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Tra le varie norme della riforma Gelmini era stata disposta una nuova procedura per i concorsi di abilitazione scientifica per i professori universitari – preludio all’assunzione in ruolo – che aveva come principale criterio “la meritocrazia”, sotto forma di elementi oggettivi e trasparenti: la produzione scientifica dei candidati, ovvero monografie, articoli e citazioni da riviste specializzate.

concorsi

Risultato? Una pioggia di ricorsi. Perché, in sede di applicazione, ai criteri iniziali ne sono stati aggiunti altri, altrettanto “oggettivi” ma un po’ meno “trasparenti”: tra tutti, la “sottosettorialità”, ovvero la “presunzione” – a prescindere – del minore o maggiore interesse “scientifico” di alcune pubblicazioni a scapito di altre, a giudizio insindacabile delle commissioni d’esame.

Quest’applicazione dei criteri ha reso promozioni o bocciature una vera “lotteria”. Nella maggior parte dei casi, è successo che i candidati più “brillanti” e qualificati (talvolta, vere autorità riconosciute a livello internazionale) sono stati scavalcati da altri con produzioni scientifiche più mediocri. Ma, casualmente, è accaduto però che tutti coloro che portavano lo stesso cognome di baroni, accademici, e cattedatrici hanno vinto. Nel segno della meritocrazia.

Servirà ben altro che un “nuovo” governo, per cambiare verso all’Italia.

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La storia del concorso scandalo di cardiologia alla Sapienza – quello dei vincitori già noti un mese prima che si svolgessero le prove e fossero noti i risultati – mi ha gettato nello sconforto. Non per la storia in sé. Ma perché non mi ha provocato neppure un briciolo di indignazione.

Sono, anzi siamo talmente assuefatti ad un sistema marcio, dove chi ha solo il merito come compagno quasi sempre non ce la fa e dove quasi sempre ad esser premiati sono i figli di qualcuno o comunque i ben introdotti che certe cose ci lasciano quasi totalmente indifferenti.

Sentirsi rassegnati per l’ennesimo caso di concorso truccato è lo specchio di un Paese che ha digerito come un dato di fatto l’ingiustizia, l’illegalità, il sopruso. Che scambia il diritto con un favore. La connivenza con il cinismo.

Non meravigliano dopo i casi di corrotti impuniti, le leggi ad personam, gli equilibrismi da azzeccagarbugli. Che accetta lo schifo quotidiano come normalità e fa spallucce. O, peggio, sorride da perfetto “uomo di mondo”.

Ecco, ce l’ho fatta. Mi sono arrabbiato. Viva l’indignazione!

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C’è grossa crisi per l’Università italiana. Crollano gli iscritti, 58 mila in dieci anni; si riducono i corsi di laurea, e non solo per la cancellazione di quelli inutili, ma perché crolla il numero dei docenti universitari, già molto sotto della media europea in rapporto agli studenti. Non ci sono soldi per la didattica, i laboratori, i ricercatori.

Sono numeri che conosciamo benissimo. Ma, a parte le litanie e i pianti grechi di maniera, nessuno che s’interroghi su un grande mistero: come mai, nonostante i laureati under30 in Italia siano appena il 19%, contro una media europea del 30%, da noi molto più che altrove i laureati faticano a trovare un lavoro?

Le politiche e i fondi per incentivare la formazione universitaria, i dottorati di ricerca, le borse di studio sono necessarie; ma saranno inutili se non si fa almeno una riflessione su un sistema Paese che offre a ingegneri elettronici, se va bene, posti – precari – da addetti alle fotocopie o da raccoglitori di pomodori. Senza nessuna offesa per questi due degnissimi mestieri, sia chiaro.

Ci vuole, e subito, una riflessione su cosa dev’essere l’Italia tra cinque, dieci anni. E quali politiche si debbano fare per arrivarci. La campagna elettorale sarebbe una buona occasione per farlo, anziché sfornare mirabolanti dichiarazioni sulla riduzione delle tasse.

