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Il clamore suscitato dai rimbrotti dell’Unione europea all’Italia per lo stato della sua economia e della sua finanza pubblica è doppiamente irritante. Da un lato, perché solo un manipolo di burocrati non può non capire che sputare in faccia in quel modo ed in questo momento al nostro Paese – che, bene o male, qualche sforzo da un paio di anni lo sta pur facendo – dà una mano solo all’antieuropeismo dilagante. Dall’altro, perché i rimproveri europei sono solo l’ennesima analisi su squilibri strutturali che frenano l’Italia da decenni.

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La Commissione, ricordandoci che un elevatissimo debito pubblico unito ad una cronica incapacità di crescere (per la bassa produttività, per l’inefficiente burocrazia e per altre ragioni di cui si parla da anni) non è sostenibile a lungo, specie in questo momento, si è limitata a puntualizzare ovvietà note e stranote. Noi, d’altro canto, dobbiamo capire una volta per tutte che è finito il tempo delle “rendite di posizione”, dell’emergenza fatta di manovrine e “stangatine” ed è il momento di girare pagina; su fisco, burocrazia, lavoro e altro. Ma non a parole.

Clamore e polemiche, stizza e rimbrotti, dunque, sono fuffa. Non servono i (pen) ultimatum europei, non serve il (finto) orgoglio nazionale ferito. Serve agire, qui ed ora. L’unico clamore che non si riesce a sentire, è il rimpianto per venti anni di occasioni perdute e la spinta a cambiare verso, per davvero.

E i pernacchi a tutti quelli che ne sono, oggettivamente, responsabili.

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Com’è azzurro il cielo stamattina. E com’è alta da qui questa grande montagna, e com’è aspra quella strada che sale e va sempre più su. Chissà se anche Marco può vederla, come quando la corsa finisce e resti lì a guardare le nuvole, solo il cielo azzurro a farti compagnia. Perché il ciclismo non è uno sport, ma una poesia, la poesia della fatica dell’uomo. Un uomo solo al comando della corsa, gambe, cuore e polmoni, che scala le montagne e arriva al traguardo.

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Una poesia che scompare tra fiale, siringhe e furbate e che muore all’ombra dell’Epo. Ne ha presi tanti: Tommy Simpson, il cannibale Eddy Merckx, Lance Armstrong, Alberto Contador e tanti altri. E anche tu, Marco, che sei lassù, solo al comando, come sul Galibier o il Mortirolo, solo il cielo per compagnia. Vai, corri, senza trovare un senso a questo andare, in un mondo dopato, dove vincere è l’unica cosa che conta: credito facile, consumismo, crescita infinita; sempre più grande, sempre più in alto, sempre di più, sempre più su. Un mondo che come il ciclismo muore di doping; privo di senso del limite, immortale e invincibile, a qualsiasi costo: un traguardo volante, uno sprint, una salita, una crono. Una corsa dopo l’altra. Fino all’ultimo giro di pista.

E tu, che hai solo il cielo a farti compagnia, che hai corso troppo forte e te ne sei andato troppo presto, chissà se adesso lassù ogni tanto monti in bici, come una volta: un bambino con la gioia negli occhi, davanti una montagna da scalare. Solo con il tuo cuore, le tue gambe e i tuoi polmoni.

Anche se hai sbagliato – perché gli uomini sbagliano – mi manchi. Ci manchi. Ti sia lieve la terra, Marco.

(Riadattato, anche se già pubblicato qui. Perché Marco Pantani era un dio)

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Ci sono Stati nel mondo che registrano attivi di bilancio, cioè entrate pubbliche superiori alle spese. E non si tratta di piccoli staterelli insignificanti, ma di grandi Stati degli USA: Michigan, Nebraska, Wisconsin, Colorado, Missouri. E soprattutto la California, quinta potenza economica mondiale. Il dibattito su come impiegare questi surplus è acceso (in molti di questi Stati si sta per votare), ma non è questo che qui interessa.

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Come hanno fatto questi Stati a registrare questi surplus? Com’è spiegato qui, i surplus derivano da entrate inaspettate entrate fiscali molto più alte del previsto, “pompate” dalla ripresa economica che in Usa è partita da un po’. In quel Paese, infatti, anziché puntare sull’ irresisitibile fascino dell’austerità che piace tanto a molti governi europei, il governo federale e la Banca centrale degli USA hanno puntato su politiche per rilanciare la crescita economica.

