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La morte di Nicole poco dopo il parto avvenuto nella clinica privata Gibiino di Catania per una crisi respiratoria e per la successiva serie di eventi su cui, speriamo, la magistratura farà chiarezza lascia davvero increduli, come ha detto il presidente Mattarella. Soprattutto per lo squallido spettacolo di scaricabarile che ne è seguito. E sul solito buttare in pasto all’opinione pubblica “polvere negli occhi” e sviare l’attenzione da altre, non meno gravi, responsabilità.

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Perché è probabile – sarà la magistratura ad accertarlo – che, come ha detto il Procuratore Giovanni Salvi, “Le responsabilità penali sono dei singoli” e delle decisioni prese in quelle ore. Perché è possibile che anche alcuni aspetti dell’organizzazione del sistema dell’emergenza della sanità catanese abbia fatto cilecca. ma non basta a capire perchè quella bambina è morta.

Tutti fanno finta di dimenticare che da anni il sistema sanitario nazionale è sotto attacco: le risorse che diventano sempre più scarse, e questo significa ridurre il numero dei posti letto, quantità e qualità dei macchinari e delle attrezzature mediche, il numero delle strutture e la loro diffusione nel territorio. E questa politica oltre un certo limite non rimuove solo gli “sprechi” (che ci sono) ma finisce per ridurre, inevitabilmente, la risposta ai bisogni di salute, l’efficenza del sistema. E l’eventuale errore umano diventa più probabile.

Quando riduci le risorse del sistema, a lungo andare non ti puoi lamentare se i posti per la rianimazione neonatale non sono dappertutto, se i macchinari salvavita sono “tutti occupati” (a Catania, 38 posti per 12 mila nati all’anno), se il trasporto in elicottero “di notte non è attivo” perché altrimenti “costava troppo”. Se tagli le risorse al sistema pubblico sanitario, magari per favorire quel “privato” che poi ci si accorge non essere attrezzato quando arriva, perché ogni tanto arriva, l’emergenza poi devi farti qualche domanda.

Se il caso di Noemi servirà solo a “tagliare qualche testa”, come ha detto l’Assessore regionale alla Sanità siciliana, Lucia Borsellino, sia di medico o di direttore generale, o se servirà – come ha detto la Ministro Beatrice Lorenzin – solo a commissariare la sanità siciliana, non avremo come al solito capito nulla.

Se non ci domandiamo, una volta per tutte, quanto siamo disposti a pagare per mantenere una risposta adeguata del sistema sanitario nazionale, certo limitando gli sprechi, migliorando l’organizzazione ma smettendola di fare tagli indiscriminati, non avremo capito nulla. Nicole sarà morta invano. Perché, oltre che la malasanità, l’ha uccisa la malapolitica che adesso si batte il petto e proclama “giustizia”.

Pubblicato (anche) su neXt quotidiano

A dispetto di pregiudizi e opinioni diffuse, la Sanità italiana è mediamente piuttosto efficace nel tutelare la salute degli italiani ed è tra le meno care dei Paesi ricchi; lo ha (nuovamente) spiegato l’OCSE in un interessante report presentato oggi a Roma.

SOCCORSI ROMA A RISCHIO, AMBULANZE FERME IN OSPEDALI

In Italia si spendono 3.027 dollari per abitante a parità di potere d’acquisto, molto meno di limitrofi come Austria (4.593), Francia (4.121) e Germania (4.650). La spesa in questi anni di vacche magre è cresciuta pochissimo; gli indicatori di salute della popolazione italiana sono (ancora) tra i migliori nell’area OCSE: l’Italia è al quinto posto nell’aspettativa di vita alla nascita, 82.3 anni; i tassi di ricovero ospedaliero per asma e malattie polmonari croniche (bronco pneumopatia cronica ostruttiva – BPCO) sono tra i più bassi dell’area OCSE e quelli di mortalità a seguito di ictus o infarto sono ben al di sotto della media OCSE.

