Il clamore suscitato dai rimbrotti dell’Unione europea all’Italia per lo stato della sua economia e della sua finanza pubblica è doppiamente irritante. Da un lato, perché solo un manipolo di burocrati non può non capire che sputare in faccia in quel modo ed in questo momento al nostro Paese – che, bene o male, qualche sforzo da un paio di anni lo sta pur facendo – dà una mano solo all’antieuropeismo dilagante. Dall’altro, perché i rimproveri europei sono solo l’ennesima analisi su squilibri strutturali che frenano l’Italia da decenni.

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La Commissione, ricordandoci che un elevatissimo debito pubblico unito ad una cronica incapacità di crescere (per la bassa produttività, per l’inefficiente burocrazia e per altre ragioni di cui si parla da anni) non è sostenibile a lungo, specie in questo momento, si è limitata a puntualizzare ovvietà note e stranote. Noi, d’altro canto, dobbiamo capire una volta per tutte che è finito il tempo delle “rendite di posizione”, dell’emergenza fatta di manovrine e “stangatine” ed è il momento di girare pagina; su fisco, burocrazia, lavoro e altro. Ma non a parole.

Clamore e polemiche, stizza e rimbrotti, dunque, sono fuffa. Non servono i (pen) ultimatum europei, non serve il (finto) orgoglio nazionale ferito. Serve agire, qui ed ora. L’unico clamore che non si riesce a sentire, è il rimpianto per venti anni di occasioni perdute e la spinta a cambiare verso, per davvero.

E i pernacchi a tutti quelli che ne sono, oggettivamente, responsabili.

Pubblicato (anche) su Giornalettismo