Ma così sembreremmo davvero un Paese normale.

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Dicono che la crisi imponga una seria e rigorosa selezione delle spese, specie di quelle “pubbliche” come sanità, scuola, univeristà. Bisogna però salvare la ricerca. Lo dice l’Europa, forse sarebbe d’accordo anche Angela Merkel, che del rigore e dell’austerità ha fatto un mantra.

Chissà se a Bruxelles e a Berlino conoscono la ricerca dell’Institut d’études de la famille et de la sexualité dell’Universitè Catholique de Louvain, in Belgio. Grazie alla quale si è “scoperto” un inequivocabile nesso tra il modo di camminare delle donne ed il loro grado di soddisfazione sessuale. Stabilendo, senza se e senza ma, che “il passo di una donna sessualmente soddisfatta è fluido ed esprime energia, libertà, sensualità”, distinguendosi da quello – evidentemente sciancato e moscio – delle signore o signorine meno fortunate.

Non si sa bene quanto sia costata al contribuente belga questa ricerca. Non si sa se sia costata qualcosa anche al contribuente europeo (e dunque anche a noi), visto che quell’Università viene finanziata anche con fondi dell’Unione europea. Non si sa a quale categoria appartenga l’austera signora Merkel, definita dal nostro ex presidente del Consiglio – dicono esperto sull’argomento – una “cu..na in…avabile”.

Sarebbe interessente saperlo. Di sicuro, si sa che fino a quando saranno finanziate ricerche del genere chiedere sacrifici e tagli alla spesa a greci, spagnoli o a qualsiasi altro popolo d’Europa (belgi e tedeschi inclusi) merita una risposta sola.

E per sapere qual’é, non serve una ricerca.

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Elsa Fornero ha detto che al giorno d’oggi “prendere una laurea non è obbligatorio” e “imparare un mestiere è fondamentale”. La superministro che sfoggia il buonsenso popolare che s’ascolta al bancone dei Bar: “Ma che studi a fare? Imparati un mestiere!”

Prendere una laurea non è obbligatorio, però in Europa il 25 per cento degli adulti è laureato, mentre in Italia siamo sotto al 18 per cento. I trentenni laureati in Europa sono oltre il 30 per cento, in Italia attorno al 20. Ancora più grande è la distanza con i paesi più evoluti, più ricchi e più dinamici – tipo Germania, Olanda, Gran Bretagna – e cresce anche quella dai Paesi “latini”.

Prendere una laurea non è obbligatorio, ma uno degli 8 obiettivi chiave a cui l’Unione europea ha deciso di dedicare più impegno – e risorse finanziarie – è quello di portare entro il 2020 la quota di trentenni laureati al 40 per cento. E le regioni più distanti da quell’obiettivo sono le italiane e le romene.

Laurearsi non è obbligatorio, ma nel Paese dove l’”ascensore sociale” è fermo, dove i figli di non laureati non si laureano quasi mai, e di conseguenza non arrivano in posizioni “direttive”, è un invito che emana uno sgradevole odore di “classismo”.

Laurearsi non è obbligatorio. E in Italia purtroppo non sempre serve: perché mancano quelle politiche che hanno permesso agli altri paesi di essere più evoluti, più ricchi, più dinamici e con molti più laureati che in Italia.

A questo dovrebbero servire i ministri. Il buonsenso da Bar, lasciamolo agli avventori che si bevono i grappini, ubriachi della loro ignoranza.

 

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Per il futuro delle economie avanzate come l’Italia ci vuole sempre più “sapere”, “conoscenza”, “scienza”. La fabbrica del sapere è l’Università, che in Italia non è che sia un granché. Un anno fa venne approvata la Legge 240 (riforma Gelmini), tra gli applausi di PdL e Lega e i fischi delle (allora) opposizioni.

Ma il vero problema della riforma – buona o cattiva che fosse – è che per attuarla sono necessari 45 atti del Governo (tra decreti legislativi, decreti ministeriali, regolamenti e decreti di natura non regolamentari) e almeno 14 atti regolamentari da parte di ciascuna delle 67 Università. In Italia.

