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L’Italia non sarà ingovernabile, come ha detto il tedesco commissario europeo all’Energia Guenther Oettinger, ma certo a guardarla non sembra ispirare ottimismo. I problemi, è vero, sono tanti. Ma le potenzialità del Paese pure. Basterebbe un po’ di voglia di futuro, un briciolo d’ansia di cambiamento. E che ti fa la politica?

Il Pd continua a preoccuparsi solo di una cosa: farsi la guerra tra i suoi ducetti per la futura leadership di partito e di governo, accapigliandosi sulla lana caprina. Il Pdl continua ad occuparsi di una cosa sola: il destino personale del suo padrone. La Lega nord è morta, ha anche smesso di latrare i suoi evergreen: federalismo e Roma ladrona. I centristi di Monti, non pervenuti. Sel chi?

Il Mov5stelle, che prometteva “Ci vediamo in Parlamento”, ora che in Parlamento ci sta pare incapace di occuparsi d’altro che delle faide interne o della fedeltà al capo, facendo tutto meno che proposte “concrete” che stanino gli altri sulla politica e non sulle dirette streaming.

Mentre la ragione induce al pessimismo – oltre tutto, siamo a giugno e sembra novembre – l’unico appiglio per l’ottimismo della volontà è che questa sarà una legislatura breve, che questi parlamentari occupano seggi di fine stagione e che presto ci toccherà rivotare.

Certo, il rischio che poco cambierà è forte. Ma sarà difficile peggio di così.

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Anna guarda i gatti sui tetti di Roma, in un mattino di pioggia leggera e di noia moschina che scivola dietro il vetro. Dopo mesi passati al laboratorio assieme a Davide, un suo collega, da oggi è a casa. Perché solo uno dei due poteva essere assunto, e nella multinazionale dove faceva ricerca hanno preferito Davide. Non le hanno detto perché, ma lei lo sa: è per la sua pancia cresciuta in fretta, per il suo bambino in arrivo che adesso scalcia appoggiato al vetro della finestra.

Stefania è distesa sul letto, bellissima nei sui vent’anni; sembra che dorma. Sposata di fretta, oggi avrebbe dovuto essere sui banchi di scuola. Invece è morta, all’improvviso. Così come a volte si muore nel mondo. Se n’è andata così, come neve a contatto del sole. Non ce l’ha fatta Stefania, per un’emorragia, dopo il parto. Chissà se sua figlia riuscirà a crescere in un mondo meno disumano.

Federica entra in ufficio. La salutano tutti, è il capo. Tutti la invidiano, molti la detestano, alcuni (pochi) la denigrano, dicono che ha fatto carriera aprendo le gambe con il direttore. Non sanno la fatica, le notti passate davanti allo schermo azzurrino del Pc, le volte che con la morte nel cuore ha dovuto lasciare Andrea, il suo cucciolo, per una riunione, un impegno, una stronzata.

Michela è bella, intelligente, curiosa. Ama la vita all’aria aperta, chiacchierare con le amiche. Adora i bambini, specie Luca e Sara, i suoi gioielli. E’ seduta per terra nel salotto di casa, con la mascella spezzata e un occhio gonfio: oggi dopo pranzo Paolo, il padre dei suoi figli, l’ha picchiata. Sente le palpebre chiudersi e non sa, o forse non vuol capire. Pensa che domani sarà tutto diverso, che lui cambierà e diventerà gentile. Perché lei lo ama.

Storie di piccole donne, che ci corrono accanto, ma sempre con l’ansia e la fatica nel cuore. Il dover dimostrare, ogni giorno, di essere vive, di essere uguali. Come se non avessimo tutti, quelli in o e quelle in a, lo stesso cuore che batte, lo stesso dolore che cresce, le stesse lacrime quando la notte scende sulle nostre vite e le stesse risate quando risorge un pallido sole nel cuore.

Pensando a voi, piccole donne che illuminate i miei giorni, ricordo sempre Eugenio Montale. Che aveva capito che noi tutti di “questa” metà del cielo scendiamo “milioni di scale dandoti il braccio” “non già perché con quattr’occhi forse si vede di più”, ma perché tra noi “le sole vere pupille” sono le vostre.

Buona vita, a tutte.