Ma allora perché la percezione che abbiamo è quela di una sanità semi-disastrosa, e non muoviamo un dito quando l’ennesima manovra taglia i fondi? Certo, qualche problema c’é: ad esempio, la forte disomogeneità della risposta sanitaria (e anche, spesso strettamente collegata, dell’efficenza gestionale); non solo tra nord e sud, ma anche da Asl a Asl dello stesso territorio. Poi, gioca il nostro disfattismo anarcoide, perché a noi italiani piace tanto denigrare anche il buono che c’é.

Ma forse c’é dell’altro: una sistematica distorsione della realtà, causata da bolle mediatiche sui casi – purtroppo presenti, anche se non numerosissimi – di mala gestione e malasanità. Bisogna chiedersi a chi giova continuare a dare un’immagine distorta del nostro sistema sanitario alla pubblica opinione, trasformando il fatto di una delle poche eccellenze italiane nell’opinione di un sistema che non funziona.

Viene il sospetto – a pensar male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca – che dipenda dai cospicui interessi “privati” (la sanità è un business, molto redditizio: e di sicuro non conoscerà crisi di domanda, in futuro) pronti a buttarsi sull’osso a seguito dell’arretramento del pubblico. E qui ecco che dobbiamo parlare dei continui tagli delle manovre finanziarie degli ultimi anni, che finiscono per intaccare i livelli qualitativi, anche dei territori all’avanguardia. E in questo senso, l’ultima manovra Renzi sarà un colpo decisivo, dato che i tagli della Legge di Stabilità 2015 si scaricheranno quasi completamente su questo settore.

La qualità in sanità la dobbiamo difendere. Ma, come spesso capita, siamo un po’ distratti. E chissà che verrà dopo; o, se preferite, what comes neXt.

Pubblicato 8anche) su neXt quotidiano

La Sanità italiana, come accade puntualmente ad ogni manovra finanziaria, sarà chiamata a pagare un conto salato nell’affannosa ricerca dei famosi 20 miliardi di euro di Renzi. Nel consueto gioco delle parti, le Regioni strillano, mentre i media grondano di esempi sulle differenze di prezzo di protesi, garze e attrezzi chirurgici tra Milano e Rovigo o tra Napoli e Pescara. Chi ha ragione?

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Ognuno la vede come vuole. Un fatto è che, dati Ocse alla mano, la Sanità italiana è tra le meno costose del mondo, tra le migliori per prestazioni offerte e il suo “peso” sul Pil è sotto la media. Un fatto è che appena un mese fa il Governo Renzi ha sottoscritto con le Regioni il Patto per la Salute, che prevede che i risparmi in Sanità dei prossimi tre anni debbano essere reinvestiti in Sanità. Un fatto è che la media italiana comprende punti di eccellenza in alcune regioni, non solo del nord, e punti di criticità in altre, non solo del sud, e che i tagli all’ammontare generale che si fanno da anni non hanno minimamente scalfito questo stato di cose. E allora, chi ha ragione?

Ognuno la vede come vuole. Dei fatti poi, a chi volete che importi? Finirà come ampiamente previsto: la Sanità italiana continuerà ad avere un buon livello medio, con differenze anche notevoli in efficienza tra aree geografiche e anche all’interno dei singoli territori, Non cambierà niente, allora?

Certo che cambierà: continueremo a chiamarla Sanità, solo che la pagheremo sempre più di tasca nostra (è un altro fatto: il costante aumento della spesa privata e la riduzione dell’offerta “pubblica”), fino a che il Servizio Sanitario nazionale diventerà un lontano ricordo. E a pagarne le spese saranno i ceti medi. Cioè la maggior parte di noi. E chissà che verrà dopo; o, se preferite, what comes neXt.

