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Il match tra “diversamente berlusconiani” contro “lealisti” che sta dilaniando quel che resta del centrodestra italiano è uno spettacolo finalmente divertente nel desolante panorama della politica italiana. Si tratta di scontri fra autentici titani: Alfano contro Fitto, Lorenzin contro Santanché, Sacconi contro Brunetta.

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Meglio di Eva contro Eva, Frazer contro Clay, Gambadilegno contro Macchia Nera. Perché se il “diversamente berlusconiani” detto da gente che pugnala alla schiena l’ottuagenario leader pregiudicato a cui deve praticamente tutto è divino, il “lealisti” è addirittura mitico.

Lealtà è una gran bella parola: alta, nobile, anche se poco praticata. Ma “lealista” non è esattamente uguale a “leale”; il lealismo della lealtà è la versione parossistica, al limite del caricaturale: è una lealtà tributata a un leader forte, autocratico, in genere ad un sovrano assoluto. Non a caso durante la guerra per l’indipendenza americana, i lealisti stavano con la corona inglese; in Libia i lealisti erano quelli di Gheddafi.

Scambiare la leatà con il lealismo (pardon, servilismo) è il tipico errore dei cortigiani di professione. E, oltrettutto, il termine lealtà deriva dal latino “legalitas”: e questo sembra davvero troppo.

Il berlusconismo, purtroppo, è un male che ci resterà attaccato ancora a lungo. Ma voi che ve ne state spartendo le spoglie, prima di gettarvi allo sbaraglio in un’impresa impossibile, ripensateci; o almeno, cambiate nome.

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Il Governo Letta ha meno di novanta giorni, ma sembra abbia più di novant’anni. Tante chiacchiere, niente fatti. Però ha già perso dei pezzi (Idem), è in fibrillazione su qualsiasi argomento, ha scampato solo grazie al suo vero leader, Giorgio Napolitano, la deflagrazione sul caso Alfano-Shalabayeva.

Ma incassata la fiducia, ecco ripartire i dibattiti: tagliandi, rimpasti, riequilibri, proposte di “moratoria” legislativa (quindi, altri rinvii) sugli argomenti “spinosi” per la tenuta del governo. In pratica, tutti, data la strana maggioranza che lo regge. In attesa dell’ennesimo nulla che verrà il 30 luglio: scommettiamo che anche la vicenda Berlusconi subirà in Cassazione l’ennesimo rinvio?

Rinviare, rimandare, tirare a campare; tutto, meno che fare poche cose decenti per l’economia, cambiare una legge elettorale incostituzionale e fallimentare, e chiudere in fretta quest’esperienza nefasta. Meglio il deserto delle scarse intese, aspettando i tartari che non arriveranno mai. Conviene a tutti, nessuno escluso: sì, cari onorevoli e senatori del 5stelle, anche a voi.

Mentre s’assopisce l’ultimo briciolo di coscienza civile di un Paese sull’orlo di una crisi di nervi, a Roma è un lento morire in vano ascolto.

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Chissà se qualche Ministro del Governo letta conosce i dati del Ministero per le Politiche di coesione. Dicono che a fine 2012 l’Italia non aveva ancora speso circa il 60 per cento dei quasi 60 stanziati dai programmi finanziati dall’Unione Europea per il periodo 2007-2013. L’Italia ha tempo fino al 2015 per speendere questi soldi, oltre 30 miliardi di euro: per opere pubbliche, sostegno alle imprese, istruzione e occupazione. Ma non lo facciamo.

Chissà se nell’abbazia in cui si è rintanato il governo delle vaghe intese qualcuno troverà il tempo, tra una chiacchiera e l’altra di ricordarsi di questa sciocchezzuola, che potrebbe dare un po’ di ossigeno all’asfittica economia italiana. E chissà se qualche eidtorialista di grido anziché correre dietro ai ruttini di Berlusconi, alle contorsioni del Pd, alle scemenze di qualche leghista, ci scriverà un bel pezzo in prima pagina, per informare l’opinione pubblica, che probabilmente questa faccenda non la sa.

Ma no, meglio seguitare a parlare del nulla, a incartarsi sul niente, a discutere dell’aria. Se l’economia si alimentasse con le chiacchiere inutili, l’Italia sarebbe la locomotiva del mondo.

