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Ci risiamo. Un altro anno è andato, un altro arriverà. Eccoci qui, tutti travolti da un rito di plastica in un mondo di plastica, tutti a far finta di essere sani per non sentire le spine piantate nel fianco. E via con bilanci, buoni propositi, promesse, auguri. Migliaia, milioni, miliardi di parole al vento.

calendario

Quest’anno che sta arrivando sarà speciale e diverso e speciale da tutti gli altri, ma una cosa in comune con tutti quelli che l’hanno preceduto e con tutti quelli che lo seguiranno ce l’ha: tra un anno passerà. Perché anche questo lo sappiamo bene: tutto passa. E sappiamo anche che l’importante è, appunto, come passerà.

Anche su questo, di parole al vento se ne dicono tante, ma la migliore resta quella di Antonio Gramsci: “Voglio che ogni mattino sia per me un capodanno. Ogni giorno voglio fare i conti con me stesso, e rinnovarmi ogni giorno”. Impresa difficile, ma tentare non nuoce. Più facile a dirsi che a farsi. Ma sarebbe bello almeno provarci, immaginare che sopra di noi ci sia solo un cielo azzurro, tutti quanti vivere solo per l’oggi, tutta la vita in pace. Cose da sognatori, cose che non restano, parole nel vento.

E allora, mentre il cielo si tinge sempre più di blu e cresce la tentazione di fare un tuffo giù, proviamo almeno a capire che quel che resta dell’anno, quel che resta dei nostri anni è la cosa più preziosa che possediamo. Per noi e per chi ci sta intorno.

E proviamo a vivere, anziché guardare la nostra vita passare, tra riti di plastica in un mondo di plastica.

In fondo, It’ easy if you try.

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Rita sorride seduta su una nuvola. E’ arrivata da poco in questo pezzo di cielo baciato dal sole che alcuni chiamano paradiso ed altri, più semplicemente, universo. E’ arrivata da poco, dopo oltre un secolo passato laggiù, in quel piccolo pianeta del sistema solare che i suoi abitanti chiamano Terra. E ripensa ai suoi cari, la sua Torino, l’Università. la laurea, gli studi, il lavoro. Ricorda le leggi razziali, la Guerra. Il trasferimento in America, altri studi, e il Nobel.

Rita-Montalcini

Rita sorride seduta su una nuvola, ma sente un peso nel cuore ogni volta – e succede spesso – che da quel piccolo pianeta chiamato Terra sente l’eco lontana di storie di gente offesa ed insultata solo per aver difeso la ricerca scientifica. Ogni volta che scorge figure confuse di santoni scambiati per scienziati che millantano scoperte mirabolanti facendosi scudo del dolore della gente malata. Ogni volta che l’oscurantismo e l’ignoranza minacciano la scienza, la medicina, il progresso.

Rita sorride, perché sa quanto è dura la strada della conoscenza; quanta fatica, quante battaglie bisogna combattere per conquistarsela, e quante difficoltà s’incontrano. Ma sa anche che “ le difficoltà bisogna scrollarsele di dosso, come l’acqua dalle ali di un’anatra”: ed è questo che rende la vita più facile. Perché è così che ha imparato che è “meglio aggiungere vita ai giorni che giorni alla vita”.

Rita sorride seduta sopra una nuvola e guarda verso quel piccolo pianeta chiamato Terra; il suo pianeta, dove tutti provano a cercare la felicità ma pochi riescono davvero a capire cosa sia e dove risieda. E sa che non cambierebbe nulla al mondo con la ricerca: per andare un po’ più in là; oltre l’orizzonte, oltre l’ignoto. Combattere la presunzione degli ignoranti che hanno sempre la verità in tasca, confondendo la fede con la superstizione, la scienza con la magia, e la scoperta con il miracolo.

Rita sorride seduta su una nuvola. E sa che “quando muore il corpo sopravvive quello che hai fatto, il messaggio che hai dato”.

Perché Rita Levi Montalcini lo sa – ed ha provato ad insegnarcelo – che cos’è la felicità.

