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Il decreto legge sull’IMU è un capolavoro. Perché fa una cosa sola: abolisce la prima rata dell’IMU 2013, quella sospesa con il primo decreto legge del governo del maggio scorso. Il resto è fuffa: basta leggere il comunicato stampa del Governo, che si limita a prevedere l’abolizione anche della seconda e ultima rata con un successivo decreto legge da varare a metà ottobre assieme alla Legge di Stabilità.

Fuffa, appunto. Il Pdl grida vittoria; ma solo perché in Italia la politica ormai si ferma agli annunci e conta solo l’immagine, non la realtà e i fatti. Perché il Pdl non ha nulla da festeggiare: il percorso scelto toglie la “scusa IMU” a Berlusconi, stoppando i venti di crisi.

Se qualcuno farà cadere il governo a settembre per l’incandidabilità di Silvio, il decreto legge di ottobre ovviamente non ci sarà; dunque la seconda rata dell’IMU non sarà abolita. E la colpa sarà di chi avrà fatto cadere il governo.

L’unico vero vincitore è Letta. Forse ha davvero gli anni contati.

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C’è stato un tempo in cui, in posti pieni di uomini bianchi vestiti di bianco, il tempo è scorso senza tempo; un tempo in cui uomini e donne dimenticati, senza nome e senza ricordi, vivevano in stanze vuote, senza luce e senza finestre. Con addosso una malattia difficile da dire e difficile da capire.

franco-basaglia

Gli uomini “fuori” chiamavano quei posti manicomi; quegli uomini e quelle donne matti. Pazzi rinchiusi in quelle stanze vuote, legati ai loro letti, senza un senso né un perché, senza dolcezza e senza pietà. Pazzi, gente con le teste volate nel vento, chiusi tra quattro mura, l’anima legata ad un letto da uomini bianchi vestiti di bianco. Cose, non persone.

Ma poi è arrivato Franco, un uomo bianco vestito di bianco che ha capito che quelle teste volate nel vento non si fermano chiudendole dentro quattro mura, tra sporcizia, solitudine e dolore. Perché sono persone, non cose.

Franco ha capito che i pazzi sono fuori, perché il mondo dei “normali”, spesso è più disperato di quello che c’é in quei posti pieni di uomini bianchi vestiti di bianco. Franco ha saputo guardare nel loro dolore. E slegare quelle anime.

Forse per guarire, certamente per vivere.

A Franco Basaglia, che se n’è andato troppo presto in un giorno di agosto di tanti anni fa. Un italiano di cui andare orgogliosi.

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Niente è per sempre. Il mondo va veloce: si cambia opinione ogni minuto, come insegnano politici e giornali; cambiano mode, vestiti, cellulari, idee. Spesso si cambia anche il compagno o la compagna di vita. Perché tutto passa, per noia, per amor di novità.

Harold_Ruth_Knape

Qualcuno no; come Harold e Ruth Knape, due novantenni dell’Ohio morti l’11 agosto scorso dopo 66 anni di vita assieme, ad appena 11 ore di distanza. Ruth e Harold. Si conoscevano da bambini, poi si erano innamorati; prendendo sul serio quel “finché morte non vi separi”detto dal parroco il giorno del loro matrimonio, il 20 agosto del 1947.

Harold aveva una laurea e un Master Degree: a quei tempi spalancava molte porte; ma ha scelto di fare per 40 anni il professore in una semplice scuola superiore di Fort Recovery, la sua città, mentre Ruth faceva la segretaria della scuola elementare. Hanno avuto figli, nipoti, pronipoti. Una vita semplice, piena di piccole cose. A loro è bastata.

Una storia antica, demodè. Forse persino patetica. Perché niente è per sempre: è giusto cambiare, cercare il meglio; nuove avventure, nuove amicizie, nuovi lavori, nuove idee, nuovi amori. Perché è vero che solo i cretini non cambiano mai idea e che niente è per sempre.

Però è bello pensare Harold e Ruth seduti su una nuvola a guardare l’orizzonte che s’immerge nella sera. Immaginare la loro vita, una vita semplice, i loro gesti, i loro litigi e le loro rappacificazioni. Harold e Ruth, che si sono scelti e ritrovati ogni giorno per 66 anni. E insieme se ne sono andati a guardare altre stelle in altri cieli.

Grazie Harold e Ruth. E buon viaggio.

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La Pubblica amministrazione, in questi tempi di “spending review”, deve risparmiare. Per questo la Direzione Investigativa Antimafia di Roma trasloca da Via Cola di Rienzo (dove paga al Vaticano un affitto di 650 mila euro all’anno) per andare gratuitamente in un palazzo in Via Sicilia. Un palazzo che il Demanio (ovvero il Ministero dell’Economia) ha preso in affitto da una Srl. Un palazzo per cui il Ministero paga una pigione di 770 mila euro all’anno.