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Lascia la politica. No, si ricandida a premier. Vuole una nuova legge elettorale. No, preferisce il Porcellum. Basta accordi con la Lega. No, vuole l’alleanza con la Lega. Sponsorizza Alfano, il suo delfino. No, lo manda a cagare. Vuole un ruolo di primo piano per Monti. No, la peggior sciagura per l’Italia è stata Monti.

Ha avuto la grande intuizione del partito unico del centro destra. No, vuole spacchettarlo perché insieme non si può stare. Ne ha abbastanza degli ex fascisti, ognuno per sé. No, vuole federare tutti assieme contro i “comunisti”. Farà l’alleanza con Casini e Montezemolo. No, meglio Storace e Santanché. L’Europa è il nostro orizzonte imprescindibile. No, l’Europa è la causa di tutti i mali.

Questo è lo “statista” a cui milioni di italiani hanno affidato le sorti dell’Italia. Il “dinosauro” che si prepara al ritorno, con l’idea di riguidare il Paese verso “un nuovo miracolo italiano”.

Oltre che pensarci bene almeno cinque volte (facciamo sei) prima di rivotarlo, non è il caso di fare mea culpa?

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Pare che Berlusconi sia preoccupato, per una volta, non per se stesso e i suoi casi personali, ma per il futuro del Pdl, il “partito dei moderati”. Incapace, a suo dire, di capire la “pancia” del Paese. Un elemento che quindi dovrebbe secondo lui esser decisivo per guidare l’Italia.

Forse ha ragione; ma questa sua “idea” di leadership, che probabilmente molti sottoscriverebbero – confondere un grande leader con un demagogo ci è accaduto spesso, da Mussolini a Grillo passando per Craxi, Berlusconi e Bossi – rappresenta invece il principale motivo del nostro declino.

Perché il demagogo parla alla “pancia” della gente; dicendo – spesso, urlando – proprio quello che ci piace sentirci dire, infiammando le platee a colpi di retorica, promesse, giustificazioni. Un buon politico invece parla al cervello, snocciolando fatti, evidenze, circostanze, scelte ineluttabili.

Un leader invece, un grande leader, sa dire con semplicità cose difficili, affronta la realtà e cerca soluzioni, anche sgradevoli; pensa alle future generazioni e non al consenso immediato. Ma riesce a mobilitare il popolo. Perché sa parlare al “cuore”.

Alfano – come tutti i politici di oggi – non è un leader. E neanche Monti. Ma, nell’attesa di qualcuno che mi scaldi il cuore, mi accontenterei del minore dei mali; tutto, meno che altri vent’anni di demagogia.

Lo dico con la pancia, con il cervello e con il cuore.

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Angelino Alfano, segretario del PdL (e di Silvio Berlusconi) vuole parlare solo di economia, perché “la Rai e la giustizia non sono un’emergenza nazionale”. E’ vero, ora il rilancio della crescita economica è fondamentale; e forse la Rai non è così importante. Ma la giustizia?

I media ci raccontano ogni giorno di scandali. A Milano s’indaga su un sistema di mazzette che colpisce le stesse istituzioni regionali. A Imperia impazza la vicenda di corruzione legata al Porto turistico, che tocca anche ex ministri. A Roma si è scoperto un racket dei Vigili urbani. A Napoli c’é un’inchiesta sul Caldarelli.

Michele Vietti, vicepresidente del CSM ha ricordato che “la corruzione e’ un fenomeno che nel nostro Paese desta grave preoccupazione, il giro d’affari corruttivo ammonta a circa 60 miliardi, la meta’ dell’intero suo valore europeo”, e ha detto che per combatterla bisogna “inasprire le pene”, aumentare i tempi di prescrizione, correggere “la disciplina del falso in bilancio” che spesso è la base per costruire “disponibilità economiche funzionali anche ad iniziative corruttive”.

La cosa è urgente perché, è sempre Vietti a parlare, “la corruzione mina la fiducia nei mercati e la competitività e comporta costi per la collettività, destabilizzando il sistema delle regole e violando valori come l’uguaglianza e la trasparenza”.

Ma per Alfano, segretario di Berlusconi (e del PdL) tutto questo può attendere. Chissà se anche per Monti la giustizia non è un’emergenza nazionale.

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Ci avevano detto che il processo breve era la madre di tutte le riforme per la giustizia italiana. Un fatto di civiltà giuridica, per riportare i tempi del processo nella media europea. Che la riduzione forzata dei termini di prescrizione potesse casualmente cancellare i guai giudiziari di Silvio Berlusconi era una malignità.