Se qualche politico italiano si occupasse di questo anziché delle scemenze che inondano le prime pagine dei giornali, se qualche leader europeo esponesse brevemente questa semplice verità in qualche riunione dei capi di Stato e di governo, avremmo fatto un piccolo passo per risolvere la nostra crisi.

E un grande passo per l’Europa. E per l’Italia.

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Con la cultura non si mangia, disse il (fortunatamente) ex ministro Tremonti qualche anno fa. Opinione discutibile, visto che il settore vale circa 75,5 miliardi di euro, il 5,4 per cento del Pil, e dà lavoro a 1,4 milioni di persone.

Cultura

Ma la questione è un’altra: in Italia è proprio la cultura che non piace, non interessa, insomma non si mangia: 39 italiani su cento non hanno partecipato ad alcuna attività culturale nel 2013; 57 su 100 non hanno letto nemmeno un libro. In cultura si spende in Italia molto meno che altrove, le sponsorizzazioni private a eventi culturali e sono inesistenti. Mentre l’ignoranza prospera a colpi di “mi sono fatto da solo, non ho mica studiato, io!”.

Sarà un caso, ma il nostro è il Paese “ricco” dove l’innovazione stenta, l’economia ristagna, il merito langue la creatività è quasi un fastidio. Mentre gli altri leggono, visitano i musei, studiano, e vedono crescere ricchezza e benessere.

E’ vero: in Italia la cultura non si mangia. E si vede.

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Nelle trattative per la gross koalition – le larghe intese alla tedesca, ma si vede che Italia e Germania sono due Paesi diversi – sembra che siano in ballo investimenti per 60 miliardi di euro a sostegno dell’economia: 18 miliardi per la pubblica istruzione, 15 sulle pensioni di solidarietà, 10 sulle minime garantite, 7,5 sugli assegni familiari e 7,5 per lo sviluppo delle infrastrutture.

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In Germania qualcosa di muove, più per il ritorno dei socialdemocratici al governo ed i segnali sempre più forti che la crisi del mediterraneo potrebbe travolgere anche il reddito degli elettori renani e bavaresi, che per le accuse di Obama e degli USA. Persino alcuni falchi della Bundesbank sembrano averlo capito.

A Berlino forse c’è vita. Purtroppo, a Roma l’encefalogramma è piatto: la decadenza di Berlusconi o gli starnuti della Cancellieri contano molto di più. E il prezzo di anni e anni di dissennate politiche – restrittive oltre il buon senso in Germania e sbracate oltre l’indecenza in Italia – lo pagheranno intere generazioni di giovani.

Purtroppo, solo quelli che parlano la lingua di Dante.

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Il ministro Saccomanni, intervistato in Tv, ha detto che bisogna riportare l’Italia in un sentiero di crescita, perché la crisi globale è finita. Giusto; se si fosse fermato lì, niente da eccepire. Ma poi ha proseguito dicendo che bisogna lavorare per “agganciare la ripresa”. Il solito equivoco: immaginare la ripresa come un autobus da prendere al volo, un qualcosa che passa “dal di fuori”, “estraneo” da noi. Un equivoco visibile anche nelle politiche dei governi di questi anni.

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La “ripresa” non è una cosa “esterna”. Dipende solo da noi, dalle capacità che sapremo tirare fuori, dalle politiche strutturali che riusciremo a fare, dalle riforme che sapremo attuare oltre che annunciare.

Ministro, scrivetevelo davanti alla scrivania e ripetetevelo ad alta voce, almeno mille volte al giorno, come gli alunni un po’ somarelli di una volta.

La ripresa non va agganciata, va costruita.

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Dopo quello dell’Unione Europea, arriva il report sulla competitività del World Economic Forum a raccontarci il declino italiano. Scivoliamo al 49 esimo posto, dietro non solo al “mondo che conta” ma anche a insospettabili come Cile, Thailandia, Isole Barbados, Polonia, Turchia. Forse c’è un po’ di esagerazione, ma che l’Italia nell’ultimo ventennio sia scivolata indietro è un fatto.

Come possiamo invertire la rotta? Il rapporto da questo punto di vista è illuminante. Analizzando in dettaglio il nostro Paese, i punti di forza sono gli stessi di sempre. Ma sono gli stessi anche i problemi: mercato del lavoro inefficiente, mercati finanziari e istituti creditizi poco sviluppati, alti livelli di corruzione e di crimine organizzato, sistema politico ed istituzionale scadente.