La Dia ha un bilancio autonomo, ed effettivamente risparmia 650 mila euro. La Pubblica Amministrazione, ovvero il contribuente, invece ne spende 770 mila, 120 mila in più. All’anno. Volendo ci sarebbe anche un bel palazzo di Via Cesalpino, confiscato proprio dalla Dia, da sistemare con poca spesa per diventare – gratis per il contribuente – la nuova sede della Direzione Investigativa Antimafia.

Per una Pubblica amministrazione in questi tempi di “spending review” è un esempio da imitare. I sindacati di Polizia, che hanno sollevato il caso, hanno trovato il nome giusto.

La chiamano già “spending di più”.

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Mentre si consuma il dramma dell’agibilità politica di Berlusconi (in italiano: garantire impunità ad un condannato in via definitiva per gravi reati) quasi nessuno si è accorto del nuovo rapporto della Commissione Europea sulla competitività regionale: oltre 70 indicatori, che misurano capacità innovativa, efficienza della PA, stabilità economica, efficienza del mercato del lavoro e dei sistemi di educazione, sistemi di welfare e sanitari di tutte le regioni europee.

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Sarà che è Agosto, e a parte il destino di Berlusconi il resto non conta, in questo paese. Ma è l’ennesima certificazione che l’Italia sta andando in pezzi. Si salva solo il sistema sanitario del centro nord. Il resto fa paura. E comunque nessuna regione italiana, neanche la Lombardia, sta tra le prime cento regioni europee. Non solo: peggioriamo quasi ovunque, a nord come a sud. Accelerando quel declino che è in atto ormai da oltre vent’anni.

Non stupisce, ormai, che nessuno se ne occupi, nell’”Italia che conta”, troppo distratta a salvare il pregiudicato a destra e a fregarsi a vicenda a sinistra. E neppure che quei pochi che l’hanno fatto continuino a parlare d’altro, riducendo tutto alla solita litania del “troppe tasse”, “Roma ladrona” e altre menate.

Stupisce che la gente comune, il popolo italiano, non dica finalmente: adesso basta. E non rivolgendosi a un altro guitto di cartone come Grillo. Ma prendendo in mano, prima della fine imminente, il nostro destino di italiani.

Svegliati, Italia.

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Un anziano militare in pensione, condannato per reati di pedofilia, è tornato a vivere nella sua casa in un palazzo romano: gli è stato revocato il divieto di dimora per “il tempo trascorso dall’adozione della misura” e perché, per “l’età avanzata dell’imputato” sono “cadute le esigenze cautelari”. Zio Pino, chiamiamolo così, anziano e malato non può fare più danni a nessuno.

Peccato che la casa in cui è tornato sia la stessa dove vive la ragazzina oggi tredicenne vittima dei suoi abusi qualche anno fa; che, alla sola idea della presenza del suo carnefice è ricaduta in uno stato di prostazione. Niente da fare: Zio Pino può vivere lì perché non è più in grado di fare “fisicamente” male alla piccola.

Le motivazioni “giuridicamente ineccepibili” che obbligano una vittima di abusi sessuali ad abitare di fronte al suo carnefice sono l’altra faccia della medaglia dell’arrampicarsi di giuristi azzeccagarbugli sull’applicabilità della “Legge Severino” per Berlusconi: quella della giustizia violata, della giustizia distorta.

Infatti, per questa storia nessuno del Pdl s’indignerà, nessun ministro si dimetterà, nessuno farà ultimatum. Nessuno scriverà editoriali di grido sui giornali. La legge è legge, sì. Ma ad uso e consumo di caste – politici, avvocati, magistrati, giuristi – che comunque la piegano, in un senso o nell’altro, usando tecniche raffinate per giustificare (o per aggirare) il calpestare del comune buonsenso.

In nome della legge, ingiustizia è fatta.

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Qualche mese fa tutta l’Italia che conta – giornali e telegiornali, Napolitano, associazioni di categoria come Confindustria, Confcommercio e Cna e chi più ne ha più ne metta – spiegavano “urbi et orbi” la necessità di mettere insieme il diavolo e l’acquasanta con le “larghe intese”. In nome di un bene supremo e fondamentale per la salvezza del paese: la stabilità.

Ci avevano spiegato – mentre Berlusconi Brunetta Schifani ed Alfano annuivano convinti – dell’importanza della stabilità. Per poter abolire l’IMU ed evitare l’aumento dell’Iva; per restituire alle imprese i soldi che debbono avere da anni dalle Pubbliche amministrazioni; e molto altro ancora.

A pochi mesi da allora tutto si può dire. Ma certo non che stiamo attraversando tempi di “stabilità”. E alcuni di coloro che allora volevano la “stabilità” per fare quelle cose – Berlusconi Brunetta Schifani e Alfano in testa – sembrano oggi essere pronti a infischiarsene di Imu, Iva, soldi della Pa a imprese e tutto il resto in nome di un salvacondotto giudiziario per un condannato in via definitiva per gravi reati.