Adesso ci dicono che il processo lungo, ovvero la possibilità per la difesa di chiamare a testimoniare quante persone vuole senza che il giudice possa sindacare se questo serva al dibattimento, è anch’esso un fatto di civiltà giuridica. Che possa servire a risolvere qualche altro guaio giudiziario di Silvio Berlusconi è un caso. Che comporterà un allungamento dei tempi dei processi, è un fatto.  

Chissà quale dei due serve per  riforma la giustizia italiana. Si potrebbe fare un sondaggio. Oppure lanciare un televoto. Abbinato ad un quiz: a chi serve l’uno, l’altro o tutt’e due. In premio, la risposta: la foto con autografo di Silvio Berlusconi.

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Polemica a distanza tra il ministro dell’Interno Roberto Maroni e il ministro della Giustizia Angelino Alfano sul disegno di legge che affronta il problema del sovraffollamento delle carceri in Italia. “Abbiamo una valutazione negativa sull’impatto che avrebbe il cosiddetto disegno di legge svuota-carceri, che consentirebbe ai detenuti di scontare l’ultimo anno di pena ai domiciliari”, ha detto Maroni. Il ministro leghista ha definito il provvedimento all’esame della commissione Giustizia della Camera 2008 09 18 1182794481 Carceri affollate, Alfano Vs Maroni: chi di  demagogia ferisce...peggio di un indulto, visto che gli effetti non sarebbero una tantum, ma varrebbero sempre“. Parole forti, dette da colui che tutti definiscono un ottimo ministro, il più moderato della Lega nord. Le ragioni di Maroni sono spiegate dal ministro stesso, e sono di ordine pratico: ”Noi non siamo in grado di controllare le circa 10 mila persone che ora, se fosse approvato il ddl andrebbero ai domiciliari: la metà è costituita da stranieri e molti sono clandestini, senza casa, dove dovrebbero scontare i domiciliari?’‘. Indubbiamente, l’obiezione di Maroni non sembra così peregrina. Viene da chiedersi: ma perché mai il ministro Alfano avrebbe avallato qualche mese fa l’introduzione del carcere per il reato di immigrazione clandestina dentro il “pacchetto sicurezza”?

La replica del suo collega Alfano non si è fatta attendere. Dice Angelino: “il 13 gennaio, il Consiglio dei Ministri ha approvato all’unanimità il disegno di legge che è parte di un piano complessivo che esclude indulti e amnistie”. Caspita. Se il ddl è stato approvato all’unanimità, vuol dire che c’erano anche i ministri Bossi, Calderoli e Maroni. Visto che sono tutti e tre uomini d’onore, dobbiamo pensare ad una dormita colossale, o ad una turpe manovra di infiltrati catto-comunisti che ha nascosto il testo del ddl ai tre valorosi esponenti del popolo padano. Ma con i clandestini, come la mettiamo? Alfano sottolinea che il ddl “esclude l’applicazione dei domiciliari se il condannato non abbia un domicilio ritenuto effettivo e idoneo (art. 1 comma 3 ddl esame in Commissione)“. Il ministro Maroni evidentemente non se n’è accorto. Di nuovo: o non c’era, o se c’era dormiva. Oppure, come molti suoi colleghi di partito – meno seri di lui – ama fare a giorni alterni sparate demagogiche. Alfano però, ha continuato: “Intanto ogni mese le carceri segnano il record storico delle presenze e l’estate si avvicina preannunciandosi molto calda. Il mio dovere istituzionale, politico e morale è affrontare questo tema che investe la sicurezza dei cittadini e la dignità delle persone“. Ehi, ministro Alfano, ma allora anche lei è un po’ distratto: Non se lo ricorda che qualche mese fa qualcuno le ricordava che la galera per i reati di immigrazione clandestina avrebbe portato ad un’esplosione delle carceri, già pericolosamente sovraffollate? E a nulla vale ricordare il piano per nuovi edifici carcerari, da lei recentemente varato.

Perchè come tutti sappiamo,  anche i ministri della Repubblica in vena di demagogia, a meno di non chiamare la protezione civile, gli Angelucci e gli Anemone, per costruire le carceri ci vorrà tempo. E a questo ritmo, quei posti in più saranno di nuovo insufficienti. Purtroppo, cari ministri Maroni ed Alfano,  la demagogia è come la saetta: gira gira, torna addosso a chi la tira. Ma voi siete bravissimi a scansarla, vero?

