Com’è azzurro il cielo stamattina. E com’è alta da qui questa grande montagna, e com’è aspra quella strada che sale e va sempre più su. Chissà se anche Marco può vederla, come quando la corsa finisce e resti lì a guardare le nuvole, solo il cielo azzurro a farti compagnia. Perché il ciclismo non è uno sport, ma una poesia, la poesia della fatica dell’uomo. Un uomo solo al comando della corsa, gambe, cuore e polmoni, che scala le montagne e arriva al traguardo.

pantani

Una poesia che scompare tra fiale, siringhe e furbate e che muore all’ombra dell’Epo. Ne ha presi tanti: Tommy Simpson, il cannibale Eddy Merckx, Lance Armstrong, Alberto Contador e tanti altri. E anche tu, Marco, che sei lassù, solo al comando, come sul Galibier o il Mortirolo, solo il cielo per compagnia. Vai, corri, senza trovare un senso a questo andare, in un mondo dopato, dove vincere è l’unica cosa che conta: credito facile, consumismo, crescita infinita; sempre più grande, sempre più in alto, sempre di più, sempre più su. Un mondo che come il ciclismo muore di doping; privo di senso del limite, immortale e invincibile, a qualsiasi costo: un traguardo volante, uno sprint, una salita, una crono. Una corsa dopo l’altra. Fino all’ultimo giro di pista.

E tu, che hai solo il cielo a farti compagnia, che hai corso troppo forte e te ne sei andato troppo presto, chissà se adesso lassù ogni tanto monti in bici, come una volta: un bambino con la gioia negli occhi, davanti una montagna da scalare. Solo con il tuo cuore, le tue gambe e i tuoi polmoni.

Anche se hai sbagliato – perché gli uomini sbagliano – mi manchi. Ci manchi. Ti sia lieve la terra, Marco.

(Riadattato, anche se già pubblicato qui. Perché Marco Pantani era un dio)

Pubblicato (anche) su Giornalettismo