Pubblicato (anche) su neXt quotidiano

Che fantastico Paese è l’Italia! Un Paese dove, anno dopo anno, cresce il numero delle famiglie contrarie alle vaccinazioni. Quelle obbligatorie contro difterite, poliomelite, tetano, epatite; malattie letali, che proprio grazie alla vaccinazione non mietono più vittime in Italia. O quelle contro morbillo, parotite, rosolia; malattie non letali, ma comunque poco simpatiche se prese in età adulta, specie la rosolia. Sono ormai circa il 5 per cento le famiglie che vi rinunciano, per motivi vari, dalla paura allo scetticismo. Ma sono moltissime – pare oltre il 15 per cento – quelle che vaccinano i figli, ma con molti dubbi.

Doctor giving a child an intramuscular injection in arm, shallow DOF

Che fantastico Paese è l’Italia! Un Paese dove, anno dopo anno, cresce il numero delle famiglie che si rivolgono a terapie “alternative”, non validate dalla comunità scientifica internazionale. Terapie che solo molto raramente si dimostrano poi efficaci ma che, alimentate da una stampa piena di cialtroni e da giudici che pensano di potersi sostituire a medici e ricercatori, pretenderebbero persino che il Servizio Sanitario Nazionale – cioè tutti i contribuenti italiani – le finanziassero. Non sono poche le famiglie che lo vorrebbero, per motivi vari, dalla disperazione alla reale convinzione. Ma sono molte di più quelle che, in nome del “perché non provare”, sarebbero favorevoli alla somministrazione a cura dei nostri ospedali.

Un grido ancora flebile, ma che cresce giorno dopo giorno: Stamina sì, vaccinazioni no. Che fantastico Paese è l’Italia!

Pubblicato (anche) su Giornalettismo

Nel dibattito Irpef contro Irap si è molto discusso se era meglio privilegiare il rilancio dei consumi aumentando il reddito disponibile delle famiglie (Irpef) o favorire investimenti ed occupazione riducendo il carico fiscale alle imprese (Irap). Curiosamente, non si è parlato di altri due aspetti, per nulla marginali: il Federalismo e il finanziamento della Sanità pubblica.

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Perché l’IRPEF è un’imposta statale incassata dallo Stato e che finanzia “genericamente” le spese dello Stato centrale; l’Irap invece è un’imposta regionale “dedicata” per Legge al finanziamento di una parte del Fondo Sanitario Nazionale quello che regge la spesa sanitaria nazionale, gestita dalle regioni: quelle cosette inutili tipo ospedali, laboratori d’analisi, centri per la salute, ecc.

Non è una questione di lana caprina né una mera operazione contabile, ma un fatto politico ed economico rilevante: togliere 10 miliardi di Irap significa o ridurre il finanziamento della Sanità pubblica o cambiarne una parte imponente delle modalità di finanziamento, rimettendo in discussione l’attuale sistema dove il ruolo primario lo giocano le Regioni.

Questo dibattito dimezzato su una questione così importante, è l’ennesima dimostrazione della pochezza della classe politica, senza distinzione di schieramento, della rappresentanza sociale (sindacati e Confindustria) e della cosiddetta “libera stampa”.

Poi non possiamo stupirci se siamo un Paese condannato al declino.

Pubblicato (anche) su Giornalettismo

Al Pronto soccorso dell’Ospedale San Biagio di Domodossola si è presentata sabato mattina una donna al sesto mese di gravidanza con le doglie e due gemellini da partorire in fretta. Il centro non era attrezzato e ha chiamato Novara, che però era pieno; ad Alessandria invece avevano la Stam (l’ambulanza specializzata) impegnata. Se n’è infine trovata una a Verbania, che si è fatta 170 chilometri per portare la mamma ad Alessandria, dopo più di 7 ore. Aurora è morta domenica mattina, Cristian versa in condizioni critiche.

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Difficile dire se la fine del viaggio di Aurora e la lotta per la vita di Cristian dipendano in qualche modo dall’accaduto. Le polemiche comunque non mancano: la Giunta regionale ricorda che il punto nascita di Domodossola avrebbe dovuto essere già chiuso, perché non conforme agli standard previsti dall’Oms; l’opposizione aveva denunciato che la riforma dei punti di nascita e della rete del 118 erano poco adatte, per una regione con molte zone di montagna e aree poco collegate a città e ospedali più attrezzati.