Il nostro problema è quindi chiaro: continuiamo a chiamarla competitività, ma dovremmo chiamarla resistenza al cambiamento. Non è un caso che tutto il dibattito politico da anni ruoti attorno al destino personale di un ottuagenario. Toglietelo di torno, anzi toglietevi di torno: berlusconiani e antiberlusconiani, pifferai e demagoghi di ieri. E anche di oggi.

Lasciate il compito di cambiare l’Italia ad una nuova classe dirigente. Se ancora non c’é, crescerà. Presto, prima che la notte scenda.

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L’Italia, lo sanno tutti, sarebbe un bel Paese; anzi è “il” Belpaese. Potremmo usare questa risorsa – unica, irripetibile, irriproducibile – per lo sviluppo economico, tutelando e valorizzando il nostro paesaggio e il nostro territorio.

Invece, non lo facciamo, “rubando” ogni anno con cemento e urbanizzazioni selvagge e quasi sempre inutili 250 mila ettari l’anno. Tutti uguali: Destra, Centro e Sinistra. E i super tecnici del governo Monti?

Niente cambia: i ddl su semplificazione e consumo di suolo agricolo hanno sposato il principio che l’edilizia sia il principale motore per rilanciare l’economia del Paese; tutte le scelte in materia di edificabilità su aree tutelate e suoli agricoli spetteranno a “sportelli unici” istituiti presso ciascun Comuni, che – grazie ai continui tagli – vedono negli oneri di urbanizzazione l’unica risorsa rimasta.

Il governo più centralista” che si ricordi, decide di adottare un federalismo spinto proprio in materia di tutela del Paesaggio e del suolo.

I nostri nipoti, che sono i veri proprietari dell’Italia, ringraziano.

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Il presidente di Confindustria Squinzi, imprenditore di successo, ha un sogno: recuperare il gap di competitività con la Germania. Squinzi ha anche una proposta, molto semplice: “bisogna lavorare di più, più ore, diminuendo festività e ferie”.

Geniale: più lavori, più produci. Ma perché nel mondo, quando si parla di produttività, si misura il prodotto per ora lavorata e non quello per addetto? Forse, perché si sa che il problema della produttività non si risolve lavorando più ore, ma producendo di più a parità di tempo.

Come capita alle imprese meno piccole, a quelle più propense ad innovare ed investire in macchinari più efficienti ed in tecnologia, o a quelle meglio organizzate. Cose per cui, più che le ore di lavoro dei dipendenti, servono manager efficienti ed imprenditori lungimiranti.

Buffo poi che questo avvenga in un Paese dove molti dipendenti in questo momento non lavorano, e non per loro scelta: ma perché sono stati licenziati o perché sono in cassa integrazione. Manco l’avessero chiesto loro.Senza contare che si può pure produrre di più, anche lavorando 18 ore al giorno; ma se poi non ci sono quelli che i prodotti li comprano, si riempiono i magazzini.

Il presidente di Confindustria è certamente un imprenditore di successo. Ma, come insegna la recente storia italiana, essere imprenditori di successo non significa necessariamente capire qualcosa di economia.

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Il vento soffia. Scompiglia i capelli, accarezza il viso, smuove le fronde. E produce energia. Pare che l’energia eolica potrebbe coprire l’intero fabbisogno energetico mondiale. Quella potenzialmente ricavabile dal vento è circa 2.200 tetrawatt, mentre l’attuale fabbisogno energetico è di 18 tetrawatt. Hai voglia a consumare!

Certo, non si può ricoprire di pale eoliche l’intero pianeta, Né offuscare il cielo con gli aquiloni eolici sospesi. Anche perché un uso massiccio di questa fonte potrebbe avere anche qualche lieve conseguenza sul clima.

D’accordo; ma almeno agli attuali fabbisogni, le conseguenze sarebbero trascurabili. Fornendoci in cambio energia pulita e rinnovabile, tale da giustificare, nonostante un rendimento energetico non elevato, investimenti consistenti rispetto ad altre fonti più inquinanti. Non sembra però che la cosa interessi molti, soprattutto tra quelli che “comandano”.

Eppure il vento continua a soffiare, a scompigliare i capelli ma a non interessare chi prende decisioni. Forse hanno dati diversi e ne sanno più di noi. Forse hanno cose più importanti a cui pensare.

O forse ascoltano troppo interessi “privati” che un uso più intenso di fonti alternative metterebbe in crisi.

Scommettiamo?

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