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L’Istat ha prodotto, come ogni anno, la consueta foto dell’Italia, ritratta in cento statistiche; e ci sono molte cose che colpiscono. Colpisce, ad esempio, che oltre il 40 per cento degli italiani si fermi alla licenza media, la percentuale più alta dell’intera Europa, a parte Portogallo Spagna e Malta; che la spesa in istruzione e formazione sia il 4,2 per cento del Pil, mentre la media Ue è oltre il 5,3 per cento; che la spesa in ricerca e sviluppo sia meno dell’1,3 per cento del Pil, che la produttività del lavoro sia in riduzione costante da anni e ormai sotto la media europea. E si potrebbe continuare.

Povera-Italia

Colpisce anche che nessuno cominci a mettere in relazione queste istantanee, che formano tutte assieme un quadro preciso dei nostri mali, ma anche dei nostri punti di forza (perché ne abbiamo, eh), senza limitarsi a prendere questo o quell’altro fenomeno per portare l’acqua al proprio mulino o per un titolone sul giornale per un giorno, o per mezz’ora.

Colpiscono queste, e molte altre cose. Ma, soprattutto, colpisce che queste istantanee, che ritraggono un Paese che chiede aiuto, non vengano neanche guardate da chi, in queste ore, in questi giorni, passa da un vertice all’altro, da una riunione all’altra, da un post sul blog all’altro, per decidere le sorti del governo, per scriverne l’agenda, per proporre una nuova Italia.

E un po’ colpisce anche che queste parole al vento che scriviamo interessino poco, per primi, gli stessi cittadini italiani. Finiremo per morire, tentando di salvare il solo nostro ombelico senza guardare al resto del povero corpo di questo paese alla deriva.

Pubblicato (anche) su Giornalettismo

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Dopo quello dell’Unione Europea, arriva il report sulla competitività del World Economic Forum a raccontarci il declino italiano. Scivoliamo al 49 esimo posto, dietro non solo al “mondo che conta” ma anche a insospettabili come Cile, Thailandia, Isole Barbados, Polonia, Turchia. Forse c’è un po’ di esagerazione, ma che l’Italia nell’ultimo ventennio sia scivolata indietro è un fatto.

Come possiamo invertire la rotta? Il rapporto da questo punto di vista è illuminante. Analizzando in dettaglio il nostro Paese, i punti di forza sono gli stessi di sempre. Ma sono gli stessi anche i problemi: mercato del lavoro inefficiente, mercati finanziari e istituti creditizi poco sviluppati, alti livelli di corruzione e di crimine organizzato, sistema politico ed istituzionale scadente.

Il nostro problema è quindi chiaro: continuiamo a chiamarla competitività, ma dovremmo chiamarla resistenza al cambiamento. Non è un caso che tutto il dibattito politico da anni ruoti attorno al destino personale di un ottuagenario. Toglietelo di torno, anzi toglietevi di torno: berlusconiani e antiberlusconiani, pifferai e demagoghi di ieri. E anche di oggi.

Lasciate il compito di cambiare l’Italia ad una nuova classe dirigente. Se ancora non c’é, crescerà. Presto, prima che la notte scenda.

Pubblicato (anche) su Giornalettismo

Mentre si consuma il dramma dell’agibilità politica di Berlusconi (in italiano: garantire impunità ad un condannato in via definitiva per gravi reati) quasi nessuno si è accorto del nuovo rapporto della Commissione Europea sulla competitività regionale: oltre 70 indicatori, che misurano capacità innovativa, efficienza della PA, stabilità economica, efficienza del mercato del lavoro e dei sistemi di educazione, sistemi di welfare e sanitari di tutte le regioni europee.

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Sarà che è Agosto, e a parte il destino di Berlusconi il resto non conta, in questo paese. Ma è l’ennesima certificazione che l’Italia sta andando in pezzi. Si salva solo il sistema sanitario del centro nord. Il resto fa paura. E comunque nessuna regione italiana, neanche la Lombardia, sta tra le prime cento regioni europee. Non solo: peggioriamo quasi ovunque, a nord come a sud. Accelerando quel declino che è in atto ormai da oltre vent’anni.

Non stupisce, ormai, che nessuno se ne occupi, nell’”Italia che conta”, troppo distratta a salvare il pregiudicato a destra e a fregarsi a vicenda a sinistra. E neppure che quei pochi che l’hanno fatto continuino a parlare d’altro, riducendo tutto alla solita litania del “troppe tasse”, “Roma ladrona” e altre menate.

Stupisce che la gente comune, il popolo italiano, non dica finalmente: adesso basta. E non rivolgendosi a un altro guitto di cartone come Grillo. Ma prendendo in mano, prima della fine imminente, il nostro destino di italiani.

Svegliati, Italia.

Pubblicato (anche) su Giornalettismo

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