Una certezza c’è: alla Sanità italiana da anni si chiedono “risparmi di spesa” e si impongono “tagli alle risorse”, senza mai pensare dove finisce la giusta lotta a sprechi e inefficienze e dove inizia la riduzione di quantità e qualità dei servizi resi. E le possibili conseguenze.

Una riflessione pacata ma approfondita, mentre si discute il nuovo Patto per la Salute tra governo e regioni, mentre si straparla di spending review, di costi standard e si pretendono altri tagli, mentre alcuni vorrebbero però destinare risorse del Sistema Sanitario nazionale per cure di più che dubbia efficacia, sarebbe gradita.

Lo dobbiamo ad Aurora. E a Cristian.

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“Voglio trovare un senso a questa vita” canta Vasco Rossi. Ed è forse questo che ogni giorno tutti facciamo, ognuno a suo modo. Non sempre riuscendoci. Sicuramente ci stavano provando i migranti di Lampedusa, ci provano milioni di persone che quotidianamente sopravvivono tra auto, giornali, vicini, colleghi, amici, famiglie e amori un po’ così. Forse ci provano anche i Ministri che preparano la Legge di stabilità.

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Di sicuro ci sta provando Massimo, 40 anni, una vita spericolata a bere del whisky al Roxy Bar. Poi all’improvviso l’incontro. Martina, l’amore, il matrimonio e una bambina di 4 mesi. E la vita beffarda che – a volte capita – gli chiede il conto. Ospedali, esami, la diagnosi. Massimo da un po’ non s’arrabbatta più a inseguire le vicende di questo strano paese alla rovescia, non guarda la partita in Tv. Ha un unico pensiero: vedere sua figlia crescere, il più a lungo possibile.

Per questo è contento dell’assistenza che riceve, in un ospedale discreto, non fenomenale ma che funziona. Sa che altrove sarebbe già un morto che cammina, o forse uno che non può più neppure provare a cercare un senso che non c’é. Sa, perché nella sua vita precedente era un operatore sanitario, che la sanità italiana non è la migliore del mondo ma neppure la peggiore; solo che una lunga striscia di tagli non sempre giustificabili l’ha portata sull’orlo del collasso: anche nella sua regione, dove la sanità ha sempre funzionato.

Per questo, quando ha sentito per l’ennesima volta in tv che per trovare le risorse che mancano il governo del suo Paese taglierà – forse sì, forse no, chissà – i fondi per la sanità ha cominciato a fischiettare.

La canzone di Vasco Rossi; “anche se questa storia un senso non ce l’ha”.

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In Italia i badanti, donne e uomini che assistono anziani e malati sono 774 mila. Più dei dipendenti delle Aziende sanitarie locali, 646 mila persone. La sostituzione del welfare pubblico con il welfare familiare, incensata da certi politici in voga in anni recenti, è un dato che dovrebbe invitare molti ad una riflessione.

Per anni si è sparato a zero sul ruolo del pubblico. Anche per colpa di una serie di sprechi ed inefficienze che molta cattiva stampa ha strumentalmente usato per sparare a zero su istruzione pubblica, sanità pubblica, politiche sociali pubbliche. La necessità di “razionalizzare le spese”, che si è tradotta nei tagli lineari del governo Berlusconi prima e di quello Monti poi, ha fatto il resto.

Pochi hanno spiegato che dietro quelle parole ragionevoli si celava una sgradevole verità: welfare fai da te, istruzione fai da te, politiche sociali fai da te. Detto brutalmente: arrangiatevi. Chi ha i soldi per pagarsi buone cure, assistenza a domicilio e altro, bene. Gli atri, cazzi loro. E gli altri, quasi sempre, sono quelli meno ricchi.

