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Oggi non è un giorno come tutti gli altri. A Bergen-Belsen, un posto lontano da qui, eppure vicino come non mai, Anna è morta. Era nata in Germania, ma è cresciuta in Olanda. Una bambinia che giocava in Merwedeplein, ad Amsterdam, con gli altri bambini, che faceva tante domande al papà e alla mamma perché era tanto curiosa della vita, del mondo. Una bambina che sorrideva guardando il cielo, e che fantasticava della sua vita, del suo futuro, di quando sarebbe diventata una donna.

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Anna è morta, perché era una ragazza ebrea. E’ morta così, come spesso si muore, per caso, per violenza, per amore. O per odio; un odio cieco e senza memoria che s’alimenta in molti uomini che cercano nelle piccole differenze tra noi per negare la più semplice verità: che Dio, il caso, la natura, la memoria del mondo, ci ha fatto tutti uguali: tutti diversi ma tutti uguali, sotto lo stesso cielo. Guardando il sole che ti scalda il cuore, con un sorriso verso il cielo.

Uguali, e liberi. Eppure Anna è morta rinchiusa a Bergen-Belsen. E prima ancora è cresciuta rinchiusa in un alloggio segreto, così nascosto che non ci batte il sole. Senza poter uscire, per cercare di sfuggire alla furia cieca di quegli uomini senza scrupoli e senza cuore. Nascosta tra quattro mura, dove a volte le emozioni ribollono, dove il tuo sorriso diventa una piega amara, passando il tempo a scrivere emozioni, pensieri, la vita che passa rinchiusa tra quattro mura. Fino a quando finisci in un posto chiamato Bergen-Belsen. E muori.

C’è sempre il sole che illumina il viso di chi passa in Merwedeplein, ad Amsterdam, o a Bergen-Belsen. C’era una ragazza di nome Anna, che non è mai diventata donna e scriveva in un diario i suoi pensieri. Non è più riuscita a sorridere guardando il cielo e il sole che ti scalda dietro le nuvole.

Non lo dimentichiamo mai. Per favore.

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Il Ministero dell’Economia ha reso noti i dati delle dichiarazioni dei redditi 2012; e siamo alle solite: redditi dichiarati mediamente molto bassi (ma oltre 23 miliardi di case all’estero), imprenditori che dichiarano meno dei dipendenti, ecc… Cose note, dette e stradette; lasciamole stare per un momento, e prendiamo altri dati interessanti.

Quattroruote ed Aci hanno stimato in circa 850 milioni di euro l’evasione annuale del bollo auto in Italia. Facendo un calcolo molto approssimativo, significa che oltre 4 milioni di autovetture sulle oltre 34 milioni di quelle soggette alla tassa girano senza bollo auto; e dunque, che c’é qualche milione di italiani che evade la tassa automobilistica.

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In questo caso, grazie al cielo, siamo molto probabilmente tutti un po’ evasori: i lavoratori dipendenti pubblici e privati come i liberi professionisti, i commercianti, gli imprenditori e così via. Insomma, quando capita l’occasione, molti cedono alla tentazione di non pagare delle tasse. Ora, pur mettendoci tutta la comprensione (siamo tartassati da troppe imposte, i servizi pubblici fanno schifo, la crisi morde e bisogna risparmiare, anche evadendo qualche balzello) e pur dando la giusta colpa alla scarsa efficacia di controlli e sanzioni, bisogna riflettere su un’amara, sgradevole, triste verità.

Nei paesi civili, volenti o nolenti, le tasse si pagano. E nello spread che ci separa dal resto del mondo, anche questo conta.

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Non varrebbe la pena parlare ancora di Silvio Berlusconi, ma il comunicato da lui emesso ieri riguardo Forza Italia in vista delle europee vorrebbe sembrare una nuova alba, ma assomiglia tanto ad un tramonto. Dice, l’ex Presidente del Consiglio, che nel partito bisogna mettere “da parte interessi personali, ambizioni individuali e la difesa di rendite di posizione” e che tutti all’interno del movimento debbano comprendere “l’esigenza di rinnovarci che viene chiesta con forza dal Paese”.

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Un concentrato di perle di saggezza rivolto a tutti; ovviamente, tranne lui. All’Ex Senatore ottuagenario non è richiesto “mettere da parte i suoi interessi personali”, né smettere di “difendere rendite di posizione” e neppure “rinnovarsi”. Perché è lui. Basta personalismi, anche se (dice lui) la sopravvivenza del partito dipende dallo scrivere il suo cognome nel simbolo.