Cara Italia che conta – giornali e telegiornali, Napolitano, associazioni di categoria come Confindustria, Confcommercio e Cna e chi più ne ha più ne metta – non sarà che chi allora diceva che chiedere a degli irresponsabili di essere i garanti della responsabilità era una sciocchezza ( se non una presa in giro)? Non sarà che chi allora sosteneva che far garantire la stabilità ad un manipolo di avventurieri capaci di tutto aveva ragione?

Ai posteri, tra pochi giorni, l’ardua sentenza. Alla faccia della stabilità, povera Patria.

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La seduta della Camera per avviare l’iter del decreto legge sul femminicidio pare fatta apposta per far parlare (male) dei parlamentari. Al di là delle polemiche sui costi della seduta, sul protagonismo della Presidente Boldrini e sulla maturità dei deputati grillini, una cosa si nota: la scarsa presenza in aula.

Solo 4 del Pdl e 5 per la Lega, 6 di Sel e 12 di Scelta civica. Il Pd, la truppa più numerosa, presente con 43 deputati. E poi, loro: i grillini; che erano presenti in venti su 106. Un po’ pochini, per dare lezioni sull’inutilità della seduta, sul protagonismo della Boldrini, sul fatto che non è giusto che il Parlamento sia fermo più di un mese, che se si voleva davvero far partire il provvedimento oltre alla convocazione dell’aula bisognava anche far ripartire le Commissioni.

Posizioni la cui validità sarebbe stata rafforzata da una massiccia presenza in aula del gruppo dei girillini. Che invece erano altrove. E anche l’accusa alla Presidente Boldrini di aver convocato la seduta apposta tra una vacnaza (sua) e un’altra (sempre sua) regge poco.

Perché evidentemente molti grillini erano (loro sì) in vacanza. Magari a 5 stelle.

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Molti suoi amici dicono che sia furioso e stia preparandosi ad un discorso bomba sull’ “uso politico della giustizia”. Alcuni dicono che sarà peggio del “j’accuse” di Craxi in Parlamento; altri evocano persino il discorso di Mussolini al Teatro Lirico di Milano. Come nel Caimano di Moretti.

Difficile crederlo. E non perché l’uomo sia uno statista, e non piuttostoquello che buona parte degli italiani, inclusi anche molti “moderati” e “conservatori” (e anche qualche “reazionario”) non accecati dal culto della personalità, considera ormai più dannoso che inutile – non ai destini del Paese, di cui frega poco a quasi tutti – ma al loro “particulare”.

No, il motivo è un altro. Silvio può non piacere, ma è un vincente nato. E sa certamente che i due discorsi a cui si paragona quello che starebbe preparando secondo le indiscrezioni dei suoi fedeli sono – storicamente – preludi di due sconfitte; anzi di due vere e proprie “eliminazioni”: Craxi poco tempo dopo quel discorso finì in esilio (o meglio, tecnicamente, in latitanza), Mussolini lo pronunciò pochi mesi prima di Piazzale Loreto.

Berlusconi, a meno di non essersi del tutto rimbambito, non seguirà quella scia: non gli conviene.

Il Caimano furioso sarà anche un’ipotesi possibile. Ma è molto molto improbabile.

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Bollini rossi a Ferragosto a parte, è stata un’ altra annata persa per il turismo in Italia. Enit, Istat, Banca d’Italia, Unioncamere segnalano una lieve riduzione degli italiani in vacanza e il non aumento degli stranieri, nonostante nel mondo il mercato sia in espansione grazie ai tanti nuovi ricchi dei paesi emergenti. Le difficoltà dipendono soprattutto da soggiorni più brevi, sistemazioni più low cost e una generale riduzione della spesa media per turista.

Solo colpa della crisi, come sostengono operatori e politici? Mah. L’appannamento dell’appeal italiano sembra dipendere soprattutto da altro: tariffe alte, servizi scadenti, poca disponibilità, un pizzico di supponenza; in una parola, un rapporto insoddisfacente tra qualità e prezzo.

Cose vecchie, dette e ridette. Eppure, a parte le solite promesse di ogni governo sul “radicale cambiamento” per il settore – che vale circa 160 miliardi di euro, il 10 per cento del Pil, e dà lavoro a oltre 2 milioni e mezzo di persone – poco cambia.

Così, il “Paese più bello del mondo”, quello pieno d’arte, cultura, musei, tradizioni, il Belpaese, quello dove si vive meglio si mangia meglio si fa più all’amore, scivola nelle classifiche.

Le vacanze s’accorciano, i turisti latitano. Tanto, c’è sempre la crisi a cui dare la colpa.

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