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Aleppo, Siria. Il terzo Natale tra i bombardamenti, oltre 400 civili uccisi negli ultimi 8 giorni; molti i bambini. Catanzaro, Italia. Una bimba di 11 anni affidata ad un sessantenne subisce abusi, la Corte di cassazione annulla la condanna (a 5 anni, sic) perché non è stata esaminata l’ipotesi dell’attenuante dell’accondiscendenza della vittima, in “relazione d’amore”, si legge, con l’imputato.

dolore

Bangui, Centroafrica. Le violenze interetniche, di queste ultime settimane, hanno causato centinaia di vittime in uno Stato ormai capillarmente occupato da una ribellione che è fatta del 90 per cento di mercenari del Ciad e del Sudan, dove ovunque dettano legge i signori della guerra. Milano, Italia. Luisa giace nel letto d’ospedale dov’è stata operata alle ovaie, e tra un fitta e l’altra legge gli sms di auguri ricevuti per questo natale un po’ diverso da come pensava, e già pensa alle chemio da fare e cosa succederà domani.

E’ una bestia strana, il dolore degli altri. Lo vedi ma non lo senti: ti lascia indifferente come un brutto che guardi in Tv. Un suono intermittente, che fai finta di non sentire: per paura, indifferenza, egoismo o superficialità.

Volti la testa per non averci a che fare. Forse perché è difficile capire (o forse perché è fin troppo facile sapere) che gli altri, prima o poi, siamo noi.

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E così, eccoci qua. Anche quest’anno si accendono le luci di Natale. Brillano un po’ meno, in quest’Italia del declino, avvolte anche da un velo di nebbia che abbraccia boschi, colline e pianure, nella nostra piccola vita da futuro incerto. Si accendono e si spengono, tra buoni propositi e messaggi d’auguri avvolti da un velo d’ipocrisia, opache nella notte che pare infinita e annacqua di malinconia anche i giorni più lieti.

nebbia_natale

Così, anche quest’anno le luci che si accendono e si spengono illumineranno un giorno che vorremmo sospeso nel tempo, da trascorrere in case immerse in un’aria di festa che scaccia i brutti pensieri, le beghe quotidiane e i problemi che ci aspettano ancora, tutti lì, quando tra qualche giorno ricominceranno i nostri tran tran giornalieri.

Si accendono e si spengono, punti sperduti avvolti nella nebbia e nella sera che avanza, in questo giorno che vorremmo perfetto ma che è, come tutti gli altri, solo un altro giorno che passerà; e che sarà come noi riusciremo a farlo essere, bello o brutto non importa, ma che sia nostro per davvero.

Le luci di Natale arrivano, si accendono e svaniscono come la nebbia sulle colline nella nostra piccola vita dal futuro incerto. Non porteranno nulla che già non sia dentro di noi. Per questo è bello guardarle, con un sorriso vero, anche se velato di malinconia, alla ricerca di un domani che sarà come noi riusciremo a farlo essere. L’importante è che sia nostro per davvero.

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Secondo tradizione, anche quest’anno si chiude con il valzer dei mille provvedimenti e provvedimentini infilati da lobby più o meno trasparenti negli ultimi atti che il Parlamento sta approvando prima dei botti di fine anno. Sono centinaia di emendamenti, articoli, decisioni, infilati ad arte da manine esperte per finanziare o rifinanziare le cose più disparate, in un teatrino dell’assurdo che vedrà anche quest’anno, sempre secondo tradizione, la necessità di correggere con decreti ad hoc le puttanate infilate tra le pieghe di altre leggi, prima ancora che esse siano pubblicate in Gazzetta ufficiale.

Azzeccagarbugli

Purtroppo, per guarire questa endemica azzeccagarbuglite non serviranno le riforme, neppure quelle sacrosante. Perché, come tutti sappiamo e tutti facciamo finta di dimenticare, le istituzioni, le amministrazioni, tutto insomma dipendono dalle persone. E finché non cambieremo la testa e la cultura delle persone – governanti ma anche governati – dovremo rassegnarci ad altri assalti alla diligenza, altre norme incomprensibili che rimandano ad altre norme che rimandano ad altre norme, altre leggi da correggere prima ancora di entrare in vigore.