Bene. Dopo un anno, il Governo ha emanato solo 24 atti. E delle 67 Università italiane, solo 23 hanno adeguato il loro ordinamento. Secondo gli esperti serviranno almeno altri tre o quattro anni perché la riforma sia compiuta e produca i suoi effetti.

Più che una riforma, un bella tartaruga. E mentre l’Italia cammina, il mondo corre. Nel 2015 la riforma Gelmini – buona o cattiva che sia – sarà già vecchia, ne servirà un’altra. Il Governo tecnico su questo fronte non ha pigiato l’acceleratore, chissà perché.

Presidente Monti, ministro Profumo, non sarà il caso di darsi una mossa?

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Angelo Giuliani ha vinto un concorso per un dottorato di ricerca in Scienze ambientali all’Università di Urbino. Il coronamento di un sogno a lungo inseguito, che apre la prospettiva di un futuro radioso a questo ragazzo. Ma qualcosa va storto. Il rettore dell’ateneo marchigiano, Stefano Pivato, blocca tutto. Angelo non si capacita, ed inizia la sua battaglia al Tar, tutt’ora in corso.

Sarebbe l’ennesima storia di un’Università italiana che tarpa le ali alla realizzazione dei suoi giovani migliori, dei sui talenti futuri. Se non fosse che Angelo Giuliani ha 56 anni, ed è funzionario alla Asl di Urbino. E già, perché – che ci crediate o no – la legge non prevede un tetto di età per i concorsi da “giovane” ricercatore, né che sia o meno in possesso di un lavoro.

Lo stesso accade per  le leggi – nazionali e regionali – sulla creazione d’impresa, o sull’imprenditoria giovanile, che hanno via via alzato i tetti d’età per accedere ai benefici aggiuntivi. Da 25 a 30, poi a 35 e adesso anche a 40 anni.

L’Italia, un Paese per vecchi. Pieno di diversamente giovani.

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Il 30% dei ricercatori della facoltà di Giurisprudenza non ha prodotto nulla nell’ambito della ricerca scientifica. E in generale all’Università La Sapienza il 10% dei ricercatori non ha prodotto nulla in 10 anni. Queste persone vanno cacciate dall’Università. Lo ha detto il rettore Luigi Frati. Se lo dice lui, sarà vero.

Però, assieme a queste sanguisughe che si prendono uno stipendio senza far nulla di utile e di produttivo, rubando il posto a chissà quanti giovani e talentuosi potenziali ricercatori costretti a lavorare nei call center o chissà dove, oppure ad emigrare all’estero, bisognerebbe cacciare anche altri.

Tutti quei cialtroni ai posti di comando che in questi anni, in politica, nelle banche, nei media, nell’editoria e nelle Università hanno riempito l’Italia di scansafatiche senza nessun talento se non quello di essere figlio, o amico o parente o amante di qualcuno. Il nepotismo cialtrone che ha riempito il Paese di mediocri non è piovuto dal cielo. Una classe dirigente all’analisi spietata accompagna l’ammissione di responsabilità. E si toglie dignitosamente dai piedi.

Il pesce puzza dalla testa. Sparare nel mucchio non serve a voltar pagina, ma solo a fare un po’ di chiasso per nascondere la polvere sotto il tappeto. In Italia c’è bisogno di aria fresca: non è con la demagogia da quattro soldi che ripuliremo i miasmi di questa società immobile.

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“Ci deve essere uno strano godimento a sentirsi inutili”. Questa frase di Giorgio Gaber ci è venuta leggendo di uno studio dell’University of New South Wales, in Australia, condotto dallo psicologo Joseph Forgas. Esso dice di aver dimostrato che chi ha l’umore sotto le scarpe è più capace di affrontare la quotidianità. "Essere tristi – ha spiegato lo scienziato, che per questo studio molto presto ci auguriamo verrà candidato al Nobel – rende più critici e attenti rispetto al mondo esterno, mentre chi è felice e di buon umore tende a credere a qualsiasi cosa gli venga detta". Non solo: il cattivo umore sarebbe persino un’arma contro i malintenzionati, perché favorisce la razionalità e la capacità di valutare con oggettività gli eventi.