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Caro Beppe (spero apprezzerai che stavolta non ti chiamo CasalGrillo), ho letto il tuo post “Vi capisco”, in cui contrapponi un’Italia migliore dei “lavoratori autonomi, cassintegrati, precari, piccole e media imprese, studenti” sconfitta alle elezioni da quella peggiore, di quelli con la “sicurezza di uno stipendio pubblico, 4 milioni di persone, dai pensionati, 19 milioni di persone”.

Io faccio parte di quest’ultima. Nella mia famiglia c’è stato persino un galeotto: mio nonno, in galera per essersi rifiutato di fare la tessera del fascio durante Mussolini. I miei genitori hanno più di ottant’anni, sono in pensione dopo quarant’anni di lavoro in fabbrica. Io non ne parliamo: di umili origini, mi sono laureato, ho lavorato in una multinazionale dell’alimentare e ora dirigo un ufficio pubblico (uno dei 4 milioni di parassiti). Senza raccomandazioni né favori.

Non so se possa salvarmi ai tuoi occhi la presenza, nella mia famiglia, di una moglie disoccupata, una figlia precaria e un’altra che studia medicina. Pezzi di quell’Italia “migliore” descritta nel tuo post. Mi sa di no: in casa mia, nonostante alcuni di noi stiano nell’Italia “peggiore” e altri nella “tua”, quella “migliore”, nessuno ha mai votato per te.

Già, in famiglia abbiamo sempre votato tutti per il PCI, poi PDS, poi DS e poi Pd. Non sempre con grande convinzione, spesso non essendo neppure d’accordo tra noi. Siamo abituati a perdere le elezioni; le abbiamo perse tutte (tranne due vittorie di Pirro, nel 1996 e nel 2006), proprio come te stavolta.

Mi sa che nella tua analisi qualcosa non torna. Mi sa che non hai capito che con le tue scelte hai tradito la speranza di molti che, illusi dai tuoi “vaffa”, credevano tu volessi davvero cambiare l’Italia. Perché chi vive nel mondo reale sa che per cambiare davvero bisogna “sporcarsi le mani”. E bisogna avere gente capace di farlo. Doti che non s’inventano iscrivendosi assieme a amici e famigli ad un Meetup.

Secondo me – ed è un vero peccato, credimi – stai perseverando, condannandoti alla sparizione. Conosco tanti pubblici dipendenti e pensionati che ti hanno votato: gli farà piacere sapere cosa pensi di loro. E conosco tanti imprenditori, studenti, precari (l’Italia migliore, dici tu) che non ti sopportano e ti considerano un demagogo.

L’idea di due Italie contrapposte che fa ridere (o piangere, decidi tu): hai idea di quante famiglie ci siano come la mia, in cui convivono, si amano e soffrono assieme un marito cassintegrato o piccolo imprenditore, una moglie infermiera (dipendente pubblico), una figlia studente e un figlio precario? Migliaia, forse milioni. Te lo hanno ricordato anche molti commentatori prezzolati sul tuo post.

Scusami, ma solo a un miliardario che vive in un villone di Nervi poteva venire in mente una cosa così lontana dalla realtà. Forse sarà perché faccio parte dell’Italia peggiore, ma a leggere il tuo post ho avuto l’impressione che in Italia ci sia veramente un marziano che vive in una torre d’avorio, lontano dalla realtà del mondo.

E non è il D’Alema o il Cicchitto di turno. Sei tu.

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L’Italia è il paese europeo con il record di parti cesarei: in molti paesi non superano il 20% dei casi, da noi si arriva a quasi il 40%. Ma come è possibile una tale differenza?  Ho assistito, con la confusione e lo stupore che è proprio dei maschi, ad alcuni di questi momenti miracolosi; e non credo dipenda da una qualche “manchevolezza” delle donne italiane. Non basta a spiegare il caso neppure l’età più avanzata delle partorienti di casa nostra. E allora?

Un’ analisi del Ministero della Salute su schede di dimissione e cartelle cliniche ha mostrato che abbstanza spesso – poco meno della metà dei casi, e in modo abbastanza omogeno nel territorio italiano – non esiste una vera giustificazione “clinica” documentata alla scelta del cesareo.