La medicina per l’azzeccagarbuglite sarebbe un buon regalo di Natale. Ma difficilmente lo troveremo sotto l’Albero, in questo paese dei Gattopardi.

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Il dibattito che ha seguito l’approvazione da parte della Camera del disegno di legge che trasforma le Province in enti di secondo livello è surreale. Tra gli entusiasti a priori e i contrari a prescindere, spicca l’assenza di un’analisi della questione di fondo. Che, in termini banali, è questa.

taglio_province

In Italia ci sono più di novemila comuni, 107 province, 20 regioni. Decine di Ministeri e centinaia di enti periferici dello Stato. E poi ancora Agenzie nazionali e regionali, Fondazioni, Unioni dei Comuni, municipalizzate. Una selva inestricabile di enti, aziende e istituzioni che compongono il Settore Pubblico allargato. Diversi necessari, alcuni probabilmente inutili, altri addirittura dannosi. Ma comunque, troppi.

Ora, la questione non è abolire con l’accetta un livello istituzionale, ma ridisegnare e semplificare l’intero assetto della Pubblica Amministrazione e delle sue propaggini. A chi dice che così ci vorranno anni (obiezione legittima) si potrebbe rispondere che se ne parla – senza fare nulla se non produrre norme impossibili da attuare – da almeno un decennio.

A quest’ora, volendo, si sarebbe potuto fare un eccellente lavoro. Demagogia permettendo, non è mai troppo tardi.

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Alle 23 Piergiorgio ha salutato parenti ed amici ed ha chiesto di ascoltare musica di Bob Dylan. Il cielo è un letto scuro velato di stelle. Poi, come aveva chiesto, è stato sedato e gli è stato staccato il respiratore. Poco prima di mezzanotte se n’è andato, aiutato a morire dal Dott. Mario Riccio, anestesista, con accanto Mina, Carla e alcuni amici.

Welby

Sono passati degli anni, ma sotto lo stesso cielo scuro ancora risuona l’eco della guerra santa tra i difensori della “vita” senza se e senza ma e i sostenitori della morte “dignitosa”; gli uni contro gli altri, brandendo come spade le proprie certezze, in un dibattito rumoroso e rancoroso che dimentica subito quel corpo senza forze, pieno di dolore e sofferenza.

Piergiorgio ha scritto: “La morte non può essere dignitosa. Dignitosa, ovvero decorosa, dovrebbe essere la vita, soprattutto quando si va affievolendo a causa della vecchiaia o delle malattie incurabili e inguaribili. Definire la morte per eutanasia dignitosa è un modo di negare la tragicità del morire. L’eutanasia non è morte dignitosa, ma morte opportuna, nelle parole dell’uomo di fede Jacques Pohier.”

Disquisire su accanimento terapeutico, eutanasia, diritto e dovere di cura è cosa troppo seria per uno scarabocchio senza importanza come questo; basta la considerazione, banale, che su questi temi non è il caso di fare lotte ideologiche: ognuno ha il suo vissuto, le sue sensibilità e convinzioni. E’ sufficiente accordarsi sul principio che non si deve imporre qualcosa a qualcuno, ma semplicemente lasciare che ognuno scelga cosa è opportuno per sé stesso, decidere del suo bene o del suo male.

Con questa unica convinzione, e con l’unica certezza che tutti debbano lottare per una vita dignitosa per tutti e per la libertà di “fare ciò che si vuole senza danneggiare gli altri” noi, piccoli punti sperduti che sotto un cielo scuro seminato di stelle calpestano questo piccolo schizzo di terra, dobbiamo proseguire il nostro cammino a tentoni in questo mondo complicato.

Ora come allora, sotto questo cielo. Ti sia lieve la terra, Piergiorgio.

