. Pensa ad Umberto che ha paura, ad AnnaLori che ha paura, come quella volta che trovò quella sua lettera. Anche Giorgio ha paura: è umano avere paura, quando hai così tanto da perdere. Ma sa che non si fermerà, qualunque cosa succeda. Perché da tanto, troppo tempo stanno distruggendo il paese con la paura, con le minacce, con la corruzione. Usando il bastone e la carota, e tanto olio per ungere le ruote. Come fanno sempre, in ogni tempo e in ogni luogo. Usando il silenzio dei tanti per fare gli interessi di pochi. Perché niente contribuisce di più al trionfo del male dell’ignavia degli uomini buoni.

Ecco, Giorgio è arrivato sotto casa. Spegne il motore. Una Fiat 127 accosta, una voce con accento americano chiede “Avvocato Ambrosoli?“. Giorgio risponde, l’uomo scende dall’auto dice: “Mi scusi, avvocato Ambrosoli“. Quattro colpi squarciano l’aria. Giorgio Ambrosoli muore poco dopo, mentre l’ambulanza lo porta verso l’ospedale. Nessun uomo di quello Stato per il quale ha combattutto ed è stato ucciso si disturberà a venire ai suoi funerali, ad eccezione di Paolo Baffi, Governatore in carica della Banca d’Italia.

Sono distante mille miglia dalle idee e dalle convinzioni che aveva Giorgio Ambrosoli. Ma lo considero uno dei miei punti di riferimento, la stella polare che guida il mio vivere ed agire quotidiano. Anche per me è un eroe. Un eroe borghese, come ha scritto benissimo Corrado Staiano. Un eroe, come può esserlo ognuno di noi, se vuole, nella faticosa lotta del proprio quotidiano, facendosi guidare dalla propria saldezza morale, dalle proprie convinzioni. Vivendo nel mondo, conoscendone pregi e difetti, rispettando gli altri ed agendo sempre nell’interesse del nostro paese, si chiami Italia o si chiami Europa, o Mondo. C’è una distanza che sembra infinita tra Giorgio e coloro che affollano l’Italia di oggi. Ma è una distanza che può diventare piccola. E  in gran parte dipende da noi.

A Giorgio, ad AnnaLori e ai loro 3 splendidi ragazzi, con gratitudine, ed  immenso affetto

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