E più di uno fa notare che le strutture ospedaliere percepiscono dalle Regioni un rimborso aggiuntivo di 1.139 euro per ciascun parto cesareo oltre a quello previsto per il parto naturale (che ammonta a 1.318,64 euro).

Non so se la ministro Lorenzin crede alla coincidenze. Io no.

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Non so quante strade deve percorrere un uomo prima che lo si possa chiamare uomo, né quante volte deve alzare al testa prima di riuscire a vedere il cielo. Non so neppure per quanto tempo continueranno a fischiare i cannoni prima di essere banditi per sempre. E nemmeno quante orecchie dobbiamo avere per sentire le lacrime dei nostri simili, quante volte potremo far finta di non vedere, quanti morti ci vorranno prima di dire basta.

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C’è un vento che soffia, una brezza leggera, quasi impercettibile. Se ne sta acquattata dentro le nostre coscienze assonnate, nei giorni pigri dell’indifferenza, nelle notti rannicchiate sui nostri piccoli sogni di piccoli uomini senza più speranze per il futuro. Non so se finiremo per assopirci del tutto, affogando nei nostri egoismi. O se arriverà la fine di questa lunga notte.

Non lo so, come non lo sapeva Bob Dylan 50 anni fa. So però che ancora oggi, dopo 50 anni, non ho perso la voglia di cercare una risposta.

Quella risposta che, amico mio lo sai, è volata nel vento.

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Fa una certa impressione sentire il Presidente degli Industriali italiani dire che siamo sull’orlo del baratro. Che serve una manovra per la crescita. E, soprattutto, che bisogna risolvere la questione della mancanza del lavoro, che “è la madre di ogni male sociale”. Perché dove c’è una madre, deve esserci per forza anche un padre. Altrimenti, questo male sociale è un po’orfano. Chi sia questo padre, Squinzi non l’ha detto. Eppure ci sarà.

Pensa che ti ripensa, forse il padre si può trovare, in molti posti. Tra gli imprenditori che hanno preferito comprare barche costose e portare i soldi all’estero anziché investire in innovazione nelle loro aziende. Tra i grand commis inamovibili della Pubblica amministrazione che lavorano per conservare gli status quo: i loro stipendi, la burocrazia ottusa, le barriere alla mobilità sociale. E anche tra molti altri.

Il padre del male sociale ha un nome e un cognome: la classe dirigente italiana. Ogni tanto sarebbe bene dirlo, se si vuole davvero cambiare.

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C’è un cielo azzurro, velato solo da qualche nuvola leggera, sull’autostrada Trapani-Palermo; c’è un’aria nuova tra le risate della gente perbene che dalle spiagge affollate per quest’anticipo d’estate del ’92 volano leggere. Volano fino a quella Croma marrone, quella Croma bianca e quella Croma azzurra che filano veloci sull’autostrada. Vanno verso la città, sono ormai alle cementerie, fra lo svincolo di Capaci e isola delle femmine.

Sono quasi le sei in punto nell’ombra della sera, quando un grande botto esplode tra lo svincolo di Capaci e isola delle femmine. 5 quintali di tritolo alle sei della sera, e l’autostrada Trapani-Palermo diventa il cratere di un vulcano che inghiotte la Croma bianca, la Croma azzurra, la Croma marrone. Vito, Rocco, Antonio, Francesca e Giovanni muoiono. Intorno è silenzio. Niente più risate, niente più estate, niente speranza tra le persone inermi. Solo fumo soffocante tra le sirene impazzite.

Sopra Palermo oggi c’è un cielo grigio, velato da nuvole curiose. Dal mare un vento freddo spazza via i sogni di un’estate troppo breve da dimenticare. C’è un gran silenzio nella notte e l’estate tarda ad arrivare; c’è chi scrolla le spalle, chi sorride fingendo dolore, chi ha dimenticato, chi ha fatto “accordi indicibili”. C’é chi non vuole sapere, vedere, sentire; ma la speranza delle persone perbene continua a volare.

La puoi quasi toccare, nel cielo sopra Palermo.

“La mafia non è affatto invincibile, è un fatto umano e come tutti i fatti umani ha un inizio e avrà anche una fine. Piuttosto bisogna rendersi conto che si può vincere non pretendendo eroismo da inermi cittadini ma impegnando in questa battaglia tutte le forze migliori delle istituzioni” (Giovanni Falcone)

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In Italia i problemi da risolvere non mancano, e sono chiari. Per questo molti hanno applaudito la nascita del governo delle larghe intese, che bene o male chiudeva l’interminabile stallo post elettorale. Ora tutti, maggioranza ed opposizione, possono fare le loro proposte per risolvere i problemi dell’Italia.