Vedremo; magari Berlusconi, che sarà pure diventato un ex cavaliere ma è un cavallo di razza, riuscirà a tirar fuori un “dinosauro dal cilindro” anche stavolta, e rimetterli tutti sotto (amici, nemici, falsi amici ed ex nemici). E a ri-vincere, o almeno a cadere in piedi.

Ma far finta di pretendere che un movimento che ha incarnato per vent’anni – e ancora incarna – gli interessi personali di un uomo non proprio giovane possa “magicamente” mettere da parte quelli dei suoi non sempre giovanissimi vassalli e valvassori in cerca di salvezza è surreale.

Al limite del patetico.

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Ci sono storie che sembrano inventate; come quella della rappresaglia tedesca all’attacco di Via Rasella a Roma, la “punizione esemplare” inflitta 70 anni fa in violazione non solo alle convenzioni internazionali ma al nostro essere umani, da un nazismo già agonizzante e forse per questo più crudele ed inumano.

Fosse-ardeatine

Ci sono storie che sembrano incubi, e incubi che diventano storia; come quei camion che giusto ieri, il 24 marzo di 70 anni fa, portano 335 persone – partigiani prigionieri, ma anche ebrei, comunisti, detenuti comuni, gente rastrellata per caso, testimoni scomodi – all’incrocio di via Fosse Ardeatine e via delle sette chiese, pur di saziare la bestia umana.

C’è una storia che fa orrore e che si fa finta di non ricordare. Ancora c’è chi discute sulle “colpe” dell’accaduto, arrampicandosi sugli specchi per negare una realtà evidente sin dalle prime ore dopo la strage; nonostante poche ore dopo l’esecuzione i tedeschi affiggano per le vie di Roma un manifesto beffa, in cui il comando tedesco promette che se saranno consegnati gli attentatori non ci sarà nessuna rappresaglia: per coprire le proprie colpe e quell’orrore. Anche la terra si ribella: i corpi emanano un odore così forte che i tedeschi sono costretti a tornare il 25 marzo, giusto 70 anni fa, per far saltare ancora la cava. E la voce si sparge sulle strade di Roma: in molti sanno cosa c’è lì sotto, alle Fosse Ardeatine. In molti fingeranno di non saperlo, anche allora.

Ci sono storie che sembrano un incubo. Ma è storia, è accaduto, proprio qui, davanti ai noi, anche se ne abbiamo perso la memoria; un passato che vorremmo lasciarci alle spalle, mentre altri incubi disumani riempiono quest’assurda storia dell’uomo che si fa belva, parlando tedesco, italiano, russo, turco, inglese, serbo, arabo, israeliano e chissà quale altra lingua di questo mondo.

Invece, è proprio per questo bisogna passare davanti a questa strada. Perché sembra di vederli tutti lì, i martiri delle Fosse Ardeatine. Come 70 anni fa: Antonio, Umberto, Aldo, Ilario, Cesare, Ugo, Giacomo, Enrico, Carlo e tanti altri. Muti davanti a noi. Senza una risposta né un perché, persi nel vento.

Un vento che continua a soffiare su questa storia che sembra un incubo. Ma è un incubo diventato storia.

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In questi giorni di spending review, in Italia c’è una categoria professionale che sta per ricevere un consistente regalo dal Governo Renzi. Non è il ceto medio falcidiato dalla crisi, né i cassintegrati alle prese con le bollette da pagare e neppure le famiglie con i redditi bassi. Si tratta degli avvocati.

avvocati

Il neo ministro della Giustizia Andrea Orlando ha iniziato infatti il suo mandato firmando un decreto – fermo da più di un anno – che aggiorna i parametri forensi, cioè i valori di riferimento per la liquidazione da parte del giudice dei compensi dei legali o per la loro determinazione in caso di disaccordo tra avvocato e cliente. Una “spending review” all’incontrario: aumenti medi del 50 per cento, con punte del 165 per cento, che cancellano il precedente decreto, il n.140/2012. Un bel regalo che fa felici il Consiglio nazionale forense, l’Ordine professionale e la nutritissima schiera dei parlamentari che svolgono questa professione.