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Il ministro Angelino Alfano nel corso della trasmissione televisiva “In mezz’ora” ha spiegato che la legge sul legittimo impedimento, il provvedimento che interrompe i processi del premier e dei ministri ha un’unica ragione: “Berlusconi vorrebbe andare in tribunale sempre, ma il tribunale è un luogo dove si studiano i processi e dove ci si difende dalle accuse studiando le carte. Lui avrebbe studiato i faldoni e sottratto tempo al governo. Ma Berlusconi – ha assicurato il Guardiasigilli – non si sottrarrà ai processi: quando avrà finito di governare si farà processare dai tribunali italiani”.

Non opporremo al ministro considerazioni di natura giuridica. Per queste rimandiamo a quanto ha espresso qui su Giornalettismo Tommaso Caldarelli. Quello che si può aggiungere sono considerazioni più semplici, terra terra. Se le cose stanno come ha detto il ministro della Giustizia, il legittimo impedimento viola davvero il principio di uguaglianza davanti alla legge. Perché se il motivo è quello lì, esso dovrebbe valere anche per il chirurgo sotto processo per una rissa al semaforo, o per un dirigente d’azienda imputato per molestie sessuali, o per un imprenditore accusato di offesa a pubblico ufficiale. Tutti “vorrebbero andare in tribunale sempre” ma, costretti dal processo a “studiare i faldoni” per difendersi dalle accuse, sarebbero così distolti dal loro lavoro, di indubbia utilità sociale. Dovrebbero essere scudati anche loro, e molti altri. Almeno fino alla pensione.

Non si capisce poi per quale motivo sia l’imputato e non i suoi avvocati, appositamente e immaginiamo profumatamente pagati, a “studiare quelle carte”. A meno che – e nel caso del nostro presidente del Consiglio questo ha un certo fondamento – non si pensi che sia lui, l’imputato, ad essere il più bravo anche nell’impostare la strategia di difesa e nell’opporre carte, testimonianze e quant’altro nel percorso processuale. Da Presidente-operaio e Presidente-avvocato, è una bella parabola.

Ma a parte queste considerazioni semiserie che commentano dichiarazioni altrettanto semiserie, quello che ci si domanda è perché la priorità del sistema giudiziario italiano continui ad essere, secondo il ministro competente, non il potenziamento degli organici e delle risorse, non la razionalizzazione dei procedimenti amministrativi, non tutte quelle cose che rendono il sistema giudiziario italiano un dedalo inestricabile e incivile ma la realizzazione di uno “scudo” – anche se temporaneo, in attesa della riforma organica (leggi: immunità) – in favore di una o 30 persone. Ma la colpa se non lo capiamo è nostra: siamo menti troppo semplici.

Buon tutto!

Il post è stato pubblicato originariamente su Giornalettismo


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E’ una di quelle storie che ti lascia un sapore amaro in bocca. Stefano Cucchi, 31 anni, piccoli precedenti per droga alle spalle, esce di casa la sera del 15 ottobre. Qualche ora dopo, all’una di notte viene arrestato nel Parco degli Acquedotti dai Carabinieri che lo sorprendono con una ventina di grammi di droga. Lo portano a casa, per la perquisizio­ne. Il padre e la madre lo vedono che “cammina sulle pro­prie gambe, preoccupato, ma sta bene, senza segni sul viso”. Poche ore dopo, la mattina del 16 ottobre durante il processo per direttissima, Stefano zoppica ed ha il volto gonfio. Una visita fatta presso l’ambulatorio di Palazzo di Giustizia riscontra “lesioni in regione palpebrale, alla regione sacrale e agli arti inferiori”. Non si sa come se le sia procurate. Il carcere di Regina Coeli di Roma lo inghiotte. Il giorno successivo viene ricoverato nel reparto peniten­ziario del “Pertini” e lì muore 7 giorni dopo, la notte del 22 ottobre, per arresto cardiaco. Solo allora ai genitori e alla sorella sarà permesso di vederlo, ma da die­tro una vetrata.