 

Insomma, viva il cattivo umore, viva la tristezza, viva la gente che ti risponde a grugniti invece che con un bel sorriso. L’idea dello psicologo australiano ha un certo fascino: abbiamo capito, ad esempio, perché da quando Berlusconi è presidente del Consiglio ci sembra di vedere tutte le magagne dell’Italia: non solo perché non sta facendo nulla per risolvere, ma semplicemente perché il nostro presidente sarà tanto bravo e tanto buono ma a noi, chissà perché, ci mette di cattivo umore, .

 

Questa ricerca ci ha fatto sentire più inutili del solito. Perché, come sanno i nostri 36 piccoli lettori, consideriamo il sorriso – anche di fronte all’avversità più terribile – l’arma migliore per affrontare la vita. E quindi questa scoperta fondamentale ci mette in discussione. Sarà perché abbiamo pensato ai soldi che saranno stati spesi per farla, sarà che sappiamo che i soldi per la ricerca verso malattie rare e gravi che toccano bambini e adulti sono sempre troppo pochi, ma la notizia di questa fondamentale scoperta scientifica ci ha messo proprio di malumore. E forse questo è il motivo della domanda finale: ma non è che a godere della propria inutilità ci sono anche certi scienziati, psicologi della lontana Australia, che fanno queste fondamentali scoperte nella University of New South Wales ?

Buon tutto!

Maria Stella Gelmini, ministro dell’Università, ha commentato con evidente soddisfazione l’approvazione da parte del Consiglio dei ministri del suo disegno di legge sull’Università. “È un disegno di legge coraggioso che vuole affrontare i problemi dell’università. Tutte le novità contenute nel nuovo regolamento “per il diritto allo studio, la valorizzazione del merito e la qualità del sistema universitario e della ricerca, ad iniziare dai 525 milioni di euro pari al 7% del cosiddetto Fondo ordinario, si riconducono ad una parola chiave: meritocrazia”. I contenuti del disegno di legge sono al momento intenzioni, promesse. Ma questo è il governo del fare. I fatti seguiranno. Diciamo un bravo a Maria Stella Gelmini, ministro dell’Università!

Chissà che  relazione di parentela ci sarà con Gelmini Maria Stella, ministro dell’Istruzione. Quella che ha dimezzato l’unico incentivo esistente a favore degli studenti italiani che si distinguono per bravura, il Fondo destinato alla valorizzazione delle eccellenze, che è passato da 5 milioni a 3 milioni e 800 mila euro. Quest’anno, infatti, i quasi 4mila ragazzi che hanno ottenuto il massimo dei voti alla maturità (100 e lode) dovranno accontentarsi di appena 650 euro, mentre chi ha conseguito il diploma nel 2008 ha avuto mille euro netti da spendere per viaggi d’istruzione, accesso a biblioteche e musei, ammissione a tirocini formativi ed altro.

E chissà che cosa avrà pensato, Maria Stella Gelmini, ministro dell’Università ed alfiere del merito, quando avrà scoperto che la sua collega Gelmini Maria Stella ha assistito senza fiatare all’ultima trovataai rapporti di lavo­ro a tempo determinato” e quindi su quel bonus va pagata la “tassa sulla lode”. dell’Agenzia delle Entrate, che ha stabilito con una circolare, alla luce delle leggi vigenti, che quei bonus non van­no considerati come borse di studio, ma come redditi otte­nuti in base ai risultati raggiun­ti e quindi assimilabili a termi­ni di legge “

Cari studenti che vi date da fare e che credete nel premio alla bravura, nell’incentivo al merito, state tranquilli: il governo dei fatti veglia su di voi!

Buon tutto!

L’articolo è stato pubblicato originariamente su Giornalettismo

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