Il decreto è in corso di pubblicazione sulla gazzetta Ufficiale. Nel frattempo, invitiamo tutti i cittadini italiani – che se dovranno ricorrere ad un avvocato avranno la sgradevole sorpresa di doverlo pagare molto più di prima – a fare i complimenti al neo ministro Orlando, al presidente del Consiglio Renzi, al governo tutto per la solerzia. Auspicando analoga velocità nella soluzione dei problemi di altri soggetti: giovani precari, cassa integrati, operai, impiegati.

Soggetti però che – purtroppo per loro –  in Parlamento non sono altrettanto adeguatamente rappresentati.

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Si sa: il problema dei giovani italiani diplomati e laureati è il lavoro: trovano lavoro con grande difficoltà, ed hanno una gran fatica ad essere stabilizzati. Ma c’è pure un’altra questione: sono sottopagati. L’ennesima conferma dai recenti rapporti di Almadiploma e Almalaurea. Lo stipendio di un giovane che ha la fortuna di lavorare a meno di un anno dalla “maturità” è di 611 euro; a 3 e 5 anni, si sta sotto i 1000 euro mensili. Per i laureati le cose vanno solo un po’meglio: si arriva, in media, a mille euro scarsi all’inizio e a 1.440 dopo 5 anni. Per i non diplomati e laureati le cose vanno peggio.

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Sono cose note, che finiscono per scivolarci addosso quasi come se non fossero una notizia. Invece stiamo assistendo ad un dramma che ha gravi conseguenze per l’oggi e che avrà gravissime conseguenze domani e dopodomani. In termini economici (consumi, redditi, future pensioni) e sociali (famiglie, figli, sistemi di welfare, ecc…). Ma si affrontano con la testa ovattata della domenica mattina, al rallentatore, come una fastidiosa questione da sbrigare, distrattamente, tra le mille altre (ben più importanti) che ci aspettano al varco oggi, adesso, qui.

L’andamento lento dei giovani nel mondo del lavoro, e dunque nella vita, è la principale emergenza nazionale. Ma si sperde e confonde tra le mille beghe quotidiane. Solo un Paese di imbecilli patentati può ostinarsi ad ignorare che è l’unica cosa che ci potrà salvare dalla fine.

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Illuminanti le slides di Cottarelli. Chiariscono i giganteschi equivoci che animano il dibattito politico ed economico italiano in materia di spending review. Il primo, come abbiamo detto più volte, è che si tratta di semplici tagli di spesa, che con la “revisione” hanno poco a che fare. Ma l’equivoco più grande, come è stato spiegato bene anche qui, è che questi tagli non sono solo “indolori” eliminazioni di sprechi ed inefficienze della pubblica amministrazione o di costi della politica.

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Vediamo: nel 2014, il 60 per cento dei 7 miliardi di “tagli” proposti vengono da riduzioni dell’acquisto di beni e servizi, del monte stipendi dei pubblico impiego, dei trasferimenti alle imprese, e delle pensioni. Nel 2016 il 50 per cento dei 34 miliardi di tagli deriva da quelle stesse voci, a cui si aggiungono le riduzioni ai trasferimenti degli enti locali ed alle aziende di servizio pubblico locale (da finanziare soprattutto con aumenti di tariffe) e tagli alla sanità.

Sono anni che colpiamo queste stesse voci; perché se la logica è quella del “taglio”, il bilancio statale offre poche cose su cui incidere. E soprattutto – lo stesso Cottarelli lo spiega – gli effetti non sono solo sulla spesa, ma anche sulle entrate: perché meno stipendi, meno trasferimenti, meno aiuti alle imprese, meno acquisti sul mercato di beni e servizi, forse benefici in termini di efficienza della gestione, sono certamente recessivi.

Bisogna farsene una ragione. E cominciare a riflettere se è quello che vogliamo, se siamo disposti a pagarne il prezzo, e se c’è un’alternativa. L’importante è non prenderci per i fondelli.

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Mi chiamo Giuseppe, e sono un parroco di Casal di Principe, in provincia di Caserta. Qui sono nato, qui ho scelto di fare il prete: insegno, predico, dico messa. Faccio il prete, ma sono un uomo. Uno che ha visto come vanno le cose qui, nella mia terra bella e maledetta. Ho visto la speranza degli uomini e delle donne tradita da uomini senza scrupoli e senza cuore. Ho assistito impotente al dolore di tante famiglie che vedono i loro figli finire miseramente vittime o mandanti delle organizzazioni della camorra.