Infatti, le proposte fioccano: l’ineleggibilità di Berlusconi, la legge ammazza cinque stelle, il bavaglio alla magistratura di Milano, la riduzione delle pene per il reato di concorso in associazione mafiosa, il congresso del Pd, la diaria e gli scontrini per il caffè dei deputati 5stelle, la “traditrice” Gabanelli.

Chissà che ne pensano Giulia, che a 34 anni ancora la mantengono i suoi; Giovanni che è in Cassa integrazione da un anno; Flavio che non riesce a pagare i fornitori e la Banca gli ha chiuso il fido; Sonia che è  Co.Co.Co in attesa di rinnovo; Mirella che studia e paga un sacco di tasse universitarie e suo padre non ce la fa più.

Non mi piace chi parla di casta. Ma piace ancor meno una classe politica che – senza nessuna eccezione – fa di tutto per sembrarlo. O per esserlo?

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Berlusconi e Brunetta sono due geni: hanno tuonato per settimane pretendendo l’abolizione totale dell’Imu per il 2013 e la restituzione di quella pagata nel 2012. Ottenuta solo una sospensione della prima rata, e solo per alcune categorie di contribuenti, non solo non staccano la spina, ma cantano vittoria. Il Pd e i media glielo lasciano fare, anzi: il Pd, che a farsi male da solo non si tira mai indietro, litiga sulla “cambiale” concessa a Berlusconi, rafforzando l’impressione di avergli fatto ottenere chissà che cosa.

Adesso tocca all’Iva. La coperta è stretta, mancano le coperture; così, per non aumentare quest’imposta bisognerà di nuovo fare i salti mortali, ad esempio abolendo la sospensione dell’Imu per tutti, esclusi i novantenni accompagnati dai genitori.

E chi sarà, secondo voi, a battere i pugni sul tavolo per chiedere a gran voce la non maggiorazione dell’Iva? Berlusconi, che così farà scordare a tutti che quest’aumento è frutto di un vecchio accordo con l’Europa del governo Berlusconi-Tremonti, con tanto di Legge – delega di due anni fa. E chi sarà, secondo voi, a dover fare la figura di chi fa la guardia i conti pubblici e toglie ai poveri contribuenti italiani ciò che Berlusconi lottando come un leone prova a ridare? Il Pd.

Tirare la volata a Berlusconi, è una scelta legittima del Pd. Magari lo spieghi ai suoi poveri elettori. Che si potranno regolare di conseguenza.

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Un domenica mattina come tante, in una città come tante, su una strada come tante. Luca guida la sua auto. La strada è poco trafficata, Luca guida piano, dentro si parla e si scherza; tra poco si pranza e manca meno di un chilometro a casa. Un’auto sopraggiunge a gran velocità, s’incolla rabbiosa a quella di Luca, sembra Alonso dietro un doppiato che non dà strada. Pochi secondi e poi il sorpasso. Avventato: un’altra auto che sopraggiunge in senso contrario. Lo schianto inevitabile.

Luca guarda attonito la scena, e riconosce nell’uomo seduto al volante di quelle lamiere contorte Mauro, un suo vicino di casa, con accanto il figlio. Si ferma e chiama la Polizia. Per fortuna tutti se la cavano solo con qualche contusione e ferite superficiali.

In Italia ogni anno ci sono più di 200 mila incidenti stradali con lesioni a persone, circa 550 al giorno, 22 all’ora, uno ogni 3 minuti. Ogni anno muoiono circa 3.860 persone, e ne restano ferite oltre 290 mila. Cose che si sanno, che si ripetono spesso, che in molti provocano anche un certo senso di fastidio.

Chissà se Mauro, con la sua fretta di arrivare a casa – uno dei 790 che, come ogni giorno, anche nella tranquilla domenica di ieri sono rimasti feriti in un incidente stradale provocato da stupida fretta, distrazione, non rispetto delle regole o chissà cos’altro – le sapeva.

E chissà se ora le ricorderà.

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