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Ci dev’essere uno strano godimento a sentirsi italiani. Un Paese dove Bartolomeo Gagliano, un pluriomicida definito “molto pericoloso” dalla Polizia, malato di AIDS, è a spasso: uscito grazie ad un regolare permesso-premio e sparito. Un permesso concesso ad un tipo già più volte evaso, rinchiuso in diversi manicomi criminali, giudicato incapace di intendere e di volere, che durante alcune delle sue precedenti evasioni ha ammazzato delle persone e seminato il terrore.

Bartolomeo Gagliano 1

L’incredibile vicenda si deve al fatto che nel carcere di Marassi, dov’era rinchiuso sembra non sapessero che aveva quei precedenti penali da serial killer. “Per noi era un rapinatore, valutato in base al fascicolo di reato per cui era detenuto, che risale al 2006 e lo indica come rapinatore”. Dunque, tutto regolare, tutto a posto: una storia di ordinaria burocrazia.

Speriamo che non ci siano altri innocenti da piangere. Sarebbe bello capire qual’é la falla (Leggi sbagliate? Regolamenti carenti? Procedure farraginose? Scarsa attenzione dei funzionari?) che permette ad un serial killer di andare in giro per l’Italia senza nemmeno disturbarsi per evadere da un carcere. Sperare anche che venga sanata, perché cose del genere non si ripetano, forse è troppo.

Sì, ci dev’essere uno strano godimento ad essere italiani.

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Nel diluvio di chiacchiere che alimentano la cronaca e la politica, un tema sembra non interessare nessuno: l’evasione fiscale, alla quale si dedicano due colonne scarse nelle pagine interne solo una volta all’anno, quando escono gli scandalosi dati sulle dichiarazioni dei redditi degli italiani. Poi basta.

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Tema scomodo. Ma è curioso che, con lo Stato che piange miseria, con la crisi economica, con i tagli a Stato sociale, sanità, istruzione, con la carenza di risorse per esodati, cassintegrati e giovani, ci si combatta a colpi di articoli, twitter, dichiarazioni sulla Spending Review (che vale qualche miliardo di euro) sui costi della Politica (che valgono al massimo uno o due miliardi) o, peggio, sulla restituzione dei finanziamenti pubblici dei partiti (che valgono un centinaio di milioni), mentre sull’evasione fiscale, che di miliardi ne vale almeno 130, nemmeno una parola.

E’ l’unica cosa su cui sono tutti d’accordo, demagoghi vecchi, nuovi e nuovissimi della politica italiana e i loro portaborse, opinionisti, editorialisti, pseudo economisti e studiosi: la rimozione della questione dell’abnorme evasione fiscale italiana, al netto di quella “fisiologica” e di quella che brillanti sottosegretari hanno definito “per necessità”.

Il bello – o il brutto – è che la pensano così anche i tanti milioni di contribuenti onesti, di imprenditori che versano i contributi, di commercianti che fanno gli scontrini, di artigiani che dichiarano il dovuto. Cioè, i veri truffati di tutta la faccenda.

Non c’è peggior derubato di chi si vuol far derubare.

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Secondo una ricerca – più o meno “scientifica” – americana, la nostra felicità dipenderebbe soprattutto dai “geni” (che ci portiamo dalla nascita) e dal “destino” (gli eventi davvero “importanti” della vita -brutti o belli che siano – perché quelli quotidiani hanno impatti modesti e rapidamente riassorbiti). In pratica, solo una parte minuscola e residuale, stimata circa per il 10 per cento, dipenderebbe proprio da noi, dai nostri valori, comportamenti, approcci, scelte.

happy

Al di là della facile ironia sulla fondamentale scoperta, resta il fatto che – lo dice la ricerca, ma ci saremmo arrivati anche da soli – quel 10 per cento è comunque fondamentale per il nostro essere. Già: il nostro destino è solo in piccola parte nelle nostre mani, ma il nostro contributo ad esso è tutt’altro che irrilevante per il nostro essere, vivere, gioire.

Lo ricordava Randy Pausch: ”Non possiamo cambiare le carte che ci vengono servite, solo il modo in cui giochiamo la mano”.

Non dimentichiamolo.

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