Qualcosa non torna, in questa storia italiana che lascia l’amaro in bocca. Cosa è successo a Stefano? Il ministro della Giustizia Alfano, rispondendo ad un’interrogazione alla Camera mercoledì scorso, dice che “la visita al Regina Coeli ha evidenziato la presenza di ecchimosi sacrale coccigea, tumefazione del volto bilaterale orbitaria, algia della deambulazione e arti inferiori. Il medico del carcere ha dato atto nel referto di quanto riferito dal detenuto, che ha detto di una caduta accidentale dalle scale”. Ma se Stefano è caduto (quando? in carcere?), come mai aveva i lividi e quelle lesioni riscontrate anche dal referto dell’ambulatorio del Palazzo di giustizia, la mattina del 16 ottobre, prima di arrivare a Regina Coeli? I Carabinieri sostengono che quella mattina, verso le 5, mentre era in stato di fermo per detenzione di stupefacenti in cella di sicurezza, Stefano ha effettivamente accusato dei malori. “Un medico del 118 è arrivato, lo ha visitato, stilando un referto che parla di epilessia e tremori”. Senza però riscontrare ecchimosi o lesioni. Il ragazzo avrebbe rifiutato cura e ricovero e poi dormito finché non è stato portato in tribunale. Ma se alle 5 di mattina non ha ecchimosi e lesioni, perché alle 12, quando arriva a Palazzo di giustizia, zoppica ed ha il volto tumefatto?

Qualcosa non torna, in questo pasticcio italiano. Se Stefano si è ferito cadendo dalle scale (a Regina Coeli?) perché nessuno ha avvertito i suoi familiari, che lo vedono già morto solo il 22 ottobre, mentre sappiamo che viene ricoverato nel reparto peniten­ziario del “Pertini”già dal 17 ottobre? Secondo Angiolo Marroni, garante dei diritti dei detenuti del Lazio, aver impedito ai genitori di far visita al figlio moribondo è molto grave: è previsto dall’ordinamento che si consenta ai parenti di visitare il malato, anche quando è in stato di detenzione. Invece la famiglia può vedere solo da dietro un vetro il corpo martoriato di Stefano, quella maschera violacea attorno agli occhi, uno dei quali schiacciato nell’orbita, l’ ematoma bluastro sulla palpebra. E poi, perché l’autopsia viene effettuata senza che la famiglia possa nominare un perito di fiducia che assista? Qualcosa non quadra, in questa brutta storia di un ragazzo morto in modo violento mentre era nelle mani dello Stato. La procura di Roma ha aperto un’inchiesta per capire come Stefano si sia procurato quelle lesioni, quando se le sia procurate e se è per questo motivo che è morto. Il ministro della difesa La Russa ha subito messo le mani avanti: “Non ho strumenti per dire come sono andate le cose, ma sono certo del comportamento assolutamente corretto da parte dei carabinieri in questa occasione”.  Provocando l’ira del Sindacato Autonomo di Polizia Penitenziaria, che di fatto viene messo sotto accusa da queste parole. Quali elementi ha il ministro per escludere che non sia successo nulla in quella notte tra il 15 e 16 ottobre, nella camera di sicurezza della caserma dei Carabinieri?

Ci sono molte cose da chiarire, in questa ennesima storia di merda. L’inchiesta della procura ipotizza il reato di omicidio preterintenzionale. Di sicuro c’è che Stefano è morto, che aveva la mandibola spezzata e la schiena fratturata all’altezza del coccige. Non si sa se se le sia procurate cadendo in carcere, se si sia fatto male durante un attacco epilettico nella caserma dei Carabinieri, o se sia successo qualcosa di più grave, in caserma o in carcere. Di sicuro c’è che non può accadere, in uno stato che definiamo democratico, che un uomo possa morire in questo modo mentre si trova sotto la tutela prima di chi lo ha arrestato, poi di un Tribunale nel corso della udienza di convalida, poi ancora della direzione di un carcere, poi dei medici del penitenziario e infine di quelli del reparto controllato all’ospedale “Sandro Pertini”. Di sicuro c’è che uno Stato che ci ostiniamo a definire democratico non può nascondersi con le difese d’ufficio o le spiegazioni da azzeccagarbugli. Di sicuro c’è che in uno Stato democratico la legge deve valere per tutti: anche per un carabiniere, un militare, un agente carcerario. Perché se si accetta l’idea che c’è una “zona grigia” in cui a qualcuno è permesso di infrangere la legge ed essere protetto da una sorta di “omertà tribale” di stato, in pericolo non c’è soltanto la vita del prossimo che seguirà la scia di Federico Aldrovandi e Stefano Cucchi. In pericolo c’è lo Stato di diritto. E anche un ministro, anzi due, questo dovrebbe saperlo.

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