Adesso la statistica ci spiega uqello di cui alcuni di noi avevano già notato: le politiche recessive, le politiche “liberiste”, penalizzano i meno ricchi. E infatti, la disuguaglianza nel mondo aumenta, e la povertà invade il terreno dei cosiddetti ceti medi. Dappertutto, ma in Italia di più.

La prossima volta che leggete qualcuno prendersela con lo Stato, con le politiche pubbliche, con il sistema sanitario nazionale, con la scuola, e vantare le lodi del “privato”, pensateci.

Pubblicato (anche) su Giornalettismo

Per carità, sulla sanità Monti avrà pure ragione. Anche perché dire che bisogna riflettere sulla sostenibilità finanziaria del sistema sanitario, in un Paese che invecchia e che non produce più ricchezza, è un’ovvietà. Ma Monti è andato un po’ oltre.

Ha prefigurato la necessità di trovare altre modalità di finanziamento. In italiano potrebbe voler dire che bisognerà ricorrere ad una parziale “privatizzazione” mediante meccanismi assicurativi. Una scelta “ideologica”, ma soprattutto un’idiozia, visto che negli USA – dove il meccanismo dell’assicurazione privata è largamente adottato – il sistema sanitario è meno efficiente, meno universale e molto più costoso, statistiche Ocse alla mano.

Se poi Monti pensava al meccanismo Balduzzi – finanziamento a carico del cittadino fino ad una certa soglia, pari ad una certa percentuale del suo reddito, e solo dopo a carico del Sistema sanitario – bisognerebbe ricordare che, nel Paese degli evasori, questo significa garantire ai non pochi imprenditori, commercianti o professionisti con (false) dichiarazioni da fame cure praticamente gratis, mentre un impiegato statale o anche un operaio specializzato pagherebbero 100, 300, forse 1000 euro l’anno, se avessero bisogno di cure. Bello, no?

Senza contare che così verrebbe penalizzato chi si ammala: a parità di reddito, se uno sta bene non paga nulla, se uno s’ammala è costretto a pagare. Con tanti saluti alla prevenzione, agli screening preventivi (vere risorse per risparmiare le costose risorse che servono “dopo”, quando uno si è ammalato).

Non una parola sui benchmark mai applicati, sui meccanismi del decreto legislativo sul federalismo fiscale che continuano a basarsi – in barba alla definizione di complicati indicatori di “efficienza” ed “efficacia” sanitaria – sul riparto in base alla popolazione, all’assenza di provvedimenti “contro” i gestori delle sanità regionali in deficit, come all’assenza di premi per quelle regioni – e ce ne sono diverse – che invece la sanità la gestiscono bene. Magari qualcosa si recupera pure lì.

Monti sulla sanità avrà pure ragione. Ma i suoi rimedi mi sa che hanno torto.

Alfredo stanotte ha riposato male: sudori freddi, un po’ di febbre, doloretti allo stomaco che vanno e vengano. Ha sopportato, come sopporta da un anno un carcinoma. Ha sopportato l’intervento, le chemio, le analisi, i controlli, tutto.

Alfredo ha passato una brutta mattina. Un po’ è l’afa di quest’estate romana, ha pensato. Avrebbe voluto andare dal suo medico, al Policlinico Umberto I, ma non può, perché il reparto di oncologia è chiuso fino al 20 agosto.

Niente analisi, niente chemio, niente visite di controllo né assistenza. Nessuna diagnosi o aggiustamento delle terapie; tutto rimandato al 20 agosto. E chi ha fretta, o un’urgenza, s’arrangi. Il reparto è chiuso, per ferie. L’ha deciso il primario dell’Oncologia medica, il rettore Luigi Frati.

Un po’ per le ferie estive del personale medico, un po’ per il blocco del turn-over imposto dalla manovra finanziaria del governo, un po’ per il mancato rinnovo dei contratti che ha mandato a casa migliaia di dipendenti in tutto il Lazio.

Alfredo sente una fitta più forte. Respira profondamente aspettando il 20 agosto.

Sorride pensando che il suo tumore non è andato in ferie.

Pubblicato (anche) su Giornalettismo

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