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Come uomo, come battezzato in Cristo, come pastore della Forania di Casal di Principe ho sentito la responsabilità di essere “segno di contraddizione”. Non potevo stare zitto, ed ho parlato; come uomo e come prete. Della camorra che “incute paura, impone le sue leggi e tenta di diventare componente endemica nella società campana”; del “disfacimento delle istituzioni civili che ha consentito l’infiltrazione del potere camorristico a tutti i livelli”.

Per questo ho detto a tutti i preti e uomini di buona volontà che “è arrivato il momento di parlare chiaro, nelle omelie ed in tutte quelle occasioni in cui si richiede una testimonianza coraggiosa. Perché gli strumenti della denuncia e dell’annuncio si concretizzino nella capacità di produrre nuova coscienza nel segno della giustizia, della solidarietà, dei valori etici e civili”. E la speranza ha cominciato a rinascere, anche qui, a Casal di Principe, in questa terra bella e maledetta.

Così, la mattina del 19 marzo del 1994, mi hanno ammazzato, nella sacrestia della chiesa di San Nicola di Bari a Casal di Principe, proprio mentre stavo per iniziare a dire Messa. Ucciso, ma non vinto. Perché l’amore per il mio popolo è più forte di 5 colpi di pistola. Per questo sono ancora in mezzo a voi, sono qui: con i miei pensieri, le mie parole, le mie azioni. Ieri, oggi, domani. Sempre.

Mentre continuate a camminare controvento, abbiate fiducia. Anche se tutto sembra perduto. Loro perderanno.

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Graziano del Rio, sottosegretario del Premier Renzi, in un’intervista a Repubblica ha spiegato che con il nuovo Governo chi non raggiungerà l’obiettivo andrà a casa. Non solo i dirigenti ministeriali. Se un ministro non raggiungerà i suoi target a fine anno andrà via, senza tentennamenti o giustificazioni: siamo passati, ha detto Del Rio, dalla “democrazia dialogante alla democrazia decidente”.

delrio-graziano

Lo slogan è bello; anche accattivante. Ma un dubbio lo solleva. Perché se “cacciare” un dirigente è una procedura complessa ma attuabile, cacciare un Ministro con l’attuale Costituzione non è semplicemente possibile: Del Rio saprà certamente che un Ministro al limite può dimettersi, o essere “sfiduciato” dal Parlamento; ma non può essere “rimosso” dal Premier; è già accaduto in passato.

Una maggiore velocità nelle decisioni pubbliche, è auspicabile; l’applicazione del principio “chi sbaglia paga” anche a politici e burocrati pure. Ma bisogna anche smettere di dire o promettere cose che oggettivamente non si possono realizzare. Perché poi, semplicemente, non si faranno.

Perché il rischio è che l’Italia resti così nella palude della “democrazia inconcludente”.

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Che fantastico Paese è l’Italia! Un Paese dove, anno dopo anno, cresce il numero delle famiglie contrarie alle vaccinazioni. Quelle obbligatorie contro difterite, poliomelite, tetano, epatite; malattie letali, che proprio grazie alla vaccinazione non mietono più vittime in Italia. O quelle contro morbillo, parotite, rosolia; malattie non letali, ma comunque poco simpatiche se prese in età adulta, specie la rosolia. Sono ormai circa il 5 per cento le famiglie che vi rinunciano, per motivi vari, dalla paura allo scetticismo. Ma sono moltissime – pare oltre il 15 per cento – quelle che vaccinano i figli, ma con molti dubbi.

Doctor giving a child an intramuscular injection in arm, shallow DOF

Che fantastico Paese è l’Italia! Un Paese dove, anno dopo anno, cresce il numero delle famiglie che si rivolgono a terapie “alternative”, non validate dalla comunità scientifica internazionale. Terapie che solo molto raramente si dimostrano poi efficaci ma che, alimentate da una stampa piena di cialtroni e da giudici che pensano di potersi sostituire a medici e ricercatori, pretenderebbero persino che il Servizio Sanitario Nazionale – cioè tutti i contribuenti italiani – le finanziassero. Non sono poche le famiglie che lo vorrebbero, per motivi vari, dalla disperazione alla reale convinzione. Ma sono molte di più quelle che, in nome del “perché non provare”, sarebbero favorevoli alla somministrazione a cura dei nostri ospedali.

Un grido ancora flebile, ma che cresce giorno dopo giorno: Stamina sì, vaccinazioni no. Che fantastico Paese è l’Italia!

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